a proposito di sogni

“Non ci sono a pranzo, ci vediamo tra un’oretta.”
“Ok Isa, a dopo. Dove vai?” mi ha chiesto il mio capo.
“Non so.”
“Secondo me ci stai nascondendo qualcosa…”
“Ma figurati! Ciao.”. Ho lasciato la scrivania ma sono rientrata nella stanza cinque minuti dopo.
“Già finito?”
“Avevo dimenticato questo…” gli ho risposto sventolando il badge.
“Sei proprio fusa eh.”
“Come al solito.”
Un po’ di più del solito, ho detto tra me e me.

Da quando avevo messo piede in ufficio quella mattina, avevo fatto il conto alla rovescia delle ore e dei minuti che mancavano al nostro incontro. Alle 13:00 in punto mi ero lasciata il cancello alle spalle. Stefano mi stava aspettando dall’altro lato della strada. Era girato di spalle. Mi sono avvicinata molto lentamente e gli ho toccato una spalla con la mano.

“Eccoti…Ciao Bella!”
“No, non ci siamo…nessuno mi può chiamare Bella, lo sai, tanto meno tu…Ora torno indietro e rifacciamo la scena.”

Ho fatto qualche passo indietro mentre lui mi guardava divertito. Poi con un salto mi sono riavvicinata.
“Ciao Bellina mia.”
“Ciao Ste.” gli ho sorriso e ho poi ho aggiunto “Hai portato i panini? Possiamo andare a mangiarli al parco.”
“Ok. Sì, sono qui.” mi ha risposto indicando il sacchetto che li conteneva.

Ci siamo seduti sull’unica panchina all’ombra. Come sempre durante i nostri ultimi incontri, c’era un po’ di imbarazzo a farci compagnia. Ma dopo qualche minuto, la tensione si è sciolta. E c’eravamo noi, seduti uno di fianco all’altra.

Guardavo davanti a me, fissando un punto indefinito sul prato.
“Oggi non ho voglia di fare nulla.” gli ho detto.
“Come mai?”
“Non lo so.”
Fai il lavoro dei tuoi sogni. Sei amata, stimata e gratificata…sei circondata da persone che vedono il sole ogni mattina. Dai loro questo privilegio. Io l’ho avuto e so cosa si prova.”
“Che parole stupende…Però Ste, faccio il lavoro che ho sempre detto di voler fare, quello che è giusto e coerente con il percorso che ho fatto, ma non riesco più a capire se sia il lavoro dei miei sogni.”.

Da quando avevo fatto spazio a Stefano nella mia quotidianità, avevo iniziato, senza quasi rendermene conto, a mettere tutto in discussione. Dal mio rapporto con Gabriele, a quello con la mia famiglia e con gli amici, alle scelte che avevo fatto fino a quel momento. Non c’era nulla che fosse escluso da questo processo. E non è un caso che, nel corso dei mesi successivi, abbia stravolto la mia vita sotto ogni singolo aspetto.

“Puoi sempre mollare tutto e venire negli Stati Uniti.”
“Non esageriamo…Però è chiaro che se la situazione dovesse rimanere così a lungo, mi farò delle domande.”
Ci faremo delle domande.” mi ha corretta lui. Poi ha aggiunto “Va beh, a quel punto…”
“Non credere che mi spaventi l’idea di fare una pazzia.”
“Non rispondo perché è meglio. Sarò là ad aspettarti, anche tutta la vita.“.

Che meraviglia, ho pensato. Nessuno mi aveva mai detto niente di simile. Ma a volte avevo l’impressione che si dimenticasse di essere sposato.
“Intanto tu prendi le tue decisioni con calma e vedrai che poi metteremo tutto a posto. Qualsiasi cosa voglia dire.” gli ho detto.
“Speriamo. Comunque ti capisco, perché sto vivendo la stessa situazione. Anch’io sono pieno di dubbi. Penso che quello che sto facendo sia giusto, ma c’è qualcosa che inspiegabilmente mi frena.”
“Forse è proprio questo il problema.”.

Ho fatto una pausa, perché stavo continuando a riflettere su ciò che avevo appena detto.
“Quale problema?” mi ha chiesto Stefano.
“Ho notato che nelle nostre conversazioni usiamo sempre la parola “giusto”. E’ giusto questo, è giusto quello…ma giusto cosa significa? E’ anche ciò che vogliamo davvero?“.
Questa volta è rimasto in silenzio lui.

“Comunque, mi avevi promesso che mi avresti portato il regalo.” gli ho detto, anche per cambiare discorso.
“Ce l’ho in macchina.”
“Uffa.”. Mi sono rannicchiata tenendo le gambe tra le braccia.
“Se metti quel broncio da bambina sono costretto ad andare a prenderlo.”
Ho cercato di tenere la stessa espressione ma ad un certo punto sono esplosa in una fragorosa risata.
“Anche se ridi così sono costretto ad andare a prenderlo.”.

Si è alzato senza che io avessi il tempo di rispondere e pochi minuti dopo è tornato con un sacchetto in mano.
L’ha appoggiato di fianco a quello dei panini, che non avevamo pensato nemmeno per un secondo di mangiare. Il cibo era passato decisamente in secondo piano.
“Allora…sapevo che avresti preferito qualcosa dell’università. Mi ha sempre colpito la tua passione per i gadget delle aziende. Qui non c’è scritto MIT da nessuna parte, anche perché ho pensato che se ti avessi fatto un regalo di quel tipo lo avresti dovuto nascondere chissà dove. Quindi ti ho portato queste, si trovano solo negli Stati Uniti…”

a-proposito-di-sogniMi ha messo una scatola rettangolare tra le mani facendomi cenno con la testa di aprirla.
Morivo dalla curiosità ma allo stesso tempo ero un po’ intimorita. Era stato capace di regalarmi una collana con inciso il titolo di una delle mie canzoni italiane preferite quando non c’era assolutamente nulla tra di noi, cosa poteva avermi comprato questa volta?
In un certo senso speravo che fosse un oggetto banale. Dall’altra parte ero sicura che non lo fosse. Infatti, mi sono trovata davanti duecento matite. C’erano talmente tante tonalità e sfumature di colore che non sapevo dove guardare. Ne ho presa una in mano, ho fatto scorrere lo sguardo sulle altre e all’improvviso…ho capito tutto. Prima che lui parlasse, avevo già gli occhi pieni di lacrime.
“Ti prego, non posso vederti piangere. Sai perché te le ho regalate, vero? A proposito di sogni…
“Non so se ci riesco.” ho cercato di dire, mentre mi asciugavo le lacrime.
Promettimi che un giorno ricomincerai a disegnare. So che hai smesso anche se non ne conosco il motivo. E so anche che, in fondo, vorresti ricominciare.”
“Come fai a saperlo?”
“Ti osservavo mentre disegnavi durante le riunioni o quando parlavi al telefono. Non erano scarabocchi. O meglio, lo erano, ma non come quelli che fanno tutti. Quindi ho sempre pensato che nascondessi qualcosa.”

