alla nostra nuova vita

“Grazie per la collana, ma soprattutto per le parole che l’hanno accompagnata. Sei speciale. Se ti va, ti aspetto per un caffè nel mio ufficio domani mattina.”
“Certo, a domani. Notte”.

Ecco, proprio quello che volevo evitare.
Comunicare di nascosto – avevamo iniziato a sentirci solo tramite l’email di lavoro, che nessuno dei due aveva impostato sul telefono ma era accessibile dal portale aziendale – omettere, mentire.
Ma continuavo ad essere sicura che fosse una situazione temporanea, legata alla sua imminente partenza.
Poi sarebbe tornato tutto come prima.

“Buongiorno”
“Ciao Ste”
“Tutto ok?”
“Sì. Grazie ancora per la collana. Non avevo mai notato che avessi un tatuaggio”
“Qui, guarda. Quando l’ho fatto non avevo delle grandi motivazioni. Amavo quell’espressione, ma non la associavo a nulla. Probabilmente in quel periodo non ero nemmeno sulla mia strada. Forse nemmeno ora, ma finalmente gli ho dato un significato, collegandolo a te. Ti capita mai di trovare un senso a quello che fai dopo un po’? Tipo…a posteriori? Come se sul momento senti di volerlo fare, non ne capisci nemmeno il motivo, ma dopo…”
“Mi capita sempre” ho risposto interrompendolo. “Sempre.”.

Non riuscivo a guardarlo negli occhi. Non c’ero mai riuscita in realtà. Proprio io che sfidavo tutti con lo sguardo. Lo rivolgevo alla frase scritta in corsivo, all’interno del braccio destro.

“Adesso mi ricorderà per sempre la mia Bisy”
Odiavo quel soprannome, lo sapeva benissimo. Mi chiamava così apposta, per farmi innervosire. Ma quel giorno non ho reagito, perché al mia ho smesso di ragionare. Come poteva aver detto “mia”? Io ero di Gabriele, non sua.

Mi sono fatta coraggio, pensando che, se non l’avessi fatto in quel momento, non ci sarebbe stata un’altra occasione per esternare almeno una parte di quello che provavo. Glielo dovevo, dopo tutto lui si era esposto molto. E probabilmente lo dovevo anche a me stessa.

“Ste, non so cosa significhi, probabilmente assolutamente niente, ma anch’io mi sento legata a te in un modo difficile da spiegare. Quando ci sei, sono felice. Anche se non mi parli. Mi basta sapere che sei nel tuo ufficio, o vederti mentre cammini nei corridoi. Però io ho la mia vita e tu la tua. Non so, penserai che io sia pazza. Non ci capisco più nulla. In ogni caso tu non sei mai stato un problema per me, ecco.”
“Finalmente riesci a dirmi qualcosa…provo le stesse cose anch’io. Non sai quante domande mi sono fatto in quel mese di silenzio. Ti vedevo sempre in difficoltà di fronte a me nelle settimane precedenti. Mi guardavi con gli occhi pieni di lacrime e di domande…perché non me le hai mai fatte? Cosa volevi dirmi? Non voglio che tu mi risponda adesso, però pensaci. Promettimelo. Devi darti delle risposte.”
“Va bene, te lo prometto. Sono un casino, lo so.”
“Ma che casino…” ha replicato appoggiandomi le mani sulle spalle. “Stai tranquilla, ok?”
“Ok”. Solo in quel momento sono riuscita ad alzare lo sguardo, incrociando i suoi occhi per pochi secondi.

“Ricordati di domani sera”
“Eh?” gli ho risposto, completamente assorta nei miei pensieri.
“Domani sera…la mia festa di addio.”
“Sì che me lo ricordo, non si parla d’altro in azienda. Sembra l’evento dell’anno. Possiamo chiamarla in un altro modo però? Non voglio più sentire la parola addio associata a te.”
“Per noi non è un addio. Non potrebbe mai esserlo. Lo sai.”.

