testa vs cuore

“Ti scrivo con calma domani mattina. Mi stava mancando l’aria perché ti sentivo lontana. Anzi, lo sei. La tua testa vuole allontanarsi da me, ma fortunatamente ho il tuo cuore che è mio alleato.”
“Ste, ma cosa stai dicendo?”
“…”
“Beh…in effetti hai ragione. Ora però mi spieghi come hai fatto a capirlo.”
“A dire il vero non lo so. Ma è così. Lo sento.”

Dovevo abituarmi al fatto di avere di fronte una persona che mi capiva più di quanto io capissi me stessa. Perché, per qualche motivo, era in grado di guardare dentro di me, cosa che io non avevo mai avuto il coraggio di fare. E in un certo senso non sapevo nemmeno cosa significasse. L’avevo scampata per ventotto anni. Poi è arrivato lui, che – senza volerlo – mi ha costretta a farlo, mettendomi di fronte a quello che mi sembrava un buco nero. Perché – questo l’ho capito strada facendo – guardarsi dentro significa prendere consapevolezza delle proprie paure più profonde. E successivamente dei muri che abbiamo eretto per nasconderle.

La mattina seguente, mentre ero in riunione, mi è arrivata una sua email, che ho letto immediatamente.

Dai, spiegami bene cosa ti è successo ieri. Perché ti sconvolgi troppo? Capisco tutto ma questo aspetto non mi è chiaro…ti ho solo parlato di alcune mie sensazioni ed esternato qualche pensiero. Certo, ho anche tirato fuori un argomento scomodo, ma dovevo farlo. Credo che sia importante parlare, anche se sicuramente complichiamo la situazione, ma personalmente io sono fatto così. Tu invece…sei incredibile. A volte chiudi le discussioni, poi le riapri perché vuoi smarcare qualche punto aperto, poi non riesci a stare senza sentirmi e mi mandi un messaggio, poi stacchi la spina (perché ti ripeto, l’hai fatto), ma qualche ora dopo ti svegli e mi pensi (confermi anche questo, vero?). Cosa intendi con “Ti devo prendere a piccole dosi”? Vuoi che ci sentiamo meno? Facciamo quello che preferisci, l’importante per me è tenere vivo il rapporto.
Vederti è stato stupendo, anche se solo per un’ora. E non so nemmeno se sia il caso di scriverti queste cose perché mi avvicini e allontani in continuazione.
Comunque ti vorrei fare tre domande – se non vuoi rispondere non farti problemi.
Che spiegazione ti dai al fatto che il tuo cuore è qui accanto a me mentre la tua testa ogni tanto mi respinge?
Perché non riesci a leggere le mail in un colpo solo?
Mi dici cosa hai pensato ieri quando mi hai messo da parte?
Forse ho capito qual è il problema e un giorno te lo dirò, te ne avrei parlato durante il pranzo ma non me lo hai permesso, meglio così forse.
Ora ti lascio tranquilla, ciao Bellina.
Ah capisco il discorso del ciclone…vale lo stesso per me.

Al termine della riunione ho preso in mano il mio telefono personale e gli ho mandato un messaggio su Whatsapp.
“Mi sconvolgo perché come ti ho detto più volte non mi sono mai guardata molto dentro e pensavo di poter continuare così fino alla fine dei miei giorni sinceramente…Invece ho te che fai domande, dai risposte, mi leggi nella mente, ragioni, ti contraddici, capisci tutto. E ovviamente ti chiederei di non smettere mai perché è bellissimo sentire e scoprire queste cose, ma come fa a non essere sconvolgente?”

