cambiare marcia

La sera stessa – potrei dire, mio malgrado – ho ricevuto l’offerta dell’azienda. Ho sperato fino all’ultimo che non arrivasse, che avessero cambiato idea, che in fondo non ci fosse niente di vero nelle parole che avevo ascoltato in quel bar.
Invece era lì, nella mia casella e-mail, dove è rimasta in modalità da leggere per un po’, fino a quando mi sono convinta ad aprirla.

Speravo che temporeggiassero perché non ero pronta a fare delle valutazioni razionali, anche se forse la razionalità era solo una minima parte di ciò che mi serviva per prendere una decisione come quella, perché mi sembrava tutto completamente folle, ad accezione dell’aspetto economico, sul quale però non potevo fare grandi elucubrazioni: se avessi considerato solo quello, non avrei potuto dire di no. Era molto semplice. C’era però tutto il contesto: un lavoro diverso da quello che avevo sempre fatto, ma soprattutto, per lo meno nella parte iniziale, poco concreto.
Scrivere storie. Che razza di lavoro è? continuavo a chiedermi. Non avrei mai potuto lasciare la consulenza per qualcosa di simile, ma dovevo ammettere che la proposta mi incuriosiva parecchio, soprattutto in considerazione del fatto che avevo sempre sognato di essere pagata per scrivere. Ma sarebbe stata una pazzia.
E poi c’era la seconda parte di quella proposta, che più rileggevo più sembrava provenire da un pianeta diverso dal nostro. Direttore marketing. L’avevano scritto veramente? Che cosa avevo fatto per far loro credere che fossi la persona giusta per quel ruolo?
I colloqui erano stati strani, al punto che non ero stata in grado di trarre delle conclusioni. A chi mi chiedeva come fossero andati rispondevo che non ne avevo la più pallida idea, perché non mi ero mai trovata ad affrontare dei selezionatori così bizzarri e delle prove a così alto tasso di creatività per un lavoro che, sulla carta, di creativo aveva solo una minima parte.
Infine, gli Stati Uniti. Prima o poi mi sarei dovuta trasferire là ed ero certa che non sarei mai stata davvero pronta a farlo. Il pensiero di lasciare Milano, ma soprattutto l’equilibrio che stavo ritrovando e che partiva dalle piccole cose – il mio appartamento, il bar all’angolo, la fermata della metro verde, il motorino nei giorni di sole, le persone che incontravo ormai quasi quotidianamente mentre andavo in ufficio – destavano in me un immediato senso di malessere e quasi di odio nei confronti di quella realtà che era piombata nella mia vita all’improvviso per destabilizzarla. Dall’altro lato però, sapevo quanto una scossa fosse necessaria per cambiare marcia. Ed era esattamente ciò di cui avevo bisogno.

cambiare marciaMa non è semplice accogliere le novità. Passiamo intere giornate ad invocare un cambiamento, provando timidamente a muoverci in quella direzione, e poi quando l’universo si muove per agevolarci e darci gli strumenti necessari per completare l’opera, cosa facciamo? Ci blocchiamo, facciamo un passo indietro e rischiamo di buttare tutto all’aria.
Ero sempre stata così, del resto. Pronta a scattare sulla linea di partenza, ma priva di energie nel prosieguo della corsa. Piena di idee per inventare qualcosa di nuovo, ma incredibilmente annebbiata quando si trattava di continuare a camminare su quel percorso così diverso da quello in cui tutto era iniziato.

Ero convinta di avere almeno una settimana per decidere – del resto non mi avevano dato l’idea di avere fretta – ma dopo tre giorni, di fronte ad un loro messaggio, mi sono sentita messa all’angolo, nonostante non credo che fosse nelle loro intenzioni darmi un ultimatum. Mi ricordo che era venerdì sera quando, in preda all’ansia, ho promesso loro che mi sarei fatta viva il lunedì prima della pausa pranzo. E così è stato.

Ho risposto, in poche righe, che accettavo l’offerta, ma ad una condizione: non volevo essere pagata per la prima parte dell’attività. Volevo scrivere e basta, per passione, pur garantendo il massimo impegno e un approccio “da ufficio”.
E c’era dell’altro: non volevo lasciare il mio lavoro attuale. Non me la sentivo di farlo di punto in bianco per buttarmi in un’avventura così…pazza. Avevo proprio scritto pazza. Ho aggiunto che avrei capito un eventuale dietrofront da parte loro: se stavano cercando un candidato più audace e pronto a tutto, non ero io e avrei capito il loro disappunto.

Mi aspettavo di essere scartata anche in malo modo, invece abbiamo subito trovato un accordo e una proposta di calendario per le consegne che rispettasse i miei ritmi e le mie esigenze: per tre mesi avremmo messo online due racconti alla settimana, il mercoledì e la domenica. E così è stato, per anche per il semestre successivo.***

Ho continuato a lavorare con Marco e Camilla, che mi hanno chiesto più volte che cosa facessi davanti al computer durante la pausa pranzo – proprio io che non ne volevo mai sapere di mangiare al desk – o perché scappassi a casa quasi ogni giorno alle 18 in punto, riducendo al minimo le uscite e i weekend fuori porta. Avevo deciso di provarci e di metterci tutta me stessa, senza raccontare nulla a nessuno, se non a chi sapevo che mi avrebbe capita (un numero di persone che si contavano sulle dita di una mano). Non potevo accettare l’idea di avere detrattori in quel momento, perché io stessa non capivo esattamente cosa stessi facendo e di fronte a qualsiasi domanda o commento inappropriati avrei sicuramente tirato il freno a mano.

Invece ho proseguito dritto, scalando una montagna di paure, nascondendomi dietro l’anonimato – che avevo imposto agli americani – e scoprendo, storia dopo storia, pubblicazione dopo pubblicazione, che quell’avventura sembrava fatta apposta per me e stava migliorando quasi tutti gli aspetti della mia vita. Uscivo meno, ma stavo sempre meglio. Dovevo fare parecchie rinunce per essere puntuale con le consegne, ma la qualità del tempo che mi rimaneva aumentava sempre di più.

Non sapevo dove quel progetto mi avrebbe condotta, ma in quel momento non aveva alcuna importanza. E forse era proprio questo il bello.


***Uscendo dalla storia, questi nove mesi sono stati quelli in cui pubblicavo i post con costanza, due giorni alla settimana, e che mi ha cambiato la vita ❤

chissà chi sei

“Good morning, Isabella!”
Non avevo idea di chi ci fosse dall’altra parte della cornetta, ma ho finto una certa sicurezza.
“Hi, good morning!”
“It’s Kathleen. Tutto bene?”

Kathleen. La ragazza dell’ufficio di New York con i capelli rossi e quegli occhi verdi che mi scrutavano nella mente.
“Ciao Kathleen!” ho risposto, indecisa sulla lingua da utilizzare.  Ho continuato dopo una breve pausa “Bene, grazie.”
Non ho fatto in tempo a chiedermi che cosa mai potesse volere da me in quel momento, perché me l’ha detto subito senza esitazioni, in un italiano quasi perfetto, che mi aveva accuratamente – e credo di proposito – tenuto nascosto durante i colloqui.
“Sono a Milano per lavoro e mi chiedevo se mi volessi fare compagnia per un caffè.”
“Certo, quando?”
“Sei in ufficio ora?”
“No, oggi entro più tardi. Sto lavorando da casa.”
In realtà stavo cercando di uscire di corsa dalla fermata della fermata della metropolitana per evitare che sentisse il rumore del treno in arrivo, ma non me la sono sentita di dire la verità.
“In pausa pranzo sei libera?”
Continuava ad omettere il motivo della richiesta di incontro, ma ho preferito non chiedere nulla.
“Sì, possiamo vederci tra le 13 e le 14 se per te va bene.”

Abbiamo optato per un caffè prima di rientrare al lavoro. Non sapevo davvero cosa aspettarmi, ma per evitare di fare voli pindarici, ho deciso di non pormi troppe domande.
Dopo circa dieci minuti ero in ufficio concentrata su una presentazione che doveva essere pronta nel giro di un paio di ore.
“Pensavo non ti palesassi. Puoi dirmelo quando vai a fare i colloqui…”
“Ciao Marco” ho risposto, alzando gli occhi al cielo. “A dire il vero ho semplicemente fatto tardi.”
“Non ci sarebbe niente di male.”
“Lo so, ma non ho fatto nessun colloquio. Piuttosto, vuoi vedere cosa sto facendo?”
“La guardo tutta alla fine. Mi fido.”
“Ok.”.

