in ogni posto del mondo

Mi sono presa quel venerdì di ferie con la scusa di dovere smaltire tutti i giorni che avevo accumulato nel corso degli anni. Da qualche parte dovevo pure cominciare. Così ne ho approfittato per passare qualche ora a casa da sola.

Dopo dieci ore di sonno profondo, mentre ero ancora a letto, riflettevo su tutte le attività che mi avrebbero potuta tenere occupata fino a sera: fare la spesa, riordinare, decidere come disporre i quadri che avevo ammassato in un angolo dello sgabuzzino durante il trasloco e che erano rimasti lì da allora. Non c’era nulla di me in quella casa e non era un caso che procrastinassi anche sulla loro disposizione nelle varie stanze. A dire il vero, più mi guardavo attorno, più mi rendevo conto di quanto si sentisse la mancanza del mio tocco creativo in ogni stanza. E’ così che si trattano gli appartamenti che non si sentono propri.

Mentre mi preparavo un caffè ho fissato per qualche istante il computer aziendale e ho deciso che no, quel giorno non l’avrei neanche acceso. E nemmeno il Blackberry. Li ho appoggiati entrambi sul tavolo in cucina e mi sono spostata sul divano con il mio telefono personale tra le mani.

Non ero solita farlo, ma quel giorno ho iniziato, senza quasi accorgermene, a rileggere vecchie conversazioni. In tutti quegli anni non avevo mai cancellato nulla, così ho ritrovato messaggi che non ricordavo nemmeno di avere scritto.
C’erano quelli delle mie amiche di sempre, che sentivo ormai a singhiozzo e che non vedevo da mesi, perché non avevano un gran feeling con Gabriele. Sarei potuta uscire da sola insieme a loro, certo. Ma non lo facevo, per via della sua gelosia e del fatto che non approvasse le mie serate in solitaria.
Noi due dovevamo stare insieme, sempre. Però di fronte ad una (sua) offerta di lavoro tutto il resto passava in secondo piano. Era quello che stava succedendo in quel momento ed era quello che ritrovavo in moltissimi scambi di parole taglienti e sempre capaci di ferirmi, nonostante fosse passato tanto tempo.
“Pensaci bene, perché non avrai una seconda opportunità.”
“Sai sempre come tranquillizzarmi.”
“E tu sai sempre come deludermi.”
“Gabry non sono in grado di prendere una decisione al volo. E tu mi stai chiedendo questo. Fino a qualche mese fa non avrei mai pensato di trasferirmi così lontano. Credo che sia lecito avere qualche dubbio a riguardo.”
“Non dovresti averne, perché andremmo insieme. Lo faresti per noi.”
“E tu quindi stai accettando la proposta per noi? Non lo stai facendo per te stesso?”
“Sì, perché è una buona opportunità per entrambi.”
“Dovrei lasciare il lavoro, la famiglia, gli amici. Mollare tutto per cosa?”
“Per me.”
“Lo faccio da quando ci siamo conosciuti. Sarà sempre così? Non me la sento di vivere in questo modo. Ho bisogno di stabilità.”
“Fai come ti pare.”.

A distanza di cinque anni mi ero innervosita esattamente come quel giorno, forse perché non avevo mai imparato a convivere con quel suo costante tentativo di fuga e di allontanamento. La colpa in fondo era mia. Da quando avevamo iniziato a frequentarci, non facevo altro che corrergli dietro, mai incontro, perché lui tirava sempre dritto e non si voltava mai verso di me, certo che ci sarei sempre stata.
La verità è che non ci eravamo mai appartenuti e nessuno dei due sapeva cosa questo significasse. Eravamo fidanzati da una vita, ma appartenersi è diverso. E’ sentirsi vicini sempre, anche nella distanza o nel silenzio.

in-ogni-posto-del-mondo“Come stai? Sono in treno, sto andando a New York.”. Il messaggio di Stefano era arrivato come al solito con un tempismo perfetto.
“Ti allontani sempre di più.”
“In linea d’aria, di pochi chilometri.”
“Lo so, stavo scherzando. Ti sento molto vicino in realtà.”
Sono sempre accanto a te. In ogni posto del mondo.
“E’ la prima volta che ricevo un messaggio come questo, pensavo esistessero solo nei romanzi rosa…”
“Anch’io. E non li leggo nemmeno quei libri. Di certo non avrei mai immaginato che un giorno potesse essere composto dalle mie mani.”
“Come potevi immaginarlo, il ciclone non è prevedibile.”
“Già. E’ appena salita a bordo una ragazza…da dietro mi sembravi tu. Sono quasi svenuto e il mio compagno di università se n’è accorto e mi ha chiesto se stessi bene. Come mi hai ridotto? Comunque dimentica tutto ciò che ti ho scritto l’altro giorno. Riempimi di cuori…E dammi tutto l’amore che hai.”
“E cosa gli hai detto?”
“Niente, ho tergiversato…e ho cambiato discorso. Ma credo che abbia intuito qualcosa.”
“Tipo cosa?”
“Che ti adoro.”
“Cuore cuore cuore.”
“Ahah! Prima pensavo…quando vieni da me in Liguria?”
“Ci sono più probabilità che vada prima sulla luna.”
“Dopo l’estate?”
“Ste, ragiona.”
“Non ci riesco.”
“Ora nemmeno io.”. Ero di nuovo sommersa dalle emozioni.
“Sei mai stata a Boccadasse?”
“No…”
“Allora andiamo lì. E poi a San Rocco. E poi in un posto selvaggio che conosce solo chi è nato in quella zona.”
“I posti selvaggi sono la mia passione.”
“Ok amore mio, allora so dove portarti.”. Solo in quel momento avevo compreso appieno la sensazione che aveva provato quando gliel’avevo scritto io.
“Ora capisco.”. Non ho nemmeno dovuto specificare cosa.
“Però quanto è bello leggerlo?”
“Tanto. Forse troppo. Siamo fregati.”
“E’ vero. Ma questa è vita.”.

