d(‘)istanti

La sera successiva Gabriele mi ha raggiunta a Copenhagen. Nel caos generalizzato dei miei pensieri, in quel momento era la mia unica certezza. Ero contenta di vederlo, perché nei lassi di tempo che trascorrevamo insieme mi sembrava di uscire dal vortice di paure, emozioni e sentimenti contrastanti con cui dovevo convivere in quel periodo. Mi mettevo in stand-by e scaricavo tutta la tensione.

Fino a quando non incalzava con domande riguardanti l’organizzazione del matrimonio. Come quella sera a cena.
“Dato che alla fine prenderai tu la decisione sulla grafica delle partecipazioni, puoi almeno iniziare a guardarle? Ci hanno mandato dieci proposte, dovremmo rispondere almeno per educazione, piuttosto dicendo che ci serve qualche giorno in più.”
“Sai che non sopporto il discorso dell’educazione. Non sono ancora riuscita a dare un’occhiata. So bene che sono in attesa di un nostro parere. Perché non le guardiamo insieme adesso?”
“Qui? Al ristorante?”
“Mi basta un attimo per capire quale preferisco.”
“Va bene. Ecco…”

Le immagini scorrevano sullo schermo, uno dopo l’altra. Delle prime nove non avrei salvato nulla.
“Questa.” gli ho detto fermando la sua mano sull’ultima.
“Ti piace davvero?”
“Sì. A te?”
“Anche a me. Certo avrei preferito un carattere più lineare…”
“Che palle, fai sempre i soliti discorsi. E’ un font normale, ma per lo meno un po’ ricercato, altrimenti andiamo proprio sul banale. Abbiamo già organizzato un ricevimento iper formale, cerchiamo almeno di mettere qualche guizzo di creatività dove possibile.”
“Dai va bene.”
“Non metterci troppo entusiasmo.”
“Ora basta.”

Nei pochi secondi di silenzio che sono seguiti a quella esternazione, sono stata travolta da un gigantesca ondata di angoscia, perché i miei sensi di colpa mi avevano fatto pensare subito al peggio.
“No Gabry, aspetta. Non ti incazzare.”
“Non possiamo andare avanti così.”
“Ma cosa stai dicendo?”
“Lo sai, non fare finta di niente.” ha fatto una breve pausa per poi aggiungere: “Dalla prossima settimana cerchiamo entrambi di uscire prima dall’ufficio e dall’ospedale. Non più tardi delle 18. Non vedo altra soluzione. Dobbiamo mettere insieme la testa su alcuni aspetti di…”.

Non ho ascoltato la frase fino in fondo, perché stavo cercando di rispondere alle domande che si erano materializzate nella mia mente: a) come potevo essere angosciata da tutto ciò che riguardava il matrimonio? b) come potevo essere così spaventata dalle possibili reazioni di Gabriele, la persona con cui ero fidanzata dall’età di 15 anni? c) ma soprattutto, com’era possibile che, rispetto a tutto quello che lui aveva detto, stessi pensando solo al fatto che avrei dovuto rimandare l’appuntamento con Stefano e che forse non sarei riuscita a vederlo prima della sua partenza?
La fotografia della mia mente di quel giorno è la stessa che ho scattato in innumerevoli occasioni nelle settimane successive, prima di farmi un esame di coscienza e capire che in quel modo non potevo andare avanti.
“Sei d’accordo?”
“Sì Gabry, ok.”
“Non mi sembri convinta.”
“Lo sono, hai ragione. Proviamoci. Faccio straordinari non pagati da quando ho messo piede in quell’azienda, non credo abbiano nulla da dire se per un po’ faccio orari regolari. Settimana prossima, tra l’altro, arriva una nuova ragazza danese nel mio team.”
“Figa?”
“Scusa?”
“Ti ho chiesto se è figa.”
“No. Comunque senti io sarò anche pesante, ma anche tu fai di tutto per discutere.”
“Vabbè lasciamo perdere.”
“Meglio. Vado in bagno.”
“Bye.”.

Bye. Non potevo credere che mi avete detto veramente bye. Mi sono trattenuta dal rispondergli a tono solo perché avevo ricevuto un messaggio di Stefano e non vedevo l’ora di leggerlo. Pur sapendo quanto tutto questo aggiungesse non-sense ad una situazione già di per sé assurda.