Stavo bene in quell’azienda, non potevo lamentarmi di nulla. Avevo un capo che mi lasciava massima libertà, dei colleghi (a dire il vero, amici) eccezionali sotto ogni punto di vista, un lavoro che nonostante tutto mi appassionava ancora dopo tanti anni. Ma sentivo sempre più spesso un impulso ad allontanarmi, così violento che a volte mi stupivo di quella irrefrenabile forza che mi voleva portare via da quel luogo familiare, che mi aveva vista crescere e supportata nei periodi più bui. Tra le sue mura mi sentivo protetta, forse troppo. E credo che fosse questo il motivo per cui volevo andarmene. Sentivo il vento del cambiamento che mi accarezzava la pelle quando uscivo e volevo farmi trasportare dal suo soffio, ma non ci riuscivo del tutto sapendo di dovermi di nuovo chiudere lì dentro il giorno dopo e quello dopo ancora. Ogni giorno le stanze mi apparivano più piccole e anguste, conoscevo ogni singolo dettaglio degli open space e di tutti gli spazi comuni, persino il lavoro, nonostante di per sé non fosse affatto ripetitivo, si era trasformato in una routine. Mi spaventava l’idea di andarmene ma sapevo che, prima o poi, avrei dovuto affrontare quel distacco, per il mio bene.

“È perfetta, non cambierei una virgola. Posso offrirti il pranzo?” mi ha chiesto Marco, dopo aver letto le trenta slide che avevo prodotto in poco più di due ore.
“Volevo mangiare una cosa al volo qui sotto. Magari domani?”
“Come vuoi…sempre più misteriosa!” mi ha risposto, senza nascondere un po’ di delusione.
“Non ti fare strane idee…” ho detto, senza aggiungere altro. Non me la sentivo nemmeno di mentire, non riuscivo proprio a farlo con lui.

Alle 13:40 ero di fronte al bar in attesa di Kathleen. O meglio, in attesa di capire cosa mi stesse riservando il destino quel giorno di fine gennaio.

“Ti starai chiedendo cosa ci faccio qui…e soprattutto cosa ci facciamo qui insieme in questo momento.”
“In effetti…” le ho detto sorridendo, mentre il battito del mio cuore iniziava ad accelerare.
“Vado subito al dunque. Ci hai colpiti molto durante i colloqui, ma non per la posizione che avevamo bisogno di coprire. O meglio, anche per quella, ma non è questo il punto.”
Ero sempre più confusa, così ho deciso di non interromperla.
“Vorremmo chiederti di scrivere.”
“S-s-s-crivere?” ho ripetuto, incredula.

Erano partner grafici di una grande società di architetti. Che cosa volevano che scrivessi?
“Una storia. Come quella che si legge nei tuoi occhi.”
Non poteva essere seria.
“Ma…”
“Lo so, lo so.” ha anticipato le mie domande “vorremmo raccontare la città con il tuo filtro. Non ti devi preoccupare di nulla, solo di scrivere.”
“…” non sapevo cosa dire.
“Ah, stiamo parlando di New York, se non fosse chiaro!” ha continuato, con un certo entusiasmo.
“Ma…”

Mi sentivo estremamente stupida, ma non riuscivo ad essere felice fino in fondo. Ero spaventata.
“Non ti devi trasferire là. Almeno, non ora.”
“Ok, perché non credo che sarei in grado di farlo.”
“Capisco.”
“Grazie…c’è dell’altro? O posso iniziare ad angosciarmi?” le ho chiesto, con la massima sincerità.
“L’idea è quella di inserirti nel nostro team come direttore marketing, sempre che tu sia d’accordo, ti interessi e valuti positivamente la proposta. Ma vorremmo partire prima con una serie di racconti brevi, o una storia, che parlino della vita delle persone comuni. Di uomini e donne, di qualsiasi età e nazionalità, esattamente come quelle che camminano per le nostre vie ogni giorno. Ti chiederai che cosa c’entri tutto questo con ciò di cui ci occupiamo. È l’inizio di un progetto più ampio che ti illustreremo strada facendo, se deciderai di affiancarti a noi.”
Ho preso fiato prima di ammettere che non trovavo le parole per esprimere quello che stava succedendo nella mia testa.
“Bene, conservale per noi!” ha risposto lei, dandomi un ulteriore motivo di agitazione. “Scherzi a parte, seguirà un’offerta formale. Prenditi tutto il tempo che vuoi per pensarci.”.

chissa-chi-seiCi siamo salutate di fretta perché il mio tempo era scaduto e non volevo dare a Marco un altro motivo per pensare che stessi tramando qualcosa alle sue spalle.
Sono tornata in ufficio piena di sensazioni contrastanti. Da un lato l’entusiasmo, dall’altro addirittura la rabbia. Volevano portarmi via da lì. Mi ricordo che era questo il pensiero che sovrastava tutti gli altri. Quelle mura, che mi stavano strette, erano il mio nido sicuro, e c’era qualcuno, a seimila chilometri di distanza, che voleva che le abbandonassi.

Ho preso dal cassetto una cartolina che mi aveva regalato Camilla, che raffigurava una luna piena. Sosteneva che fosse di buon auspicio, per il raggiungimento di una completezza che mi augurava dal profondo del cuore.

Ho fatto qualche scarabocchio intorno con i materiali che avevo a disposizione (penne ed evidenziatori). Prima di rimetterla al suo posto, l’ho inclinata e nell’angolo in basso destra ho scritto Chissà chi sei, chissà chi sei… seguendo un flusso di coscienza che non riuscivo a fermare.

Più passava il tempo, più ero incredula, nervosa, sconvolta, ma anche profondamente attratta da tutto ciò che mi stava succedendo e convinta che dovesse avere un senso, anche se quel giorno di gennaio non riuscivo proprio a capire quale fosse.

quel giorno in cui

Il fatto di avere provato qualcosa per un altro uomo, nonostante si trattasse di un sentimento non ben identificato e oltretutto bloccato ancora prima che potesse tentare di sbocciare, mi aveva reso libera: poteva esserci qualcos’altro, me lo sentivo. Prima o poi l’avrei trovato, o magari lui avrebbe trovato me. E con lui non mi riferivo solo ad una persona, ma al mio posto nel mondo. Un microcosmo dal quale non avrei più sentito l’esigenza di scappare e che non mi avrebbe mai fatto sentire oppressa, come troppo spesso mi era capitato in passato.

Quella mattina avevo deciso di andare in ufficio con i mezzi. Volevo continuare un esercizio che avevo iniziato la sera precedente prima di addormentarmi con la penna e il quaderno con il palloncino rosso tra le mani, da cui non mi separavo quasi mai. Stavo cercando di mettere nero su bianco la consapevolezza che sentivo di avere in quel momento, risultato dei traguardi raggiunti negli ultimi due anni. Sentivo che tra me e il passato c’era ormai un certo distacco e questo mi permetteva di osservarlo da un punto di vista diverso: quello da cui stava nascendo la mia nuova vita.
Nonostante mi sentissi addosso gli occhi di tutti, dopo aver trovato un posto per sedermi, mi sono lasciata cullare dalla metro e ho riletto ciò che avevo scritto il giorno prima.

Ho capito
cosa significa amare veramente una persona
cosa ho sbagliato nelle mie precedenti relazioni
che ce la faccio anche da sola
che amo fare le fotografie
che ora ho una casa che adoro
che ora sono sola, ma che sono IO
che il futuro sconosciuto davanti a me fa un po’ paura
ma allo stesso tempo mi affascina
che amare davvero può voler dire lasciare andare (ma non dimenticare)
che ho preso le decisioni giuste per me
che l’amore può crescere anche con la distanza e nel silenzio più assoluto, ma quello era vero amore?
che il lavoro attuale non mi rende felice
e che quindi è arrivato il momento di cambiare
che devo accettare di non aver il pieno controllo delle situazioni
e che forse è proprio questo che rende la vita speciale
che il possesso è tutto ciò che di più distante ci sia da un sentimento autentico
che il mio posto nel mondo non l’ho ancora trovato e quindi devo continuare a cercarlo

Sono ripartita come se non mi fossi mai interrotta.