Ci siamo presi entrambi una pausa di qualche minuto, durante la quale mi sono alzata per andare a prendere un bicchiere d’acqua, per poi tornare sul divano rimettendomi nella stessa posizione in cui ero da…quanto? Non lo so.

“Martedì mi prendo la mano, anche contro la tua volontà.” mi ha scritto Stefano proprio mentre mi allungavo per recuperare il telefono che si era infilato tra due cuscini.
“Ancora con questa storia? Vedremo…”
“Ma secondo te avrò mai la possibilità di avere un minimo – ripeto minimo – contatto fisico con te?”
“Non lo so. Ma sai perché? Per me è l’unica cosa che manca. Prova a pensare a cosa ci siamo detti e scritti. Io certi discorsi con Gabriele, persona con cui convivo da otto anni, non li ho mai fatti. Certo, è un problema mio…ma del resto per me non è mai stato naturale parlare di certi argomenti con un uomo quindi tutto questo per me è nuovo.”
“E per me non lo è? Siamo nella stessa identica situazione. La pensiamo solo diversamente su un aspetto: provare per credere (io) vs evitare per non sbagliare (tu).”
“Non posso sconvolgere la mia vita in questo momento. Ed è quello che succederebbe se mi lasciassi andare completamente.”
“Ti capisco. Ma tanto prima o poi dovrai cedere quindi ci proverò sempre. Per me è semplicemente la trasmissione del sentimento più…come posso definirla…pulita possibile. E poi stiamo parlando di una mano. Mi devi fare proprio passare per un cretino e farti pregare? Comunque fai come vuoi, l’importante è che tu ci sia.”
“Grazie, vedo che mi dai proprio retta.”
“E’ vero, in questo caso non ti ascolto. Ti guido.”
“E dove mi porti?”
“Non lo so. Dappertutto.”.

Abbiamo continuato a dialogare per ore, durante le quali non mi sono mai alzata dal divano. Non sono andata al supermercato, non ho sistemato nulla in casa e non ho nemmeno appeso i quadri. Sono sempre rimasti nello sgabuzzino e non hanno mai colorato le pareti di quell’appartamento. Forse sapevo che, prima o poi, l’avrei lasciato.

Perché nella vita vediamo passare dei treni. Alcuni si fermano, altri si affiancano a noi più volte. In qualche caso decidiamo di prenderli, in altri no. Può capitare, a posteriori, di pentirci di essere saliti a bordo. Oppure di dovere ammettere di avere perso un’occasione…ma ce ne facciamo una ragione.
C’è però un treno speciale, il più importante, che non possiamo sapere se passerà di nuovo e per questo dobbiamo fare di tutto per salirci. Ma non sempre siamo pronti. È quello che porta in ogni posto del mondo. E non parlo di luoghi fisici, ma di luoghi dell’anima.

viaggiavo troppo forte

“Ciao Bellina, ti volevo mandare un miliardo di baci. Cosa mi racconti?”
“Niente di che, sto sistemando alcune foto che ho fatto questo weekend. Pensavo che la parola baci fosse bannata…”
“Ma va, è semplicemente ossigeno! E’ bannata solo la parole amore per evitare il possibile collasso.”
“Ah ok. Non avevo capito bene. Ormai faccio tutto quello che mi dici! Stai bene comunque?”
“Non esagerare…Ti ho solo detto che non riuscivo più a gestire la situazione, puoi capirmi perfettamente perché la mia reazione è equivalente ai tuoi mal di testa. Non so se sono riuscito a passare il giusto messaggio ma non devi fare quello che ti dico, cerchiamo solo di osservare il codice di condotta per dare la giusta direzione al rapporto. Magari non ha senso quello che sto dicendo, ma quando ti ho scritto, l’altro giorno, stavo attraversando una crisi profonda che adesso sembra essere sparita.”
“Quindi stai bene…”. Non ero convinta di quello che gli avevo appena detto. Non lo riconoscevo. O meglio, era sempre lui. Ma non LUI.

