quattro settimane di silenzio

In quelle quattro settimane di silenzio mi sono riappropriata di quella che definivo “normalità”. Ho ritrovato il mio equilibrio, o almeno ciò che consideravo tale. Con il passare dei giorni sono riuscita a tornare alla vita di sempre, ho ricominciato a dormire, non mi svegliavo in preda al panico a tutte le ore della notte, riuscivo anche a nutrirmi come un essere umano.

Le mie giornate erano molto diverse una dall’altra ma avevano un denominatore comune: la frenesia. Mi buttavo a capofitto in qualsiasi attività, dal lavoro alla pulizia della casa, da letture futili all’attività sportiva. Facevo tutto con un unico obiettivo: annullare le mie funzioni cerebrali. Non pensare. Mi concentravo su questioni irrilevanti, cercavo soluzioni a problemi che spesso ero io stessa a creare, mi dedicavo a tutti meno che a me.  

 

Ho ricreato uno stato di pace illusoria, focalizzandomi il più possibile su Gabriele, il mio fidanzato, sulle abitudini e sulla famigliarità dei gesti che scandivano le nostre giornate, scegliendo di ignorare tutto il resto.

Sono così riuscita, dopo alcuni giorni di pausa, a dare una svolta all’organizzazione del matrimonio, dando un acconto per la location del ricevimento: la terrazza di un lussuoso albergo di Firenze. Non ero convinta della scelta, avrei preferito un ambiente più informale e accogliente, ma in quel momento mi servivano certezze. Preferivo mettere il sigillo con una scelta affrettata piuttosto che allungare i tempi e rimandare la decisione. In quei giorni, abbiamo trovato un accordo anche sulla Chiesa. Così ho iniziato a raccogliere informazioni e immagini sugli abiti da sposa.

Ma più andavo avanti nella ricerca e nella definizione dei dettagli della cerimonia, più diminuiva il mio entusiasmo.

Facevo tutto per inerzia e senza passione. E per questo mi sentivo una stupida. Non era quello che avevo sempre voluto Perché non riuscivo ad essere contenta? Chiunque al mio posto lo sarebbe stato. La verità era che quel silenzio imposto, sebbene avesse rimesso la mia vita sul binario “giusto”, iniziava a pesarmi.

Dopo quattro settimane, una mattina ho preso in mano il telefono e ho trovato un sms di Stefano.
“Ho saputo che avete deciso dove fare il ricevimento. Sei felice?”

Sì. Ero felicissima.
Di aver ricevuto quel messaggio.