conto alla rovescia

“E’ nuova quella collana? Cosa c’è scritto?” mi ha chiesto Gabriele, appena rientrato dal lavoro.
“Me l’ha data Simona…sulla mia strada. E’ una frase di Liga” ho risposto.
“Come mai questo regalo?”
“Non so, sai che fa sempre le cose senza una logica…”.

Era così strano mentirgli, ma non avevo scelta. Non sapevo come giustificare il fatto che quello fosse un regalo di Stefano. Era stato un gesto talmente inaspettato per me, che era impensabile che Gabriele lo potesse comprendere…e accettare.

Avrei potuto risolvere il problema a monte, nascondendo la collana in un cassetto insieme ad altre cianfrusaglie. Ma la verità era che volevo proprio sentirmela addosso. Quindi avevo preparato quella scusa, sicura che Gabriele se la sarebbe bevuta e facilitata dal fatto che anche lei idolatrava Ligabue. Ed essendo una delle mie migliori amiche, non le avrei nemmeno dovuto dare spiegazioni.

conto_alla_rovesciaQuella sera, mentre cucinavo, ripensavo a tutto ciò che era successo negli ultimi due mesi. Ma la mente si spingeva molto più in là, quasi incontrollabile, così mi sono ritrovata a fare visita a tanti momenti del passato, tutti legati al mio rapporto con Stefano.

Ci eravamo conosciuti sette anni prima sui banchi dell’università. Frequentavamo due facoltà diverse ma eravamo iscritti allo stesso corso extra-curriculare di graphic design.

A me mancavano pochi crediti per finire la triennale di Economia e Commercio con il massimo dei voti nonostante il mio interesse verso quelle materie fosse pari a zero.
Volevo scrivere. E disegnare. Invece davo esami di bilancio e finanza aziendale.
Lui era laureato in informatica ed era stato iscritto a quel corso dal suo capo, quasi per gioco.
Avevamo entrambi velleità artistiche. Anzi, in un certo senso ci vendevamo già come artisti, senza aver mai avuto niente a che fare con una qualsivoglia forma d’arte, se non durante gli anni del liceo.

Io all’epoca ero già fidanzata da più di tre anni con Gabriele, Stefano di lì a poco si sarebbe sposato, giovanissimo.
Il feeling tra di noi era stato immediato. Mi aveva colpito dal primo istante.
Dopo pochi minuti avevamo già la confidenza di chi si conosce da anni. O da sempre.

Due mesi dopo, ero in crisi. Non tanto per lui come ipotetico nuovo fidanzato, anche perché nella mia testa era già sposato, ma per le sensazioni che provavo. Ero rinata, mi svegliavo con il sorriso sulle labbra, riuscivo quasi ad apprezzare econometria. No, non esageriamo.
Questa positività era controbilanciata dal modo in cui mi sentivo dentro casa: chiusa in una gabbia.
Invece di meditare su quei segnali di malessere, avevo optato per la repressione di qualsiasi tipo di sentimento, ingoiando domande e dubbi, certa che non si sarebbero ripresentati.

Il corso era poi finito ed eravamo tornati alla vita di sempre, perdendoci – forse volutamente – di vista.

Fino al giorno in cui, sei anni dopo, me lo sono trovato davanti alla macchinetta del caffè dell’azienda in cui ero appena stata assunta. La stessa in cui lui lavorava da tre anni.

“Ridendo e scherzando, siamo a meno sette. Dobbiamo fare il conto alla rovescia!”. La voce di Gabriele mi ha riportata subito alla realtà.
“Solo sette giorni, è vero”. Cominciavo a realizzare il fatto che mancasse davvero poco alla partenza di Stefano.
“Mesi, vorrai dire…”
“Sette mesi. Al matrimonio. Sì, manca davvero poco”.