…che ho dei sogni che fino a poco fa non riuscivo nemmeno a definire
ma adesso li vedo chiaramente
e devo lottare per realizzarli
anche se fanno paura perché sono grandi
che vorrei girare il mondo in lungo e in largo
che un grande amore fa tanta paura
che non posso vivere con rimpianti
che le persone più forti sono anche le più fragili
perché sanno cos’è la sofferenza
e sanno che certe cicatrici non andranno mai via
ma nonostante questo sanno anche che si più superare tutto
che la felicità è una scelta da fare ogni giorno
che quando qualcosa ti ferisce i mezzi per superare il dolore sono dentro di te
insieme a tutti i desideri, le passioni e i sentimenti più veri
che la vita è imprevedibile
e così anche le persone
che le promesse non servono a nulla
contano i fatti
che ho tanto amore da dare
tanta paura di innamorarmi
ma fino a poco fa era più grande la paura di non innamorarmi più
che l’intimità non è solo fisica
che la complicità è l’aspetto più speciale di un rapporto
e che è rara, ma non così tanto
che mi hai fatto soffrire
ma è talmente grande l’impatto che hai avuto sulla mia vita
che non potrò mai fartene una colpa
….ecco, questo te lo prometto di nuovo…
che ho sperato a lungo di trovarti sotto l’ufficio
e mi sono illusa più che mai: ogni sera tornavo a casa distrutta
te lo immagini? Così, per mesi e mesi
fino a quando mi sono chiesta ma ne vale davvero la pena?
e la risposta è stata no
no
no
no
no
ma sai quanti no sono stati necessari prima di capirlo davvero?
Sai quanti pianti, quante sbronze, spesso in solitaria, quante notti passate a vagabondare per la città in cerca di risposte,
quanti volti felici che avrei voluto prendere a schiaffi,
quanti sogni ricorrenti,
ma ora tutto questo non c’è più. Ora sei il passato.
Ti penso, certo, come potrei non farlo,
ma senza ossessione, senza chiedermi perché, senza sperare, senza convincermi che un giorno…tu…
senza niente di tutto questo.

Ho capito
che non mi interessa sapere se mi pensi, perché anche se mi pensassi, non cambierebbe nulla.

quel-giorno-in-cuiHo alzato gli occhi e mi sono immediatamente resa conto di essermi persa tra le righe.
Nel frattempo, eravamo arrivati al capolinea. Sono rimasta seduta senza scompormi in attesa che la metro ripartisse nella direzione opposta, ho mandato un messaggio a Marco dicendogli che sarei arrivata in ritardo e mi sono buttata di nuovo nella scrittura, che si era trasformata – contro la mia volontà – in uno sfogo. Ogni tanto mi capitava. Mi sembrava di parlare con lui, pur non avendolo di fronte. Era l’unico modo che conoscevo per esternare dei pensieri che nascondevo anche a me stessa e che probabilmente, alla lunga, mi avrebbero solo fatto del male. Mi chiedevo perché non mi succedesse la stessa cosa pensando a Gabriele, ma credo che in quel caso ci fosse ben poco da dire. Era tutto chiaro da parecchio tempo, probabilmente molto prima che ci lasciassimo.

Ho capito
che arriverà quel giorno
in cui non mi farò più domande.
Ma sai che ti dico? Forse è già arrivato.

Ho chiuso il quaderno nell’istante in cui il mio telefono ha iniziato a squillare.
“Pronto?”
L’istante che mi ha cambiato la vita.

vuoto o spazio

L’incontro con Ryan, così come altri piccoli segnali di quel periodo, mi avevano portata a vedere tutto sotto una luce diversa: quello che aveva lasciato Stefano non era più un grande vuoto, ma spazio. Spazio da riempire. Ciò che prima appariva come un buco nero scavato nel terreno, mi sembrava ora un piccolo appartamento con i muri bianchi, completamente ristrutturato ma ancora da arredare. Potevo prendermi tutto il tempo che desiderassi per farlo: non c’era fretta, sapevo che non l’avrei abitato a breve, ma volevo farlo a mia immagine e somiglianza. Nel frattempo mi immaginavo mentre ballavo al centro della sala con un bicchiere di vino in mano, oppure seduta in modo scomposto su un divano color verde petrolio. Senza dover rendere conto a nessuno.

vuoto-o-spazioStavo decisamente meglio. Non pensavo di poter provare di nuovo qualcosa per qualcuno. Non più. Credevo di essermi giocata tutto, di aver fatto un all-in sconsiderato e che in qualche modo per questo motivo la vita non mi avrebbe più dato altre possibilità. Avevo trent’anni. Già trenta o solo trenta? Mi sentivo grande e piccola allo stesso tempo, forte e fragile, determinata e piena di dubbi. Vivevo spesso momenti grande slancio in cui mi convincevo che la libertà che avevo conquistato – prima di tutto, mentale – mi potesse portare ovunque.

Ci saremmo visti a Parigi. Avevo promesso a Ryan che mi sarei organizzata per andarlo a trovare. Mi aveva persino detto che non si sarebbe offeso se avessi prenotato un albergo solo per me, leggendomi nel pensiero: non volevo vincoli, mi spaventava l’idea di legarmi a lui, anche solo di cenare nella sua cucina.

Lo consideravo un amico, o comunque un essere umano strano, con cui inspiegabilmente sia la mia testa che il mio corpo erano in sintonia, nonostante non fosse quello a cui aspiravo in quel momento. Non volevo rapporti a distanza, di nessun tipo. Ma avevo deciso di mantenere la promessa e così, due settimane dopo, ero di fronte al citofono del suo palazzo, intenta a comprendere quale fosse la combinazione di tasti corretta per informarlo del mio arrivo e chiedergli di scendere. Non sapeva che mi trovassi a Parigi perché non gli avevo anticipato nulla. Per un attimo avevo pensato che fosse un modo per farmi del male – lo troverò con la sua fidanzata di cui non mi ha mai parlato…magari è partito per il weekend…preferirà uscire con i suoi amici – erano solo alcune delle situazioni che mi ero dipinta nella mente per essere pronta a tutto, eventualmente anche a girare per la città da sola.

Stavo cercando nelle nostre conversazioni su Facebook qualche indizio per capire quale fosse il numero del suo appartamento – ricordavo che mi avesse detto qualcosa in proposito – quando mi sono imbattuta in un messaggio di Stefano di più di un anno prima, che per qualche istante mi ha portata molto lontano da lì. Non ricordavo di averlo ricevuto, nonostante conoscessi ormai a memoria quasi tutti i nostri dialoghi, e leggerlo mi ha catapultata in una dimensione in cui non sapevo come muovermi. Avevo rielaborato tutto e non ero pronta a doverlo fare ancora una volta. Neanche per poche righe.

Senza rendermene conto, ho fatto qualche passo indietro e mi sono seduta sulla panchina del cortile. Di fronte a me alcuni bambini stavano giocando a ping pong con una pallina da tennis e quello che mi sembrava un nonno stava convincendo suo nipote a non mangiare la margherita che aveva raccolto.

Con la testa tra le mani, mi sono chiesta cosa stessi facendo, perché fossi lì e se lo volessi davvero. Avevo seguito l’istinto, di questo ero certa. Ma c’era dell’altro? Perché era bastato così poco per farmi cadere di nuovo? Forse mi serviva altro tempo per dimenticare tutto. Forse non volevo dimenticare, non sarebbe stato possibile, sapevo solo che non volevo vivere momenti come quello. Seguire l’istinto non significa muoversi senza una logica, ma fidarsi delle proprie sensazioni per andare incontro a qualcosa. E quel giorno non riuscivo a capire cosa mi guidasse, perché i segnali non bastavano, quella “storia” non mi aveva mai convinta del tutto, Parigi non era mai stata la città dei miei sogni, quell’arrivo in incognito non era da me, così come non lo era la volontà di mantenere una promessa a tutti i costi. Non ero pronta a percorrere quella strada, perché non la sentivo abbastanza mia.

Ryan era un bravo ragazzo, con il quale indubbiamente condividevo un legame speciale, ma più passava il tempo più mi rendevo conto che di legami speciali – sia con uomini che con donne – ne stavo costruendo tanti. Avevo reagito al dolore aprendo il mio cuore a chi sapevo che non lo avrebbe maltrattato, rischiando di farmi ancora più male. L’amore che stava facendo capolino dentro di me aveva curato la maggior parte delle ferite, rendendomi di giorno in giorno più forte. E questo di per sé era un miracolo, ancora più del fatto di aver incontrato in modo del tutto casuale una persona che mi aveva permesso di capire che non era tutto finito. Che avrei avuto la possibilità di sentire ancora i brividi a fior di pelle. Perché se avevo provato qualcosa per Ryan, sarebbe potuto accadere di nuovo con qualcun altro. Se non mi sentivo completamente a mio agio in quella situazione, era perché avrei dovuto aspettare quella giusta.