“Ti riferisci all’Isabellite o parli in generale?”
“Ahah, ma cos’è l’Isabellite?”
“E’ un problema gravissimo per cui sto cercando una soluzione, ma non so se esiste. Non faccio altro che pensare ad una persona giorno e notte, vorrei sentirla sempre, sapere cosa pensa in qualunque momento, starle vicino, avere la certezza che ci sarà per sempre. Comunque ora va decisamente meglio, ma non voglio parlare troppo presto. Mi sono fermato un attimo, ho pensato e ripensato a tante cose e – isolandomi – ho capito che non posso e non voglio rovinare tutto, che per me sei una certezza assoluta, che il sentimento che cresceva costantemente dentro di me (amore) andava sedato e che tutte le energie andavano dirottate verso quello più giusto che è il bene.”
I sentimenti si possono controllare?” gli ho chiesto.
“Non lo so. So solo che viaggiavo troppo forte e questo non va bene. Quindi mi impongo, fino a guarigione avvenuta, di pensare a tutte le cose belle legate al nostro magnifico rapporto, che non deve andare nella direzione sbagliata. E non intendo in senso assoluto. Sbagliata per diverse circostanze ma soprattutto in questo momento. Ho bisogno di continuare a custodire questo dono incredibile della vita dentro il mio cuore e con un sorriso, senza pensare a quello che non è.”
“Siamo più o meno nella stessa situazione. Anch’io sono più tranquilla. Per adesso è sensato così, dico sensato perché l’aggettivo giusto non riesco ad usarlo…Un sentimento può essere giusto o sbagliato? Un sentimento è, e basta.”
“Hai ragione. Sensato è la parola corretta.”
“Comunque prima quando ti ho chiesto come stavi, intendevo in generale…”
“Ah, scusa la digressione sull’Isabellite allora.”
“Ad ogni modo, quando sarai guarito del tutto – intendo dire che devono passare mesi e non ore o giorni – ti darò qualche libro da leggere, me li ha consigliati una persona a cui ho raccontato alcune sensazioni che ho provato e devo dire che ho trovato qualche risposta alle mie domande. Forse non sono diventata pazza.”
“Dimmi i titoli subito.”
“Sì, così li leggi…”
“Tu mandameli.”
“Ok, affari tuoi. Ti mando i link per comprarli. Hai il Kindle, vero?”
“Sì.”
“Fatto. Io li ho letti in questi giorni e nonostante sia ancora nel pieno del ciclone non ho avuto ripercussioni, perché alla fine che questo sentimento sia una cosa grande in tutti i sensi è un dato di fatto, quindi l’importante è prenderne coscienza e capire come gestirlo…però per il tuo bene ti consiglio di aspettare.”
“Sono d’accordo. Credo di aver capito quale sia il contenuto di entrambi e sono abbastanza sicuro di non essere pronto adesso e chissà quando lo sarò. Comunque ora mi leggo bene le trame perché muoio dalla curiosità.”
“Leggili tra un po’, fidati.”
“Se mi dici che posso trovare alcune risposte, non so se riuscirò a trattenermi. Ma la cura del mio medico prevedeva anche questo: Non farti domande. Quindi devo resistere.”

Sono stata convocata in una riunione all’improvviso. Per la fretta, ho lasciato il cellulare sulla scrivania. Dopo due ore, che mi sono sembrate un’eternità, ne sono tornata in possesso. E l’ho ritrovato. LUI. Insieme ad una serie di messaggi.
Sì parla di anima gemella…già……
E di vite precedenti. Ah bene, quindi ci siamo già amati? 
Poi ovviamente il destino, figurati. Mi devo preoccupare? Succede qualcosa???
Ma dove sei finita?

Ho letto un pezzo stupendo che potrebbe spiegare per quale motivo non mi volessi dare la mano. Wow.

“Non mi dire che ne hai già iniziato uno.” gli ho risposto quando sono tornata nel mio ufficio.
Ero quasi certa che l’avesse fatto. Lo conoscevo troppo bene. E poi, in tutta sincerità, l’avrei fatto anch’io e questo non faceva altro che avvalorare la mia ipotesi.

viaggiavo-troppo-forteIl pomeriggio successivo una sua telefonata mi ha tolto ogni dubbio.
“Pronto? Ste?”
“Non ti dico niente…mi mancano quaranta pagine del primo.”
“Lo sapevo. Sei incorreggibile.”.

