avrei parlato di libertà

“In bocca al lupo. Fammi sapere che impressione ti fanno.”
“Crepi. Grazie Marco. Per tutto.”

L’incoraggiamento del mio capo era arrivato qualche minuto prima del mio arrivo ai banchi del controllo immigrazione, mentre cercavo di allontanare un pensiero che non volevo passasse per la mia testa. Riflettevo sul fatto che fossi lì da sola e che magari quella sarebbe stata la prima di…quante altre? Come se dentro di me avessi già deciso che quella fosse la strada da seguire. Poi la razionalità prendeva il sopravvento ed ecco che mi iniziavo a pensare a quanto mi sarei trovata lì con Gabriele, ma no…non ci sarei mai tornata. Quella sarebbe stata – professionalmente parlando – la mia prima e ultima volta a New York.
“What’s the purpose of your visit?”
“Vacation.”
L’avrei vissuta così. Chi poteva dimostrare che non fossi in vacanza? Avevo 36 ore: il tempo di scendere dall’aereo, farmi travolgere dall’energia della città, tornare a casa. Nessuno avrebbe mai saputo nulla, ad eccezione delle amiche più strette e dei miei fratelli. Oltre, ovviamente, alle tre figure che avevano avuto un ruolo chiave nella decisione di salire su quel volo Alitalia decollato tra le nuvole di Malpensa e atterrato nel cielo blu del JFK.
Senza il mio capo, Marco, non avrei nemmeno avuto l’opportunità di fare il colloquio. Perché nonostante non fossi pienamente soddisfatta del mio lavoro, non stavo cercando alternative in quel momento, tanto meno negli Stati Uniti.
Senza Stefano, probabilmente non avrei avuto la forza di provarci. Più o meno inconsciamente, mi aveva aperto la porta del mondo dei sogni, nel quale non riuscivo ancora ad entrare. Provavo però a non voltargli le spalle. In quell’universo misterioso, c’era la ragione che mi aveva portata lì. E per una volta avevo deciso di non chiedermi quale fosse, limitandomi a fidarmi di lei.
Senza contare il fatto che avessi una voglia incredibile di vederlo.
E poi c’era Gabriele. Insieme alla sensazione che probabilmente il mio fosse un tentativo di prendere le distanze dalla vita in cui mi sentivo intrappolata, anche se solo per poche ore. Quelle che mi sarebbero bastate per assaporare la libertà.

Il taxi seguiva il flusso delle auto che si muovevano verso il centro della città. Per un po’ mi sono guardata intorno spaesata, fino a quando ho iniziato a vedere le sagome dei grattacieli all’orizzonte. Uno dopo l’altro. Sempre più vicini. Li osservavo incantata mentre percorrevamo l’ultimo ponte che ci separava da Manhattan. I miei occhi brillavano, lo sentivo, come quando ero con Stefano…come quando ero felice davvero.

L’incantesimo si è rotto all’improvviso. Siamo stati risucchiati in un vortice di traffico, clacson, fiumi di persone, luci, colori, lampeggianti. Dal finestrino vedevo solo palazzi altissimi. Una brusca frenata mi ha quasi catapultata sul sedile di fronte. Ma non mi importava, perché stavo cominciando a respirare.

Avevo poco tempo per lasciare le valigie in albergo, cambiarmi e raggiungere il numero 11 di West 42nd Street.
Dopo una doccia veloce, ho indossato una gonna color verde petrolio e una maglia a girocollo nera, come le scarpe e la borsa. Per scelta, ero arrivata lì senza sapere quasi nulla dell’azienda né della persona che stavano cercando. Marco mi aveva solo detto che avrei dovuto scrivere.
“Scrivere cosa?”
“Qualsiasi cosa.”
“Mi stai dicendo che non mi daranno indicazioni di alcun tipo?”
“Esatto.”
“C’è qualcosa che mi sfugge.”
“Ad esempio?”
“Mi sembra troppo…facile?”
“Non lo è, credimi.”
“Ma posso anche presentarmi da loro con un testo già pronto?”
“Certo, ma te lo sconsiglio. Poi capirai.”. Non gli avevo fatto altre domande.

Sono arrivata con venti minuti di anticipo. Avevo percorso la Fifth Avenue quasi di corsa, fino all’altezza di Bryant Park, quel punto di verde in mezzo alle lastre di vetro del palazzi che lo circondavano. I numeri civici sulle pareti erano talmente grandi che non avrei avuto nessun problema a trovare l’11. Una volta entrata nella hall, ho avuto un attimo di esitazione. Ho preso il cellulare per controllare di nuovo che ore fossero.
“Riesco proprio ad immaginarti, sai? Sarai stupenda. E un po’ spaventata. In bocca al lupo, Bellina mia.”
“Crepi. E’ proprio così…ho paura. Ancora, come sempre nell’ultimo periodo.”
“Ti capisco. Ora non ti voglio distrarre. Scrivimi quando ti liberi.”.

In effetti erano bastate poche parole per farmi perdere la concentrazione: ero rimasta immobile in una zona di passaggio. Dopo aver evitato lo scontro con una ragazza che parlava al telefono in una lingua incomprensibile, mi sono diretta verso la reception.
“Fifteenth floor. That way.” mi ha detto l’operatore, passandomi un badge e indicandomi con la mano gli ascensori alla mia destra.