Non gli ho mai raccontato nulla di quel viaggio. Ho girato da sola per Parigi per quarantotto ore e quando sono atterrata a Linate ho trovato un suo messaggio. Era tornato in Canada per un problema famigliare. Niente di – troppo – serio, almeno questo mi aveva fatto credere, ma si sarebbe trattenuto lì per un po’. Non mi ha detto fino a quando, né io gliel’ho chiesto, nemmeno nei mesi successivi, fino a quando un giorno ha rotto il silenzio chiedendomi se lo volessi raggiungere in un viaggio in Turchia che stava organizzando per metà giugno. Gli ho detto di sì, che si poteva fare, dopotutto sapevo che mi sarei divertita, ma erano i primi di marzo e giugno mi sembrava incredibilmente lontano per come stavo vivendo le mie giornate in quella fase della vita. Ho deciso che avrei prenotato sotto data.

Non l’ho mai fatto perché in due mesi è cambiato tutto, di nuovo, ma questa volta davvero per sempre.
A cominciare dal lavoro, che già a partire dalla settimana dopo il weekend parigino, ha subito una prima scossa, portandomi lontano da Milano.

Non ho più visto Ryan, che così è rimasto il ragazzo conosciuto a Cuba e incontrato al gate 11 dell’aeroporto di Francoforte, ma anche quello che mi ha lasciato con una certezza che solo qualche mese prima mi sembrava pura follia: mi sarei potuta innamorare di nuovo.

colpo di scena

La mia assistente aveva sbagliato a comprarmi il volo, così in un gelido martedì di gennaio – per me, il mese più lungo e faticoso dell’anno – mi sono ritrovata a dover raggiungere Copenhagen facendo scalo a Francoforte. Sette ore di viaggio anziché due, tre aeroporti immersi nella nebbia, partenza da casa alle 5:00 di mattina, il tutto condito dalla mia avversione per le trasferte di lavoro.

Quando sono arrivata a Malpensa non ero ancora del tutto cosciente. Fortunatamente avevo preparato la valigia la sera precedente, prima di buttarmi esanime sotto al piumone. Mi sono preparata in venti minuti, giusto il tempo di farmi una doccia veloce e indossare il tailleur che avevo appeso alla maniglia della porta.

Ho dormito sia in taxi che durante la prima tratta, per lo meno fino a quando la hostess mi ha dato dei leggeri colpi sull’avambraccio dopo aver notato che non accennavo a svegliarmi, mentre quasi tutti i passeggeri avevano già lasciato i loro posti liberi. Ho preso lo zaino da sotto il sedile e mi sono avviata all’uscita salutandola con la mano libera. Sapevo che avrei dovuto attendere un po’ prima di imbarcarmi per Copenhagen, ma ho deciso di andare direttamente al gate: era talmente presto che la sola idea di girare per il duty free ed essere avvolta da profumi e aromi di ogni tipo mi dava un senso di nausea fortissimo.

colpo-di-scena-isabellastoriesTemendo di addormentarmi di nuovo, mi sono seduta proprio davanti all’uscita prevista per il mio volo. Qualcuno mi sveglierà prima dell’imbarco, ho pensato. Ho allungato i piedi sulla valigia e chiuso gli occhi. Per qualche istante ho provato a concentrarmi sulle riunioni a cui avrei dovuto prendere parte di lì a poche ore, ma non riuscivo a pensare al lavoro. Nella mia testa, in quel periodo, c’erano solo i ricordi di Cuba. Ma la cosa più bella, quasi liberatoria, erano i pensieri che mi proiettavano al futuro. Dopo un anno passato a vivisezionare il mio vissuto, con la mente intrappolata in tutto ciò che era, era stato, non sarebbe successo, non avrei voluto vivere, finalmente avevo iniziato a chiedermi che cosa mi sarebbe piaciuto che accadesse. Mi sentivo diversa, di nuovo in grado di sognare. Una prova di questo erano i momenti, sempre più frequenti, che passavo a divagare con la mente e a immaginarmi un futuro quasi improbabile. L’incertezza non mi spaventava più come prima, a patto che vivessi le giornate con intensità. Era questa la promessa che avevo fatto a me stessa: riempire lo spazio che gli eventi avevano creato nella mia vita con tutto ciò che mi facesse stare bene e non con il lavoro, come avevo sempre fatto. Poteva essere un disegno, una birra ghiacciata sul balcone di casa, la stessa canzone in loop per due ore, una passeggiata senza meta, una serata in compagnia di un libro, una cena sul divano. L’importante era che non fosse lavoro o qualsiasi cosa che mi facesse rifiatare senza però aggiungere valore alla mia vita.

Le voci dei viaggiatori accanto a me facevano da sottofondo ai miei pensieri, insieme agli annunci dei voli in partenza, che si susseguivano uno dopo l’altro senza sosta.

“Isabel!” ad un tratto mi è sembrato che qualcuno avesse pronunciato un nome simile al mio, ma non ne ero sicura.
“Isabel!” ha ripetuto di nuovo, questa volta molto più da vicino.
Non ho potuto fare altro che aprire gli occhi. Solo lui mi chiamava in quel modo.
“Ryan?”
“Signore e signori, colpo di scena!” ha detto guardandosi intorno con il sorriso stampato sul volto, quasi incredulo.
Lo ero anch’io, infatti non riuscivo a parlare.
“Sono appena atterrato da Copenhagen.”
“Q-q-quindi sei uscito da lì?” gli ho chiesto, indicando il tubo che mi avrebbe portata all’interno dell’aereo.
“Esatto.”
“Sto per prendere proprio quel volo.”
“L’ho immaginato appena ti ho vista.”
“Pazzesco.” ho risposto in italiano, certa che avrebbe capito che si trattava di un’esclamazione di stupore. “La mia vita è proprio strana ultimamente.” ho continuato in inglese.
“In senso positivo, spero.”
“Sì. Non sempre a dire il vero, ma in questo caso sì.” ho risposto.
“Vuol dire che sei sulla strada giusta.” ha detto distrattamente.

Non poteva immaginare che quelle parole per me avessero un significato molto più profondo. Mi hanno fatto pensare alla collana di Stefano, cullata dalle onde del mare o approdata su chissà quale spiaggia, alle matite che avevo iniziato ad usare con regolarità, a quel modo di vivere leggero, che non mi era mai appartenuto, o che forse in realtà mi era sempre appartenuto, tanto lo sentivo mio.

“Può darsi.”
“Birra?”
Erano le 9:30 di mattina.
“Magari un cappuccino…”
“Hai ragione, è colpa del fuso orario. E poi volevo brindare a questo incontro inaspettato. Ma lo possiamo fare comunque, con il cappuccino…”
“Ma quando sei partito dal Canada?”
“Ieri mattina. Cioè pomeriggio. O forse sera, non saprei…” mi ha risposto confuso.
“E ora vai a Parigi?”

Abbiamo iniziato a chiacchierare come se niente fosse, come se ci fossimo visti la sera prima.
Come se non fosse passato un giorno da quella carezza alla fermata dell’autobus.
Come se non aspettassimo altro.
Come se la vita avesse deciso di farci una sorpresa così grande che doveva necessariamente avere un significato profondo.

Nel mio caso era semplice: ero ancora troppo scossa per pensare ad un futuro insieme a lui, anche nella forma di un’amicizia, ma quell’incontro e tutte le sensazioni che ha portato con sé mi hanno fatto capire che non ero più immobile, che ci sarebbero state altre emozioni, che potevo continuare a credere in qualcosa e che sì, esistono legami unici, innati, basati su una confidenza con radici sconosciute.
Quella mattina ho capito che ne esistono tanti, di diverse forme. Esattamente ciò di cui avevo bisogno.

la svolta

Qualche giorno dopo ero tornata alla vita di sempre, anche se solo in apparenza.
La routine era sempre la stessa: sveglia alle 7:45, alle 9:00 in ufficio, pausa pranzo dalle 13:30 alle 14.30, serata a disposizione per…qualsiasi cosa.

A pensarci bene, non mi ero mai sentita così libera. Prima c’era Gabriele, in presenza del quale non riuscivo mai a ritagliare del tempo per me stessa, poi ci sono stati i mesi di confusione, con i loro alti e bassi, le riflessioni continue, i cambiamenti di umore e l’ansia che mi faceva compagnia durante il giorno e la notte, poi c’era Stefano e la coda del ciclone che si è portato con sé. Mi sono ritrovata e poi persa nuovamente, questa volta in un buco nero ancora più profondo, che non si può nemmeno chiamare tunnel perché la luce non si intravedeva nemmeno. Più passavano i giorni e più diventava buio, freddo e inquietante.