Quando ero piccola avevo sempre una matita in mano e passavo ore ed ore a disegnare. Facevo illustrazioni personalizzate che regalavo a tutti, anche a persone conosciute pochi minuti prima. Ad ognuno riservavo un soggetto diverso, frutto della mia fantasia e di quello che avevo intuito della loro personalità. Quando ho imparato a scrivere, quei foglietti colorati hanno iniziato ad ospitare anche parole, frasi e brevi pensieri.

Ho smesso di disegnare una prima volta, intorno ai dieci anni, quando ho perso la persona che per me rappresentava l’arte, l’ottimismo e l’allegria. In poche parole, quello che per me era il lato più bello della vita. Qualche anno dopo, mentre mi trovavo in vacanza al mare, ho comprato dei pennarelli e ho iniziato a colorare con la tecnica del puntinismo. L’ho fatto per un po’ di mesi.
Poi ho conosciuto Gabriele e mi sono fatta fagocitare da lui e dalle sue passioni. Non aveva mai mostrato interesse per il mio mondo a colori, che più volte, nel corso della nostra storia, aveva definito “una perdita di tempo”. E così, quando mi sono trovata a dovere affrontare un altro episodio molto doloroso, ho buttato nel cestino quei pennarelli e il blocco di fogli che usavo. Insieme ai miei sogni. Era il 31 gennaio 2010.

Non ne avevo mai parlato con nessuno. Alla domanda “Ma che fine ha fatto il tuo amore per l’arte?” avevo sempre risposto che avevo preso un’altra strada. Ma questa purtroppo – me ne sono resa conto con il passare del tempo – non era la strada dei desideri.

Ho raccontato tutto a Stefano, che mi guardava con gli occhi lucidi, incredulo per essere riuscito a colpirmi un’altra volta così nel profondo. Quando ho smesso di parlare, ho rivolto di nuovo gli occhi verso il prato, cercando di nuovo quel punto indefinito.
Te lo prometto.
“Vorrei dire qualcosa di intelligente.” ha detto lui. “Ma…sti cazzi. Mi ero fatto un’idea di quello che potesse essere successo, ma come al solito hai superato le aspettative. Sti cazzi…ah l’ho già detto, scusa.”
Siamo scoppiati entrambi a ridere, mentre i miei occhi continuavano a lacrimare.

In quel momento avrei voluto dire qualcosa di intelligente anch’io. Se potessi tornare indietro, probabilmente cercherei di spiegargli quanto sono speciali le persone che riescono a farti ridere e piangere contemporaneamente.

d(‘)istanti

La sera successiva Gabriele mi ha raggiunta a Copenhagen. Nel caos generalizzato dei miei pensieri, in quel momento era la mia unica certezza. Ero contenta di vederlo, perché nei lassi di tempo che trascorrevamo insieme mi sembrava di uscire dal vortice di paure, emozioni e sentimenti contrastanti con cui dovevo convivere in quel periodo. Mi mettevo in stand-by e scaricavo tutta la tensione.

Fino a quando non incalzava con domande riguardanti l’organizzazione del matrimonio. Come quella sera a cena.
“Dato che alla fine prenderai tu la decisione sulla grafica delle partecipazioni, puoi almeno iniziare a guardarle? Ci hanno mandato dieci proposte, dovremmo rispondere almeno per educazione, piuttosto dicendo che ci serve qualche giorno in più.”
“Sai che non sopporto il discorso dell’educazione. Non sono ancora riuscita a dare un’occhiata. So bene che sono in attesa di un nostro parere. Perché non le guardiamo insieme adesso?”
“Qui? Al ristorante?”
“Mi basta un attimo per capire quale preferisco.”
“Va bene. Ecco…”

Le immagini scorrevano sullo schermo, uno dopo l’altra. Delle prime nove non avrei salvato nulla.
“Questa.” gli ho detto fermando la sua mano sull’ultima.
“Ti piace davvero?”
“Sì. A te?”
“Anche a me. Certo avrei preferito un carattere più lineare…”
“Che palle, fai sempre i soliti discorsi. E’ un font normale, ma per lo meno un po’ ricercato, altrimenti andiamo proprio sul banale. Abbiamo già organizzato un ricevimento iper formale, cerchiamo almeno di mettere qualche guizzo di creatività dove possibile.”
“Dai va bene.”
“Non metterci troppo entusiasmo.”
“Ora basta.”

Nei pochi secondi di silenzio che sono seguiti a quella esternazione, sono stata travolta da un gigantesca ondata di angoscia, perché i miei sensi di colpa mi avevano fatto pensare subito al peggio.
“No Gabry, aspetta. Non ti incazzare.”
“Non possiamo andare avanti così.”
“Ma cosa stai dicendo?”
“Lo sai, non fare finta di niente.” ha fatto una breve pausa per poi aggiungere: “Dalla prossima settimana cerchiamo entrambi di uscire prima dall’ufficio e dall’ospedale. Non più tardi delle 18. Non vedo altra soluzione. Dobbiamo mettere insieme la testa su alcuni aspetti di…”.

Non ho ascoltato la frase fino in fondo, perché stavo cercando di rispondere alle domande che si erano materializzate nella mia mente: a) come potevo essere angosciata da tutto ciò che riguardava il matrimonio? b) come potevo essere così spaventata dalle possibili reazioni di Gabriele, la persona con cui ero fidanzata dall’età di 15 anni? c) ma soprattutto, com’era possibile che, rispetto a tutto quello che lui aveva detto, stessi pensando solo al fatto che avrei dovuto rimandare l’appuntamento con Stefano e che forse non sarei riuscita a vederlo prima della sua partenza?
La fotografia della mia mente di quel giorno è la stessa che ho scattato in innumerevoli occasioni nelle settimane successive, prima di farmi un esame di coscienza e capire che in quel modo non potevo andare avanti.
“Sei d’accordo?”
“Sì Gabry, ok.”
“Non mi sembri convinta.”
“Lo sono, hai ragione. Proviamoci. Faccio straordinari non pagati da quando ho messo piede in quell’azienda, non credo abbiano nulla da dire se per un po’ faccio orari regolari. Settimana prossima, tra l’altro, arriva una nuova ragazza danese nel mio team.”
“Figa?”
“Scusa?”
“Ti ho chiesto se è figa.”
“No. Comunque senti io sarò anche pesante, ma anche tu fai di tutto per discutere.”
“Vabbè lasciamo perdere.”
“Meglio. Vado in bagno.”
“Bye.”.