Al quindicesimo piano si sono spalancate le porte e mi sono trovata davanti un pavimento di tanti colori diversi. Mi ero già innamorata di quel posto ancora prima di essere entrata nell’ufficio.
Sono stata accompagnata nella stanza dei colloqui. E lì ho capito perché non avrebbe avuto senso portare un testo già pronto.
Ero senza parole. E la sfida consisteva proprio nel trovarle, per comporre qualcosa di nuovo, autentico, fresco, mio, di fronte a un panorama mozzafiato, in una stanza con pareti e soffitto di vetro, ma incredibilmente silenziosa. Mi sembrava di essere sospesa nel vuoto. E cos’era quella, se non la rappresentazione esatta della mia vita in quel momento?
C’ero io, all’interno, protetta dai muri che avevo eretto con il passare degli anni, ma finalmente capace di vedere il mondo là fuori. 
Ho immediatamente immaginato cosa sarebbe apparso sul foglio che avevo di fronte a me. Avrei parlato di libertà, con parole semplici, cercando di spiegare cosa si provasse ad essere intrappolati in una situazione, come in quella sala, a trovare il coraggio di uscirne rivolgengo il proprio sguardo all’esterno, anche se per pochi istanti, fino a quando la nebbia sarebbe salita di nuovo, coprendo, chissà per quanto, la bellezza che mi ero trovata inaspettatamente di fronte. Avrei parlato di relazioni, perchè in fondo era quello il sogno della mia vita. E poi avrei rappresentato il significato del messaggio che volevo trasmettere con un disegno, perchè in un cassetto avevo trovato una scatola di matite colorate, identiche a quelle che mi aveva regalato Stefano. E quello non poteva che essere un segnale anche agli occhi di chi, come me, fino a poco prima non ci avrebbe mai creduto.

Avevo in mente il titolo dall’inizio, ma l’ho scritto solo pochi secondi prima di consegnare il lavoro.
Dai colore all’infinito.

Ho lasciato i due fogli nelle mani della ragazza che mi aveva proposto di visitare gli uffici veri e propri. Mi sentivo minuscola rispetto alle persone che incrociavo nei corridoi, che vedevo così sicure di sè, come ero sempre stata io, del resto.
Credo che lei, in qualche modo, se ne fosse accorta. Ma che ne sai, le avrei voluto dire.

avrei-parlato-di-libertaUn sogno.” ho scritto a Stefano mentre entravo in ascensore.
Ero certa che avrei ricevuto un “Te l’avevo detto.” al quale avrei replicato con un “Ah già che tu sai sempre tutto.”, invece la sua risposta è stata molto più speciale. L’ho letta nei suoi occhi, che non mi aspettavo di incrociare lì sotto, perchè non gli avevo detto a che ora avrei fatto il colloquio, nè quanto durasse. Non sapeva nemmeno di avermi inviato il messaggio mentre mi trovavo nella hall. Però era lì davanti a me. Mi sono avvicinata mentre finivo di scrivere al mio capo “Sarebbe stupendo se fosse possibile”.
“Lo è” mi ha risposto.
“Stupendo o possibile?” gli ho chiesto.
“Stupendo e possibile.”.

Iniziavo a credere che fosse vero, non tanto il colloquio, ma tutto ciò che stavo vivendo.
Che i sogni esistessero e che diventassero reali in un preciso momento: quello in cui si ammette di averli. 

Uno di questi era lì, di fronte a me.
“Prima di andare in albergo da te…”
“Chi ha detto che ti ci porto?” l’ho interrotto, sorridendo.
“Ripeto: prima di andare in albergo da te…ti va di fare due passi?”
“Certo che mi va.”
“Dove vuoi andare?”
“Non lo so. Facciamo una cosa senza senso. Fingiamo di essere qui in vacanza.”
“Perchè, non lo siamo?”
“Insomma…”
“Dimmi una parola.”
Libertà.” gli ho risposto immediatamente, ripensando al test appena concluso.
“Perfetto, andiamo a fare i turisti alla Statua della Libertà.”
“Ma non ha senso. E poi l’abbiamo già vista entrambi.”
“Hai proposto tu di fare una cosa insensata.”
“Hai ragione. Da quella parte…”
Ti porto io.” mi ha detto, prendendomi per mano.

a pezzi

“Non riesco ad addormentarmi perché continuo a pensare a come mi sono comportato. Scusami davvero, Isa. Non succederà più, te lo prometto. Si è trattato solo un modo infantile e inutile per difendermi da te. Non mi aspetto una risposta, so che mi dirai che non devo nemmeno giustificarmi, ma lo faccio perché temo di avere passato alcuni concetti sbagliati.
La verità è che ho una paura folle di perdere te insieme a tutto ciò che sta succedendo, che riempie le mie giornata di gioia. Sappi che avrai sempre un posto nel mio cuore qualunque cosa accada, ma ricordati anche che dobbiamo vivere tante cose insieme, a prescindere da una possibile storia. Perché non esiste una ragione al mondo che ci possa vietare di divertirci. A Boccadasse prima o poi ci andremo, un giorno ci lasceremo andare fino allo sfinimento e una notte…”
“Stavo per scriverti una cosa ma mi hai preceduta…forse sono io che ti devo delle scuse, non lo so, da un certo momento in poi non ho capito più nulla. Hai ragione quando dici che sono un po’ matta, ma cosa ci posso fare? Non vorrei mai comportarmi così e ti assicuro che non lo farei con nessun altro. Ma con te cerco sempre di essere sempre sincera. Dicevi…una notte…?”
“Una notte vedrai. Non ho in mente nulla di particolare, so solo che sarà magica. Scusami ancora comunque, mi è andato il sangue al cervello e non ricordo nemmeno con precisione cosa ti ho scritto. Mi sono comportato da egoista e con te non lo sono mai stato. E questo non è giusto per la persona che sei e per quello che provo per te.”
“Non ti preoccupare, è tutto a posto. Certo, sono molto dispiaciuta. Ma non tanto per quello che mi hai detto, quanto piuttosto per il fatto stesso di aver discusso con te. E’ così strano…se ci pensi però, nell’assurdità del nostro rapporto, questo forse è uno degli eventi più normali…”
“E’ vero, ma non riesco comunque a perdonarmi il fatto di aver reagito in quel modo. E a te non è ancora passata, lo sento…”.

