avrei parlato di libertà

“In bocca al lupo. Fammi sapere che impressione ti fanno.”
“Crepi. Grazie Marco. Per tutto.”

L’incoraggiamento del mio capo era arrivato qualche minuto prima del mio arrivo ai banchi del controllo immigrazione, mentre cercavo di allontanare un pensiero che non volevo passasse per la mia testa. Riflettevo sul fatto che fossi lì da sola e che magari quella sarebbe stata la prima di…quante altre? Come se dentro di me avessi già deciso che quella fosse la strada da seguire. Poi la razionalità prendeva il sopravvento ed ecco che mi iniziavo a pensare a quanto mi sarei trovata lì con Gabriele, ma no…non ci sarei mai tornata. Quella sarebbe stata – professionalmente parlando – la mia prima e ultima volta a New York.
“What’s the purpose of your visit?”
“Vacation.”
L’avrei vissuta così. Chi poteva dimostrare che non fossi in vacanza? Avevo 36 ore: il tempo di scendere dall’aereo, farmi travolgere dall’energia della città, tornare a casa. Nessuno avrebbe mai saputo nulla, ad eccezione delle amiche più strette e dei miei fratelli. Oltre, ovviamente, alle tre figure che avevano avuto un ruolo chiave nella decisione di salire su quel volo Alitalia decollato tra le nuvole di Malpensa e atterrato nel cielo blu del JFK.
Senza il mio capo, Marco, non avrei nemmeno avuto l’opportunità di fare il colloquio. Perché nonostante non fossi pienamente soddisfatta del mio lavoro, non stavo cercando alternative in quel momento, tanto meno negli Stati Uniti.
Senza Stefano, probabilmente non avrei avuto la forza di provarci. Più o meno inconsciamente, mi aveva aperto la porta del mondo dei sogni, nel quale non riuscivo ancora ad entrare. Provavo però a non voltargli le spalle. In quell’universo misterioso, c’era la ragione che mi aveva portata lì. E per una volta avevo deciso di non chiedermi quale fosse, limitandomi a fidarmi di lei.
Senza contare il fatto che avessi una voglia incredibile di vederlo.
E poi c’era Gabriele. Insieme alla sensazione che probabilmente il mio fosse un tentativo di prendere le distanze dalla vita in cui mi sentivo intrappolata, anche se solo per poche ore. Quelle che mi sarebbero bastate per assaporare la libertà.

Il taxi seguiva il flusso delle auto che si muovevano verso il centro della città. Per un po’ mi sono guardata intorno spaesata, fino a quando ho iniziato a vedere le sagome dei grattacieli all’orizzonte. Uno dopo l’altro. Sempre più vicini. Li osservavo incantata mentre percorrevamo l’ultimo ponte che ci separava da Manhattan. I miei occhi brillavano, lo sentivo, come quando ero con Stefano…come quando ero felice davvero.

L’incantesimo si è rotto all’improvviso. Siamo stati risucchiati in un vortice di traffico, clacson, fiumi di persone, luci, colori, lampeggianti. Dal finestrino vedevo solo palazzi altissimi. Una brusca frenata mi ha quasi catapultata sul sedile di fronte. Ma non mi importava, perché stavo cominciando a respirare.

Avevo poco tempo per lasciare le valigie in albergo, cambiarmi e raggiungere il numero 11 di West 42nd Street.
Dopo una doccia veloce, ho indossato una gonna color verde petrolio e una maglia a girocollo nera, come le scarpe e la borsa. Per scelta, ero arrivata lì senza sapere quasi nulla dell’azienda né della persona che stavano cercando. Marco mi aveva solo detto che avrei dovuto scrivere.
“Scrivere cosa?”
“Qualsiasi cosa.”
“Mi stai dicendo che non mi daranno indicazioni di alcun tipo?”
“Esatto.”
“C’è qualcosa che mi sfugge.”
“Ad esempio?”
“Mi sembra troppo…facile?”
“Non lo è, credimi.”
“Ma posso anche presentarmi da loro con un testo già pronto?”
“Certo, ma te lo sconsiglio. Poi capirai.”. Non gli avevo fatto altre domande.

Sono arrivata con venti minuti di anticipo. Avevo percorso la Fifth Avenue quasi di corsa, fino all’altezza di Bryant Park, quel punto di verde in mezzo alle lastre di vetro del palazzi che lo circondavano. I numeri civici sulle pareti erano talmente grandi che non avrei avuto nessun problema a trovare l’11. Una volta entrata nella hall, ho avuto un attimo di esitazione. Ho preso il cellulare per controllare di nuovo che ore fossero.
“Riesco proprio ad immaginarti, sai? Sarai stupenda. E un po’ spaventata. In bocca al lupo, Bellina mia.”
“Crepi. E’ proprio così…ho paura. Ancora, come sempre nell’ultimo periodo.”
“Ti capisco. Ora non ti voglio distrarre. Scrivimi quando ti liberi.”.