Bye. Non potevo credere che mi avete detto veramente bye. Mi sono trattenuta dal rispondergli a tono solo perché avevo ricevuto un messaggio di Stefano e non vedevo l’ora di leggerlo. Pur sapendo quanto tutto questo aggiungesse non-sense ad una situazione già di per sé assurda.

“Bellina, ti dico subito che lunedì sera non ci sono quindi dammi immediatamente un’altra opzione altrimenti impazzisco.”
“Non posso neanch’io.”
“Cosa devi fare?”
“Niente, è una storia lunga. Provo a liberarmi per pranzo allora. Devo incontrare un cliente, ma sono abbastanza in confidenza quindi credo di riuscire a posticipare l’incontro.”
“Ok, mi raccomando. I giorni iniziano a scarseggiare purtroppo.”
“Non ci pensare.”
“Fosse facile.”
“Dovresti vedere in che condizioni ti sto scrivendo. Chiusa in bagno al ristorante!”
“Mi ci devo abituare anch’io.”
“In che senso?”
“Laura viene a Boston con me, me l’ha…per così dire…imposto.”
“Lo davo per scontato. Anzi, non ti avevo detto nulla per delicatezza, ma mi sembrava così strano che non foste partiti insieme quando ti sei trasferito…”
“Hai ragione. E’ strano.”
“Anche tu lo sei stasera…tutto ok?”
“Insomma…avevo bisogno di sentirti. Ti posso scrivere più tardi? Se non riesci a rispondere non importa.”
“Certo. Ora però torno al tavolo.”

Gabriele era già in piedi con il cappotto in mano. Mi ha allungato il mio e siamo usciti dal ristorante.
Siamo tornati in albergo mano nella mano, ma in silenzio, rotto soltanto una volta arrivati sulla soglia della camera dalla domanda più inaspettata che potesse rivolgermi: “Se sicura di avermi perdonato per quello che è successo l’anno scorso?”
“Perché me lo chiedi?”
“Non so a volte faccio fatica a capirti. Ho pensato che avessi ancora qualche pensiero irrisolto.”
“No. E’ tutto ok. Davvero.” gli ho risposto , mentre pensavo a quanto fossimo distanti in quel momento. Forse lo eravamo stati così tanto proprio in seguito a quell’episodio, ma non avevo nessuna intenzione di affrontare quel discorso all’una di mattina in un hotel di Copenhagen.

Mi sono seduta sul letto fissando il Blackberry che dopo qualche secondo ha iniziato a lampeggiare.

Ho parlato con Stefano, ad intervalli irregolari, quella notte
“So che non è il momento migliore per dirti quello che ti sto per dire, ma ti avevo detto che ti avrei scritto con calma e quindi eccomi qui…anch’io ho perso completamente la testa per te e il mio cuore è totalmente fottuto. Uso le tue parole perché sono perfette. Sarà un sentimento che non esiste…sì…perché se esistesse avremmo le idee chiare. Però devo essere sincero, le idee chiare le ho eccome: ti voglio nella mia vita. E comunque, indipendentemente da questo, sono riuscito a farti parlare con il cuore e questo è un trofeo che porterò per sempre con me.”
“E’ successo perché mi fido di te in un modo che non riesco a spiegare a parole. Ricordatelo sempre.”
“Di questo sono felicissimo. Davvero, non sai quanto. Ti assicuro che puoi fidarti di me.”
“Lo spero, Ste. Non credo che riuscirei a rialzarmi da un’eventuale delusione. Non ci posso nemmeno pensare.”
“Infatti, non ci pensare! Perché ci sarò per sempre.”