“Hai ragione. Devo ammettere però che mi piacerebbe che tu facessi lo stesso con me, ma a te “piace” solo essere analizzata e viceversa, non vuoi analizzare me. Ma va benissimo così, mi basta che tu sia serena…”
“Beh ma analizzando me analizzi anche te stesso. O sbaglio?”
“E’ proprio vero, per questo ci riesco molto facilmente.”
“Comunque sì, ieri sembravo una matta a pranzo quando ti interrompevo in continuazione e sì, ad un certo punto ho staccato la spina e sì, stamattina mi sono svegliata pensandoti.”
Testa vs cuore.”
“Dici che si tratta di questo? Sto impazzendo, anche se in fondo devo ammettere che mi diverto!”
“A chi lo dici. E anch’io sto impazzendo. Anzi, se ci penso bene, ora non più. Da ieri sono un altro, non so cosa mi hai fatto, forse è merito dei tuoi occhi che brillavano o forse…mah, chissà. Dai, rispondi alle domande.”
“Ok prof!”
“Ahah! Va beh per una volta che cerco di mettere ordine…”
testa-vs-cuore“Ma infatti è perfetto. Quindi, risposta numero uno: non voglio dipendere da nessuno e mi sto rendendo conto che con te…non ci riesco. E non ci sono mai riuscita. Ti faccio un esempio un po’ datato. Quando frequentavamo il corso di grafica, le mie giornate ruotavano intorno a quelle tre ore del mercoledì sera. Se ti ricordi bene, non ho mai voluto niente di specifico da te – anzi, ti evitavo proprio. Sapevo che ti avrei visto e questo mi bastava. Ma ad esempio mi ricordo di un giorno in cui non ti eri presentato perché eri a Londra per lavoro e io ero nel panico! Potrei farti tanti esempi più recenti, ma ti ho parlato di questo per farti capire quanto questa sensazione sia radicata in me. La definirei innata. Tutto questo per la mia testa non è accettabile…”
“Ok allora allentiamo un po’, non voglio diventare un’ossessione. Comunque ti capisco benissimo perché è la stessa cosa che succede a me. Mi sono dato una spiegazione, ma evito di dirti anche questo per ora. Non te l’ho mai detto, ma da quando ci siamo ritrovati in azienda, la lontananza da te mi ha sempre creato degli scompensi, fino a poco fa tolleravo al massimo una distanza di cento chilometri. Anche per me non è mai stato accettabile. Ed è questo il motivo per cui ero in crisi per il mio trasferimento.”
“Dai, dimmi quale spiegazione ti sei dato.”
“Assolutamente no, non sei pronta e forse non lo sono nemmeno io.”
“Ok, mi fido.”
“Bene, signorina. Le metto un 6-. Vediamo se riusciamo ad alzare il voto finale con la risposta numero due.”
“Per quello che ti dicevo prima. Non mi sono mai guardata dentro per paura di perdere l’equilibrio, ma tu mi stai costringendo a farlo. Anzi, lo fai tu per me.”
“Ok. Voto 8. Comunque proverò a non destabilizzarti. Resterai in equilibrio…se così si può chiamare, matta che non sei altro.”
“Mi riferisco al mio equilibrio squilibrato, infatti!”
“Ah, ecco. Dai, vai con l’ultima risposta.”
“Come ho fatto a metterti da parte…mi sono detta basta, devo ri-impossessarmi delle mie facoltà mentali! Ho aperto dei documenti di lavoro e in un paio di ore…”
“…hai fatto quello che normalmente faresti in due giorni.” ha proseguito lui.
“Già…mi fai paura.”
“E’ successa la stessa cosa a me. Ero così sintonizzato che forse il mio cervello pensava in questo momento non mi batte nessuno, si è incastrata la metà che mancava per essere invincibile.”
“Ma tu eri già invincibile, anche prima di incontrare me.”
“Ho sempre pensato di esserlo. Adesso vedo tutto in modo diverso.”
“Comunque non c’entra nulla, ma io sento di avere una sorta di responsabilità, come se la gente si aspettasse sempre un sacco da me e non so se fino ad ora sono stata all’altezza.”
“Questo è troppo. Stessa cosa identica per me. Adesso cominci a farmi paura anche tu! E’ una cosa che mi condiziona tantissimo e che influenza quasi tutte le mie decisioni.”
“Immaginavo, infatti. Insomma, che voto ho preso?”
“7 e mezzo. Ti sei lasciata un po’ andare.”
“Bene…mi hanno appena detto che domani parto per Copenhagen alle 7 di mattina.”
“Per quel progetto che mi dicevi? Sei contenta?”
“Sì, per quello. Insomma…ho perso interesse per tutto. A parte qualche picco di lucidità, non riesco a stare dietro a nulla.”
“Vedrai che starai bene.”
“Non so se riusciremo a sentirci. Viene anche Gabriele e ci fermiamo per il weekend. Scusa se te lo dico così ma…”
“Isa, non iniziare con le giustificazioni. Se ti va di sentirmi, scrivimi. Sull’email dell’università.”
“Ok.”

