fuori controllo

“Allora ragazzi, siete pronti per il grande passo?”
Ho bevuto alla goccia il bicchiere di vino che avevo in mano, rivolgendo lo sguardo verso Gabriele che stava osservando il suo, per invitarlo a rispondere a suo zio. Ma lui restava in silenzio.
Avrei voluto dire “Certo che lo siamo!” “Ovviamente!” “Siamo felicissimi!”, ma dalla mia bocca sono uscite le parole “Insomma, più o meno…”.
“Intende dire che forse non si è mai davvero pronti, vero Isa?”
“Sì, Gabry. Era proprio questo il senso della mia frase.”.

Non lo era affatto, ma non potevo di certo puntualizzarlo in quel momento. Credo che suo zio abbia percepito il nostro imbarazzo, preferendo chiudere il discorso – giustamente – nel modo più banale possibile: “E’ un grande cambiamento, in effetti. Che dire…in bocca al lupo. Ci rivediamo qui a Firenze tra qualche mese.”
“Crepi” abbiamo risposto in coro.

Grande passo, grande cambiamento. Era davvero così? Per me il matrimonio con Gabriele non era niente di tutto questo. O meglio, non lo era mai stato. Fino a pochi mesi prima lo vedevo come una normale tappa del nostro percorso, come l’evoluzione quasi naturale e scontata della nostra storia. Del resto…poteva andare diversamente? Quale altro futuro potevo immaginare? Nessuno.

Non mi rendevo conto del fatto che lo vivessi senza alcun tipo di trasporto emotivo, ma questo ancora prima di “incontrare” Stefano. Probabilmente perché non sapevo assolutamente cosa fossero le emozioni e cosa significasse sentire di voler fare qualcosa. Sentire di volersi sposare. Non semplicemente sposarsi perché era normale, giusto, scontato.
Non capivo nemmeno perché molte coppie decidessero di non farlo, mentre oggi vedo tutto sotto una luce diversa. Se l’Amore c’è prima e ci sarà dopo, lo stesso identico Amore, l’atto in sé, per molti, può semplicemente non avere un significato. Trovo molto più sensato questo ragionamento rispetto a ciò che dicevo e facevo io. A quel “sì” detto con convinzione ma quasi per inerzia.

Con-tatto.”
Sentire.”
“Ciao principessa.”
“Ciao Ste.”
“Sei in ufficio? Ti posso mandare un testo da rivedere? Manca qualcosa…Mi serve il tuo tocco geniale.”
“Purtroppo sì. Certo, mandamelo pure.”
“Ma come purtroppo…”
“Ogni mattina quando passo il badge mi guardo intorno e metto in discussione tutte le scelte lavorative che ho fatto finora.”
“Sei sempre in tempo per cambiare.”
“Vorrei fare proprio tutt’altro, credo. Non lo so, sono un po’ confusa ultimamente, su tutti i fronti…”
“Fallo. Comincia oggi.”
“Ma non so cosa voglio fare.”
“Certo che lo sai, hai paura di dirlo ad alta voce.”
“Non è vero…ad ogni modo, ora inserisco una notifica sul calendario.”
“Che notifica?”
“Tra cinque anni, se sarò ancora qui dentro, sarai autorizzato a fare irruzione nel mio ufficio per buttarmi fuori.”
“Cinque anni? Va bene, spero di portarti via con me molto prima però.”.

fuori-controlloSorridevo mentre mi coprivo il viso con le mani, come per nascondere la gioia, la felicità e in un certo senso l’imbarazzo che quelle parole mi provocavano. O forse non le parole ma ciò che mi succedeva mentre le leggevo. Mi vergognavo di sentirmi così, fuori controllo, in balìa di tutte quelle sensazioni nuove che mi facevano sentire così stupida, ma anche leggera…e viva.
“Ormai ti abbiamo persa.” la voce del mio capo mi ha riporta sulla terra in un attimo.
“Scusa, leggevo un messaggio di una mia amica…è così stupida…”
“Sì sì, salutamela. Forse non l’hai ancora capito, ma sei talmente innamorata che ormai vivi su una nuvola. Vuoi una scala per scendere?”
“Non si sta poi così male, quassù…” gli ho risposto, senza provare nemmeno a contraddirlo.
“Credo anche di sapere di chi si tratti.”

Come aveva fatto a capirlo? Era così palese? Ero così fuori controllo da non riuscire a nascondere più nulla? Ma poi non ero innamorata, dai.