…e durante tutto il weekend.
“Stiamo mettendo in piedi un progetto di ricerca interessantissimo, ti ricordi che te ne avevo parlato un po’ di tempo fa in ufficio? Quello legato ai bambini…però ho un po’ di dubbi.”
“Certo che me lo ricordo. Che dubbi?”
“Legati alla mia vita negli Stati Uniti. Là è tutto stupendo, lo ammetto. Sei mai stata al MIT?”
“No, mai.”
“Dovresti venire…ti innamoreresti – non di me, cioè anche, ovviamente – è un’università fantastica.”
“Mi porti un gadget la prossima volta?”
“Te l’ho già preso.”
“E perché non me l’hai dato l’altro giorno?”
“Non lo so…non mi capisco in certi momenti. Sto scoprendo dei lati di me che non pensavo esistessero.”
“Uffa! La prossima volta però portalo.”
“Certo.” ha fatto un breve pausa e poi ha aggiunto “Ti penso ogni istante e non vedo l’ora di vederti per scherzare e fare uno dei nostri discorsi surreali sui sentimenti che proviamo.”
distanti“Anch’io. Senti un po’, ma mi farai entrare in qualche progetto di ricerca?”
“Non devi neanche chiedermelo. Non sai quanto vorrei che fossi già parte di questo.”
“Lo so. Forse però per ora non è il caso, devo prendere le cose un po’ alla volta.”
“Ma certo! Quando ti stuferai del tuo lavoro, tra sei mesi, un anno o due, avrai la scusa pronta. Sempre che io resti là.”
“Non capisco. Mi vuoi dire o no quali dubbi hai?”
“Il primo è sull’utilità di questo MBA. Avevo già un buon lavoro, sicuramente questa è una grande opportunità, ma mi chiedo se a volte non sia meglio dare più importanza a quello che si ha, anche accontentandosi, in un certo senso. Il secondo riguarda la distanza. Dall’Italia, in particolare da Genova, e da “qualcuno”.”
“Ste lo sai come la penso. Non ci si deve mai accontentare. Certo, bisogna dare valore a quello che si ha. Ma di fronte ad opportunità come quella che hai avuto, non potevi tirarti indietro. Non avresti avuto un solo motivo per farlo perché – e qui ti rispondo al secondo punto – la distanza è relativa. La tua città rimane qui, ci potrai andare ogni volta che tornerai in Italia. Inoltre, non è detto che tu debba stare lì troppo a lungo. Magari tra due anni finisci i corsi e decidi di tornare. Non pensare a quello che sarà, concentrati su quello che hai oggi. L’altra distanza…quella da “qualcuno”…questo qualcuno sarei io? Perché se ti riferisci a me, questo problema non esiste.”
“Sulla prima parte sono d’accordo, hai perfettamente ragione. Prenderò le cose un po’ alla volta senza fare troppe proiezioni. Quel qualcuno sei tu, certo. Se il problema per te non esiste, per me c’è invece. Ho difficoltà ad allontanarmi perché ho una paura folle di perderti. Tu invece probabilmente la vivi in modo diverso e magari per te la distanza è una soluzione – non nel senso di perdermi, almeno spero – ma senza dubbio ti permette di eliminare qualche problema. In fondo lo penso anch’io, ma non riesco a farmene una ragione.”
“Ste, questo problema purtroppo c’è.”
“Ma se poco fa hai detto che non esiste! Matta…”
“Ora ti spiego…oggi pensavo al mio lavoro. A quando mi hai detto che non mi rendo conto delle opportunità che mi stanno dando, soprattutto ultimamente. E’ vero. Ti dico la verità…in un’altra situazione sarei stata al settimo cielo, perché i progetti sono interessanti, i colleghi molto in gamba, i fornitori gentilissimi, ho autonomia su tutto e – aspetto fondamentale – faccio esattamente quello che qualche anno fa dicevo di voler fare. Però ho un malessere di fondo che non riesco ad eliminare e che è legato a te. Ed è strano perché quando penso a te non lo faccio di certo con tristezza, anzi! Ma è così e devo imparare a conviverci. Lo stesso vale per te, non posso essere un ostacolo per quello che stai costruendo, perché non è giusto e non ha senso. Quindi capisco quello che provi ma è così e non ci possiamo fare nulla.”
“Hai ragione.”
“Ora che rileggo bene, ma mi hai davvero scritto che l’allontanamento per me potrebbe essere una soluzione al problema? Ma come puoi anche solo pensarlo? Ti ricordi come stavo quando mi hai detto della borsa di studio? Ora però dobbiamo cercare di prendere le decisioni in modo indipendente perché non avrebbe senso fare altrimenti in questo momento. Non posso essere di certo io un blocco alla realizzazione dei tuoi sogni o di qualunque cosa possa essere importante per te. E non ho paura di perderti perché so che non ti perderò e anche tu devi convincerti che sarà così. E poi dove lo trovo un altro come te?”.

Ho aspettato la sua risposta per più di tre ore, ma l’attesa è svanita nel nulla quando l’ho letta.
“Non potevo rispondere alle più belle parole ricevute nella mia vita mentre studiavo con gli altri. Non sai quanto il tuo discorso mi dia sollievo e sicurezza. Non posso pensare a cosa sei per me nella scelta di trasferirmi – perché più ci penso, meno trovo spiegazioni – ma non devo farmi condizionare solo da questo e non ti nascondo – infatti te l’avevo già detto – che sei il motivo per cui fino ad ora non sono riuscito ad accettare l’idea di stare là. Isa, non puoi nemmeno immaginare cosa rappresenti per me in questo momento…dalla sicurezza che mi dai, alla felicità che ho trovato nell’avere scoperto che esisti, alla dolcezza delle tue parole nascoste per così tanto tempo, alla conquista di uno spazio indefinito ma comunque privilegiato nella tua vita. Ti chiedevo proprio questo, di parlarmi con il cuore, perché il mio sta per esplodere ed è il motivo per cui, lo ammetto, non so come possiamo vivere distanti.”
Vivendo d’istanti.”.

nel suo mare di colori

“Allora, come sono andate le riunioni? Li hai stesi tutti?”
“Ma che ne so…Non so neanche come mi chiamo in questo momento. Tu sei completamente folle.”
“Cosa ho fatto?”
“Da quando ho letto il messaggio dell’aereo non ho capito più nulla.”
“Mi hai chiesto tu di essere spontaneo.”
“Sì ok, ma tenendo in considerazione il contesto.”
“Ah ok, il contesto…e che contesto c’è adesso?”
“Smettila di provocarmi.”
“Non ti sto provocando, streghetta. Hai deciso tu di raccontarmi cosa ti è successo. Quella comunque è la voce del cuore. Puoi smentirmi quanto vuoi, puoi dire che per te è diverso, ma i punti di contatto del bivio stanno aumentando verso la seconda strada, quella che non si può nominare. E parlo per entrambi. Perché certe cose non si possono provare per caso. Comunque…lunedì pranziamo insieme? Non ti dirò tutto quello che penso altrimenti non rientri in ufficio. Ma prima o poi lo farò. Ti dirò cosa pensa la mia testa e cosa pensa il mio cuore. E se l’altra volta sei rimasta sconvolta, questa volta ti prendi una settimana di ferie.”.

“Ti presento la tua nuova collega.”. La voce di un mio collega ha interrotto la nostra conversazione. Mi sono girata e ho riconosciuto Camilla.
“Piacere, Isabella.”
“Piacere mio. Ho sentito tanto parlare di te.”
“Male, intendeva.” ha aggiunto il mio capo, che ci ha raggiunti in quel momento.
“Impossibile.” gli ho risposto, rivolgendo a lei uno sguardo complice. Poi ho aggiunto “Ci vediamo negli uffici di Milano allora. Quando ti trasferisci?”
“Isa, te l’ho detto stamattina…arriva martedì. Sai Camilla, tra meno di sette mesi si sposa, bisogna avere pazienza con lei, è più distratta del solito ultimamente ma rimane sempre la nostra punta di diamante.”
“Grazie capo. E quanto al tuo arrivo, ha ragione lui, mi era passato di mente. Ci vediamo settimana prossima allora.”.

Ho cercato di dileguarmi il prima possibile perché il mio telefono continuava a vibrare e dalla lunghezza del testo che avevo intravisto, avevo la sensazione che Stefano fosse partito in quinta un’altra volta.
Ero così concentrata a leggere e rileggere le sue parole che non mi sono accorta di essere rimasta completamente sola in quella sala immensa.
Mi sono guardata intorno e invece di dirigermi verso il guardaroba, mi sono seduta su una poltrona, ho chiuso gli occhi per qualche secondo e ho preso una decisione. Era arrivato il momento di lasciarmi andare. Che senso aveva continuare a remare controcorrente?