“Entrando a sinistra, terzo piano”.
Ci ha accolti la moglie di Stefano. In casa c’erano già almeno quaranta persone, di cui trentanove alcolizzate. Praticamente tutti tranne lei. Per non essere da meno, mi sono subito fatta riempire un bicchiere di prosecco e mi sono spostata, insieme a Gabriele, sulla terrazza. Gli ho presentato qualche collega che non aveva mai conosciuto.

alla-nostra-nuova-vitaEra una di quelle serate primaverili in cui Milano appariva…bella. Sì, bella.
Non tanto quanto Firenze, la città in cui ero nata e cresciuta, che per me non aveva eguali al mondo.
A modo suo, anche Milano sapeva affascinarmi e stupirmi, di tanto in tanto. E pensare che, ai tempi dell’università, la detestavo. Probabilmente perché non la vivevo. Anzi, probabilmente perché non vivevo e basta. Mi ero trasferita a 18 anni per seguire Gabriele e i suoi sogni di gloria: voleva fare il medico, a qualsiasi costo.
Io volevo fare tutto e niente. Un giorno tutto, il giorno dopo niente. Credo che abbia a che fare con il fatto che non avessi mai pensato a cosa volessi fare davvero. Avevo fatto un test di ingresso di una facoltà a caso ed ero arrivata tra i primi tre della graduatoria. Quindi, sempre a caso, mi ero iscritta in quell’università, scegliendo un corso di laurea…ovviamente a caso.
Solo frequentando le classi di graphic design mi ero ricordata di quanto fosse importante seguire le proprie passioni e della sensazione che si prova a fare ciò per cui si è davvero portati. Ciò per cui si nasce. Ma pensavo che fosse troppo tardi per farlo.

Avevo quindi deciso di proseguire dritto, senza dare ascolto a quelli che Gabriele definiva i miei “colpi di testa folli”. Studiavo malvolentieri, uscivo poco, vivevo nella sua ombra, nonostante fossi piena di interessi e talenti. Di conseguenza, odiavo anche la città che era il palcoscenico di tutto questo. Solo successivamente, grazie ad alcune esperienze e alla carriera che sono riuscita a costruirmi, in un ambito che nonostante tutto mi appassiona, sono riuscita a rivalutare Milano.

Mentre nella mia testa aveva luogo questo excursus storico, Stefano si è avvicinato per fare un brindisi. Gabriele intanto si era spostato in sala e stava chiacchierando con sua moglie.
“Non ti sembra che gli altri ci guardino con fare sospetto?” mi ha chiesto.
“Ahah ma come parli? Comunque sì, ho notato la stessa cosa. Chissà cosa pensano.”.

La verità era che tutti avevano capito e sapevano, da sempre, che tra di noi c’era qualcosa. Un legame speciale, che si percepiva dai nostri comportamenti e dal modo in cui parlavamo dell’altro.
Solo noi due non ci avevamo mai capito nulla.

“Allora la casa com’è? Sei riuscita a fare ordine? Scusa se non sono passato nei giorni scorsi, te lo volevo dire anche stamattina, ti avrei aiutata volentieri ma ho tante cose da sistemare in ufficio prima della partenza.”
“Figurati…la casa è…normale.”
“Normale…ma cosa significa normale? Certo che sei strana forte! Sarà sicuramente stupenda. Dai visto che entrambi siamo ad un punto di svolta facciamo un brindisi…alle nostre nuove vite!”.

O forse sarebbe stato più corretto brindare alla nostra nuova vita.
Quella che era lì, ad un passo da noi, ad aspettarci, chissà da quanto.

conto alla rovescia

“E’ nuova quella collana? Cosa c’è scritto?” mi ha chiesto Gabriele, appena rientrato dal lavoro.
“Me l’ha data Simona…sulla mia strada. E’ una frase di Liga” ho risposto.
“Come mai questo regalo?”
“Non so, sai che fa sempre le cose senza una logica…”.