“Impossibile.”
“Stefano.”
“Ma figurati.”. Ero diventata bordeaux, lo sapevo. Mi succedeva da un po’, da quando il muro che mi ero costruita intorno al cuore aveva iniziato a sgretolarsi. Quello era uno degli effetti. Non riuscivo più a contenere alcune reazioni.
“Qui abbiamo sempre fatto il tifo per voi, sappilo. Perché era palese che tra di voi ci fosse un sentimento innato. Dico innato perché avete sempre fatto tutto il possibile per nasconderlo a voi stessi, ma lui restava lì, aspettando che gli deste un po’ di spazio. Finalmente l’hai capito e se a Stefano non è ancora chiaro, diglielo. Fai pure il mio nome.”
“E’ molto chiaro anche a lui, credimi.”
“E allora, cosa state aspettando?”
“Non lo so. Non siamo pronti. Stiamo provando a vivere il sentimento, per ora…So che è sbagliato, ma…”
“Per certi versi lo è. Ma è sbagliato anche insabbiarlo. Non fate questa cazzata.”
“Non sei il primo che me lo dice.”
“Fatti due domande allora.”
“Me le sto facendo credimi. Penso di avere iniziato un percorso grazie a lui, indipendentemente da quello che c’è tra di noi. Sto riflettendo su tanti aspetti della mia vita…”
“A proposito di questo…”

Credo che una parte di me fosse riuscita ad anticipare il discorso che stavo per ascoltare, perché ho sentito una stretta al cuore e un senso di vertigini, pur non avendo idea di cosa Marco mi stesse per chiedere.
“Vuoi provare a fare un colloquio per la posizione di New York?”
“Che cosa? Ma non ci doveva andare…”
“Ci doveva andare Annalisa, sì. Perché sono attività che ha sempre seguito lei. Ma non ti sei chiesta perché stessimo temporeggiando sulla proposta?”
“Sì, credevo si trattasse questioni burocratiche, visto che si dovrebbe trasferire con marito e figli, suppongo…”
“Stavo valutando di chiederlo a te. So che qui ti occupi di strategia mentre lì andresti principalmente per scrivere. So che hai appena comprato casa. So della tua storia. So tutto. Ma credo che sia il lavoro perfetto per te, anche se non riesco a spiegarne con precisione il motivo e ho intrapreso una guerra contro gli altri che ti vogliono tenere qui, per non perderti come risorsa ma anche perché sono convinti che quello non sia il lavoro adatto a te. Anche a me farebbe comodo che tu restassi con noi. Avevo pensato di non dirti nulla di questa mia folle idea, ma avevo l’impressione di non fare il tuo bene. E non me lo sarei mai perdonato.”
“Non ci posso andare. Non ho mai scritto nulla, non mi prenderebbero mai. Ho sempre detto di volerlo fare, tutto qui.”
“Appunto. Ti sto dando l’opportunità di provarci.”
“Non sono pronta.”
“Nemmeno per questo? Non sei pronta per Stefano, non sei pronta per scrivere…”
“Questi sono davvero dei grandi passi e dei grandi cambiamenti.” gli ho risposto. Non poteva sapere che mi stessi riferendo al discorso del giorno prima con lo zio di Gabriele. “E poi non mi posso trasferire a New York. Non lo posso nemmeno proporre. Verrei sbattuta fuori di casa.”
“Non vorrei essere troppo invadente, ma ti sembra una cosa normale?”
“Sì, perché ho sempre detto di voler vivere qui. Siamo tornati a Milano per questo. E poi lascerei questo lavoro, no no non posso…”
Sei sicura che non si tratti solo di paura? Paura di qualcosa che in fondo, però, sai di volere.”
“Ci devo pensare.”
“Quindi non è un no?”
“Non lo è, ma ho bisogno di tempo.”
“Prenditelo. Nel frattempo con gli americani me la vedo io.”
“Grazie Marco.”
“E di che? Prendi in mano la tua vita, Isa.”
“Ci sto provando, ma ogni giorno che passa mi sembra sempre tutto più complicato”.

Fuori controllo. Non lo ero solo io, ma lo era anche tutto ciò che mi circondava. Più passava il tempo, più cercavo di contenere gli effetti del ciclone, più cercavo di trovare un senso a quello che stava accadendo…più andavo in confusione. Mi guardavo intorno e vedevo solo disordine.