Sono rinata un po’ alla volta, passo dopo passo, prendendomi ogni giorno del tempo per me stessa. Per cercare di accettare ciò che mi era accaduto e cosa mi occorreva per stare meglio. Sono sopravvissuta per qualche mese in questa situazione, uscendo poco di casa, rifiutandomi di uscire con altri uomini, perché ero talmente delusa che temevo che il peggio non si fosse esaurito del tutto, ma che ce ne fosse ancora traccia da qualche parte. In effetti, non mi sbagliavo.

Avevo accettato di uscire solo con un ragazzo in quel periodo e per un motivo semplice: lo conoscevo da quasi dieci anni. Luca, qualche anno più di me, anche lui di Firenze ma trapiantato a Milano, bello, non potevo negarlo, educato, con un lavoro simile al mio. Ci eravamo incontrati per caso in prossimità di un semaforo, entrambi in sella ai nostri motorini. Mi ricordo che avevo suonato il clacson per richiamare la sua attenzione e lui mi aveva fatto cenno di accostare. Non ci vedevamo da almeno due anni e in poco più di cinque minuti ci eravamo aggiornati su tutto ciò che era accaduto in quel lasso di tempo. Anche lui era stato lasciato poco tempo prima. Io non ero stata lasciata, perché non mi ero nemmeno fidanzata, ero stata abbandonata, ecco, gliel’avevo detto così, senza troppi giri di parole e senza scendere nei dettagli. Ci eravamo salutati ripromettendoci di vederci per un aperitivo e così tre giorni dopo – non aveva perso tempo a chiedermi di uscire – eravamo su una terrazza con vista sui nuovi grattacieli di Porta Nuova e un mojito in mano.

Mi ero sempre sentita a mio agio con lui. Ma quella sera era successo qualcosa di strano.
Tu hai intenzione di vivere qui, o pensi di andare all’estero nei prossimi anni? No perché se ci dovessimo fidanzare, non è che poi prendi e vai via…
Certo che se facessimo dei figli, avrebbero sicuramente gli occhi chiari!
Sai tutti i miei amici si stanno sposando, molti hanno anche già figli, mi sta salendo un po’ l’ansia.

Ero talmente fragile che al primo impatto non ero riuscita a spiegarmi come dalla sua bocca potessero essere uscite quelle frasi. L’avevo capito nei giorni successivi. Era disperato.
Sono scappata a gambe levate, sia fisicamente quella sera, che virtualmente la mattina dopo, quando di fronte al suo “‘Giorno“, apparso sullo schermo del mio cellulare all’accensione, avevo provato un senso di nausea così forte che mi aveva costretta a stare a letto venti minuti più del solito con la testa nascosta sotto al cuscino.

In seguito a quell’episodio, non sono uscita con altri uomini.
Non l’ho fatto per più di un anno, durante il quale – lo devo ammettere – non ho avuto nemmeno grandi occasioni di incontri. Ed era esattamente ciò che mi serviva: un po’ di solitudine, nel senso positivo del termine.

Uscivo con le amiche, ogni tanto con i colleghi, tornavo spesso a Firenze e rimanevo ore ed ore in camera a sfogliare vecchi diari, album di fotografie e raccolte di disegni. Ogni tanto buttavo l’occhio sulle matite colorate che mi aveva regalato Stefano, che erano rimaste sempre chiuse, fino a quando ho deciso di portarle con me a Milano. Sono state loro a farmi compagnia durante le serate in cui decidevo di rimanere a casa. Realizzavo per lo più composizioni astratte. Giocavo con le forme geometriche, con i colori, sprecavo quantità infinite di fogli: ero sempre stata così, se non mi convinceva il primo tratto, dovevo ricominciare da capo, anche se avevo ancora un foglio intero a disposizione per rimediare. Non accettavo che il primo segno non fosse perfetto, perché da quello partiva tutto. Nell’arte, come nella vita. Non volevo più prendere decisioni sbagliate, anche se piccole e apparentemente insignificanti, perché sapevo che, un po’ alla volta, mi avrebbero portata dove non desideravo andare. Prima di andare a dormire, buttavo tutto nel cestino.

Pensavo che fosse solo un modo per sfogarmi, ma mi sbagliavo. Ogni volta, senza saperlo, mettevo sulla carta i pezzetti del mio cuore e cercavo di ricomporlo. Non ci riuscivo mai e per questo gli schizzi finivano sempre nella pattumiera. Guardavo quelle forme e non mi riconoscevo. Ma non si trattava di tentativi falliti: erano piccoli gesti che mi stavano portando sulla strada giusta.

la-svoltaUn pomeriggio, nel giardino della casa dei miei genitori, ho disegnato una figura femminile. L’ho rifatta più di venti volte. Mi sono allontanata dal foglio, ho cercato di cambiare angolazione, l’ho osservata per studiarla e per cercare di capire chi rappresentasse. Accanto ho appoggiato un quadrifoglio che mi aveva portato poco prima mia mamma.

È stato il primo disegno che ho conservato. L’ho fotografato e riguardato più volte durante il viaggio di ritorno verso Milano. Volevo chiedere a quella ragazzina chi fosse, perché da sola non riuscivo a capirlo, ma lei mi guardava in silenzio. Così ho deciso di chiamarla Isabella, come me, perché non conoscendola e non avendo idea di che carattere potesse avere, mi sembrava la cosa più sensata da fare. Pensavo che fosse un portafortuna, ma era molto di più. Fin dall’inizio ho capito che seguirla e prendersi cura di lei avrebbe cambiato la mia vita.

La sua storia – la mia storia, oggi posso dirlo – è nata così.
Un mese dopo ho incontrato Ryan.

Un po’ alla volta, il futuro mi ha fatto meno paura e il passato ha assunto infinite sfumature. Ci sono eventi che non ricordo, altri che fanno molto meno male, ci sono quelli che prima mi paralizzavano e ora mi danno un senso di sollievo, altri che mi tornano in mente e mi fanno sorridere.
C’è un momento a partire dal quale, quasi senza accorgermene, ho preso in mano la mia vita e tutto ha avuto un senso. Quel disegno e le scelte a cui mi ha messo di fronte negli anni successivi hanno dato il via al percorso tortuoso che mi ha portata dove sono ora: esattamente dove vorrei essere.

una favola che non inizia

A causa della pioggia improvvisa siamo rientrati al villaggio prima del previsto. Ryan e Thomas sono tornati al loro appartamento – avevano deciso di affittare una casa particular anche a Varadero, dove solitamente si soggiorna nei grandi alberghi – per finire di preparare le valigie.
“Passiamo di qui prima di andare in aeroporto.” Mi aveva detto dandomi un bacio sulla guancia. Suonava come una promessa e speravo con tutto il mio cuore che la mantenesse, ma più passavano i minuti più temevo di non rivederlo.

Pensavo che si rendesse conto che fosse tutto inutile.
Una fiorentina che vive a Milano cosa può spartire con un canadese che vive a Parigi?

Ci saremmo (forse) rivisti qualche volta in giro per l’Europa, senza prendere impegni seri: questo era il massimo a cui ritenevo di potere aspirare.

D’altro canto, in quella fase non riuscivo nemmeno ad immaginarmi in una situazione più impegnativa. Allontanavo chiunque cercasse di avvicinarsi a me dicendo “Sono pazza, non credo che tu voglia avere a che fare con la persona che sono in questo momento.”. E devo dire che nessuno insisteva più di tanto per approfondire la questione, né mi chiedeva cosa fosse successo. Li respingevo e loro se ne andavano, senza lasciare alcuna traccia.

Con Ryan era stato diverso. Insieme a lui mi ero sentita da subito al sicuro. Avevo capito di poter parlare liberamente, forse perché si trattava di una persona talmente lontana dal mio mondo che ritenevo potesse osservarmi davvero da estraneo. E poi era più grande di me. Scherzava come un ragazzino ma ragionava come un uomo. Ecco, credo che questo mi avesse colpita più di ogni altra cosa. Era superficiale e incredibilmente profondo allo stesso tempo.

È comparso all’improvviso dietro alle mie spalle, appoggiando un cd accanto al succo d’ananas che avevo ordinato qualche minuto prima.
“Grazie.” gli ho detto, cercandolo con lo sguardo. Ho girato subito la custodia per leggere i titoli dei brani.
“Mi prometti che li ascolti?”
“Certo…ma all’interno ci sono i testi delle canzoni?”
“No, li trovi sul sito che è indicato qui.” mi ha risposto, spostando dolcemente il mio dito di qualche millimetro. “Sono curioso di sapere quale ti colpisce di più.”.