In effetti erano bastate poche parole per farmi perdere la concentrazione: ero rimasta immobile in una zona di passaggio. Dopo aver evitato lo scontro con una ragazza che parlava al telefono in una lingua incomprensibile, mi sono diretta verso la reception.
“Fifteenth floor. That way.” mi ha detto l’operatore, passandomi un badge e indicandomi con la mano gli ascensori alla mia destra.

Al quindicesimo piano si sono spalancate le porte e mi sono trovata davanti un pavimento di tanti colori diversi. Mi ero già innamorata di quel posto ancora prima di essere entrata nell’ufficio.
Sono stata accompagnata nella stanza dei colloqui. E lì ho capito perché non avrebbe avuto senso portare un testo già pronto.
Ero senza parole. E la sfida consisteva proprio nel trovarle, per comporre qualcosa di nuovo, autentico, fresco, mio, di fronte a un panorama mozzafiato, in una stanza con pareti e soffitto di vetro, ma incredibilmente silenziosa. Mi sembrava di essere sospesa nel vuoto. E cos’era quella, se non la rappresentazione esatta della mia vita in quel momento?
C’ero io, all’interno, protetta dai muri che avevo eretto con il passare degli anni, ma finalmente capace di vedere il mondo là fuori. 
Ho immediatamente immaginato cosa sarebbe apparso sul foglio che avevo di fronte a me. Avrei parlato di libertà, con parole semplici, cercando di spiegare cosa si provasse ad essere intrappolati in una situazione, come in quella sala, a trovare il coraggio di uscirne rivolgengo il proprio sguardo all’esterno, anche se per pochi istanti, fino a quando la nebbia sarebbe salita di nuovo, coprendo, chissà per quanto, la bellezza che mi ero trovata inaspettatamente di fronte. Avrei parlato di relazioni, perchè in fondo era quello il sogno della mia vita. E poi avrei rappresentato il significato del messaggio che volevo trasmettere con un disegno, perchè in un cassetto avevo trovato una scatola di matite colorate, identiche a quelle che mi aveva regalato Stefano. E quello non poteva che essere un segnale anche agli occhi di chi, come me, fino a poco prima non ci avrebbe mai creduto.

Avevo in mente il titolo dall’inizio, ma l’ho scritto solo pochi secondi prima di consegnare il lavoro.
Dai colore all’infinito.

Ho lasciato i due fogli nelle mani della ragazza che mi aveva proposto di visitare gli uffici veri e propri. Mi sentivo minuscola rispetto alle persone che incrociavo nei corridoi, che vedevo così sicure di sè, come ero sempre stata io, del resto.
Credo che lei, in qualche modo, se ne fosse accorta. Ma che ne sai, le avrei voluto dire.

avrei-parlato-di-libertaUn sogno.” ho scritto a Stefano mentre entravo in ascensore.
Ero certa che avrei ricevuto un “Te l’avevo detto.” al quale avrei replicato con un “Ah già che tu sai sempre tutto.”, invece la sua risposta è stata molto più speciale. L’ho letta nei suoi occhi, che non mi aspettavo di incrociare lì sotto, perchè non gli avevo detto a che ora avrei fatto il colloquio, nè quanto durasse. Non sapeva nemmeno di avermi inviato il messaggio mentre mi trovavo nella hall. Però era lì davanti a me. Mi sono avvicinata mentre finivo di scrivere al mio capo “Sarebbe stupendo se fosse possibile”.
“Lo è” mi ha risposto.
“Stupendo o possibile?” gli ho chiesto.
“Stupendo e possibile.”.

Iniziavo a credere che fosse vero, non tanto il colloquio, ma tutto ciò che stavo vivendo.
Che i sogni esistessero e che diventassero reali in un preciso momento: quello in cui si ammette di averli. 

Uno di questi era lì, di fronte a me.
“Prima di andare in albergo da te…”
“Chi ha detto che ti ci porto?” l’ho interrotto, sorridendo.
“Ripeto: prima di andare in albergo da te…ti va di fare due passi?”
“Certo che mi va.”
“Dove vuoi andare?”
“Non lo so. Facciamo una cosa senza senso. Fingiamo di essere qui in vacanza.”
“Perchè, non lo siamo?”
“Insomma…”
“Dimmi una parola.”
Libertà.” gli ho risposto immediatamente, ripensando al test appena concluso.
“Perfetto, andiamo a fare i turisti alla Statua della Libertà.”
“Ma non ha senso. E poi l’abbiamo già vista entrambi.”
“Hai proposto tu di fare una cosa insensata.”
“Hai ragione. Da quella parte…”
Ti porto io.” mi ha detto, prendendomi per mano.