Aveva ragione. La sua reazione mi aveva spaventata, si era trasformato in una persona molto distante dall’uomo che stavo scoprendo, al punto che non riuscivo quasi più a riconoscerlo. Ma del resto non mi potevo nemmeno aspettare che fosse in grado di gestire sempre la mia follia. Ero arrivata a dirgli che mi ero addormentata tra le braccia di Gabriele, che quello che stavo facendo era profondamente sbagliato, che avevo bisogno di tempo, che forse non sarei mai riuscita a scappare con lui, come dicevamo sempre. Come volevamo entrambi.

Però lui mi aveva ferita. E sapeva esattamente quanto. In un modo che aveva più o meno la stessa dimensione e intensità della lettera che mi ha scritto nelle ore successive.

Domani ho un esame alle 8, sono le 3 di notte e sono qui a scriverti perché non mi do pace per oggi…Non voglio torturarti né essere ripetitivo ma sento davvero l’esigenza di chiederti scusa ancora una volta per cercare di spiegare almeno in parte la mia reazione. Lo so, non ho fatto niente di indicibile, ho semplicemente perso per un attimo il controllo in senso negativo perché tu, anzi noi (da oggi anch’io), siamo totalmente pazzi ad affrontare certi argomenti. E in fondo penso che sia giusto perché fa parte del nostro rapporto….cosi bello e immenso da essere a tratti ingestibile…A parte questa banale premessa, volevo da un lato chiederti scusa per tanti motivi e dall’altro darti delle certezze infinite…Isa oggi mi sono trasformato in una persona che non avevo mai incontrato e hai ragione quanto mi dici che ero un altro. Sappi che l’ho cacciato.

a-pezziHo messo in dubbio il nostro rapporto per rabbia, abbiamo anche usato il termine chiudere. Ma chiudere cosa? Ti ho scritto “me ne vado”, “basta, vediamo cosa succede”, “fai le tue scelte e lasciami stare”. Bellina non posso perdonarmi di avere detto tutto questo. So – anzi spero – che tu lo possa fare perché consapevole che si sia trattato di una reazione d’Amore. Ho paura di perderti Isa, di staccarmi da te. Non so come si possa evolvere questa situazione, né cosa possa succedere nel breve termine, non capisco nemmeno perché sia capitato proprio a me, ma la verità è che credo di non poter più fare a meno di te…e mi sembra così strano dirlo…io che non sono mai dipeso da nessuno, che sono sempre stato “intero”, da un po’ di tempo a questa parte mi sento a pezzi. Non nel senso classico del termine. E’ come se mi mancasse qualcosa. Come se mi fossi trasformato in un puzzle che può essere completato solo insieme a te. E questa è una sensazione meravigliosa e allo stesso tempo destabilizzante. Perché quando ho la percezione di perderti mi spavento. Ma proiettare le mie insicurezze su di te è profondamente ingiusto.

Sei venuta da me per chiedere aiuto, per trovare conforto, stai impazzendo, soffrendo, ti stai studiando per cercare di capirti meglio. Volevi parlare con una persona vicina, forse troppo, forse la meno indicata, ma una persona con la quale hai un’intimità unica e che comunque rappresenta un punto di riferimento in questo momento difficile. Ti sei appoggiata alla mia spalla perché sono stato io ad invitarti a farlo…e poi come ho risposto?
Inizialmente con la comprensione totale. Poi sei entrata sempre più nel dettaglio e non ho capito più nulla, ho iniziato a dirti cose insensate e a ferirti, ma ti sei resa conto del discorso che mi hai fatto? Un giorno ti innervosisci quando ti spiego come sia nuovo per me il fatto di non provare attrazione per altre donne, un altro mi racconti della tua serata con il tuo fidanzato, con dettagli che probabilmente non racconti nemmeno alle tue amiche…quanto sei matta? Anzi, quanto siamo matti? Concedimi questo attimo di follia…sto ripensando a cosa ho digitato su quella tastiera, dalle frasi più sconclusionate a quel “Scappo per sempre”.
Ma dove vai, cretino? Me lo dico da solo!

Esiste una sola cosa che può farci allontanare: si chiama paura.
Da adesso in poi cercherò di metterla da parte e di lottare ogni giorno per la nostra felicità.

“Ci vediamo a New York.” gli ho scritto, finalmente davvero convinta della mia decisione.
Sarà un sogno. A presto, piccola magica e folle streghetta.”.

i’m in

Con la giusta dose di incoscienza e impulsività con cui si prendono le decisioni guidate dal cuore, ho dato la mia disponibilità per il colloquio. Per non rischiare di cambiare idea all’improvviso, l’ho comunicato al mio capo ancora prima di entrare in ufficio, con un I’m in! che lasciava poco spazio alle interpretazioni. Ci sono.
Mi ha risposto inviandomi la prenotazione del volo. Sarei partita quattro giorni dopo e avrei passato poco più di 24 ore a New York. Nel corpo dell’email precisava che non avrei potuto saltare gli incontri del venerdì successivo, altrimenti mi avrebbe concesso di fermarmi un po’ più a lungo. E che non potevo posticipare il colloquio per nessun motivo. Insomma, non avevo scelta.

Continuavo a chiudere e a riaprire l’allegato. Non riuscivo a credere di averlo fatto davvero, di aver preso una decisione istintiva, in un momento così particolare. Evidentemente ero solo in grado di aggiungere follia alla follia. O forse dovevo sconvolgere la mia vita fino in fondo, per poi iniziare a metterla in ordine.

Ho inoltrato l’email a Gabriele, senza aggiungere commenti. Mi sono limitata ad un Ecco, vado mercoledì prossimo!, come per concludere il discorso della sera precedente, quando non si era mostrato di certo entusiasta, ma nemmeno totalmente contrario. E per una volta avevo deciso di imporre la mia volontà, cercando di non dare ascolto ai dubbi che mi facevano compagnia mentre cercavo di addormentarmi tra le sue braccia.

Ma quei dubbi erano più che legittimi. L’ho capito con il passare delle ore. Una, due, tre. Nessuna risposta. Quattro. Silenzio assoluto. Cinque.
“Se libera di fare quello che vuoi ma sappi che se decidi di salire su quell’aereo non entrerai più in casa. Sono disposto ad accollarmi tutto il mutuo.”.