Era così strano mentirgli, ma non avevo scelta. Non sapevo come giustificare il fatto che quello fosse un regalo di Stefano. Era stato un gesto talmente inaspettato per me, che era impensabile che Gabriele lo potesse comprendere…e accettare.

Avrei potuto risolvere il problema a monte, nascondendo la collana in un cassetto insieme ad altre cianfrusaglie. Ma la verità era che volevo proprio sentirmela addosso. Quindi avevo preparato quella scusa, sicura che Gabriele se la sarebbe bevuta e facilitata dal fatto che anche lei idolatrava Ligabue. Ed essendo una delle mie migliori amiche, non le avrei nemmeno dovuto dare spiegazioni.

conto_alla_rovesciaQuella sera, mentre cucinavo, ripensavo a tutto ciò che era successo negli ultimi due mesi. Ma la mente si spingeva molto più in là, quasi incontrollabile, così mi sono ritrovata a fare visita a tanti momenti del passato, tutti legati al mio rapporto con Stefano.

Ci eravamo conosciuti sette anni prima sui banchi dell’università. Frequentavamo due facoltà diverse ma eravamo iscritti allo stesso corso extra-curriculare di graphic design.

A me mancavano pochi crediti per finire la triennale di Economia e Commercio con il massimo dei voti nonostante il mio interesse verso quelle materie fosse pari a zero.
Volevo scrivere. E disegnare. Invece davo esami di bilancio e finanza aziendale.
Lui era laureato in informatica ed era stato iscritto a quel corso dal suo capo, quasi per gioco.
Avevamo entrambi velleità artistiche. Anzi, in un certo senso ci vendevamo già come artisti, senza aver mai avuto niente a che fare con una qualsivoglia forma d’arte, se non durante gli anni del liceo.

Io all’epoca ero già fidanzata da più di tre anni con Gabriele, Stefano di lì a poco si sarebbe sposato, giovanissimo.
Il feeling tra di noi era stato immediato. Mi aveva colpito dal primo istante.
Dopo pochi minuti avevamo già la confidenza di chi si conosce da anni. O da sempre.

Due mesi dopo, ero in crisi. Non tanto per lui come ipotetico nuovo fidanzato, anche perché nella mia testa era già sposato, ma per le sensazioni che provavo. Ero rinata, mi svegliavo con il sorriso sulle labbra, riuscivo quasi ad apprezzare econometria. No, non esageriamo.
Questa positività era controbilanciata dal modo in cui mi sentivo dentro casa: chiusa in una gabbia.
Invece di meditare su quei segnali di malessere, avevo optato per la repressione di qualsiasi tipo di sentimento, ingoiando domande e dubbi, certa che non si sarebbero ripresentati.

Il corso era poi finito ed eravamo tornati alla vita di sempre, perdendoci – forse volutamente – di vista.

Fino al giorno in cui, sei anni dopo, me lo sono trovato davanti alla macchinetta del caffè dell’azienda in cui ero appena stata assunta. La stessa in cui lui lavorava da tre anni.

“Ridendo e scherzando, siamo a meno sette. Dobbiamo fare il conto alla rovescia!”. La voce di Gabriele mi ha riportata subito alla realtà.
“Solo sette giorni, è vero”. Cominciavo a realizzare il fatto che mancasse davvero poco alla partenza di Stefano.
“Mesi, vorrai dire…”
“Sette mesi. Al matrimonio. Sì, manca davvero poco”.

sulla mia strada

Le giornate trascorrevano veloci.
Io e Gabriele eravamo nel pieno del trasloco, che sembrava non finire mai. Stavamo spostando gli ultimi scatoloni dall’appartamento in cui avevamo vissuto per quattro anni a quella che sarebbe dovuta diventare la nostra vera “casa”. Pochi mesi prima avevamo comprato un attico in una zona che piaceva a entrambi. Dopo sei mesi di lavori di ristrutturazione, eravamo finalmente pronti a trasferirci, chiudendo la saracinesca sul tema affitti, proprietari pazzi, mobili insignificanti e temporanei perché tanto-non-sono-quelli-della-vita.