Dieci giorni dopo gli ho mandato sulla chat di Facebook la mia top 3.
Ascoltavo la sua musica in macchina, mentre andavo in ufficio, ad un aperitivo, a cena con le amiche. Non l’ho mai fatto in compagnia di qualcuno, anche perché ho parlato di Ryan a poche persone. Le altre non avrebbero capito o avrebbero fatto troppe domande.

una-favola-che-non-iniziaAbbiamo continuato a chiacchierare per almeno mezz’ora, un tempo che volevo non finisse mai, perché precedeva quello dei saluti.
“Sai qual è il problema?” gli ho chiesto mentre ci stavamo confrontando sul nostro modo di vedere le relazioni. “Mi hanno sempre detto che ho la testa sulle nuvole perché sogno di vivere nelle favole. Ma favole vere, intendo. Una storia d’amore da togliere il fiato, un principe, un castello, un percorso lineare e semplice, ecco ho sempre sperato di trovare sulla mia strada proprio questo. Non intendo un castello vero e proprio, eh. Quella è una metafora. Ho sbagliato tanto e me ne sono resa conto tardi, quando ormai avevo ricorso troppo, sperato troppo, gettato via troppo. Poi è arrivato Stefano e credevo che quella fosse la favola che stavo aspettando. Lo credevo così tanto che mi ci sono buttata con tutta me stessa. Invece è stata solo una grande illusione. La vita non mi ha dato niente di tutto quello che sognavo. Mi sono ritrovata sola, con un lavoro che non amo, lontana dalla mia famiglia. E la verità è che non ho ancora capito cosa voglio fare da grande. E oggi penso che la vita sia proprio questo: una favola che a volte non inizia.” ho concluso amareggiata.
“Non so che dirti, forse non è ancora iniziata perché non è la tua storia. Forse devi smetterla di correre dietro a una vita idealizzata e iniziare a creare davvero la tua, anche se non è scintillante come quella che hai in mente. Per lo meno sarà frutto delle tue azioni e non solo delle tue aspettative.”.

Le sue parole mi rimbombano tutt’oggi nella mente.
Non gliel’ho mai detto, ma credo che avesse ragione e tuttora non capisco come uno sconosciuto – perché allora lo potevo definire tale – potesse essersi fatto un’idea così chiara di me.

“Allora ciao Isabella. Non sono sicuro di sapere cosa sia meglio dire in queste situazioni…” mi ha detto di fronte all’autobus che l’avrebbe portato a L’Avana.
“A chi lo dici. Grazie di tutto.” gli ho risposto, con gli occhi lucidi per un misto di sconforto ed emozione. “Chissà se ti ricorderai di me.”.
Ero convinta di non essere riuscita a lasciare un segno.
“Ti aspetto a Parigi.”
“Ryan, l’ho già sentita troppe volte questa frase, anche se la destinazione era diversa.”
“Quello è il tuo passato. Hai detto che l’hai lasciato andare, no?”
“Hai ragione. Scusa, non ti meriti una risposta del genere.”
“Non ti preoccupare, ti capisco.” mi ha detto accarezzandomi il viso. Si allontanato così, senza aggiungere altro.

Mi stava dicendo che situazioni in apparenza simili potevano avere sviluppi completamente diversi.
E di non lasciare che la paura mi impedisse di scoprirlo.
Ho deciso di provare a crederci, anche se avrei voluto che non fosse così maledettamente difficile.

non era come prima

I canadesi – così li chiamavano gli altri – avevano il volo per Vancouver alle dieci di sera, perciò potevano permettersi di restare in giro quasi tutto il giorno. Osservandoli, oltretutto, non mi sembrava che avessero grandi esigenze: giravano sempre con un piccolissimo zaino, che si passavano l’un altro e dal quale ogni tanto estraevano la crema solare o dei contanti. Non credo che contenesse altro, ad eccezione – ma questa era una mia supposizione – del tappo della Reflex. Avevamo deciso di andare in motoscafo a Cayo Guillermo, dove si trovava quella che Hemingway definiva “la spiaggia più bella di Cuba”. Qualcuno aveva preferito restare al villaggio, per rilassarsi un po’ prima della tappa successiva, che prevedeva diverse ore di macchina.

Eravamo partiti in cinque: io, Ryan, Thomas e altre due ragazze del gruppo, che a dire la verità non mi suscitavano grande simpatia, ma ero contenta che si fossero unite a noi. Se non altro, facevano numero: ci sono situazioni in cui questo ha una certa rilevanza.
Alle nove di mattina eravamo già arrivati a destinazione. Abbiamo appoggiato i piedi sulla sabbia, che mi sembrava ancora più fine e bianca di quella a cui ormai mi ero abituata. La luce era accecante, non c’era quasi nessuno oltre a noi, anche se vedevo un po’ di persone camminare sul sentiero che portava lì. Avevo passato tutto il viaggio a sonnecchiare e in quel momento desideravo un caffè più di ogni altra cosa. Ho guardato Ryan, che mi sembrava stesse pensando la stessa cosa. Senza dire nulla mi ha fatto un cenno con il capo, che significava Andiamo a fare due passi. Mi sono guardata intorno per capire cosa stessero facendo gli altri. Thomas osservava la costa con la macchina fotografica in mano, penso con l’intento di immortalare quella vista incredibile, mentre le ragazze si erano allontanate per cercare un posto dove stendere i teli. In realtà non le ho più viste fino a dieci minuti prima del ritorno al villaggio e non ho idea di come abbiano passato la giornata.

Abbiamo camminato fino a dove abbiamo potuto, affrontando gli argomenti più svariati. Ho scoperto che aveva una grande passione per la musica.
“Non prendermi in giro…sei davvero famoso?” gli ho chiesto, sedendomi sul bagnasciuga. Nessuno si spingeva fino a quel punto.
“Certo.” mi ha risposto.
“Non ci credo.”
“Mi sottovaluti.”
“Assolutamente no, è solo che…sento che mi stai prendendo in giro. È una sensazione…sai quelle cose a cui non sai dare una spiegazione?”
“Sì, lo so.” mi ha detto, sorridendo. “So cosa sono le sensazioni.” ha continuato. Sapevamo entrambi che non stava più facendo riferimento alla sua presunta fama mondiale.
“Quindi…lo sei o no?”
“Ti cambia qualcosa?”
“Assolutamente no…” gli ho detto, mentre mi sdraiavo sulla schiena. “Sono solo curiosa e vorrei capire…”
“Non lo sono. Facciamo dei tour in Canada, in locali particolari, solitamente piccoli, quando organizzano serate per gruppi che suonano musica simile alla nostra. Tutto qui, è solo una passione. Non ho uno stuolo di fan al seguito, non ti preoccupare.”
“Cretino…” gli ho detto.
Sono rimasta qualche secondo in silenzio, stupita del modo in cui mi ero rivolta a lui. “Non mi sembra una cosa di poco conto comunque. Mi fai ascoltare una canzone?”
“Non ce l’ho qui. Se vuoi prima di partire ti do un cd.”
Mi ero dimenticata della sua partenza imminente.
“E come lo ascolto un cd?”
“In che senso?”
non era come prima“I lettori cd sono superati, ormai non vengono neanche più installati nei computer. Lo metterò in macchina…”
“Addirittura?” mi ha chiesto, sinceramente sorpreso.
“Sei un po’ fuori dal mondo…ma posso sapere quanti anni hai? Alla fine ieri non me l’avete detto.”
“Trentotto. Quasi…Trentasette e tre quarti.”
“Ne dimostri di meno. Pensavo che avessi la mia età.”
“Che sarebbe?”
“Trenta, compiuti da poco.”
“Anche tu sembri più giovane. Quindi sono, in ogni caso, più vecchio di te.”

Mi ha guardata negli occhi e per la prima volta…
Per la prima volta dopo Stefano, ho sentito un click.

Non sapevo se essere contenta. Da un lato mi sembrava di tradirlo. Sì, tradirlo, per quanto assurdo possa sembrare. Mi consideravo sua e pensavo che le nostre vite si fossero semplicemente incrociate in un punto sbagliato delle loro evoluzioni. Avevo anche letto un articolo su questo tema pochi giorni prima: si intitolava il dramma di incontrare l’amore della tua vita nel momento sbagliato.
Inoltre, quel click mi aveva spaventata. Le mie storie precedenti mi portavano a pensare che non potessi fidarmi più di tanto di me stessa. Chi mi poteva dare la certezza che non stessi sbagliando tutto un’altra volta?
Dall’altro lato ero sollevata. Il mio cuore non aveva smesso di funzionare, di captare i segnali, di guidarmi verso il futuro. Perché – a quel punto ne ero certa – stavo andando proprio in quella direzione.