Come avrò modo di raccontarvi, la mia battaglia testa vs cuore è durata qualche mese.
Se avessi dato retta alla testa, probabilmente ora sarei sposata e in dolce attesa. Non avrei capito il significato di dolore che ti lacera l’anima. La mia vita non avrebbe avuto alti, ma nemmeno bassi. Sarebbe stata piatta. Avrei vissuto nel mio mondo equilibrato, fatto di un numero sconsiderato di illusioni ma anche di tante certezze. E quindi qualcuno mi potrebbe dire…te lo dovevi tenere stretto!
No. Perchè se non avessi ascoltato il cuore, non avrei mai conosciuto la vera felicità e non sarei qui a raccontarvi questa storia. Complicata e purtroppo anche dolorosa. Ma piena di un milione di emozioni legate ad un sentimento che non credevo potesse esistere.

il bivio

La mattina successiva ho fatto colazione, mi sono vestita come se fosse un giorno qualunque e sono andata in bagno.
Di fronte allo specchio, riflettevo sulla notte che avevo trascorso rigirandomi nel letto così tante volte che ad un certo punto avevo deciso di spostarmi a dormire (si fa per dire) sul divano in soggiorno.

Mi sono concentrata per un attimo sulla collana di Stefano, che non avevo mai tolto dal giorno in cui l’avevo ricevuta. In realtà avevo fatto un piccolo cambiamento, mettendo il ciondolo con l’incisione su una catenina più lunga rispetto a quella che lui mi aveva regalato. Un gesto di per sé istintivo e poco significativo in quel momento, ma che avrei capito fino in fondo con il passare del tempo, perché il mio rapporto con quell’oggetto rifletteva esattamente ciò che stava succedendo dentro di me, in particolare nella mia testa. Quella mattina l’ho presa in mano, l’ho osservata per qualche secondo, per poi nasconderla sotto la camicia.

Non ho ricordi di cosa sia riuscita a concludere in quelle prime ore del giorno in ufficio. Probabilmente qualcosa di simile al nulla.

“Ste sono pronta, sto uscendo. Dove sei?”
“Sono fuori dal ristorante. Comincio ad entrare per capire se c’è posto.”
“Ok 5 minuti e ci sono.”.

Si è girato verso di me con il suo più bel sorriso, quello che ero abituata a vedere tutti i giorni fino a poco prima e che mi mancava così tanto che più di una volta, da quando era partito, ero stata sul punto di chiedergli di sentirci via Skype per guardarlo, perché mi infondeva tanta serenità e sicurezza. Ma ovviamente non gli avevo mai detto nulla di tutto questo.

il-bivio“Quale tavolo preferisci tra quei due?” mi ha chiesto, senza salutarmi, forse perché aveva fretta di sedersi vista la quantità di gente che stava aspettando in piedi o – più probabilmente – perché entrambi abbiamo avuto l’impressione che non fosse passato nemmeno un secondo dall’ultima volta in cui eravamo ci eravamo visti. Era ormai chiaro che ci fosse qualcosa che ci legava così tanto da annullare qualsiasi distanza fisica e temporale.
“Quello nell’angolo.”
“Ok. Ci mettiamo là.” ha detto rivolgendosi al cameriere.

Ci siamo seduti e, senza dire una parola, ci siamo guardati negli occhi per qualche istante.
Fino a quando mi sono nascosta dietro al menù.

“Che scema, dai sposta sta roba.” mi ha detto, mentre cercava di togliermi il foglio dalle mani.
“Mi vergogno. Parla, raccontami qualcosa.” gli ho risposto, fingendo di scegliere il piatto.
“Va bene”.

Ero già a conoscenza di quasi tutti gli aspetti della sua vita a Boston, ma per mettermi a mio agio ha iniziato un monologo su un corso del suo piano studi che gli interessava particolarmente, nel quale aveva incontrato il figlio dei proprietari di una delle più grandi aziende di smalti al mondo.

“Certo che la conosco” sono le uniche parole che sono riuscita a pronunciare dopo che mi ha chiesto se avessi mai sentito il nome di quella società.
“Si trovano anche qui in Italia i loro prodotti?”
“Sì, ma solo nei centri estetici.”.

Un po’ alla volta, mi è passato l’inspiegabile imbarazzo e sono riuscita ad ordinare un piatto di pasta riconsegnando il menù al cameriere.

“Eccoti, finalmente.”
“Ciao.” gli ho risposto con un sorriso timido, come se solo in quel momento avessi preso parte a quel pranzo.
“Quanto sei bella?”
“Non farmi imbarazzare di nuovo. Altrimenti me ne vado.” gli ho detto, scherzando.
“Guarda che stai facendo tutto da sola.”

