abbandonarsi

“Isa, ci dobbiamo vedere a pranzo. Dimmi che ci sei.”
“Ci devo pensare…”
“Fottiti.”
“Sto scherzando, certo che ci sono.”
“Ah ecco. Stavo già pensando a una scusa per perdere il volo di stasera. Me l’hanno anticipato di un’ora.”
“Come mai? Per caso preferisci che venga io in università?”
“Non lo so, non me ne importa nulla. Non vedo l’ora di vederti. Sei sicura che non sia un problema? Pensavo che non ti volessi spostare.”
“Esco volentieri. A dopo.”.

abbandonarsiEra una bellissima giornata di sole e avevo voglia di fare due passi. Alle 12:30 sono uscita dall’ufficio e mi sono diretta verso il luogo dell’incontro, un locale aperto poche settimane prima da due ragazzi napoletani.
Camminavo con il telefono in mano per rispondere ad un messaggio di Gabriele, che mi chiedeva se avessi prenotato i treni per Firenze.
“Non ancora, quando rientro dal pranzo li compro.”
“Mi vuoi dire che non hai avuto cinque minuti per farlo stamattina?”
“No, altrimenti li avrei presi.”
“Va beh ho capito, ci penso io.”

In un’altra situazione mi sarei probabilmente fermata in mezzo alla strada per completare l’acquisto immediatamente, con il solo scopo di inviargli l’email di conferma e farlo tranquillizzare, ma mentre aspettavo che la pagina si caricasse il Sei bellissima che mi è apparso sullo schermo mi ha fatto perdere la concentrazione. Così non ho comprato nessun biglietto. Nè in quel momento, né più tardi.

Ci siamo salutati con cenno degli occhi, senza dire una parola.
Mi sono seduta e ho osservato Stefano per qualche istante. Stava mettendo in ordine alcuni fogli pieni di numeri e figure geometriche. Invece di chiedermi che cosa rappresentassero, domanda che mi sarei posta se fossi stata lucida, pensavo a quanto fosse bello anche lui. E al fatto che non volessi perdere nemmeno un minuto del tempo che avevamo a disposizione.
“Ma devi farlo proprio ora?”
“Sì.” mi ha risposto, senza nemmeno fermarsi.

Dopo qualche minuto mi ha allungato il blocco di appunti chiedendomi se volessi dare un contributo al suo progetto di ricerca.
“Eh?” è stato l’unico suono che sono riuscita ad emettere.
“Ho bisogno di legarti a me in qualche modo. Se ti coinvolgo in quella ricerca, ho la certezza che non mi sfuggirai, per lo meno per un po’.”
“Guarda che non serve…”
“Allora ci stai o no?”
“No. Se vuoi ci lavoro anch’io, ma non in via ufficiale. Così ti dimostro che ci sarò sempre e che non hai bisogno di nulla per tenermi vicina.”
“Me lo prometti?”
“Non ce n’è bisogno. Lo sai.”
Nel suo sguardo ho letto un segno di intesa. “Mi fido. Te lo chiedo una volta sola: mi dai la mano?”
“No.”
“Risposta sbagliata.”.

Siamo scoppiati a ridere entrambi, mentre lui mi afferrava il braccio tirandolo verso di sé. Quel giorno non avevo scelta. E forse non l’avrei avuta mai più.
“Ti lascio sempre la massima libertà su tutto, ma oggi decido io. Staremo così per tutta la durata del pranzo.”
“Ma…”

Volevo controbattere con una frase di senso compiuto, ma da un lato ero certa che non avrebbe mai mollato la presa, dall’altro…stavo iniziando a subirne l’effetto.
“Ehi. Vacci piano.”
“Non sto facendo nulla.”.