Durante il viaggio di ritorno ci siamo seduti uno accanto all’altra, ormai poco preoccupati del fatto che gli altri potessero notare ciò che era già più che palese. Il cielo era di un azzurro meno intenso e si era riempito di nuvole. Le giornate erano piuttosto corte e avevamo l’impressione che di lì a poco avrebbe iniziato a piovere. Abbiamo aperto due bottiglie di birra, gentilmente offerte dalla guida, finendole entrambe nel giro di pochi minuti. Poco dopo, Ryan ha iniziato a posizionare la sua controvento, aspettando che emettesse il fischio e ridendo a crepapelle ogni volta che ci riusciva. Lo guardavo, mi sentivo leggera e ridevo anch’io per rispondere ai suoi sorrisi sinceri. Ci siamo riparati sotto al suo giubbino impermeabile – che non capivo da dove fosse spuntato – e abbiamo continuato a parlare anche lì sotto.

Quando ci siamo riaffacciati per capire se avesse smesso di piovere, siamo stati accolti dall’arcobaleno più intenso che avessimo mai visto.
E ho pensato a quando fosse bello perdersi.
Anche se non era come prima.
Perché era diverso, strano, ma magari chissà, persino migliore.

tutto si rimette in moto

Sono tornata al villaggio, ho fatto colazione – o meglio, ho mangiato le poche cose che erano avanzate dal buffet, mentre i camerieri portavano in cucina le stoviglie sporche e i piatti vuoti – e sono corsa nella hall, dove ho trovato gli altri intenti a sfruttare i pochi minuti di connessione che ci venivano concessi ogni giorno. Avevamo passato più di una settimana con i cellulari irraggiungibili e devo ammettere che non era stato poi così male. Certo, il primo impatto è stato piuttosto drammatico, ma sono bastate 24/36 ore per abituarci al fatto che non potevamo usare Facebook, Instagram, le mappe di Google, ma soprattutto Whatsapp. I cellulari erano rimasti negli zaini spenti o in modalità aerea, qualcuno li utilizzava per fare foto, ma la batteria era quasi sempre carica e nessuno si lamentava di quel silenzio imposto. Del resto, sapevamo a cosa saremmo andati incontro già prima di partire. Cuba è così, o per lo meno lo era fino a qualche anno fa.

L’isolamento si è interrotto quando siamo entrati nel villaggio di Varadero. Alla reception era possibile acquistare delle tessere con un codice univoco che ti permettevano di restare online per circa un’ora al giorno, che si trasformava in una decina di minuti perché la connessione non funzionava e si riuscivano a effettuare solo alcune operazioni base, con conseguente perdita di tempo e di pazienza – ad esempio, potevamo chattare ma non inviare foto e nemmeno capire cosa stesse succedendo nel mondo.

tutto si rimette in motoMi ricordo che quando ero scesa dall’aereo avevo subito cercato un Wi-Fi: era certa che l’aeroporto lo avesse. Non potevo immaginare che dovessi attendere sette giorni pieni per trovarne uno quasi funzionante, ma non posso neanche nascondere che provassi un certo piacere. Ero sicura che Stefano mi avesse scritto e speravo che si stesse preoccupando per me, che controllasse continuamente il telefono chiedendosi perché non fossi online da così tanto tempo e che non mi avesse mandato un solo messaggio, ma magari due, tre, quattro, o forse anche di più.
Invece tutto questo era successo solo nella mia mente, perché la realtà era ben diversa. Mi avevano scritto tante persone ma la sua chat era rimasta muta e non c’era traccia di lui nemmeno tra le email. Mi ero chiusa in me stessa per un giorno intero, rifiutandomi persino di uscire dalla stanza dell’albergo, nonostante tutti cercassero di farmi riflettere sul fatto che fosse perfettamente inutile e che mi stessi rovinando la vacanza.
Ma io sono fatta così, la delusione e l’ansia mi portano a chiudermi in me stessa, almeno per un po’. Almeno fino a quando non capisco che nella maggior parte dei casi sono frutto di aspettative infondate, o di un mio procedere troppo lento, o ancora di un periodo di smarrimento, che non significa non sapere dove andare, ma fermarsi ad osservare quello che non va, senza cercare di riempire il vuoto con qualcos’altro.

Fortunatamente era durato poche ore, perché quella volta avevo detto basta, ma basta davvero. Basta per sempre. Avevo deciso che non mi sarei più fatta viva e che non gli avrei più risposto, neanche se si fosse fatto sentire dopo dieci anni. Era troppo grande il dolore che aveva portato nella mia vita e troppo fitto il bosco in cui, di tanto in tanto, mi trovavo a vagabondare in cerca della luce che i suoi comportamenti avevano spento.
Tuttavia l’avevo voluto salutare dolcemente, cercando di non portare rancore, perché temevo che anche questo mi avrebbe fatto del male.
Gli avevo detto addio guardando il mare e pensando ai colori, al calore, al profumo dei fiori, al rumore delle onde, ai suoi capelli neri e a quel legame che non avrei mai immaginato si potesse rompere. Poi mi ero concentrata sul sole e in quei toni caldi vedevo il mio futuro. Volevo credere che fosse entrato nella mia vita per un motivo e non solo per sconvolgerla e farmi il cuore a pezzi. Che esistessero davvero i cicli, come avevo più volte provato sulla mia pelle: ad un punto così basso doveva necessariamente seguirne uno altrettanto alto. Del resto me lo meritavo solo per il fatto di essere sopravvissuta, giusto?

Mi sono serviti dodici mesi per capire che avevo ragione, ma non è stato semplice come immaginavo. Le cose non succedono per caso e non si superano nemmeno per caso.

C’è però sempre un punto di inizio e solo noi possiamo stabilirlo. Da quello, tutto si rimette in moto. Io ho disegnato una linea di partenza sulla sabbia proprio in quei giorni. L’ho fatto nel momento in cui ho pronunciato la parola addio, ma anche nell’istante in cui mi sono rivolta ai due ragazzi canadesi. L’ho fatto nuovamente quella sera, quando ho scritto a Ryan, in un impeto di coraggio misto a paura, consapevole del fatto che non fosse quella la soluzione ai miei problemi, ma che quel gesto potesse portarmi da qualche parte. Non avevo grandi pretese: mi bastava allontanarmi anche di pochi centimetri dalla foresta.

L’ho invitato al bar sulla spiaggia del nostro villaggio. È arrivato con Thomas, come immaginavo, ma accompagnato anche da un grande sorriso sulle labbra, che da solo mi aveva fatto capire che avessi fatto la scelta giusta.
Si sono seduti con noi intorno ad un tavolo rotondo e abbiamo bevuto almeno un paio di cocktail a testa, qualcuno forse uno in più.

Marco è stato il primo a salire in camera, seguito dagli altri che, un po’ alla volta, si sono dileguati in varie direzioni. Avevo notato che tra una coppia stava nascendo qualcosa. A dire il vero me ne ero accorta già dalle prime ore che avevamo passato insieme.
Thomas si è alzato per andare a sedersi al bancone del bar.
E così siamo rimasti solo noi. Mi sono chiesta più volte cosa ci facesse quel ragazzo così bizzarro davanti a me e perché riuscisse a farmi ridere in quel modo. Abbiamo continuato a chiacchierare sotto le stelle, fissando di tanto in tanto un punto sulla sabbia sotto ai nostri piedi, chiedendoci se tutto quello avesse un senso, se potesse finire ancora prima di prima di iniziare e se fosse già un errore. Perché si può ricominciare ma il passato non si cancella e il nostro pesava come un macigno.

Ci siamo salutati sfiorandoci la mano, con un appuntamento per la mattina successiva, che non mi ha fatto chiudere occhio tutta la notte.

da dove si riparte

“Eccoti. Ci stavamo preoccupando.” ho riconosciuto la voce di Marco prima di voltarmi verso di lui.
“Pur volendo, non potevo allontanarmi più di tanto.” gli ho risposto con un sorriso, indicando con una mano quella distesa azzurra infinita.
“Pensavamo di fare una gita sul catamarano, ti va?”
“Certo. Posso fare colazione?”
“Certo che no, cosa ti viene in mente?” mi ha risposto alzando gli occhi al cielo. “Isa, puoi prenderti tutto il tempo che vuoi.” ha continuato. “Possiamo anche farla nel pomeriggio, oppure domani, tra due giorni, una settimana.”
“Esagerato…tra una settimana sai dove saremo? Davanti a quel maledetto computer!”
“Grazie per avermelo ricordato.”
“In effetti mentre lo dicevo ho avuto la sensazione che quella fosse la vita di qualcun altro. Non pensiamoci.”
“Davvero…torno dagli altri.” ha tagliato corto Marco. “Ti aspettiamo.”
da dove si riparte“A tra poco.” gli ho risposto.
Ho continuato a camminare sulla riva nella direzione opposta a quella del nostro albergo, senza rendermi conto che mi trovavo già a qualche chilometro di distanza. Avevo raggiunto un’area selvaggia, dove l’uomo non si era ancora spinto a costruire strutture e a piantare ombrelloni. Mi sono seduta sulla sabbia e qualche istante dopo ho capito di non essere sola.