L’ho fissato per qualche istante, dritto negli occhi, in un modo talmente intenso che ho avuto l’impressione di essere catapultata altrove. Non saprei dire dove, ma altrove. C’eravamo solo noi due, era un posto silenzioso, dove il tempo scorreva lentamente. A giudicare dalla sua reazione, anche lui aveva avuto una sensazione simile – confermata poco dopo a parole – perché ha iniziato a sudare all’improvviso.
“Hai un fazzoletto?”
“Non ho mai avuto un fazzoletto nella borsa in vita mia.”
“Ma come, tutte le donne ce l’hanno.”
“Appunto. Tutte tranne me.”
“Comunque assurdo.”
“Cosa?” gli ho chiesto.
“Guarda che effetto mi fai. Ti assicuro che non mi era mai capitato prima. E credimi, ne ho vissute di situazioni difficili e stressanti.”
“Vuole un fazzoletto?” gli ha chiesto il cameriere, che probabilmente avrà pensato che fossimo due pazzi.
“Sì, la ringrazio.”.
Lo conoscevo così bene che ero certa avrebbe preferito scomparire e a quel punto avevo io il compito di (ri)metterlo a suo agio, così ho iniziato a parlare del mio lavoro e di un po’ di novità che c’erano nell’aria, in particolare del trasferimento di una mia collega a New York.
“Mi sembra così strano che mandino lei.” ha commentato Stefano, che la conosceva meglio di me avendoci lavorato insieme su diversi progetti. “Non mi sembra proprio il tipo. Ma poi che fa, si trasferisce con tutta la famiglia?”
“Non ne ho idea.”
“Ok mi sono ripreso. Pazzesco quello che mi è successo. Se non fossi tu, avrei preferito scomparire.”
“Sì lo so.” ho risposto, sorridendo per aver sentito esattamente quelle parole.

“Isa, ti posso dire una cosa su cui ho riflettuto?”
“Che fai mi chiedi il permesso? Certo che puoi…”
“Ora capirai. Non sapevo se fosse il caso di parlartene perché temo che sia un po’ presto. Ma ci provo. Ti confesso che ho pensato tanto a noi e a questa situazione e se dovessi darne una definizione, ti direi che mi sento di fronte ad un bivio.”
“No aspetta Ste, possiamo parlare di qualcos’altro?”
“Vedi? Ok, non ti preoccupare. Allora ti racconto una cosa divertente che mi è successa ieri…”

Mentre parlava pensavo al discorso che avevo interrotto e non riuscivo a focalizzarmi su quello che mi stava dicendo.
Dopo qualche minuto gli ho dato una risposta pressoché insignificante, perché volevo saperne di più. Del bivio.
“Dai, finisci il discorso di prima.”
“Ai suoi ordini. Come ti dicevo, pensando al mio rapporto con te, mi viene in mente un bivio. Vado dritto al dunque. Da un lato c’è il rapporto di amicizia, che non è una normale amicizia, siamo d’accordo, è qualcosa di più profondo che però rimane in quella definizione. Dall’altro c’è…indovina cosa?
“Dillo tu.” L’avrei interrotto di nuovo, ma non volevo sembrare troppo infantile.
“Qualcosa di più simile all’amore.”
“Ok. Ma quindi com’è finita la storia di ieri?”
“Ahah! Sei unica.” poi ha aggiunto, vedendomi davvero in difficoltà “E’ finita nell’unico modo possibile. Gli ho lasciato il curriculum dicendogli di richiamarmi tra una decina di giorni.”. Avevo cambiato discorso un’altra volta.

Senza ragionare su quella frase, gli ho poi chiesto di spiegarmi meglio il concetto della seconda strada. Quella dell’amore.
“Te lo dico sinceramente, per me la nostra è una bellissima amicizia, ma i punti di contatto con l’altro concetto – non lo nomino altrimenti cambi argomento – ci sono, non possiamo negarlo. Ci sentiamo in continuazione, parliamo di tutto, anche di aspetti molto personali della nostra vita, spingendoci fino all’infanzia e a tanti particolari di cui io personalmente non ho mai parlato con nessuno.”
“Lo so, nemmeno io.”
“E poi c’è tutto il resto, a partire dalle montagne russe…Questo cosa significa secondo te?”
“Boh.”