Quanto ero felice di sentire la sua voce.
“Comunque non sono scosso, anzi…quando ritieni opportuno parlarne, o meglio, quando pensi che saremo maturi per farlo, ci sarò.”
“Al di là di tutto è meraviglioso, no?”
“Sì, ma su questo non avevo dubbi. Comunque non mi hai fatto dormire stanotte e stamattina ho saltato una lezione per continuare a leggere. Mi sono fermato solo perché avevo un test obbligatorio. Tengo le ultime pagine per stasera.”
“Sono le migliori!”
“Appunto. Voglio essere lucido e godermele.”
“Un giorno ti dirò cosa ne penso. Per ora forse ti ho raccontato il 5% di quello che provo.”
“Solo il 5%? Io almeno il 50%. Prima ho scritto e cancellato dei pensieri molto compromettenti che mi avrebbero fatto arrivare all’80%.”
“Meglio così…”
“E tu quando mi dirai il restante 95%?”
“Quando usciremo dalla terapia dell’isolamento.”
“Cioè, quando mi odierai? O forse quando mi vorrai buttare fuori dalla tua vita? Non capisco come faccia a tenerti tutto dentro. Comunque sarò sempre qui ad aspettarti.”
“Se non ci metto troppo…”
“Se non ci metti troppo, ti aspetto tutta la vita.”
“Oscar Wilde.”
“Esatto. Fammi capire una cosa. Ma se settimana prossima dovessi casualmente passare per Milano, ci possiamo vedere?”
“Ste.”. Non riuscivo a credere a ciò che avevo appena sentito.
“Non te lo volevo nemmeno dire. Sarò lì martedì per 24 ore al massimo, di cui 12 da passare in università, poi partiremo per un seminario di quattro giorni in una città europea che non è ancora stata definita.”
“A dire il vero penso che sia meglio se ci vediamo dopo l’estate.”. Mentre pronunciavo quelle parole mi stavo chiedendo se fosse quello che volessi veramente.
“Come vuoi. Dopo l’estate? Allora vuoi farmi fuori del tutto! Comunque ogni tuo desiderio è un ordine, quindi non posso che accettare. Quando vuoi stabiliamo un giorno dal 21 settembre in poi. Spero di quest’anno almeno.”
“Per l’occasione comprerò lo spray al peperoncino.”. Avevo già le lacrime agli occhi pensando alla sua reazione.
“Sentila! Dopo questa sappi che non ti sfiorerò mai, nemmeno se mi paghi.”
“Ahah!”
“Ridi, ridi. Ne riparliamo più avanti. Comunque ti vorrei sottoporre alla macchina della verità per capire cosa c’è in quel cervello folle.”
Continuava a parlare e a prendermi in giro, mentre io non riuscivo a smettere di ridere.
“Sei fantastico Ste.”
“Anche tu. Pensaci per martedì. Puoi dirmelo anche all’ultimo.”
“Aperitivo post lavoro? Come ti sembra?”
“Stupendo.”
Non avevi detto che viaggiavi troppo forte?
“E tu non avevi detto che ci dovevamo vedere dopo l’estate?”
Dobbiamo guarireE’ giusto cosìDirottiamo i sentimenti…devo andare avanti?”
Quella è la testa, che spesso è bugiarda.“.

il potere delle parole

“Qui aggiungerei due righe per commentare il grafico, altrimenti è poco chiaro. Questa slide invece non mi convince. La eliminerei.”
“Vado?” mi ha chiesto Camilla.
“Vai vai. Cancella pure. Per il resto ci siamo, brava.”.

Era nel mio team da poche settimane, ma avevo capito immediatamente che quella ragazza sarebbe stata un aiuto prezioso per il progetto su cui stavo lavorando. Era competente, sveglia e piena di iniziativa, doti indispensabili per compensare la mia totale incapacità di concentrarmi di quel periodo. Di fatto, mi limitavo a supervisionare le sue attività, che oltretutto si auto-assegnava. Quando mi congratulavo con lei, per lo meno inizialmente, non ponevo mai l’attenzione su questi aspetti, perché facendolo avrei solamente sottolineato il fatto che fossi completamente inutile, ma non mi risparmiavo mai sui complimenti per i materiali che mi consegnava, sempre perfetti e puntuali.
E per di più era anche molto simpatica. Credo che capisse la mia situazione. Mentale, intendo. Quindi ci facevamo delle grandi risate di fronte alle mie dimenticanze e distrazioni. Una volta aveva provato a chiamarmi una, due, tre volte. Al terzo tentativo, vedendomi china sulla tastiera del computer, mi aveva scritto un’email: “Sei a due metri di distanza da me, ma non mi senti. Mi insegni come si fa? Intendo ad isolarmi in quel modo.”. Stavo chattando con Stefano da più di venti minuti. Mi ero ripromessa di scambiare solo un paio di messaggi dopo la pausa pranzo ma come al solito avevo avevo perso la cognizione del tempo. E dello spazio. Perché solo leggendo le parole di Camilla avevo realizzato di essere in ufficio.
Che fine aveva fatto la ragazza diligente, precisa e stakanovista che si aggirava tra i corridoi dell’azienda fino a poco prima? Non ne avevo idea, ma non mi interessava nemmeno capirlo. Perché in fondo adoravo perdermi in quel modo e in quel mondo.
Non le avevo raccontato nulla e lei non osava farmi domande, probabilmente anche per rispetto del mio ruolo. Nonostante fossimo coetanee, ero il suo capo. Quel giorno, poiché avevamo terminato una serie di attività con largo anticipo, stavamo facendo una pausa più lunga del solito, così ho deciso di provare ad aprirmi un po’ anche con lei.
“TI è mai capitato di incontrare una persona – un ragazzo, intendo – completamente diverso da tutti quelli che hai incontrato prima di lui?” le ho chiesto.
“Beh…credo di sì…ma da che punto di vista?”
“Tutti.”
“Tutti cosa?”
Tutti i punti di vista.
“Spiegati meglio.”
“Un ragazzo capace di trattarti esattamente come vuoi essere trattata, di farti provare le emozioni più belle e intense, di rivelartene ogni giorno di nuove, di disegnarti un sorriso sulle labbra ogni volta che pensi a lui, a voi, ai momenti che avete condiviso. Insomma una persona che ti faccia pensare che devi avere fatto davvero qualcosa di buono nella vita per averla incontrata.”
“Wow. Non ti facevo così romantica.”
“…Appunto. Anche capace di farti parlare attraverso il tuo cuore di pietra.”
“Non mi sembra che tu abbia il cuore di pietra.”
“Perché mi conosci da poco.”
“Vai avanti.”. Aveva capito che c’era qualcosa in più.
“Un ragazzo che, per qualche strano motivo, ti costringe a guardarti dentro. Che smuove delle montagne che non sapevi nemmeno di avere attorno. Che ti dà un senso di pace infinita mentre siete insieme e un senso di tormento interiore appena vi salutate. O meglio, appena tornate alle vostre vite…quelle reali, intendo.”
“Ma tipo…l’anima gemella?”
“In che senso?”
“Come in che senso?”
“Non ho mai capito bene cosa significhi. Sono quei concetti da film strappalacrime? Perché non si tratta solo di questo.”
“Ma no, infatti. Cerca il significato su Internet. Oppure prova a leggere Eat Pray Love. O un altro libro, di cui ora non ricordo il titolo. Te li porto entrambi domani.”
“Ho sicuramente una copia di Eat Pray Love a casa, non so dove sia finita durante il trasloco. Avevo letto qualche pagina un paio di anni fa, ma poi mi ero interrotta. Ci riproverò.”
“Comunque posso darti un consiglio?”
“Certo, dimmi.”
“Non fare cazzate.”. Mi sono voltata verso di lei di scatto perché non mi sarei mai aspettata un’espressione di quel tipo pronunciata da una ragazza che conoscevo da così poco tempo. Però ho apprezzato la sua sfacciataggine e le ho risposto assecondandola. Almeno così pensavo.
“Certo che non faccio cazzate. So a cosa ti riferisci. Il matrimonio e tutto il resto. Mi sposo, non ti preoccupare, non…”
“Sarebbe quella la cazzata.”. Mi ha interrotta quasi con noncuranza, mentre sfogliava una presentazione che qualcuno aveva dimenticato sul tavolo di fianco a noi. “Anzi, nemmeno. La cazzata sarebbe non abbandonarsi a tutto quello che mi hai appena detto. Quando parli con lui e di lui, ti illumini. Scusa la sincerità…ma pensaci.”.

