fuori controllo

“Allora ragazzi, siete pronti per il grande passo?”
Ho bevuto alla goccia il bicchiere di vino che avevo in mano, rivolgendo lo sguardo verso Gabriele che stava osservando il suo, per invitarlo a rispondere a suo zio. Ma lui restava in silenzio.
Avrei voluto dire “Certo che lo siamo!” “Ovviamente!” “Siamo felicissimi!”, ma dalla mia bocca sono uscite le parole “Insomma, più o meno…”.
“Intende dire che forse non si è mai davvero pronti, vero Isa?”
“Sì, Gabry. Era proprio questo il senso della mia frase.”.

Non lo era affatto, ma non potevo di certo puntualizzarlo in quel momento. Credo che suo zio abbia percepito il nostro imbarazzo, preferendo chiudere il discorso – giustamente – nel modo più banale possibile: “E’ un grande cambiamento, in effetti. Che dire…in bocca al lupo. Ci rivediamo qui a Firenze tra qualche mese.”
“Crepi” abbiamo risposto in coro.

Grande passo, grande cambiamento. Era davvero così? Per me il matrimonio con Gabriele non era niente di tutto questo. O meglio, non lo era mai stato. Fino a pochi mesi prima lo vedevo come una normale tappa del nostro percorso, come l’evoluzione quasi naturale e scontata della nostra storia. Del resto…poteva andare diversamente? Quale altro futuro potevo immaginare? Nessuno.

Non mi rendevo conto del fatto che lo vivessi senza alcun tipo di trasporto emotivo, ma questo ancora prima di “incontrare” Stefano. Probabilmente perché non sapevo assolutamente cosa fossero le emozioni e cosa significasse sentire di voler fare qualcosa. Sentire di volersi sposare. Non semplicemente sposarsi perché era normale, giusto, scontato.
Non capivo nemmeno perché molte coppie decidessero di non farlo, mentre oggi vedo tutto sotto una luce diversa. Se l’Amore c’è prima e ci sarà dopo, lo stesso identico Amore, l’atto in sé, per molti, può semplicemente non avere un significato. Trovo molto più sensato questo ragionamento rispetto a ciò che dicevo e facevo io. A quel “sì” detto con convinzione ma quasi per inerzia.

Con-tatto.”
Sentire.”
“Ciao principessa.”
“Ciao Ste.”
“Sei in ufficio? Ti posso mandare un testo da rivedere? Manca qualcosa…Mi serve il tuo tocco geniale.”
“Purtroppo sì. Certo, mandamelo pure.”
“Ma come purtroppo…”
“Ogni mattina quando passo il badge mi guardo intorno e metto in discussione tutte le scelte lavorative che ho fatto finora.”
“Sei sempre in tempo per cambiare.”
“Vorrei fare proprio tutt’altro, credo. Non lo so, sono un po’ confusa ultimamente, su tutti i fronti…”
“Fallo. Comincia oggi.”
“Ma non so cosa voglio fare.”
“Certo che lo sai, hai paura di dirlo ad alta voce.”
“Non è vero…ad ogni modo, ora inserisco una notifica sul calendario.”
“Che notifica?”
“Tra cinque anni, se sarò ancora qui dentro, sarai autorizzato a fare irruzione nel mio ufficio per buttarmi fuori.”
“Cinque anni? Va bene, spero di portarti via con me molto prima però.”.

fuori-controlloSorridevo mentre mi coprivo il viso con le mani, come per nascondere la gioia, la felicità e in un certo senso l’imbarazzo che quelle parole mi provocavano. O forse non le parole ma ciò che mi succedeva mentre le leggevo. Mi vergognavo di sentirmi così, fuori controllo, in balìa di tutte quelle sensazioni nuove che mi facevano sentire così stupida, ma anche leggera…e viva.
“Ormai ti abbiamo persa.” la voce del mio capo mi ha riporta sulla terra in un attimo.
“Scusa, leggevo un messaggio di una mia amica…è così stupida…”
“Sì sì, salutamela. Forse non l’hai ancora capito, ma sei talmente innamorata che ormai vivi su una nuvola. Vuoi una scala per scendere?”
“Non si sta poi così male, quassù…” gli ho risposto, senza provare nemmeno a contraddirlo.
“Credo anche di sapere di chi si tratti.”

Come aveva fatto a capirlo? Era così palese? Ero così fuori controllo da non riuscire a nascondere più nulla? Ma poi non ero innamorata, dai.

“Impossibile.”
“Stefano.”
“Ma figurati.”. Ero diventata bordeaux, lo sapevo. Mi succedeva da un po’, da quando il muro che mi ero costruita intorno al cuore aveva iniziato a sgretolarsi. Quello era uno degli effetti. Non riuscivo più a contenere alcune reazioni.
“Qui abbiamo sempre fatto il tifo per voi, sappilo. Perché era palese che tra di voi ci fosse un sentimento innato. Dico innato perché avete sempre fatto tutto il possibile per nasconderlo a voi stessi, ma lui restava lì, aspettando che gli deste un po’ di spazio. Finalmente l’hai capito e se a Stefano non è ancora chiaro, diglielo. Fai pure il mio nome.”
“E’ molto chiaro anche a lui, credimi.”
“E allora, cosa state aspettando?”
“Non lo so. Non siamo pronti. Stiamo provando a vivere il sentimento, per ora…So che è sbagliato, ma…”
“Per certi versi lo è. Ma è sbagliato anche insabbiarlo. Non fate questa cazzata.”
“Non sei il primo che me lo dice.”
“Fatti due domande allora.”
“Me le sto facendo credimi. Penso di avere iniziato un percorso grazie a lui, indipendentemente da quello che c’è tra di noi. Sto riflettendo su tanti aspetti della mia vita…”
“A proposito di questo…”