Mi tremavano le mani mentre cercavo di darmi una spiegazione. Di trovare un senso in quelle parole, frutto di una mattinata di chissà quali riflessioni, quali ripensamenti, quali proiezioni. E se quello della sera prima fosse stato uno spiraglio di comprensione solo apparente? Probabilmente era così, perché lui aveva deciso subito che la libertà, quella di cui lui stesso parlava nel messaggio, in realtà per me non esisteva e a pensarci bene non era mai esistita. Gabriele veniva sempre prima di tutti, ma in particolare prima di me, dei miei desideri e delle scelte che potevano, in tutto o in parte, allontanarsi dai suoi preconcetti e dall’idea che si era costruito della vita. Quella che pensavo fosse la nostra vita, ma che in fondo era solo la sua, a cui io potevo semmai prendere parte rispettandone regole e condizioni.

Nello sgomento più totale, ho iniziato a digitare alcune parole, ma non riuscivo a finire nemmeno una frase. Cancellavo e riscrivevo, mentre il mio cuore batteva sempre più velocemente.
Gabry, ma dici sul serio? Ma certo che diceva sul serio.
Ma come puoi scrivermi un messaggio del genere? Nemmeno questo aveva senso. Ormai l’aveva fatto.
Ieri sera mi sembrava che fossi d’accordo… Corretto. Ma sapevo che non lo fosse pienamente.
Come puoi farmi questo? Fosse stata la prima volta…

Dopo vari tentativi andati a vuoto, ho pensato di utilizzare una domanda, una parola, sei lettere, che riassumevano alla perfezione tutti i miei pensieri.
Perché?
Di nuovo, nessuna risposta. Ho passato il pomeriggio in preda all’ansia, incapace di reagire ma allo stesso tempo di ignorare quello che stavo provando: un totale senso di disorientamento.
Il suo telefono squillava a vuoto.

Alle 6 in punto sono scappata dall’ufficio e ho iniziato a correre verso casa. Quando sono entrata lui non c’era. Non sono riuscita a cenare. Ero seduta sul divano, fissavo l’orologio di fronte a me, ascoltavo i rumori provenienti dalle finestre spalancate, che avevo aperto proprio per nascondere il silenzio assordante del mio appartamento.

Mi ero quasi convinta del fatto che quella sera non sarebbe tornato. Mi stavo per addormentare, sfinita dallo stress accumulato con il passare delle ore, quando ho sentito le porte dell’ascensore aprirsi. Pochi istanti dopo, è entrato in casa, scuro in viso, palesemente furioso e di nuovo io, che mi sentivo impotente di fronte a quell’atteggiamento, gli avrei solo voluto chiedere Perché?

Si muoveva da una stanza all’altra come se niente fosse, ignorandomi.
“Gabry, mi puoi dire qualcosa?”
“Penso di essere stato abbastanza chiaro, no?”
“Spiegami solo il perché di questa reazione.”
“Non ho intenzione di stare con una persona come te. Pronta a seguire i consigli del primo che passa e capace di mettere il lavoro davanti alla nostra relazione.”
“Ma Gabry, è un colloquio. Non ho nemmeno pensato alla possibilità di trasferirmi lì. Volevo solo farmi conoscere, sentire cosa propongono, capire se possa saltare fuori qualcosa di buono, come hai detto tu ieri. Mi conosci abbastanza bene direi…credi davvero che mi possa trasferire lì, così, su due piedi? In un primo momento avevo persino pensato di tenere tutto per me.”
“Non mi va nemmeno di ascoltarti.”
“Invece lo devi fare.”
“Sì sì, parla che ti ascolto…”
“Quanto mi fai incazzare!”
“Sapessi tu.”
“Ok, quindi? Mi stai dicendo che non posso andare?”
“Certo che puoi andare.”
“Gabry, ti prego…”
“Ti ho già detto come la penso, sei libera di fare quello che credi.”.

Conoscevo bene quella situazione e sapevo che non esistevano vie di uscita. Potevo solo assecondarlo. Ma in questo caso, forse, nemmeno.
“Sai cosa ti dico? Che solo il fatto che tu abbia pensato di accettare mi dovrebbe fare riflettere.”
“Sei il solito esagerato!” gli ho urlato in faccia.
“E’ inutile che alzi la voce. Domani fai le valigie ed esci da questa casa.”
“Che cosa? Prima di tutto l’appartamento è di entrambi. E poi no…ma cosa stai dicendo? Puoi provare a ragionare almeno per un attimo?”
“E’ meglio che non lo faccia, fidati.”.

Mi stava esplodendo la testa, non riuscivo a smettere di piangere, singhiozzavo e dalla mia bocca uscivano solo parole rotte dalla disperazione.

“Non posso andare a fare il colloquio, devo chiedere di cancellare la prenotazione, se decido di farlo Gabriele mi sbatte fuori di casa.” ho scritto a Simona.
“Isa è profondamente ingiusto. Non fare questo errore, ti prego.”.
Le avevo raccontato tutto dall’inizio, sapeva quanti dubbi avessi ma allo stesso tempo quanto ci tenessi a salire su quel volo.
Qual è l’ultima volta che hai fatto qualcosa per te stessa?
“Beh, in questo periodo non posso di certo parlare…”
“Lascia stare Stefano. Intendo qualcosa per te e basta.”
“Non saprei.”
“Sali su quell’aereo.”.