Non stava facendo niente di strano in effetti. Teneva la mia mano tra le sue e mi accarezzava il dorso, poi il polso, poi una parte del braccio. Intanto sorrideva. Ho cercato di resistere per qualche minuto, fino a quando ho capito che ogni tentativo di divincolarmi sarebbe stato vano. Così mi sono abbandonata a quella presa. E a tutta l’energia che fluiva tra di noi, che partiva dai nostri occhi e si materializzava in quel contatto, con un’intensità che nessuno dei due avrebbe mai potuto immaginare. E che ci ha lasciati entrambi senza parole.

“Mi lasci mangiare qualcosa?” gli ho chiesto, con la scusa di uscire per un attimo da quel campo magnetico che si era creato.
“Ok.” mi ha risposto, aggiungendo poco dopo “Ho finito entrambi i libri comunque.”
“Belli, vero?”
“Belli sì.”
“Dove si terrà quindi il seminario?” gli ho chiesto, per cambiare discorso.
“A Berlino. Vieni?”
“Magari…”
“Dai, vieni.”
“Non posso. Anzi, non possiamo. Ragiona Ste, ragiona. Fallo tu visto che io non ci riesco.”
“Tu ogni tanto ci riesci ancora invece, per quanto mi riguarda credo di avere subito un incantesimo che annulla i miei meccanismi cerebrali ogni volta che ho a che fare con te.”. La mia mano era di nuovo tra le sue.
“Ma se mi lasciassi andare completamente cosa succederebbe?”
“Dimmelo tu.”
“Ho paura.”
“Non stiamo facendo nulla. Mi spieghi come si passa da questo – e mentre lo diceva mi stringeva le dita –  a sconvolgere la propria vita?”
“E’ tutto così intenso, assurdo, diverso…”
“Sai cosa diceva Giorgia?”
“Chi è Giorgia?”
“Era mia sorella.”
“Ah, scusami Ste. Non volevo. Quindi mi stai dicendo che ho beccato proprio il suo nome l’altro giorno, quando parlavamo dei figli?”
“Già…”
“Incredibile…comunque cosa diceva?”
“Mi ripeteva costantemente che aveva la sensazione che fossi alla ricerca di qualcosa in campo sentimentale. E che, in qualche modo, avrei sempre continuato a guardarmi intorno. Anzi, mi diceva di farlo. Ora capisco perché.”.

Ha appoggiato le labbra sulla mia mano. Volevo chiedergli di fermarsi, ma non ci sono riuscita.
“Comunque ecco cosa succederà, Bellina mia. Ci sono due possibilità: nulla, perché tu potresti decidere di tirarti indietro da un momento all’altro. Oppure tutto: qualcosa di immenso a breve. Intendo un amore folle.
“E non c’è il rischio che sia tu a farti da parte?”
“Non è possibile. E’ troppo tardi.”.

Ero d’accordo. Sulle due possibilità. Sul fatto che fosse tardi per fare un passo indietro. Non sono riuscita ad ammetterlo ad alta voce, ma non era necessario.
L’ha capito quando ho smesso di fare leva con il braccio per cercare di indietreggiare, ma soprattutto nell’istante in cui ho avvicinato timidamente anche la mano sinistra alle sue.
In quel mio gesto ho visto e compreso a fondo il significato della parola abbandonarsi.

Il cameriere si è avvicinato al tavolo quasi in punta di piedi per non disturbarci. Poco dopo è tornato con il conto.

Una volta fuori dal ristorante, mi mi sembrava di sentire ancora il contatto delle sue mani sulle mie, gli ho chiesto: “Fammi capire…mi hai toccato anche il cuore?”
“Te l’ho accarezzato, è diverso.”.

Mentre camminavo verso l’ufficio avrei potuto riflettere sul fatto che stessi rientrando in ritardo. Su quanto fosse tutto sbagliato e per certi versi pericoloso. Sul weekend che avrei dovuto passare a Firenze e sui biglietti che non avevo ancora comprato. Sulle chiamate di Gabriele a cui non avevo risposto.
Invece riuscivo solo a guardare verso il cielo, pensando che non fosse mai stato così azzurro.