Ci siamo guardati per un attimo e siamo scoppiati a ridere entrambi.
“Ho capito, non posso contare sulla tua collaborazione.” mi ha detto.
Ho fatto segno di “no” con la testa, perché nel frattempo stavo pensando ad una cosa. A quanto fossi felice.

“Hai capito quanto mi fermo a Milano?”
“No…me l’hai detto?”
“Sì, ma ho notato che eri sovrappensiero. Dieci giorni. Ci rivediamo, vero?”
“Certo.”

Non ero riuscita a mangiare nemmeno una forchettata di pasta. Mi si era chiuso lo stomaco nel momento in cui mi ero seduta a quel tavolo.
“Non le è piaciuta?” mi ha chiesto il cameriere, portando via il piatto.
“Sono sicura che fosse buonissima. Ma per colpa sua mi è passato l’appetito.” gli ho risposto, indicando Stefano che intanto ci guardava divertito.
“Stiamo parlando di una donna che non ha fazzoletti in borsa…faccia lei…”.

Qualche ora più tardi ripensavo a quel pranzo e…sorridevo. Per le battute di Stefano, il suo coraggio nell’affrontare certi discorsi, la mia incapacità di prenderne parte e di ascoltarli fino in fondo. Ho preso in mano il telefono e gli ho inviato un messaggio.
“Non riesco davvero a spiegarmi cosa mi sia successo oggi: in parte te l’ho già detto, il succo è che mi sconvolgo troppo a sentirti parlare, credo di doverti prendere a piccole dosi! Per quello cambiavo argomento in continuazione! Infatti la stessa cosa mi succede quando ricevo le tue email, nella maggior parte dei casi non riesco nemmeno a leggerle in un colpo solo fino in fondo. Quindi sto benissimo e mi sento in pace con il mondo come mai nella vita ma sei davvero un ciclone.”.
Non ho fatto nessun riferimento al discorso del bivio, perché io avevo deciso che per noi esisteva solo la strada dell’amicizia.

sulle montagne russe

“E quindi, dove preferisci andare?” mi ha chiesto Gabriele mentre piegava il maglione per poi adagiarlo delicatamente nel cassetto.
“Quando?” ho chiesto.
“Quando secondo te?”
“Non lo so. Ti riferisci al viaggio di nozze?”
“Sì, visto che ne stavamo parlando dieci minuti fa…”
“Ho visto le proposte dell’agenzia, non mi convincono, tra l’altro lo sai che non amo affidarmi completamente agli altri per l’organizzazione e…”
“Ti posso fare una domanda?”. Il suo tono era tranquillo, ma sapevo di essere nei guai. Gabriele non era solito interrompermi durante un discorso.
“Certo, dimmi…”
“Dove hai la testa?”
“Eh?”
“Rispondimi. Dove hai la testa da un po’ di tempo a questa parte? Pensi che non me ne sia accorto?”
“Hai ragione, scusa. Sono stressata. Ho troppe cose a cui pensare, in ufficio sono costantemente sotto pressione, quando torno a casa non mi fermo mai e a tutto questo si aggiunge il matrimonio che…”
“…che non dovrebbe essere un peso” ha concluso lui al posto mio.
“Non lo è.”
“Non sembrerebbe.”
“Non riesco a fare tutto da sola, ho bisogno della tua collaborazione.”
“Perché non me l’hai detto prima?”
“Speravo che ci arrivassi da solo.”
“Sì, vabbè.”
“Vedi? Mi fai proprio passare la voglia.”
“Ah sono io che te la faccio passare, eh?”
Non ho mai capito se si riferisse a qualcosa (o a qualcuno) in particolare, ma ho preferito troncare il discorso sul nascere, facendo l’unica cosa che avevo la certezza funzionasse: dandogli ragione. Era sempre stato così, tra di noi. In questo modo, non litigavamo mai, ma non ci confrontavamo nemmeno. Qualsiasi discorso rimaneva sospeso nell’aria, irrisolto.
“Comunque, mi piacerebbe andare ai Caraibi. Possiamo andare a Saint Martin e Saint Barth, in dicembre lì è alta stagione. Che ne dici?”.
Sapevo che l’idea l’avrebbe entusiasmato, perché si trattava di una meta che mi aveva proposto un paio di anni prima. Se fosse stato per me, avrei scelto il Brasile. Era quello il viaggio dei miei sogni. Ma l’avevo tenuto nel cassetto.
“Davvero ti va di andare lì?”
“Sì” ho risposto, con poca convinzione. Gabriele non si era accorto di nulla e dopo pochi minuti stava confrontando diverse tariffe aeree.
E’ giusto così, mi sono detta, per non ammettere a me stessa che, pur di farlo stare tranquillo, non ero riuscita a far valere la mia volontà nemmeno in quell’occasione. Anzi, che non eravamo proprio riusciti a discuterne insieme, come sempre del resto.