“Lunedì a pranzo non posso, se vuoi facciamo dopo il lavoro. Mollo tutto ed esco alle 18. Va bene?”
“Ok. Posso fare una precisazione rispetto a quello che ti ho detto prima?“
“Certo, dimmi.”
“Ho tirato fuori di nuovo il discorso del bivio, lo so. Non volevo dire che sono innamorato di te. Ma una cosa è certa: non puoi provare determinate sensazioni per un’amica, anche se non è una semplice amica. E ti dirò di più. Sono sicuro che in un’altra situazione, in un’altra vita, in un contesto diverso – così sei contenta 😉 – avresti potuto conquistare una cosa che nessuno riuscirà mai ad ottenere: il 100% del mio cuore e delle mie facoltà mentali.”.

In quel momento Stefano non poteva saperlo, ma non sarebbero serviti un’altra situazione, un’altra vita, o un altro contesto. Quello che diceva era vero e si è infatti realizzato nei mesi successivi, proprio quelli che mi mancavano per andare all’altare. Anzi, a dire il vero è servito davvero poco tempo.

E così, è arrivato il mio turno.
“Ho capito. Bene, allora se vuoi la verità la avrai, ma adesso! In realtà ho perso la testa per te, completamente, il cuore poi non parliamone, quello è totalmente fottuto. Ma penso che non abbia niente a che fare con l’amore nel senso di innamoramento, avere una relazione o cose simili e di questo sono certa. Sai perché? Ti faccio un esempio numerico: fatto cento quello che sono ora, con te divento duecento, ma non posso in alcun modo togliere nulla dal cento iniziale. E’ impensabile e credimi – non mi farei di certo problemi a chiudere una relazione in cui non credo, perché voglio stare bene e non sono disposta a scendere a nessun compromesso per questo. Preferisco prendermi un rischio, anche grande, ma non posso pensare di portare avanti un rapporto di cui ho anche solo un minimo dubbio. E quindi Ste non so cosa sia, credo che si tratti di un sentimento che non esiste! Ho pensato tante volte di essermi innamorata di te ma non è questo, non so cosa mi stia succedendo, so solo che ti voglio nella mia vita, non so perché, come o quanto. Anzi sì, tanto. È chiaro che se le nostre vite non stessero percorrendo binari così definiti qualcosa sarebbe diverso, perché non avremmo vincoli. Ma penso che nessuno dei due si farebbe problemi ad ammettere di volere qualcosa in particolare. Ecco, ce l’ho fatta. Credo di aver parlato attraverso il cuore. Infatti mi batte fortissimo. Meno male che con l’inizio dei tuoi corsi tutto questo si doveva spegnere.”

Ho fatto una breve pausa e poi ho aggiunto “Ah e quello che hai detto sul fatto che potrei riuscire a conquistarti completamente vale anche per me. Sempre che tu non l’abbia già fatto.”

Sono passati almeno dieci minuti prima che Stefano riuscisse a mettere insieme una risposta.
“Quando ho letto le prime parole del tuo messaggio ho fatto fatica a stare in piedi. Ti voglio rispondere con calma nelle prossime ore. Comunque secondo me tu sei finta, devi essere un prodotto della mia mente. Non vedo l’ora di scriverti Bellina, era così difficile parlare con il cuore?”
“Sì, perché dovevi mandarmi in tilt la testa e credo che tu ci sia riuscito.”
“Allora siamo fottuti. Che bello, sono felice.”
“Hai combinato un disastro.”
“Ma perché? E perché io? Tu dov’eri? E’ la cosa più bella del mondo, altro che disastro.”
“Sei tu che hai inviato la lettera da cui è partito tutto, sei tu che mi hai regalato una collana che ho sempre addosso, sei tu che hai una sincerità disarmante e sei tu hai il coraggio di tirare fuori discorsi assurdi! Scherzo ovviamente, se fosse stato per me non ci sarebbe stato niente di tutto questo e sarebbe stato un vero peccato…forse è la cosa più importante che mi ha insegnato questa storia fino ad oggi.”
nel-suo-mare-di-colori“Hai ragione, tu non facevi né dicevi nulla, ma lo hanno sempre fatto i tuoi occhi per te. Certo, poi ho fatto lo scatto decisivo. Ho imparato tante cose anch’io, una su tutte: esistono persone meravigliose per cui vale la pena impazzire. Adesso sei un’altra comunque, ti prego non tornare ad essere chiusa e timorosa, così sei fantastica e sono proprio tranquillo. E felice.  Hai completato la mia vita e ti devo molto. Mentre ti rispondo continuo a rileggere le tue parole. Tutto quello che abbiamo scritto è un capolavoro d’amore. Sì Isa, d’amore, prendiamo in prestito questo termine fino a quando ne troveremo un altro – se esiste – che vada bene ad entrambi.”
Ma lo so che è Amore, sarà una specie protetta di amore.
La più bella e rara. Esatto, con la lettera maiuscola.”
“Già…”
“Dove tieni la collana?”
“Ce l’ho sempre al collo. Ce l’avevo anche l’altro giorno quando ci siamo visti, l’avevo nascosta sotto la camicia.”
“Perché?”
“Perché la testa controllava ancora tutto. Continuavo a spostarla dentro e fuori, poi la toglievo, ci giocavo, la rimettevo via, la riprendevo poco dopo. Devo ancora capire come hai fatto a rendermi così, se hai definitivamente abbattuto il mio muro o se ti sei infilato in una fessura.”
“Spero che sia la prima ipotesi. Come ho fatto? Te lo dico io: aprendoti il mio cuore. Tieni la collana sempre con te e non sarai mai sola.
“Grazie, Ste.”
“Ti scrivo più tardi. Sei unica.”