“Ok Gabry, non vado.”. Non le avevo dato ascolto. Stavo commettendo un grave errore e ne ero pienamente cosciente, ma non potevo accettare l’idea di distruggere la nostra relazione per un colloquio.
Funziona così. Ad un certo punto ti convinci di essere dalla parte del torto, perché un lavoro ce l’hai, non ti entusiasma ma sai che chiunque pagherebbe per essere al tuo posto, quindi forse lui ha ragione, sono solo dei colpi di testa…
“Non cambia nulla.”
“Per favore, almeno ascoltami…”
“Dimmi.”
“Se deve finire per questo motivo, non ci vado. Ma vorrei che tu ci pensassi davvero e soprattutto che ti fidassi di me. Non ho mai messo davanti nulla a noi, perché dovrei farlo proprio adesso?”
“Me lo chiedo anch’io.”

im-inPerché forse, per la prima volta, stavo davvero aprendo gli occhi. Nonostante non riuscissi ad imporre completamente la mia volontà, in quei momenti mi ricordavo di averla, una volontà. E per certi versi questo mi permetteva di fare un passo in avanti, anche se quasi impercettibile.

Nessuno, ad eccezione della sua famiglia, stava dalla sua parte. Con un’opera di convincimento che mi è costata giorni di discussioni e delusioni, sono riuscita a portarlo dalla mia. Non potevo avere la certezza che mi avrebbe aperto la porta al ritorno, ma avevo deciso di fidarmi e di partire.

Per due giorni ho preso le distanze da Stefano, che nel frattempo mi aveva mandato il suo, di biglietto. Quel Boston-New York di giovedì mattina. Ma a quel punto non ero più sicura di nulla, nemmeno di voler vedere lui.

Mancavano poco più di due giorni alla partenza. Abbiamo iniziato a chiacchierare durante una riunione. Ero strana, lui se ne è accorto e continuava a chiedermi cosa mi stesse succedendo.
“Ste, ho passato quarantotto ore infernali, non sono sicura di voler partire per il colloquio ma alla fine lo farò, non so se sia giusto o sbagliato e non mi importa, però la situazione con Gabriele è molto delicata e sinceramente non so se sia il caso…”
“Di vederci, immagino.” mi ha interrotta.
“Sì.”
“Sai cosa ti dico?”
No, ti prego, non ti ci mettere anche tu. gli avrei voluto dire. Tu che sei sempre così comprensivo, tu che mi capisci sempre, tu che…
“Sei troppo pazza per i miei gusti, Isa. Non mi piacciono le persone che cambiano spesso idea sui sentimenti e tu lo fai in continuazione. Sai bene cosa provo per te e puoi immaginare quanto questo mi faccia stare male.”.

Avrei voluto ribattere, dimostrandogli l’insensatezza del suo discorso, perché i sentimenti non cambiano, magari si trasformano, si evolvono, e comunque non era quello il caso. Ma era partito in quinta anche lui. Mi aveva rinfacciato il fatto di essersi momentaneamente staccato dalla moglie, proprio lei che c’era sempre stata, messa in un angolo ingiustamente per “colpa” mia, che di contro non ero in grado di essere costante e sincera con me stessa. Mi parlava e non lo riconoscevo, perché non era LUI.

Qualche ora dopo mi è arrivata una lunga lettera d’Amore. E di scuse.
Quel giorno, però, avrei dovuto iniziare ad aprire gli occhi su un altro aspetto della vita: i miei desideri non passavano nemmeno da lui. E, prima o poi, avrei dovuto trovare la forza di realizzarli da sola. Solo a quel punto avrei potuto esclamare, davvero, I’m in!.

no filter

Ho messo la mano nella tasca della borsa per prendere la collana. L’avevo tolta qualche ora prima, dopo aver ascoltato il discorso del mio capo. Era un gesto istintivo con cui cercavo di allontanarmi dal disordine che permeava ogni aspetto della mia vita. E Stefano se ne accorgeva ogni volta. Era come se me la prendessi con lui, che non aveva nessuna colpa, se non quella di farmi vivere un sentimento che non credevo possibile, ma allo stesso di tempo, di posizionare davanti a me uno specchio, nel quale vedevo costantemente riflessa una domanda.
Cosa stai facendo?

Sapevo che quella situazione non poteva durare a lungo, ma ero ferma, immobile, incapace di fare un passo in qualsiasi direzione. O almeno, così mi vedevo guardandomi dall’esterno.
Cosa stai facendo? non significava Perché ti comporti così se ti vuoi sposare? ma piuttosto Come hai vissuto finora? Sei felice?

Avevo capito che in realtà non mi volevo sposare. O forse sì. Anzi, era impensabile che non lo facessi.
Ok magari non mi sposo…E poi? Bastava solo quel pensiero per farmi sprofondare nella paura.

Ma dentro di me c’era un percorso già segnato, su cui avevo iniziato a camminare. E forse New York era una tappa da non scartare a priori. Avrei potuto fare il colloquio, anche solo per curiosità, tanto non mi avrebbero mai presa e comunque non mi sarei mai trasferita negli Stati Uniti in quel momento. Nè mai. Forse.

Qualcosa mi diceva che dovevo mostrarmi interessata, ma non riuscivo a farmene una ragione, perché la mia vita stava andando in tutt’altra direzione. Questa era l’unica certezza che avevo in quel momento. Mi chiedevo come fosse anche solo possibile che avessero pensato a me. Anzi, che avesse pensato a me. Lui, Marco, quell’uomo a tratti così schivo, ma allo stesso tempo così sincero e comprensivo. Ci doveva essere un senso dietro a quel gesto. E avevo deciso di cercarlo.

Ho riletto la lettera di Stefano, tenendo nelle mani la collana. L’ho osservata attentamente…Sulla mia strada. E me la sono rimessa al collo. Era forse quella la mia strada? Chi poteva dirlo?
Mentre ascoltavo le parole del mio capo, nonostante la mia testa mi dicesse chiaramente Non ci pensare nemmeno, avevo sentito un brivido attraversarmi il corpo. E quello per me era sempre stato un segnale. Di qualcosa che non andava messo da parte, ma piuttosto inseguito.