il-potere-delle-paroleQuella conversazione mi aveva scossa nel profondo al punto che, con la scusa di dover fare una telefonata, ero quasi fuggita. Nonostante ciò, appena sono tornata alla scrivania, ho iniziato a cercare informazioni sul concetto di anima gemella, a me totalmente sconosciuto. La mia testa era un groviglio di pensieri sconnessi e quello era forse un modo per cercare di riordinarli.

Che cosa cercavo?
Certezze, che non stessi impazzendo.
Conferme, che non fosse tutto frutto della mia immaginazione.
Spunti di riflessione, per capirci e per capirmi un po’ di più.
In effetti, nelle mie letture, ho trovato questo e molto altro.
In generale avevo capito che dove non arrivavo – o dove non volevo arrivare – io, arrivavano le parole degli altri. Questa è stata la più grande conquista di quei giorni. Ammettere a me stessa che da sola non ce l’avrei fatta o che magari sì, ci sarei riuscita, come sempre del resto, ma che allo stesso tempo, ripensando al “Non fare cazzate.” di Camilla, al “Perché aspettare?” dell’altra collega, al “Non so cosa tu stia facendo, ma qualsiasi cosa sia, continua a farla.” di mio fratello, non potevo più sottovalutare il potere delle parole e quanto queste mi spingessero in avanti, non sapevo in quale direzione, ma adesso lo so: in quella della verità, che forse era ciò a cui inconsciamente volevo andare incontro. Perché quando le conversazioni vanno oltre il pettegolezzo, alla ricerca di conforto e confronto, quello che otteniamo è qualcosa in più di un semplice sfogo. E’ l’accettazione del cambiamento e la scoperta del suo significato.
Dovevo quindi aprirmi e lasciare loro spazio. Alle parole di Stefano, ma anche a quelle libri, dei film, a quelle delle coincidenze, che sembravano sempre più spesso segnali, degli amici, di chiunque incrociasse la mia strada portando quello che ogni volta era un consiglio, una domanda, una rassicurazione o un messaggio. O un secchio d’acqua gelata in faccia, come quella mattina. Solo così avrei potuto trasformare quella nuvola di dubbi e interrogativi in qualcosa che fosse più simile ad un percorso, che – a mia totale insaputa – mi avrebbe condotta sulla mia strada, che è quella su cui sto provando a camminare oggi.

se questo fosse un film

Ciao amore mio.“. Ho composto l’email di getto e gliel’ho inviata senza riflettere, cavalcando l’onda di emozioni del momento.

“Che cosa hai scritto?”
“Ciao amore mio.”
“Ti prego non farmi questo.”
“Devo andare, ci sentiamo domani.”. Gli avrei voluto chiedere Questo cosa? ma non ho fatto in tempo. Dopo avere archiviato la conversazione, ho riposto il telefono nella borsa e mi sono avvicinata a Gabriele, interrompendo un dialogo che non avrei mai voluto ascoltare.

