ri-conoscersi

Si pregano i gentili passeggeri di…
La voce dello speaker faceva da sottofondo ai miei pensieri. Eravamo fermi a qualche chilometro dalla stazione di Bologna.
Di fronte a me, Gabriele stava sfogliando alcune riviste di medicina che gli avevano consegnato in ospedale, mentre io fingevo di essere concentrata su un libro. Volevo leggerne almeno un paio di capitoli, anche per distrarmi, ma dopo qualche minuto mi sono resa conto che il mio viso seguiva il percorso dei paragrafi, arrivando a chinarsi per leggere il fondo della pagina, ma la mia mente era rimasta alla prima riga. O forse nemmeno a quella. Si era persa prima di iniziare.

Ripensavo al pranzo con Stefano, dal quale non mi ero ancora ripresa del tutto. Il cuore continuava a battermi ad un ritmo accelerato, comprimendomi il petto. Stentavo a credere che tutto quello fosse possibile. Fino a quel momento, più di una volta, avevo cercato di convincere me stessa del fatto che ciò che stavamo vivendo fosse soltanto un prodotto della mia mente. Che era nato e stava crescendo perché si trattava di qualcosa di misterioso ma allo stesso tempo impossibile da portare avanti.
Ma sapevo che non era così. Non ero il tipo di persona attratta da quella tipologia di situazione proibitiva e quindi, agli occhi di qualcuno, affascinante. E ora dovevo anche fare i conti con le sensazioni fisiche. E quelle erano più reali che mai. Evidentemente, come tutto il resto.
Avevo promesso a Stefano che, prima o poi, avremmo passato ventiquattro ore insieme, al mare da lui. Ma considerando l’effetto che mi avevano fatto quei settantacinque minuti passati con le mie mani tra le sue, non ero certa di poter superare un giorno interno nei posti da sogno che mi descriveva ormai con una certa frequenza, con un tale trasporto che riusciva quasi a portarmi lì solo con le parole. Mi immaginavo le spiagge, i tramonti, i trekking tra i promontori, il bar “insignificante ma in una posizione magica con vista su tutto il golfo”…
Non ero mai stata in quei luoghi, ma avevo l’impressione di conoscerne già ogni minimo dettaglio, come se fossero anche casa mia. Mi emozionavo solo ascoltandone i racconti e non ne capivo nemmeno il motivo, che era più semplice di quanto immaginassi: erano il mio posto nel mondo, che cercavo da sempre e che stava solo aspettando di accogliermi, come punto di arrivo di un lungo viaggio, fatto di due tappe principali.

riconoscersi1 Riconoscersi
Quella che si stava rivelando davanti ai miei occhi, giorno dopo giorno, era una persona che fondamentalmente conoscevo già. Non so spiegare perché né come, ma non stavo vivendo un rapporto normale, nel quale, con il passare del tempo, si entra sempre più in confidenza e si scoprono particolari del carattere e della personalità di ognuno. Si dice sempre che non si possa mai conoscere davvero una persona. L’ho sempre pensato anch’io, prima di incontrare Stefano. Perché con lui era tutto diverso. Infatti non lo stavo conoscendo, ma riconoscendo. Era la persona che – senza saperlo – avevo sempre sognato, cercato, aspettato. Anzi, non la persona, ma l’uomo. Riflettevo sulla sua frase “…sei “semplicemente” come ho sempre immaginato la donna/persona perfetta.” e sulla domanda che gli avevo posto io: donna o persona? In quel momento non sapevo nemmeno perché gliel’avessi chiesto. Ora mi era chiaro. Perché “persona” era un concetto indefinito. In un certo senso, Gabriele era la persona perfetta: corretta-fedele-composta-tranquilla-coerente-onesta. Ma l’uomo perfetto…è un’altra storia. E Stefano era l’uomo perfetto per me. Si trattava principalmente di accettare l’idea che potesse davvero esistere.

1 Ri-conoscermi
E poi c’era la seconda tappa. Ri-conoscermi, con due significati.

Riconoscere me stessa.
Ah ma quindi questa sono io? Non è possibile, sto impazzendo. Erano la domanda e la risposta che si materializzavano nella mia mente quando, in compagnia di Stefano, mi comportavo in un modo per me nuovo, perché mi sentivo diversa. Libera. Perché ero senza freni e senza filtri. Spontanea, come si dovrebbe essere sempre, ma come non si è quasi mai.
Ma quella ragazza era così distante da quello che ero diventata con il passare degli anni e soprattutto nella mia relazione con Gabriele, che era per me quasi un’estranea. Anche se ne ero (già) innamorata. Avevo solo bisogno di un po’ di tempo per capirlo.

Conoscermi di nuovo.
Ripartire da zero, mettendo in discussione, da un lato, decisioni, scelte, comportamenti, azioni e percorsi iniziati. O iniziati e mai finiti. O nemmeno iniziati. Dall’altro, le mie teorie sull’amore e sulle relazioni. Pensavo di dover lottare contro un destino avverso che mi metteva sulla strada un ostacolo dopo l’altro. Credevo che tutte le relazioni fossero complicate e che quello fosse il prezzo da pagare per avere un rapporto stabile. Che l’uomo perfetto fosse un’utopia e che quindi mi potevo ritenere abbastanza fortunata di avere incontrato una persona “perfetta”. Che vivevo nella paura di perdere alcune certezze, perché non ammettevo a me stessa di averla, quella paura. Che stabilità e emozioni non potessero convivere in un rapporto. Avevo scelto la stabilità, senza rendermi conto dell’errore che stavo commettendo. Perché non si deve mai rinunciare alle emozioni.
Questo aspetto della seconda tappa è molto più complicato di quanto possa sembrare ed è il motivo principale per cui spesso non ci si riesce a staccare dal suolo, pur sentendo il bisogno di spiccare il volo.

“Non mi sono ancora ripresa del tutto. Ci credi?”
“Certo che ti credo, ma vorrei capire cosa pensi e provi.”
“Quello che ti ho detto prima. E poi mi sembra di avere qualcosa che mi comprime il cuore.”
“Sul discorso di oggi pomeriggio non aggiungo altro.Ti aspetto. Anzi, aspetto le ventiquattro ore. Sul resto…cosa posso dire? Liberalo.”
“Cosa?”
“Il cuore.”
“E come si fa?”
“Lasciati andare, abbandonati.”
“Non l’ho fatto a pranzo?”
“Devi farlo sempre.”
“Tu almeno ti sei ricaricato?”
“Sì ma non mi basta mai.”.

A quel punto gli ho fatto la domanda che riassumeva i miei pensieri di quel tratto Bologna-Firenze.
“Dove sei stato finora?”
“Me lo chiedo anch’io. Ti stavo cercando. Mi stavo cercando“.

Siamo in arrivo alla Stazione di Firenze Santa Maria Novella.
Ho alzato gli occhi dal telefono che avevo nascosto tra le pagine del libro. Non avevo nemmeno notato che Gabriele fosse già in piedi, pronto per scendere. Mi sono preparata anch’io, affiancandomi a lui con la mia valigia.
Non mi rivolgeva la parola da più di due ore, precisamente dal momento in cui avevo ammesso di non avere ancora comprato i biglietti del treno, mentre eravamo in metropolitana venti minuti prima dalla partenza. Non aveva voluto sentire ragioni, soprattutto perchè quel weekend era programmato da mesi. Così ci siamo chiusi nel silenzio, rotto soltanto per fingere davanti alle nostre famiglie, riunite per la laurea di sua sorella, che fossimo “felici” come “sempre”.