Così ho deciso di parlarne a Gabriele. Mi sono diretta verso casa a piedi. Volevo prendere un po’ di tempo per riflettere su cosa dire, come dirlo, come giustificarmi, come dare poco peso alla proposta, come fargli capire che era solo un colloquio, che non sapevo nemmeno io perché lo volessi fare, ma che sentivo di doverci provare. No, questo non lo potevo dire, non l’avrebbe mai capito.

“Quello che mi hai scritto è stupendo. Un giorno spero di essere in grado anch’io di raccontarti chi sei e di spiegarti quanta forza mi diano le tue parole, quando arrivano dal cuore. Credo che ci proverò…per New York.”
“Stai dicendo sul serio?”
“Sì.”
“Bene. Sono felice.”
“Ci proverò a parlarne con Gabriele, intendo.”
“Ah…ok.”
“Lo so che non ha senso.”
“Ce l’ha eccome.”
“Glielo dico perché vorrei fare un tentativo, almeno per farmi conoscere. Ma vedrai che non succederà niente di tutto ciò….”
“Come al solito sei un controsenso unico. Posso sapere qual è il motivo?”
“Lui non lo accetterà mai.”
“Lo conosco a mala pena e non mi posso permettere di entrare nel vostro rapporto, ma mi sembra un comportamento un po’ egoista.”
“Lo è. Hai ragione, non sono convinta, non so cosa fare, non ci voglio andare ma allo stesso tempo sì, preferirei che la proposta non mi fosse nemmeno arrivata ma devo ammettere che mi ha reso felice! Anche se solo per un momento.”
“Allora sai cosa devi fare. Parlane con lui e poi si vedrà. Non buttarla via senza nemmeno riflettere.”
“E’ sempre tutto facile per te.”
“Non lo è, sto solo cercando di indirizzarti verso una decisione che hai già preso. Strega che non sei altro.”
no-filter“Hai ragione, scusa. Devo cercare di trattenermi. A volte esagero perché ti parlo come se fossi un fratello/fidanzato/amico di sempre poi però rileggo e vorrei cancellare tutto. Quindi da adesso applicherò almeno un paio di filtri, partendo da Dolcezza.”
“Bellina, ma scusa di cosa? Voglio che tu sia spontanea quindi puoi fare e dirmi quello che vuoi. E poi tu non puoi essere dolce…”
“Vedremo.”
Se lo diventi significa che lo sei, non si tratterebbe di un filtro. E se un giorno riuscirai ad esserlo con me, sappi che sono disposto a cambiare numero di telefono e sparire per sempre da tutti. Mi piace come ti comporti con gli altri, ma con me ti vorrei dolcissima, innamorata e felice…E appunto no filter, come su Instagram.”
“Ahah, mi piace! Grazie. Ero ansiosa e agitata, mi è bastato parlare dieci minuti con te per stare bene.”
“Non sai quanta voglio ho di sentire la tua voce…”
“Ti chiamo domani. Sono arrivata a casa. Mille bacini.”
“Anche a te.”

Glielo dico. Non glielo dico. Glielo dico.
“Gabry…”
“Ciao amore.”
Non glielo dico.
“Com’è andata oggi?” gli ho chiesto. Mi sembrava un po’ assente.
“Bene. Mi hanno fatto la proposta. Possiamo partire quando vogliamo.”
“Cosa?!”.
“Ci trasferiamo dopo la luna di miele?”
“…”
“Non parli?”
“Non so cosa dire. Sembra che tu finga di non capire cosa provo. Non so se non mi ascolti, non mi credi o non te ne importi nulla del mio parere su tutta questa storia.”
“E’ un’ottima opportunità, lo sai. Non mi va di fare i soliti discorsi.”
“E se ne avessero fatta una anche a me?”
“Sentiamo…”
“Marco mi ha proposto di andare a New York per quella posizione…ti ricordi?”
“Sì…ma cosa c’entra con il tuo lavoro?”
“Con il mio lavoro attuale nulla.”
“E allora? Direi che è inutile perdere tempo dietro a queste idee strampalate.”
“E’ quello che avrei voluto fare, lo sai.”
“Ma non l’hai fatto.”
Avrei voluto urlargli in faccia tutto la rabbia che era riuscito a farmi salire in pochi minuti. Ma non avevo più nemmeno le forze di reagire. Altro che no-filter, ho pensato. Con lui applicavo sempre tutti quelli che conoscevo.

“Hai ragione. Te lo volevo solo raccontare. Non pensavo di andare a fare il colloquio, ma mi ha fatto piacere che abbiano pensato a me, tutto qui.”
“Ok.”
Come immaginavo, non c’era nemmeno uno spiraglio per instaurare un dialogo con lui su questo argomento.