“Saremmo lieti di averla nel nostro staff a Singapore per prendere in mano il reparto che ha già avuto modo di conoscere qualche anno fa. Inizi a pensarci.”
“Lo farò con estremo piacere.”.
Ho sentito un tonfo al petto, come se il mio cuore fosse piombato a terra da chissà quale altezza.

Non conoscevo i dettagli, ma avevo già capito tutto e vedevo l’incubo materializzarsi davanti a me. Un’altra volta.
Avevo passato dieci anni della mia vita a rincorrerlo. Prima con il trasferimento a Milano, successivamente con quello in Oriente. Una città, poi l’altra, poi l’altra ancora, per inseguire qualcosa che non era chiara nemmeno a lui, figuriamoci a me, che non avrei mai lasciato l’Italia e forse nemmeno Firenze, chissà. Non gli ho neanche chiesto se fosse interessato alla proposta, perché quello era scontato, ma avevo bisogno di sapere una cosa.
“Quando?” gli ho chiesto.
“Eh?”
“Dai, sai bene a cosa mi riferisco.”
“Ma niente…”
“Gabry.”
“A gennaio dell’anno prossimo.”.

Come immaginavo l’idea di rifiutare un’opportunità all’estero era quanto di più improbabile potesse materializzarsi nella sua testa. Non era necessario che gli chiedessi nulla, mi bastava osservare l’effetto che la notizia aveva avuto su di lui per capire quanto fosse esaltato e quanto sottovalutasse le conseguenze che quella notizia avrebbe avuto sulla nostra vita ma soprattutto su di me. Perché in ogni caso avrebbero avuto la precedenza le sue ambizioni e il suo desiderio di vivere altrove. In un posto qualunque nel mondo, purché non fosse l’Italia.

“Mi sembra di remare controcorrente.” gli ho detto prima di mettermi sotto le lenzuola.
“In che senso?”
“E’ inutile che continui a fingere di non capire. Mi vuoi dire che rifiuteresti una proposta in quell’ospedale?”
“Non ho detto questo infatti.”
“E perché non mi racconti nulla?”
“Non mi hai fatto neanche una domanda.”
“Te lo sto chiedendo ora: mi spieghi bene cosa ti hanno offerto?”
“Adesso non mi va, sono stanco. E’ già mezzanotte.”
“Perché mi fai questo? Perché ti comporti così? Perché…”. La mia voce era rotta dal pianto.
“Non fare le solite scenate isteriche.”
“Sei il solito egoista.”. Ho preso il mio cuscino e mi sono spostata a dormire nella stanza degli ospiti, o forse quella che avremmo destinato ai nostri figli, ma non ne avevamo mai parlato. Nè dell’uso che avremmo fatto di quella camera, né di bambini. In quell’istante ho ripensato allo scambio di email con Stefano, al nome Stella, a quanto quel discorso mi sembrasse così lontano ma allo stesso tempo così vero, sentito, reale.

Non riuscivo a smettere di piangere. L’uomo con cui avevo deciso di passare il resto della mia vita mi stava abbandonando di nuovo, senza nemmeno rendersene conto, perché viveva nella certezza che l’avrei seguito ovunque.
“Isa, vieni di là.” mi ha detto, sedendosi di fianco a me.
“Lasciami stare.”
“Perché fai così? Non c’è nulla di definitivo.”
“Ci mancava solo che avessi già preso una decisione.”
“Non ho in mano nulla. Ho fatto solo due chiacchiere con dei colleghi.”
“Gabry, ti conosco più di me stessa e so che non vedi l’ora di entrare in ospedale domani per iniziare ad indagare e carpire informazioni.”
“Non ti piacerebbe tornare là?” mi ha chiesto. Ho sgranato gli occhi mentre pensavo che la persona che conoscevo meglio di chiunque altro aveva la capacità di diventare, da un momento all’altro, un completo estraneo.
“Stai scherzando, vero?”
“A dire il vero no.”
“E’ già abbastanza difficile così, cerca almeno di non peggiorare la situazione.”. Sapeva perfettamente quale fosse il mio parere a riguardo.
“Andrò da solo.”.

Singhiozzavo talmente forte da non riuscire a parlare. Mi bruciavano gli occhi, mi pulsavano le tempie, non capivo perché mi trovassi ciclicamente a rivivere quella situazione. Era la quarta o forse quinta volta che Gabriele mi raggelava in quel modo, asserendo che lui sarebbe andato e che l’avrei potuto seguire. Che ne sarebbe stato felice.
Cosa c’è di sbagliato in questo? Tutto. Dovevo pormi questo quesito, invece continuavo a fare lo stesso errore di sempre, ma in fondo sapevo che non sarei stata in grado di rinunciare al nostro rapporto.
“Ok, se è una buona opportunità, vengo con te.” gli ho detto, sdraiandomi di fianco a lui nella nostra camera.
“Vedremo dai, ora non ci pensare.”.

La mattina seguente sono entrata in ufficio struccata e con gli occhi gonfi. Per tutto il giorno ho cercato di evitare il contatto con i colleghi, portando a termine da sola molte attività e senza mai alzarmi dalla scrivania. Nemmeno per mangiare.