Ho buttato l’occhio sulla scrivania, notando che il led rosso del Blackberry era acceso.
Ricevevo talmente tante email che era davvero raro vederlo spento, ma in quel caso aveva colpito la mia attenzione perché erano le 11 di sera e avevo ricevuto poco prima l’approvazione definitiva di tutti i documenti da presentare la mattina successiva durante l’incontro con i responsabili marketing del Sud Europa. Ero quasi certa, quindi, che non si trattasse di lavoro.

Oggetto: “Modifiche presentazione di domani”.
“Cretino.” ho premuto Invio mentre mi spostavo con il telefono in bagno. Era Stefano.
“Ahah! Ci sei cascata?”
“Per un attimo sì. Mi sentivo male all’idea di dover riaprire quel file. Poi però ho visto il mittente e stavo per scoppiare a ridere.”
“Comunque cretino a me non lo dici.”
“Sapevo che ti avrebbe dato fastidio.”
“Infatti. Ero sicuro che l’avessi fatto apposta. Sì, mi dà fastidio, in teoria. Ma se lo dici tu, devo ammettere che in fondo mi piace.”
“Allora non te lo dico più.”
“Non ti sopporto. Senti Bellina, che fai?”
“Niente, mi preparavo per domani.”
“Non ci crederò mai. Tu che ti prepari per un incontro? Ma figurati.”
“Non è vero infatti.”
“Guarda che non mi freghi…”
“Lo so.”
“Avevo bisogno di sentirti. Ho avuto di nuovo quelle strane sensazioni.”
“Ma mi spieghi meglio? Non capisco a cosa tu ti riferisca.”
Ti stavi allontanando da me. Me ne accorgo ogni volta, ormai ne ho quasi la certezza.”
“Ma come fai a capirlo?”
“Quindi è vero?”
“Non lo so…cioè…” non volevo essere esplicita ma a lui non riuscivo proprio a mentire. “Stavo parlando del viaggio di nozze.” ho continuato “Manca sempre meno al matrimonio e…”
“Non ti devi giustificare di nulla. Perché lo stai facendo?”
“Non ne ho idea, mi è venuto spontaneo.”
Per spostare l’attenzione su di lui ho aggiunto “Ma mi spieghi cosa ti succede?”
sulle-montagne-russe“Hai presente quando sei sulle montagne russe, quella sensazione di vuoto che senti quando stai per scendere a tutta velocità?”
“A me piace.”
“Anche a me, se fossi davvero al luna park. Immagina di sentirla mentre stai cucinando. O mentre sei al telefono con il tuo capo. O mentre ti stai provando un paio di scarpe in un negozio.”
“Ma come fai a sapere che è legata a me?”
“Lo so e basta.”
“Ma da quando ti succede?”
“Da quando mi hai preso la mano. Non sto dicendo che sia stato il gesto in sé, ma una cosa è certa: mi succede proprio dal quel giorno. Comunque te lo spiegherò meglio domani.”
“Perché domani? Non me lo puoi dire adesso?”

Il mio cuore ha iniziato a battere all’impazzata.
Gabriele era entrato in bagno all’improvviso, fissando il mio smartphone.
“Cosa stai facendo?” mi ha chiesto.
Non avrei saputo dire da quanto tempo fossi seduta sul water con il blackberry in mano. Cinque…dieci minuti?

“Niente, sto rileggendo la presentazione di domani.”. Lui ci avrebbe creduto.
“Dai, vieni a letto, sono le 23:30”. Ero lì da mezz’ora.

Gabriele ha chiuso la porta dietro di sé e si è diretto in camera.
L’avevo scampata, ma il battito del mio cuore non decelerava, perché prima di cancellare l’email di Stefano ero riuscita a leggere la prima frase.
“Perché domani sono a Milano.”.

Mi tremavano le mani mentre digitavo i tasti per andare a recuperarla nel cestino.
“Perché domani sono a Milano. Atterro alle 11. Pranziamo insieme?”.