Ho preso due giorni di ferie in coda al fine settimana per cercare di fare un po’ di ordine. Seppure fosse già pieno di oggetti, vestiti e quadri, appoggiati in tutti gli spazi disponibili, quello spazio mi sembrava così grande e…freddo. Era un ambiente asettico e volevo provare a dargli una nuova anima.

Stefano mi aveva offerto il suo aiuto ma quel lunedì non si era fatto sentire.
Il martedì pomeriggio, rientrando in casa dopo pranzo, ho incontrato il portinaio, che mi ha allungato un pacchetto.
“L’ha portato un ragazzo, ha detto che il suo nome è scritto sul biglietto, era alto…con i capelli neri…talmente tanti che pensavo avesse in testa un casco!”

È stefano, ho pensato. Non avevo dubbi.

Mi sono seduta sul divano con quell’oggetto misterioso tra le mani. Per prima cosa, ho aperto la busta.

Se qualcuno mi chiedesse “Perché le stai scrivendo?”…probabilmente, in questo momento, non sarei in grado di rispondere.

Forse perché sento la partenza per Boston sempre più vicina – manca solo una settimana se ci pensi – o forse perché, in generale, l’ultimo periodo è stato un po’ movimentato e mi ha lasciato con tanti dubbi e domande, partendo da quella che più volte mi sono posto: “Perché hai ritrovato la serenità allontanandoti da me?”.

Non sono qui per avere delle risposte, solo per dirti che questo periodo ha disorientato (tanto) anche me e che adesso mi spaventa l’idea di partire, anche se da un lato penso che sia meglio così, almeno ho la certezza che non sarò mai un problema per te, vivendo ad un oceano di distanza.

Mi  sono reso conto di quanto sia legato a te e sinceramente non sono sicuro di capirne il motivo. So solo che vorrei poterti stare vicino, proteggerti, vederti felice e senza pensieri. Ricordati che per te ci sarò sempre, anche se per qualche anno non fisicamente. Non so ancora quando riuscirò a tornare in Italia, spero almeno una volta ogni sei mesi.

Nel pacchetto troverai una collana. Come sai sono un grande fan di Ligabue. Ti ho fatto incidere il titolo della sua canzone per me più significativa: sulla mia strada. Io ce l’ho tatuato sul polso. Ti auguro con tutto il mio cuore di trovarla, la tua strada. Probabilmente ci sei già riuscita. Se così non fosse, continua a cercarla, perché ti meriti il meglio che la vita possa offrire.

So che queste parole sono un po’ strane e indefinite – lo sono anche per me che le ho scritte – ma sono l’unico modo che ho per sentirti più vicina e per dimostrarti almeno una parte dell’affetto che provo per te.

Un abbraccio
Ste

Con gli occhi pieni di lacrime, mi sono appoggiata allo schienale, ho aperto il pacchetto e stretto la collana in una mano.

Non capivo come potesse avere scritto quella lettera, così vaga ma capace di colpirmi al cuore con una precisione millimetrica.

sulla-mia-stradaSi leggeva chiaramente la paura di perdermi, ma allo stesso tempo la forza di guardare avanti e lasciarmi andare libera verso quello che desideravo per me stessa. E questo è forse il gesto d’amore più grande che si possa fare per una persona.
Allo stesso tempo, mi legava per sempre a sé con quella frase, che poteva leggere tutti i giorni, indelebile, sulla sua pelle.
C’era molta più eternità in quel regalo che in tutti quelli che avevo ricevuto fino a quel giorno.

Pensavamo entrambi che le nostre strade fossero destinate a dividersi per sempre, quando in realtà stavamo solo percorrendo due sentieri a prima vista diametralmente opposti, ma che si sarebbero presto incrociati.