Stefano non si era fatto sentire. Strano, ho pensato. Gli ho scritto per chiedergli se stesse bene, senza fare accenno alla notte infernale che avevo passato io. Nessuna risposta. Ho controllato più volte anche nel corso della serata, nulla. Silenzio.

La mattina dopo mi sono svegliata con una lunga email da leggere.

se-questo-fosse-un-filmCiao Bellina,
scusa se non mi sono fatto sentire ieri ma sono stato poco bene. Anzi, dato che con te non posso mentire, ti dico la verità: sono stato molto male. Sto cercando di capire quale sia il motivo e da cosa dipenda la reazione che ho avuto quando ho letto le tre parole che mi hai scritto. Ciao amore mio. Da dove ti sono uscite? Sono stato sommerso da un’onda anomala di…tutto. Dal bello al brutto, avanti e indietro, continuavo a rileggerle e non potevo credere ai miei occhi ma soprattutto non mi capacitavo di cosa fossi riuscita a farmi provare.
E quindi questa volta te lo devo chiedere io, di rallentare. Perché per quanto mi riguarda, non ci capisco più nulla. Se questo fosse un film, ti direi di andare avanti a duecento all’ora e sono certo che gireremmo un capolavoro. Verrei a prenderti per portarti via con me e scoprire insieme a te questo tutte le sfumature del nostro rapporto. Ma questo non è un film, è la vita. Mi fermo, rifletto e mi rendo conto che sto correndo troppo e che devo cercare di sedare quello che sta nascendo dentro di me. Perché c’è Laura, che adesso è qui. Ci sono troppi ostacoli, troppi impedimenti, per non parlare della distanza…insomma, mi sembra tutto un incredibile casino. So di essermi innamorato di te ma allo stesso tempo mi sento estremamente legato a tutto quello che ho costruito fino ad oggi. Come possono convivere queste due sensazioni? Non lo so. Forse non possono. E quindi sono costretto a premere un po’ il freno. Ci possiamo comunque sentire tutte le volte che vuoi, magari evitando quelle tre parole, così riesco a stare a galla in questo mare in tempesta. Buonanotte (buongiorno per te), Ste.
PS Oggi mi sei mancata tantissimo.

Click. Ci eravamo messi in pausa di nuovo. Ogni tanto le riprese si fermavano e noi restavamo lì, immobili come in una fotografia. Non avevamo altra scelta se non quella di procedere a scatti per arrivare a capire, un po’ alla volta, che la nostra vita insieme sarebbe davvero stata un film.

ossigeno

Perché aspettare?

Quella domanda continuava a fare capolino tra i miei pensieri, nei momenti più inaspettati e spesso inopportuni. Non avevo pensato nemmeno per un attimo di trovare una risposta ma non mi limitavo a questo. Cercavo di ignorarla, di cancellarla dalla mia mente e di confinarla in qualche angolo remoto della mia testa.

In quei due giorni di silenzio imposto, sono riuscita a portare a termine diverse attività che avevo iniziato e mai concluso. Così mi sono ritrovata con la lista definitiva degli invitati al matrimonio, la prova di stampa delle partecipazioni, il biglietto aereo per la luna di miele e una serie di prenotazioni rimborsabili per gli alberghi delle diverse tappe del viaggio. Avevo anche iniziato a cercare online qualche idea per l’abito, abbandonando però subito lo slancio di convinzione iniziale.
E’ presto, mi dicevo, quando in realtà mancavano solo sei mesi al 13 dicembre, la data che avevamo scelto per le nozze. La vedevo ancora lontana. O forse no. Ogni tanto cercavo degli escamotage per far sì che, ai miei occhi, lo sembrasse. Rimandare la scelta dell’abito era uno di questi.

Ma nel frattempo la domanda non si perdeva d’animo e si ripresentava di continuo, arrampicandosi tra i miei dubbi e le mie autoconvinzioni.

Fino al giorno in cui, durante una delle solite riunioni in cui riuscivo a concentrarmi su un decimo delle discussioni, ho smesso improvvisamente di rigirare il telefono tra le mani per digitare il seguente messaggio: “Oggi ho incontrato Alice al bar, prima di entrare in ufficio. E’ tornata dalla trasferta di Parigi. Dovrebbe fermarsi qui per un po’ e credo che lavoreremo insieme su alcuni progetti.”. Ho premuto invio e pochi secondi dopo ho aggiunto: “Ah, ciao Ste. Comunque era una scusa per scriverti.”
“Salutamela, non la vedo da almeno un anno ma ogni tanto ci sentiamo. Quando mi dici che cerchi motivi improbabili per avere un contatto con me mi riempi il cuore. Come stai?”
“Bene.”
“Bene bene?” mi ha chiesto. Sapevo esattamente cosa volesse dire.
“Bene…normale. E a Boston come va? Fa freddo?”
“No, come a Milano. Tutto ok anch’io. In quel senso…non sto né bene né male. Mi manchi.”
“Anche tu. Ci sentiamo dopo perché credo di dover intervenire in un discorso.”
“Ciao Bellina.”.

Ossigeno. Quei messaggi erano una boccata di aria fresca, al punto che avevo quasi la sensazione di essere stata in apnea per quarantotto ore.