Mentre rileggevo ho pensato che potesse sembrare assurdo il fatto che Stefano e Isabella non avessero ancora capito di essere innamorati, quindi vorrei fare un approfondimento. Probabilmente non erano ancora pronti ad ammetterlo. Nè tanto meno a mettere in discussione le decisioni prese fino a quel momento. Si sono trovati inaspettatamente di fronte ad un sentimento in tutto e per tutto nuovo per entrambi. Immaginatevi di scovare un animale che non avete mai visto prima in un posto che conoscete bene e in cui, proprio per questo, non immaginereste mai di vederlo. Sareste curiosi, spaventati e non sapreste quale nome attribuirgli. Vi avvicinereste con timore, per poi magari scoprire che è la creatura più speciale che abbiate mai incontrato. Questa metafora dovrebbe rendere l’idea di quello che i due ragazzi stavano passando prima di capire che sì, era effettivamente Amore, ma un amore davvero raro, quello incondizionato, da scoprire un po’ alla volta per poi tuffarsi nel suo mare di colori.

coincidenze

Volevo aspettare di finire le riunioni per scrivere a Stefano. Oppure non scrivergli del tutto e tenere per me quello che era successo.
Invece, mezzora prima del ritrovo con i grandi capi del marketing, non ho resistito e gli ho mandato un messaggio.

“Avevo pensato di chiudermi nel silenzio. Ma mi è successa una cosa troppo strana che ti vorrei raccontare così…la analizzi! Ahah! Scherzo.”
“Cioè? Sono in call con i miei compagni di università. Però dimmi perché muoio dalla curiosità.” mi ha risposto immediatamente.
“Vado subito al dunque: mentre aspettavo di imbarcarmi stavo ascoltando un po’ di musica a caso, ad un certo punto è partita una canzone di Ligabue e sono scoppiata a piangere. Non esagero se ti dico che avevo pianto al massimo due o tre volte nella mia vita. Ad ogni modo, non credo che tu lo sappia: sono anch’io una sua grande – grandissima – fan. Non associavo questo brano a niente e ti dirò di più…non lo stavo nemmeno ascoltando, era solo un sottofondo…”. Avrei proseguito se Stefano non mi avesse bloccata con un messaggio che mi ha spiazzata più di quanto già lo fossi in partenza.

“Non riesco a rispondere come vorrei, perché non posso chiudere la telefonata. Ti spiegherò bene più tardi ma sono troppo scioccato per non dirti subito che questa è la cosa più incredibile che è successa finora – lato coincidenze – almeno per me.”
“In che senso?”
“Un paio di ore fa, fregandomene del fatto che fossi in trasferta e che in generale non ti dovrei scrivere, ti stavo chiedendo che musica ascoltassi, perché non ho la minima idea di cosa ti piaccia. E ora me lo scrivi tu senza motivo!”
“Beh un motivo c’è.”
“Sì, però immaginati la scena. Ti stavo mandando un messaggio con questa domanda: Ma c’è un cantante in particolare che ti piace? E ora ho la risposta. Senza averti chiesto nulla.”
“In effetti…”
“E ti ho regalato una collana con inciso il titolo di una sua canzone.”
“In effetti…”
“Dici solo in effetti?”
“…immaginati come mi sono sentita quel giorno.”
“Ma perché non mi avevi detto che era il tuo cantante preferito?”
“Nemmeno adesso ti ho detto che lo è.”
“Sì che lo è.”
“E’ vero.”
“Ok, tutto questo non può essere normale…Ora però non posso più scrivere. Dimmi qual è il titolo della canzone. Ci sentiamo più tardi.”

Dopo circa un minuto mi è arrivato un altro messaggio.
“Mi sembra di essere in un film.”.
E non gli avevo nemmeno raccontato con precisione quello che mi era successo.

coincidenzeDa quando avevamo iniziato ad accettare il nostro rapporto per quello che era – in quel momento, una gigantesca incognita –  oltre a riconoscere la presenza di incredibili parallelismi tra le nostre vite, ci eravamo imbattuti in una serie infinita di coincidenze. Come questa. Combinazioni di fatti casuali.

Tralasciando il modo in cui ci siamo conosciuti, persi (volutamente) di vista e ritrovati a distanza di qualche anno nella stessa azienda – che è sicuramente affascinante ma, per certi versi, può rientrare nella normalità degli eventi – potrei fare migliaia di esempi relativi a situazioni molto più specifiche, che hanno sempre lasciato entrambi a bocca aperta.

La mattina del giorno in cui lui ha comunicato in ufficio la sua partenza, io ho ricevuto, senza nessun motivo e senza mai essermi iscritta alla loro mailing list, una newsletter dell’università in cui era stato ammesso, con annessa proposta di appartamenti nella zona.
Il giorno in cui è effettivamente partito, la compagnia aerea che – tuttora – scelgo per quasi tutti i miei viaggi, mi ha esortata ad utilizzare le miglia per prendere un volo per gli Stati Uniti, nello specifico per Boston o New York.
Il suo nome ha iniziato ad apparirmi ovunque. E il mio a lui, fatto ben più strano visto è tutto fuorché diffuso. Questo a me, personalmente, è successo altre volte in passato, ma non con la stessa frequenza. Mi sembrava – e, ahimè, mi sembra ancora oggi – di essere bombardata al punto che, più di una volta, ho detto ad alta voce basta!.

Questi sono esempi di eventi per lo più esterni a noi. Come se l’universo ci parlasse.
Altre volte le coincidenze si verificavano nelle nostre interazioni. Come se fossero le nostre menti a parlare.

Un giorno, prima che partisse, stavo pensando ad un possibile viaggio in Cambogia e – avvicinandomi alla sua scrivania, mi sono accorta che stava scorrendo delle immagini dei templi di Angkor.
In un’altra occasione stavo cercando su Airbnb una sistemazione per un weekend lungo a Formentera e a distanza di qualche minuto, ho ricevuto una sua telefonata con la quale mi informava del fatto che suo cugino avesse appena messo in affitto il suo appartamento sull’isola. Alla mia domanda Ma perché me lo dici? mi aveva risposto In realtà era solo una scusa per chiamarti. Non gli avevo poi detto nulla della mia ricerca. E non sono nemmeno andata a Formentera.
Pensavo ad una persona e lui me ne parlava a distanza di poche ore. Completava le mie frasi e io le sue. Ci guardavamo sempre in quel modo che significa So cosa stai pensando. Abbiamo provato qualche volta ad indovinare e, quando ci siamo accorti che ci azzeccavamo sempre, ci siamo spaventati e, per qualche mese, non abbiamo più fatto quel “gioco”.

E quindi quel giorno ci siamo trovati di fronte all’ennesima coincidenza. Con il passare del tempo ne abbiamo vissute talmente tante che ci siamo più volte chiesti se fossero davvero coincidenze.
O piuttosto segnali. Di qualcosa più grande di noi, che non riuscivamo a comprendere. Senza scomodare teorie esoteriche o spiegazioni mistiche, ci siamo limitati a prenderne atto, rimanendone sempre molto affascinati. E a tratti intimoriti.