“Bellina, ti dico subito che lunedì sera non ci sono quindi dammi immediatamente un’altra opzione altrimenti impazzisco.”
“Non posso neanch’io.”
“Cosa devi fare?”
“Niente, è una storia lunga. Provo a liberarmi per pranzo allora. Devo incontrare un cliente, ma sono abbastanza in confidenza quindi credo di riuscire a posticipare l’incontro.”
“Ok, mi raccomando. I giorni iniziano a scarseggiare purtroppo.”
“Non ci pensare.”
“Fosse facile.”
“Dovresti vedere in che condizioni ti sto scrivendo. Chiusa in bagno al ristorante!”
“Mi ci devo abituare anch’io.”
“In che senso?”
“Laura viene a Boston con me, me l’ha…per così dire…imposto.”
“Lo davo per scontato. Anzi, non ti avevo detto nulla per delicatezza, ma mi sembrava così strano che non foste partiti insieme quando ti sei trasferito…”
“Hai ragione. E’ strano.”
“Anche tu lo sei stasera…tutto ok?”
“Insomma…avevo bisogno di sentirti. Ti posso scrivere più tardi? Se non riesci a rispondere non importa.”
“Certo. Ora però torno al tavolo.”

Gabriele era già in piedi con il cappotto in mano. Mi ha allungato il mio e siamo usciti dal ristorante.
Siamo tornati in albergo mano nella mano, ma in silenzio, rotto soltanto una volta arrivati sulla soglia della camera dalla domanda più inaspettata che potesse rivolgermi: “Se sicura di avermi perdonato per quello che è successo l’anno scorso?”
“Perché me lo chiedi?”
“Non so a volte faccio fatica a capirti. Ho pensato che avessi ancora qualche pensiero irrisolto.”
“No. E’ tutto ok. Davvero.” gli ho risposto , mentre pensavo a quanto fossimo distanti in quel momento. Forse lo eravamo stati così tanto proprio in seguito a quell’episodio, ma non avevo nessuna intenzione di affrontare quel discorso all’una di mattina in un hotel di Copenhagen.

Mi sono seduta sul letto fissando il Blackberry che dopo qualche secondo ha iniziato a lampeggiare.

Ho parlato con Stefano, ad intervalli irregolari, quella notte
“So che non è il momento migliore per dirti quello che ti sto per dire, ma ti avevo detto che ti avrei scritto con calma e quindi eccomi qui…anch’io ho perso completamente la testa per te e il mio cuore è totalmente fottuto. Uso le tue parole perché sono perfette. Sarà un sentimento che non esiste…sì…perché se esistesse avremmo le idee chiare. Però devo essere sincero, le idee chiare le ho eccome: ti voglio nella mia vita. E comunque, indipendentemente da questo, sono riuscito a farti parlare con il cuore e questo è un trofeo che porterò per sempre con me.”
“E’ successo perché mi fido di te in un modo che non riesco a spiegare a parole. Ricordatelo sempre.”
“Di questo sono felicissimo. Davvero, non sai quanto. Ti assicuro che puoi fidarti di me.”
“Lo spero, Ste. Non credo che riuscirei a rialzarmi da un’eventuale delusione. Non ci posso nemmeno pensare.”
“Infatti, non ci pensare! Perché ci sarò per sempre.”