Credo che una parte di me fosse riuscita ad anticipare il discorso che stavo per ascoltare, perché ho sentito una stretta al cuore e un senso di vertigini, pur non avendo idea di cosa Marco mi stesse per chiedere.
“Vuoi provare a fare un colloquio per la posizione di New York?”
“Che cosa? Ma non ci doveva andare…”
“Ci doveva andare Annalisa, sì. Perché sono attività che ha sempre seguito lei. Ma non ti sei chiesta perché stessimo temporeggiando sulla proposta?”
“Sì, credevo si trattasse questioni burocratiche, visto che si dovrebbe trasferire con marito e figli, suppongo…”
“Stavo valutando di chiederlo a te. So che qui ti occupi di strategia mentre lì andresti principalmente per scrivere. So che hai appena comprato casa. So della tua storia. So tutto. Ma credo che sia il lavoro perfetto per te, anche se non riesco a spiegarne con precisione il motivo e ho intrapreso una guerra contro gli altri che ti vogliono tenere qui, per non perderti come risorsa ma anche perché sono convinti che quello non sia il lavoro adatto a te. Anche a me farebbe comodo che tu restassi con noi. Avevo pensato di non dirti nulla di questa mia folle idea, ma avevo l’impressione di non fare il tuo bene. E non me lo sarei mai perdonato.”
“Non ci posso andare. Non ho mai scritto nulla, non mi prenderebbero mai. Ho sempre detto di volerlo fare, tutto qui.”
“Appunto. Ti sto dando l’opportunità di provarci.”
“Non sono pronta.”
“Nemmeno per questo? Non sei pronta per Stefano, non sei pronta per scrivere…”
“Questi sono davvero dei grandi passi e dei grandi cambiamenti.” gli ho risposto. Non poteva sapere che mi stessi riferendo al discorso del giorno prima con lo zio di Gabriele. “E poi non mi posso trasferire a New York. Non lo posso nemmeno proporre. Verrei sbattuta fuori di casa.”
“Non vorrei essere troppo invadente, ma ti sembra una cosa normale?”
“Sì, perché ho sempre detto di voler vivere qui. Siamo tornati a Milano per questo. E poi lascerei questo lavoro, no no non posso…”
Sei sicura che non si tratti solo di paura? Paura di qualcosa che in fondo, però, sai di volere.”
“Ci devo pensare.”
“Quindi non è un no?”
“Non lo è, ma ho bisogno di tempo.”
“Prenditelo. Nel frattempo con gli americani me la vedo io.”
“Grazie Marco.”
“E di che? Prendi in mano la tua vita, Isa.”
“Ci sto provando, ma ogni giorno che passa mi sembra sempre tutto più complicato”.

Fuori controllo. Non lo ero solo io, ma lo era anche tutto ciò che mi circondava. Più passava il tempo, più cercavo di contenere gli effetti del ciclone, più cercavo di trovare un senso a quello che stava accadendo…più andavo in confusione. Mi guardavo intorno e vedevo solo disordine.

Non ero sicura di riuscire a parlare a Gabriele di quella proposta, perché ero certa che avrebbe reagito male. Glielo avrei nascosto e avrei declinato l’offerta.
Ma a Stefano non potevo mentire. Perché in fondo non lo potevo fare nemmeno con me stessa. La verità era che quella proposta conteneva il lavoro dei miei sogni, ma non avrei mai immaginato che la potessero fare proprio a me, perché era troppo diversa da quello che avevo fatto fino a quel momento, visto che dei miei sogni non mi ero mai presa cura, avendoli buttati nel cestino molto tempo prima.

New York.”
“Non mi dire che vieni qui.”
“No. Ma…”
“Non mi dire che l’hanno chiesto a te.”
“Sì.”
“Accetta almeno di fare il colloquio.”
“Non posso Ste.”
“Puoi. Devi.”
“No, non posso, lo sai.”
“Fa’ come credi. Ma non lottare contro te stessa.
“Ci penso.”
“Mi raccomando. Adesso prenditi una pausa e dai un’occhiata al documento che ti ho mandato, mi serve un tuo guizzo creativo.”
“Ok, ci provo. Ci sentiamo domani.”.

Non ero in grado di lavorare in quel momento, ma ho deciso di provare a farmi un’idea di cosa Stefano mi chiedesse di fare.
L’ho capito alla prima riga.
Mi chiedeva di seguirlo.
Di farmi prendere per mano.
Di non avere paura.

Mentre leggevo il contenuto di quel file, che non aveva niente a che fare con il lavoro, pensavo ad una cosa soltanto: anche se sembra tutto fuori controllo, se temi di perderti, se non trovi un senso in quello che sta succedendo, quando la vita ti parla devi provare almeno ad ascoltarla.