Qualche metro più in là, coperti in parte da un grande masso, c’erano due ragazzi. Quando mi sono voltata verso di loro, hanno entrambi alzato la mano per salutarmi. Sono certa che stessero parlando di me: probabilmente si stavano chiedendo cosa ci facessi lì.

“Posso farvi una domanda?”
“Certo.” mi ha risposto quello che sembrava più giovane, in un inglese perfetto, ma con una cadenza che non riuscivo a distinguere.
“Sapete se là…” mi sono alzata in piedi per spiegarmi meglio “…la spiaggia continua?”. Non riuscivo a capire se potessi continuare la mia passeggiata.

Qualche minuto dopo eravamo tutti e tre in piedi sul bagnasciuga.
“Sono italiana, sì. Di Firenze…la conoscete?”
“Ci siamo stati entrambi. Lui è un pilota, è stato dappertutto. Io ci sono passato l’anno scorso, durante un tour nel centro e sud Italia.”
“Viaggiate molto?”
“Cerchiamo di fare un viaggio insieme ogni anno, è una tradizione ormai ventennale. E poi ognuno si dedica ad altre mete.”
“Ventennale…complimenti! Sì, non sembra ma siamo abbastanza vecchi.”
“Non intendevo quello!”
“Quanti anni ci dai?”
“A te…” avevo deciso di stare al gioco, ma mi hanno subito interrotto.
“Fattene una ragione.” ha detto il “giovane” all’altro.
“Siamo coetanei. Abbiamo studiato insieme dall’asilo alle superiori. Stesso anno, stesso mese, solo pochi giorni di differenza.”
“Accidenti…beh, devo ammettere che tu…Ryan, giusto? Dimostri qualche anno in meno. A questo punto concedetemi di dirlo.”
“Siamo abituati, succede ogni volta.” ha detto lui toccandosi i capelli.

Non era bello, ma c’era qualcosa in lui che mi aveva attratto fin dall’inizio. Era ironico, ecco. Forse era questo.
“Succede ogni volta che trovate una ragazza sola in una spiaggia deserta e attaccate bottone?” gli ho chiesto, mentre entrambi ridevano.
“Fino a prova contraria l’hai fatto tu…interessante l’escamotage della spiaggia, lo riutilizzerò in futuro…” mi ha risposto.
“Era una domanda seria, alla quale non avete risposto!”
“Scusa, è stata colpa mia, mi sono distratto.”

Mi sono girata di scatto perché sapevo di avere il volto arrossato. Era da tanto che non mi sentivo corteggiata, al punto che non ricordavo nemmeno cosa si provasse.
“E quindi…di dove siete?” ho chiesto, per cambiare discorso.
“Siamo canadesi, di Vancouver. Ma lui vive a Dubai, perché lavora per Emirates, io a Parigi.”
“Emirates…che bello! E tu, di cosa ti occupi?”
“Sono un architetto. Tu invece?”
“Io…beh, al momento lavoro in una società di consulenza.”
“Dici al momento perché hai intenzione di cambiare?”, mi ha domandato Ryan. Ormai la conversazione era solo tra noi due.
“Ci sto pensando.”
“Per fare cosa?”
“A dire il vero, non lo so. Qualcosa di creativo, suppongo.”
“Tipo?”
“Vorrei scrivere. Credo. Ma non nel senso di diventare una scrittrice di romanzi. Vorrei guadagnarmi da vivere scrivendo, collaborando con diversi magazine e siti, poi certo, mi piacerebbe avere uno spazio tutto mio.”
“Fallo. Inizia da quello.”
“Voi volete restare qui o ci possiamo incamminare verso quella zona?” ho chiesto, indicando i villaggi che sembravano dei minuscoli puntini sulla costa. “Mi stanno aspettando.”.
“Pensavamo fossi sola.” ha risposto Thomas, dopo una decina di minuti di silenzio assoluto.
“No, siamo un piccolo gruppo di colleghi e amici.”.

Dopo pochi metri lo schieramento era già evidente. Io e Ryan a passo lento uno accanto all’altra. Thomas dietro di noi, con una grande Reflex in mano, intento a catturare la natura incredibile che ci circondava.

“Oltre a lavorare, che fai nella vita?” mi ha chiesto mettendosi le mani in tasca.
“Cerco di uscire da una situazione.” ho risposto, sorprendendomi per aver dato una risposta così intima ad uno sconosciuto.
“Brutta?”
“Troppo bella. E poi troppo brutta.”
“Questioni di cuore, ne deduco…” ha intuito. “Cosa è successo, se posso chiedere?”
Era passato tanto tempo dall’ultima volta in cui avevo raccontato ciò che era successo dall’inizio, ma non ci ho pensato due volte e nel giro di qualche minuto avevo riassunto l’ultimo anno e mezzo in un flusso abbastanza ordinato di pensieri.
“Diceva che ci saremmo sposati nel giro di sei mesi se avessimo risolto i nostri problemi. Io l’ho fatto, lui…credo di no.”
Ryan aveva ascoltato la mia storia con grande attenzione, interrompendomi solo qualche volta per farmi domande pertinenti, cosa che non mi aveva lasciato indifferente. Non aveva fatto commenti particolari, ma mi aveva chiesto se lo stessi ancora aspettando, mettendomi in grande difficoltà, nonostante fosse l’unica domanda sensata da rivolgermi.
“No…o meglio, non lo so, sono sincera. So che non lo devo fare, ma dentro di me forse sì, lo aspetto ancora, ma chissà per quanto sarà così, magari dovrò conviverci per il resto della mia vita. Non so cosa debba succedere perché questo filo che ci lega si rompa, spesso mi chiedo se sia tutto nella mia testa…Magari lui mi ha già dimenticata, del resto sarà tornato alla vita di sempre…”
“Quella che non aveva mai lasciato.”
“Esatto…”
“E in cui tu sei piombata come una meteora. No, non sta vivendo serenamente, credimi. Lo potrà fare in futuro, ma chissà tra quanto tempo. Lui per stare bene può solo dimenticarti, ma non succederà mai. Tu invece ti ricorderai sempre di lui, ma puoi disegnare la tua vita esattamente come l’hai sempre sognata.”
“Ma non so nemmeno da dove si riparte.”
“Scrivi.”
“Ma cosa?”
“Quello che ti passa per la testa.”
“Ma non vorrebbe mai leggerlo nessuno.”
“Devi scrivere per te stessa.”
“Quindi, su fogli di carta?”
“Dove ti pare.” mi ha risposto lui, con estrema semplicità.
“Penserai che sono pazza.”
“Nient’affatto. Cosa fai stasera?” mi ha chiesto, avendo capito che eravamo quasi giunti a destinazione.
“Niente, c’è poco da fare qui intorno. Staremo nel villaggio.”
“Ti passo a salutare.”
“Ecco…” ho cercato di frenare il suo entusiasmo. “Non so se è il caso.”, gli ho detto. Il mio pensiero era volato subito – e per certi versi inspiegabilmente – a Marco.
“Sei con qualcuno?”
Aveva capito tutto. “No, sono con i miei amici.”
“Sì, ma tra gli amici…”
“No, assolutamente no! Ti ho parlato di un’altra persona fino a poco fa, non c’è nessun altro nella mia vita.”
“Non insisto. Ti lascio il mio numero, fatti sentire tu se vuoi. Noi siamo qui fino a domani sera, poi torniamo in Canada.”
“Ma non vivevi a Parigi?”
“La prossima settimana sarò lì, mi sono preso qualche giorno di ferie in più per tornare a casa.”

Si è chinato sulla sabbia e ha iniziato a scrivere +33 45…era il suo numero di cellulare.
“Fai una foto.”
“Ma non ho il cellulare.”
“Vai a prenderlo prima che si cancelli. Non ho carta e penna, mi dispiace.”.

Ci siamo salutati. Li ho osservati mentre si allontanavano. Mi sono guardata intorno e mi sembrava tutto più luminoso. L’acqua era ancora più blu, la sabbia quasi bianca, le palme di un verde scintillante, vedevo il sole riflesso dappertutto. Sono corsa in camera a prendere il telefono e ho salvato il suo numero nella rubrica. Poi ho passato il piede sopra la scritta, cancellandone ogni traccia.