Tornando a quel giorno, dopo aver ricevuto il messaggio di Stefano, mi sono avvicinata alla macchinetta del caffè e ho fissato il pavimento per qualche istante, prima di iniziare a comporre il primo di una lunga serie di messaggi.
“La canzone è Da adesso in poi e non ci sono parole che possano esprimere meglio di quelle tutto ciò che sto provando.”.
Inaspettatamente, ho ricevuto subito la sua risposta.
“Ho chiuso la call perché non riuscivo a concentrarmi. Anzi, la verità è che da un lato non riesco più a parlare, dall’altro ho paura di parlare troppo. Poi ripensavo alla reazione che ho avuto quando ti ho vista al ristorante e a tante altre cose. Sono un po’ scioccato, lo ammetto.”
“Anch’io.”
“Per la prima volta mi sento indifeso.”
“Ti capisco benissimo. A me è successo dopo aver letto una delle tue prime email.”
“Isa, devi trovare una spiegazione per questa reazione, per te stessa prima che per me. Che pianto era?”
“Non era un pianto triste, stavo anche sorridendo o ridendo.”
“E…?”
“E quindi ti spiegherò meglio più avanti ma il punto è questo: tu riesci a scombussolare qualcosa nel mio inconscio, perché nemmeno io me ne rendo conto. Sei arrivato ad una profondità nel mio cuore e nella mia mente che non pensavo si potesse raggiungere e tra l’altro non ci ero (voluta) mai arrivare nemmeno io. Perché non sai niente e capisci. Non parlo e capisci. Nascondo e capisci lo stesso. Non so nemmeno che cosa capisci a dire il vero ma dici cose che a quanto pare smuovono delle montagne dentro di me. E’ l’unica spiegazione che mi posso dare perché non mi è mai capitato di provare certe cose e vedo che le sto provando senza nemmeno volerlo…”
“Togli quei puntini e vai avanti.”
“No.”
Allora adesso prendo un aereo e vengo a rapirti.”
“Ste, cazzo, hai idea di dove sono e di cosa sto per fare? Non mi puoi scrivere certe cose.”.
Avevo il cuore in gola come il giorno in cui mi aveva detto che sarebbe venuto a Milano. In quelle condizioni, mi sono avvicinata al palco per esporre il mio progetto. La mia mente ha completamente rimosso i ricordi di quella presentazione, mentre mi ricordo perfettamente cosa è successo nelle ore seguenti.

In particolare, dopo che ho letto questo messaggio.
Quella comunque è la voce del cuore. Puoi smentirmi quanto vuoi, puoi dire che per te è diverso, ma i punti di contatto del bivio stanno aumentando verso la seconda strada, quella che non si può nominare. E parlo per entrambi. Perché certe cose non si possono provare per caso. Comunque…lunedì pranziamo insieme? Non ti dirò tutto quello che penso altrimenti non rientri in ufficio. Ma prima o poi lo farò. Ti dirò cosa pensa la mia testa e cosa pensa il mio cuore. E se l’altra volta sei rimasta sconvolta, questa volta ti prendi una settimana di ferie.”.

copenhagen solo andata

“Ricordati di portarmi queste scarpe, non ho più spazio. Le appoggio qui.” ho detto a Gabriele mentre mi sedevo sul trolley per cercare di chiuderlo. Non riuscivo a credere che si fosse davvero svegliato a quell’ora nonostante non dovesse partire con me. Prima volta in dieci anni di fidanzamento.
“Va bene. A che ora è il mio volo domani sera?”
“Mi sembra che sia alle 19 e qualcosa.”
“Ok. Dopo controllo sull’email di conferma.”
“Ci vediamo in albergo, non dovrei fare tardi.”
“E fu così che arrivò a mezzanotte.”
“No dai. Cerco di uscire presto, così ceniamo insieme.”
“Ora cerco un buon ristorante.”
“Ok. Ti scrivo prima di imbarcarmi. Guarda che credo sia arrivato il taxi.” mi ha detto, sporgendosi dalla finestra della cucina per vedere se si fosse fermato davanti al nostro ingresso.
“Taxi?”
“Sì, il taxi che hai chiamato.”
“Ah certo, il taxi che ho chiamato. Digli che arrivo.”
“Sì, aspetta che glielo urlo da qui…”
“Ahah! Scappo. Ti scrivo prima di imbarcarmi.” Mi sono allungata per dargli un bacio.
“Ok, a dopo.”

Avevo dormito bene e mi ero svegliata piena di energia, ma con la testa sulle nuvole, come se non fossi pienamente cosciente.

“Dove andiamo, signorina?”
“Lontano.”
“Se vuole la porto in aeroporto, dà lì può andare ovunque.”
“Andiamo a Linate.”
“E’ sicura?” mi ha chiesto  il tassista divertito.
“Sì, ma perché devo andare a Copenhagen per lavoro…”
“Ah ecco. Perfetto. Meno male che c’è qualcuno che ha voglia di scherzare la mattina.” ha replicato mettendo la prima.

Ho lasciato cadere il discorso. Nell’ultimo periodo avevo avuto talmente tanti sbalzi d’umore che mi sarei potuta trasformare in una persona orribile da un momento all’altro, facendolo subito ricredere.

Stavo guardando fuori dal finestrino, senza pensare a nulla in particolare. La mia mente viaggiava da sola, libera di spaziare dal film che avevo visto la sera precedente, alle signora che stava attraversando la strada con cagnolino al seguito, alle auto incolonnate al semaforo, alla presentazione per la riunione di fine mattina.

…la presentazione. Non l’avevo nemmeno finita, né tanto meno riletta. Quel pensiero mi ha subito riportato sulla terraferma.
Ho ricreato una scrivania all’interno dell’auto, posizionando il laptop sulle gambe, l’iPad da un lato e l’agenda per gli scarabocchi dall’altro. Il tassista mi ha sorriso, gli ho risposto alzando gli occhi al cielo ed esclamando “Benvenuto nella mia vita!”.