“Vorrei parlare con qualcuno del nostro rapporto, ma non saprei con chi potrei farlo. Sono circondato da persone che ho conosciuto un mese fa.” mi ha scritto a metà pomeriggio.
Pensavo al dialogo del giorno precedente con la mia collega e all’impatto della sua domanda sulla mia quotidianità. Si trattava di una ragazza che non sapeva quasi nulla di me e con la quale mi confrontavo per la prima volta su temi diversi da analisi, numeri e problemi lavorativi.
“L’ho fatto anch’io ieri.”
Ennesima coincidenza?
“O parallelismo? Ti assicuro che può essere utile, anche se quello che hai di fronte non è un amico. Anzi, magari in questo modo riesci ad avere un punto di vista davvero esterno e disinteressato.”
“Hai ragione. Non ci crederai, ma per un attimo avevo pensato proprio di scrivere ad Alice, prima che tu me ne parlassi stamattina.”
“Questa sì che è una coincidenza.” gli ho risposto stupita.
“Lo è.”
“Ma perché proprio lei?”
“Perché è una persona sensibile che sa ascoltare. Ora ti starai chiedendo che cosa le vorrei dire. Nulla. Solo che impazzisco per te e che sono felice. Ma credo che continuerò a tenermi tutto dentro.”
“Fai sempre quello che ti senti, segui il tuo istinto. Se ti va di raccontarle qualcosa, scrivile.”
“Tu che mi dici di lasciarmi andare…da che pulpito.,.”
“Stamattina ti ho cercato, infatti.”
“E’ vero. Stavo scherzando. Quando hai voglia di sentirmi, mi trovi qui. Quando preferisci tenermi a distanza, mi trovi qui comunque. Non penso che le scriverò perché non credo che possa capire fino in fondo quello che provo, mi piacerebbe solo raccontarle una storia stupenda che mi fa sorridere ogni volta che ci penso. Cioè sempre.”
“Mi fa ridere il fatto che tu la definisca storia.”
“Perché, non lo è?”.

La mia risposta si è fatta attendere a lungo. Precisamente fino al momento meno adatto per iniziare uno scambio di battute folle ed emozionante.

Quella sera, infatti, dovevo presenziare insieme a Gabriele alla festa organizzata dal suo ospedale per chiudere in grande stile una giornata di seminari ed eventi di vario genere con cardiologi provenienti da tutto il mondo.
Ero lì, con il mio abito lungo color verde smeraldo, un bicchiere di vino in mano, in silenzio, completamente soprappensiero. Mentre lui chiacchierava con un gruppo di persone proprio davanti a me, fregandomene del rischio a cui stavo andando incontro, ho appoggiato il flûte sul tavolo e ho composto un’email di poche parole.
ossigeno“In un certo senso, sì.”
“Alla buon’ora!”
“Ahah! Che fai?”
“Sono in aula. Lezione di managerial communication.”
“Bello.”
“Non esattamente. Tu, invece?”
“Sono ad una festa molto formale.”
“Noiosa, quindi.”
“Abbastanza.”
“Poco fa pensavo a quando ti rifiutavi di darmi la mano. Non riesco a togliermi dalla testa quella scena, troppo divertente. Ma toglimi una curiosità, pensavi di rimanere incinta?”.

Non so come abbia fatto a trattenere la risata. Ho abbassato di colpo il Blackberry per guardarmi intorno. Gabriele continuava a parlare con altri medici. Non si era accorto di nulla.
“Ahah, ma quanto sei stronzo? Smettila di prendermi in giro.”
“Stronzo io? Credo di non essermi mai comportato così bene con nessuno sinceramente.”
“Questo è vero.”
“Ah ecco.”
“Ho paura che mi becchino.”
“Allora metti via il telefono. Non voglio che ti agiti, devi stare tranquilla perché hai di fronte 9 mesi intensi.”
“Ma cosa stai dicendo?”
“Devi essere serena per il nostro bimbo.”
“Ah perché hai già deciso che sarà un maschio? Ok, sappi che lo chiameremo Alessio.” gli ho risposto, stando al gioco.
“E’ il mio nome preferito.”
“Non ci credo.”
“Non avrei motivo di mentirti. E sono abbastanza incredulo anch’io.”
“Mi piacciono due o tre nomi maschili, non di più.”
“Idem. Dimmene un altro.”
“Insieme, al 3. 3 2 1…
“Tommaso.” abbiamo scritto entrambi.
“Ok Ste, è quasi inquietante.”
“E’ meraviglioso.” ha replicato.
“E’ vero. La bimba invece si chiamerà Giorgia.”
“E’ uno dei tre nomi femminili che prediligo. Incredibile. Oppure la possiamo chiamare Stella, così avrà le prime tre lettere del mio nome e le ultime del tuo.”
“Stupendo. Wow.”. Ero senza parole. Con lo sguardo fisso sullo schermo, ho riletto più di una volta tutta la conversazione. Quando ho alzato gli occhi, Gabriele mi stava osservando. Così ho scritto un ultimo messaggio.
“Devo chiudere. Grazie per avere allietato la mia serata.”
Grazie a te per avere illuminato la mia vita.“.