…e durante tutto il weekend.
“Stiamo mettendo in piedi un progetto di ricerca interessantissimo, ti ricordi che te ne avevo parlato un po’ di tempo fa in ufficio? Quello legato ai bambini…però ho un po’ di dubbi.”
“Certo che me lo ricordo. Che dubbi?”
“Legati alla mia vita negli Stati Uniti. Là è tutto stupendo, lo ammetto. Sei mai stata al MIT?”
“No, mai.”
“Dovresti venire…ti innamoreresti – non di me, cioè anche, ovviamente – è un’università fantastica.”
“Mi porti un gadget la prossima volta?”
“Te l’ho già preso.”
“E perché non me l’hai dato l’altro giorno?”
“Non lo so…non mi capisco in certi momenti. Sto scoprendo dei lati di me che non pensavo esistessero.”
“Uffa! La prossima volta però portalo.”
“Certo.” ha fatto un breve pausa e poi ha aggiunto “Ti penso ogni istante e non vedo l’ora di vederti per scherzare e fare uno dei nostri discorsi surreali sui sentimenti che proviamo.”
distanti“Anch’io. Senti un po’, ma mi farai entrare in qualche progetto di ricerca?”
“Non devi neanche chiedermelo. Non sai quanto vorrei che fossi già parte di questo.”
“Lo so. Forse però per ora non è il caso, devo prendere le cose un po’ alla volta.”
“Ma certo! Quando ti stuferai del tuo lavoro, tra sei mesi, un anno o due, avrai la scusa pronta. Sempre che io resti là.”
“Non capisco. Mi vuoi dire o no quali dubbi hai?”
“Il primo è sull’utilità di questo MBA. Avevo già un buon lavoro, sicuramente questa è una grande opportunità, ma mi chiedo se a volte non sia meglio dare più importanza a quello che si ha, anche accontentandosi, in un certo senso. Il secondo riguarda la distanza. Dall’Italia, in particolare da Genova, e da “qualcuno”.”
“Ste lo sai come la penso. Non ci si deve mai accontentare. Certo, bisogna dare valore a quello che si ha. Ma di fronte ad opportunità come quella che hai avuto, non potevi tirarti indietro. Non avresti avuto un solo motivo per farlo perché – e qui ti rispondo al secondo punto – la distanza è relativa. La tua città rimane qui, ci potrai andare ogni volta che tornerai in Italia. Inoltre, non è detto che tu debba stare lì troppo a lungo. Magari tra due anni finisci i corsi e decidi di tornare. Non pensare a quello che sarà, concentrati su quello che hai oggi. L’altra distanza…quella da “qualcuno”…questo qualcuno sarei io? Perché se ti riferisci a me, questo problema non esiste.”
“Sulla prima parte sono d’accordo, hai perfettamente ragione. Prenderò le cose un po’ alla volta senza fare troppe proiezioni. Quel qualcuno sei tu, certo. Se il problema per te non esiste, per me c’è invece. Ho difficoltà ad allontanarmi perché ho una paura folle di perderti. Tu invece probabilmente la vivi in modo diverso e magari per te la distanza è una soluzione – non nel senso di perdermi, almeno spero – ma senza dubbio ti permette di eliminare qualche problema. In fondo lo penso anch’io, ma non riesco a farmene una ragione.”
“Ste, questo problema purtroppo c’è.”
“Ma se poco fa hai detto che non esiste! Matta…”
“Ora ti spiego…oggi pensavo al mio lavoro. A quando mi hai detto che non mi rendo conto delle opportunità che mi stanno dando, soprattutto ultimamente. E’ vero. Ti dico la verità…in un’altra situazione sarei stata al settimo cielo, perché i progetti sono interessanti, i colleghi molto in gamba, i fornitori gentilissimi, ho autonomia su tutto e – aspetto fondamentale – faccio esattamente quello che qualche anno fa dicevo di voler fare. Però ho un malessere di fondo che non riesco ad eliminare e che è legato a te. Ed è strano perché quando penso a te non lo faccio di certo con tristezza, anzi! Ma è così e devo imparare a conviverci. Lo stesso vale per te, non posso essere un ostacolo per quello che stai costruendo, perché non è giusto e non ha senso. Quindi capisco quello che provi ma è così e non ci possiamo fare nulla.”
“Hai ragione.”
“Ora che rileggo bene, ma mi hai davvero scritto che l’allontanamento per me potrebbe essere una soluzione al problema? Ma come puoi anche solo pensarlo? Ti ricordi come stavo quando mi hai detto della borsa di studio? Ora però dobbiamo cercare di prendere le decisioni in modo indipendente perché non avrebbe senso fare altrimenti in questo momento. Non posso essere di certo io un blocco alla realizzazione dei tuoi sogni o di qualunque cosa possa essere importante per te. E non ho paura di perderti perché so che non ti perderò e anche tu devi convincerti che sarà così. E poi dove lo trovo un altro come te?”.

Ho aspettato la sua risposta per più di tre ore, ma l’attesa è svanita nel nulla quando l’ho letta.
“Non potevo rispondere alle più belle parole ricevute nella mia vita mentre studiavo con gli altri. Non sai quanto il tuo discorso mi dia sollievo e sicurezza. Non posso pensare a cosa sei per me nella scelta di trasferirmi – perché più ci penso, meno trovo spiegazioni – ma non devo farmi condizionare solo da questo e non ti nascondo – infatti te l’avevo già detto – che sei il motivo per cui fino ad ora non sono riuscito ad accettare l’idea di stare là. Isa, non puoi nemmeno immaginare cosa rappresenti per me in questo momento…dalla sicurezza che mi dai, alla felicità che ho trovato nell’avere scoperto che esisti, alla dolcezza delle tue parole nascoste per così tanto tempo, alla conquista di uno spazio indefinito ma comunque privilegiato nella tua vita. Ti chiedevo proprio questo, di parlarmi con il cuore, perché il mio sta per esplodere ed è il motivo per cui, lo ammetto, non so come possiamo vivere distanti.”
Vivendo d’istanti.”.