Ora mi concentro e finisco la presentazione, mi sono detta. Poi ho avuto la brillante idea di accendere il Blackberry.
“Isa, ti chiedo scusa per ieri, forse ti ho risposto con un tono un po’ brusco. So bene come ti senti in questo momento. Buon viaggio e pensami ogni tanto, anche se per stare meglio preferisci allentare un po’. Non mi abbandonare altrimenti mi rovini del tutto. Ci sentiamo quando torni a Milano perché ti vorrei chiedere un consiglio su un progetto che ho messo in piedi con alcuni miei compagni del MIT, così parliamo di studio/lavoro ed evitiamo di entrare sempre in discorsi complicati.”
“Volentieri! Non mi voglio de-sintonizzare comunque. E non ti devi scusare di nulla. Voglio che tu sia sempre spontaneo con me. Ma cosa ci fai sveglio a quest’ora?”
“Non riuscivo a dormire. Strano, vero? Sai di avere fatto un danno?
“E come?”
“Non penso tu abbia fatto nulla o forse sì, non è un danno irreparabile però c’è.”
“Come al solito dici tutto e il contrario di tutto.”
“Quella sei tu…”
“Ah già. Anche tu però. Ma quindi, cos’è esattamente un danno?”
“Il danno consiste nell’avere messo in ballo il mio cuore che non era mai stato colpito da qualcosa o qualcuno in modo così violento e costante, ma in fondo non mi dispiace e sto imparando anche a conoscermi meglio anche grazie a te. E smettila di rivolgerti a me in modo freddo, streghetta.”
“Ahah!”
“Ridi, ridi. Semplicemente in questo momento la tua testa è più forte del cuore nella lotta e lo sento, ma non è una critica. Non ti stresserò mai, ricordatelo. Non posso farlo, non voglio ed è controproducente. Ti segnalerò soltanto quando il cuore riavrà la meglio. Comunque ho sempre tutto più chiaro su di me, su di te sempre meno ma va bene così.”
“Che cosa hai chiaro su di te? Dimmelo! Io sono sempre più fuori di testa, oggi in particolare!”
“Non ci pensare ora. Divertiti e spacca tutto! A volte ho l’impressione che tu non ti renda conto delle opportunità che ti stanno dando in ufficio.”
Aveva ragione. Come sempre, del resto.

copenhagen-solo-andataNon avevo idea di dove fossimo, ma avevo deciso che mancasse poco all’arrivo a destinazione, così ho riposto tutti i miei device nelle apposite custodie. Avrei terminato il documento durante il volo.

Erano le 5:45 di mattina di un giovedì del mio mese preferito, giugno. Il cielo era blu, c’erano solo alcune nuvolette sparse qua e là. Mi sentivo proprio come loro: leggera. Per la prima volta dopo tanto tempo.
Mi ricordo ogni singolo particolare di quel giorno.
La tenerezza dello sguardo che mi ha rivolto il tassista mentre mi allungava la ricevuta.
Il viso del barista che mi ha preparato il caffè.
La voce dei dipendenti dell’aeroporto. La collana della persona che mi ha allungato la carta di imbarco.
I discorsi degli addetti al controllo dei bagagli a mano.
La concentrazione della signora seduta davanti a me al gate che, con la massima discrezione, ha iniziato a farmi un ritratto a matita sul suo blocco di fogli bianchi. Chissà cosa ha visto in me in quel momento.

Sicuramente più di quanto riuscissi a vedere io, che mai e poi mai avrei pensato di essere ad un passo dal mio punto di non ritorno.

Mentre aspettavo che le hostess annunciassero l’imbarco, ho preso dalla borsa gli auricolari. Non avevo voglia di ascoltare nulla in particolare, così ho cliccato su una generica playlist di cantautori italiani, che conteneva circa un migliaio di brani. Ho impostato la modalità shuffle e indossato le cuffie. Le canzoni si susseguivano una dopo l’altra, creando un flusso omogeneo, a cui non prestavo attenzione perché nel frattempo avevo iniziato a leggere il primo capitolo di un romanzo che mi aveva consigliato una collega qualche giorno prima.

All’improvviso, sono scoppiata a piangere.
Così, senza apparente motivo.
Io che non piangevo mai. Io che avevo sempre una spiegazione per tutto.

Sentivo le lacrime che scendevano sulle guance, non capivo cosa mi stesse succedendo, ma soprattutto non riuscivo a smettere.
Mi sono guardata intorno imbarazzata, chiedendomi cosa potessero pensare le persone che stavano assistendo a quella scena. Poi ho capito che me ne dovevo fregare. Degli altri, di tutti, di quello che stava succedendo là fuori.

Perché si era mosso qualcosa dentro di me.

La musica, che fino a quel momento era stata un sottofondo, è diventata protagonista di quel momento. Ho riconosciuto la voce di Ligabue. Non ho capito subito di quale canzone si trattasse, nonostante conoscessi a memoria tutti i suoi album. Anch’io, come Stefano, ero una sua grandissima fan.

Mi sono concentrata sul testo e…ho capito tutto.
Ero incredula, ma mi è bastato un attimo per realizzare che ci fosse un collegamento con quello che stava accadendo nella mia vita e con quel ragazzo che, inaspettatamente e contro ogni mia volontà, me la stava stravolgendo. E in quel momento, tra le lacrime, ho iniziato a sorridere. Quello che pensavo che fosse un pianto isterico era in realtà un pianto liberatorio.

Il titolo della canzone è Da adesso in poi e le parole esprimono tutto ciò che stava cercando di farmi capire il mio cuore in quel periodo.

Quando sono salita sull’aereo, ho capito che quello sarebbe stato un viaggio di sola andata.
Non perché sia rimasta a Copenhagen. Ma perché la persona che è tornata a Milano quattro giorni dopo non era la stessa che era partita quel giovedì mattina.

Da adesso in poi com’è che andrà
con te che hai detto “sono qua”
e davvero
sei qua fra noi
fra noi
me e lei
tu che hai davanti quel che hai
e comunque sia da adesso in poi
auguri
da me saprai
saprai
che vale la pena vivere
mi chiederai “sì, ma perché?”
so solo che ti dirò “vale la pena, vedrai”
da adesso in poi
da adesso in poi ti aspetto qua
che fretta che hai avuto già
aspetta
per te e per noi
per te
per noi
non so se sarò pronto mai
prova a esser pronto tu per noi
ascolto:
mi insegnerai
che puoi
che vale la pena vivere
ti chiederò “dimmi perché”
tu che non parli dirai
“vale la pena vedrai”
Da adesso in poi
Da adesso in poi ci proverò
a farti avere il meglio che ho
il peggio
lo troverai
da te
ma vale la pena vivere
mi chiederai “sì, ma perché?”
so solo che ti dirò
vale la pena vedrai
da adesso in poi
da adesso in poi