Ho acceso il pc aziendale per controllare l’agenda del giorno successivo.
“Comunque mi hai annullato come uomo. Un altro effetto della Isabellite.”
“In che senso?”
“Non guardo più le altre. Nessuna. Mai successo nella vita…”
“Dovrebbe essere abbastanza normale.”
“Non so, fatto sta che ora è così.”
“Non mi fare innervosire anche tu.”
“Che cosa ho detto?”
“Sei lì con tua moglie e non capisco come tu mi possa fare un discorso di questo tipo. E’ merito mio se non vai con altre? Bene, sono contenta. Anche se lo facessi, cosa ti potrei dire? Niente di niente!”
“Hai ragione, capisco il tuo punto di vista. Ti chiedo scusa, sono stato indelicato ma era solo un piccolo addendum al ti racconto di chi sei di qualche ora fa.”
“Non serviva.”
“Sei gelosa, mi sembra di capire.”
“Fottiti, Ste.”
“Ricordati che puoi dirmi tutto quello che vuoi e anche tutto quello che pensi di non potermi dire per presunta mancanza di autorità. Anche perché l’autorità ce l’hai e a me piacerebbe che la usassi! Intendo quella di un vincolo rappresentato da ciò che ci diciamo, che per me ha valore quanto la formalizzazione di un ruolo.”
“Forse non riesco a dare il giusto peso a quello che mi hai detto e non sono di certo nella posizione per fare un discorso di questo tipo, ma la fedeltà è la base di un rapporto, quindi mi stupisco del fatto che tu ne parli quasi come una conquista.”
“Per me lo è, credimi.”
“Ti chiedo scusa, ora capisco il tuo discorso. Lo davo per scontato, ecco.”
“Che tradotto significa che per un attimo hai pensato che fossi un traditore seriale…”
“Esatto.”
“E perché non me l’hai detto? Abbiamo detto nessun filtro.”
“Non lo so, Ste.”
“Mi dici che mi vedi come fratello/amico/fidanzato perché di queste persone ti fidi. Parti da questo e non farti problemi con me, di nessun tipo. Perché prima hai scritto anche?”
“Quando?”
“Non mi fare innervosire anche tu.”
“Niente…Ti vorrei raccontare delle cose che riguardano Gabriele ma non credo sia il caso.”
“Domani mi dici tutto.”
“E’ meglio di no…sono problemi miei e non è giusto che ti coinvolga.”
“Vedi tu. In questo momento ci dobbiamo sostenere sotto ogni aspetto. Isa per me tu non sei la donna che può regalarmi un futuro migliore del passato o può farmi innamorare come non è mai stato. Sei molto di più. Sei il mio supporto per la vita, la mia metà mancante…e lo sarai sempre, anche se magari non nella realtà, perché chissà cosa succederà…ma saprò che in un posto del mondo c’è la persona che mi completa.”
“Non capisco come siamo passati dal discorso sul tradimento a queste parole meravigliose.”
“Ti volevo rassicurare. E dare il messaggio da riferire alla strega che c’è in te e che ogni tanto fa la sua comparsa. E dirti che ci vediamo a New York.”
“Non penso.”
“Io dico di sì. Buonanotte principessa, stanotte dormi con la mia mano che stringe la tua, anche se non lo sai…”
“Troppo amore in queste email.”
“Un mondo di amore proprio troppo esagerato.”
“Notte, Ste.”

“Mangiamo?”. La domanda di Gabriele ha distolto la mia attenzione dallo schermo.
“Ora preparo.”
“E’ tutto pronto.”
“Davvero?”
“Sì. Vieni in cucina.”.

Non so se fosse stato mosso dai sensi di colpa, ma quel gesto mi aveva colpita, perché non era da lui. E quindi ho deciso di comportarmi anch’io in un modo diverso dal solito, mettendo di nuovo in tavola il discorso che avevo lasciato cadere poco prima.
“Sei sicuro che non sia proprio il caso di fare il colloquio?”
“Ancora con questa storia?” mi ha risposto, facendomi subito pentire di averglielo chiesto.
“E’ solo un colloquio.”
“Se non pensi minimamente alla possibilità di trasferirti lì, è inutile che tu lo faccia. E poi non eri quella che diceva che non voleva vivere all’estero?”
“Ripeto: è solo un colloquio.”
“Ok. Fallo.”
“Voglio che tu sia convinto.”
“Devi farlo tu, non io. Comunque sono d’accordo, magari salta fuori qualcosa di buono, non si sa mai.”.

Sentivo di doverlo fare.
Sentivo che lui non era sincero fino in fondo.
E avevo ragione, in entrambi i casi.

ti racconto chi sei

L’ho sempre fatto, a differenza tua che non rileggi mai nulla. Ma oggi è stato diverso. Sono ripartito dai primi messaggi, uno per uno, alle email, poi ho ripensato ai nostri incontri fugaci, ai silenzi, ai tuoi occhi. A quelli pieni di paura e a quelli pieni di felicità. Ai momenti di crisi e agli istanti in cui i problemi ce li siamo buttati alle spalle, alle nostre mani, alle risate, alle montagne russe, al pranzo, quel pranzo. Ho pensato a quanto mi fai sentire vivo e al modo in cui riesci a tirare fuori il meglio di me. Non so come tu faccia o forse sì. Provo a spiegartelo.
Ti racconto chi sei.

Ci siamo conosciuti circa sette anni fa, sui banchi dell’università, in quella classe che apparentemente non aveva nulla a che fare con i nostri percorsi professionali. Tu sei nata per quello, lo sai, anche se continui a negarlo a te stessa. Si capiva da come osservavi i movimenti del professore, dalla velocità con cui riuscivi a replicarli, dalla bellezza dei lavori che si materializzavano sul tuo computer. E da quello che riuscivi a trasmettere a chi li guardava.

La vita ci aveva fatto incontrare. Noi non eravamo pronti. Ma ha deciso di metterci uno di fronte all’altra una seconda volta. In un’azienda enorme, in uffici separati e con capi diversi, uniti però da un lungo corridoio. Stavo bevendo un caffè e ti ho vista arrivare…eri esattamente la ragazza che ricordavo: bella, solare, simpatica, socievole. E alla mano. Così tanto che mi chiedevo come fosse possibile che ti sentissi a tuo agio da subito in un ambiente come quello. Non lo so. So solo che sei riuscita a prendere il meglio da tutte le esperienze che hai fatto.

Un po’ alla volta ho imparato a capirti, a vedere il bello che c’è in te e a riconoscere la tua marcia in più. La stessa che insieme alla tua bellezza mi ha fatto perdere la testa. Così è passato del tempo, l’intesa è cresciuta, ridevamo perché pensavamo le stesse identiche cose, ma non avevamo idea di cosa potesse succedere. Eravamo sempre più in confidenza, crescevano la complicità e il supporto reciproco, sempre un po’ celati. Ma chiari e visibili agli occhi di chi aveva il coraggio di guardare.

Non abbiamo mai lavorato insieme, ma era come se lo facessimo. Perché il mio primo pensiero nella maggior parte delle situazioni eri tu. Anche se non c’entravi nulla. Perché proprio Isabella? Semplice, perché a lei non dovevo spiegare nulla, capiva sempre al volo quello che volevo dire, perché bastava un cenno per trasferirmi ciò che di più bello un rapporto di qualsiasi tipo possa dare…la complicità.

Tutto questo andava avanti piano piano, ma tu non riuscivi a spingerti più in là, perché negli anni ti sei costruita intorno un muro invalicabile oltre il quale pochi fortunati possono andare. Ma nel frattempo accadevano tante cose. Dai consigli chiesti in mensa, ai confronti, ai primi “ti stavo dicendo la stessa cosa!”, niente di tutto ciò che stiamo vivendo ora, ma iniziavamo a percepire che tra di noi c’era qualcosa che sfuggiva al nostro controllo.

E poi ho ricevuto quella lettera di ammissione al college. Ero felice, ma qualcosa non mi quadrava. Perché soffrivo al pensiero di staccarmi da te?
Cercavo di coinvolgerti nella mia vita, ma più lo facevo, più tu ti allontanavi.

In quei primi contatti c’era tutto quello che avevamo nascosto negli anni. Ogni giorno che passava però era un macigno sul cuore, perché si avvicinava il momento del distacco. Ma distacco da chi? Non avevamo capito nulla…non avevamo capito che quelli erano gli istanti in cui un legame indissolubile stava per nascere.

ti-racconto-chi-seiHo iniziato a capire che provavo qualcosa di diverso, nuovo, unico, perché cercavo sempre un tuo sguardo, un motivo per parlarti, anche se non me ne rendevo conto. Ma dovevo andare, l’università mi stava aspettando e dovevo salire su quel treno. Oggi mi sono chiesto se sia stato il treno giusto. In un certo senso penso di sì. Perché sono sicuro che adesso tu abbia la risposta alla domanda che ti sei fatta più volte: “Perché ha vinto la borsa di studio?”.
Te lo dico io…Perché senza la borsa di studio, senza mia partenza, senza il distacco, tutto questo non sarebbe successo.

Eravamo in un vortice di confusione. Non capivo cosa stesse succedendo e pretendevo senza alcun titolo di essere aggiornato, tu stavi male e volevi avermi vicino ma allo stesso tempo sapevi che la mia vicinanza ti avrebbe creato dei problemi.
Se ci penso bene, adesso mi rendo conto che forse proprio in quei giorni ho iniziato a fare un po’ di chiarezza dentro di me. Perché volevo spiegazioni? Perché tu fuggivi? Perché non riuscivi a dirmi nulla? Forse le risposte arrivano proprio nei momenti di maggiore difficoltà. Sempre che si abbiano la forza e il coraggio di porsi le domande.

Il nostro cuore e la nostra testa avevano capito tutto, ma noi no.
Ci allontanavamo, decidevamo di riavvicinarci, senza sapere cosa dovevamo dirci. Ci davamo giustificazioni che non erano necessarie. Iniziava il bisogno di contatto.

Un bel giorno mi hai detto che preferivi non sentirmi per un po’. Ti confesso che mi sono sentito morire, ma non mi dimenticherò mai la passeggiata che abbiamo fatto al parco mentre tu mi parlavi. Quella camminata tra tentativi di spiegazione e mezze parole. Ti stavo perdendo ma in un certo senso per la prima volta ti sentivo davvero vicina. Dopo quattro settimane di silenzio, tra alti e bassi, è ripartita la complicità. Forse più per merito tuo perché io rimanevo sulla difensiva per paura (mai avuta nella vita). Avevamo superato il primo ostacolo e non potevamo più nascondere a noi stessi il bisogno e la voglia di cercarci.

Tu eri sempre più confusa. Anch’io…ma cercavo di non mostrarlo perché non era da me…anche se mi sono reso conto da subito che a te non posso nascondere proprio nulla.

E così abbiamo capito che c’è un legame speciale. Qualcosa di inspiegabile che lascia dentro di noi mille dubbi ma tante sensazioni stupende.

Ti ho scritto la mia prima lettera pensando di perderti per sempre. E invece, con quel gesto, ti ho trovata. E riconosciuta. Perché quella non era la ragazza che conoscevano tutti. Quella eri TU. Che sei molto di più di quanto potessi immaginare. Ti ho reso partecipe del mio dolore, temendo di spaventarti, ma in fondo quello era anche un modo per trovare delle risposte e capire il nostro legame.

E poi la collana (so che l’hai tolta, streghetta, probabilmente la tieni nella borsa), la tua prima email, il giorno della partenza…
Era nato qualcosa e lo avevamo capito, ma per trovarne il significato doveva passare del tempo. Avevamo il nostro spazio, l’accenno al tormento specifico, la voglia di frequentarci, le conversazioni senza fine, o forse senza un’inizio, perché non si interrompevano mai. I tuoi controsensi e sbalzi di umore e di visione. Ogni giorno diventava tutto più meraviglioso e travolgente…

Sono iniziate le prime ammissioni, il pensiero costante, la voglia di vedersi. Siamo riusciti ad incontrarci qualche volta…Stare insieme anche solo per un’ora è bellissimo. Fa passare la fame, fa vivere per quei momenti…
Poi sono cominciate le mie richieste di contatto fisico…volevo solo la tua mano. Tu non mi davi ascolto ma eri sempre più ambigua: mi tenevi a distanza ma mi chiamavi amore (quando l’hai fatto ho avuto la tachicardia per cinque minuti…). I nostri incontri sono sempre stati tanto belli quanto scioccanti. Finalmente un giorno sono riuscito a prendermela e in quel momento abbiamo incastrato un altro pezzo del nostro puzzle, perché un’ora mano nella mano può fare strani effetti. E qui mi fermo perché non vorrei rovinare un testo che è nato solo per esprimere un sentimento.
E per farti capire esattamente chi sei e che cosa hai fatto.

Avevamo iniziato un viaggio. Ci sembrava di avere già percorso tanti chilometri ma non eravamo poi così distanti dalla linea di partenza di un percorso lungo e tortuoso, alla scoperta di chi saremmo dovuti diventare: “semplicemente” noi stessi.