Non ero sicura di riuscire a parlare a Gabriele di quella proposta, perché ero certa che avrebbe reagito male. Glielo avrei nascosto e avrei declinato l’offerta.
Ma a Stefano non potevo mentire. Perché in fondo non lo potevo fare nemmeno con me stessa. La verità era che quella proposta conteneva il lavoro dei miei sogni, ma non avrei mai immaginato che la potessero fare proprio a me, perché era troppo diversa da quello che avevo fatto fino a quel momento, visto che dei miei sogni non mi ero mai presa cura, avendoli buttati nel cestino molto tempo prima.

New York.”
“Non mi dire che vieni qui.”
“No. Ma…”
“Non mi dire che l’hanno chiesto a te.”
“Sì.”
“Accetta almeno di fare il colloquio.”
“Non posso Ste.”
“Puoi. Devi.”
“No, non posso, lo sai.”
“Fa’ come credi. Ma non lottare contro te stessa.
“Ci penso.”
“Mi raccomando. Adesso prenditi una pausa e dai un’occhiata al documento che ti ho mandato, mi serve un tuo guizzo creativo.”
“Ok, ci provo. Ci sentiamo domani.”.

Non ero in grado di lavorare in quel momento, ma ho deciso di provare a farmi un’idea di cosa Stefano mi chiedesse di fare.
L’ho capito alla prima riga.
Mi chiedeva di seguirlo.
Di farmi prendere per mano.
Di non avere paura.

Mentre leggevo il contenuto di quel file, che non aveva niente a che fare con il lavoro, pensavo ad una cosa soltanto: anche se sembra tutto fuori controllo, se temi di perderti, se non trovi un senso in quello che sta succedendo, quando la vita ti parla devi provare almeno ad ascoltarla.

duemilapercento

“E cosa pensi di avere trovato?”
“L’Amore. Per me, per te, per noi. Quello della specie protetta. Ripetiamo sempre le stesse cose, se qualcuno leggesse quello che scriviamo…”
“Si innamorerebbe, Ste.”
“Di cosa?”
“Del sentimento, della tua dolcezza, del mondo che abbiamo creato.”
“Come tutte le persone a cui abbiamo raccontato ciò che stiamo vivendo.”
“Con chi ne hai parlato?”
“Con la proprietaria del mio appartamento. E con un paio di compagni di classe.”
“Non mi avevi detto nulla…”
“Sai già tutto. O meglio, non sai cosa dico a loro, ma sai cosa provo, cosa penso…cosa divento quando ci sentiamo…”. Forse si aspettava una risposta da parte mia, che non è arrivata.
“…Un cretino, intendo.” ha aggiunto.
“Ma quale cretino…sei tutto quello che avrei voluto avere dalla vita.”
“Perché avrei voluto? Sembra che manchi un pezzo di frase. Avrei voluto se…Invece sono qui.
“Magari ci stiamo sbagliando entrambi e la cosa si sgonfia, o magari scopriamo che non è come sembra…e se provassimo queste emozioni solo perché siamo tutti e due – io quasi – sposati? Non lo so e non ci voglio nemmeno pensare…”
“Ma lo fai.”. In effetti non aveva tutti i torti.
“E’ vero. Però in questo momento per me sei troppo e non so come gestire la situazione se non tirando il freno a meno con questi pensieri e contenendo me stessa. Visto che tu non sei in grado di farlo.”.

Mentre mi preparavo per la giornata infinita che stavo per affrontare, che prevedeva cerimonia di laurea, pranzo con i parenti e cena con gli amici della sorella di Gabriele, ripensavo a quella conversazione. E a quanto fossi pesante. Sì, perché lo ero. Forse troppo. Forse per questo Stefano non mi aveva più scritto nulla. Forse…
“Forse devo aggiungere una cosa per non essere fraintesa. Non voglio assolutamente dire di essere la donna della tua vita, o di essere sicura di volere stare con te chissà per quanto. Per quello ne so potrebbe anche essere un’avventura di un giorno, un mese o un anno, ma per qualche motivo che non so spiegare sono certa che sarebbe un sogno. Vissuto al duecento per cento.
“Non capisco questa precisazione e non ti risponderei nemmeno. Non so se tu sia la donna della mia vita. Come faccio a saperlo? So solo che non ho mai provato quello che provo per te e non so cosa sia. Probabilmente il tempo lo dirà. Ad oggi, so solo che è immenso.
“Ma non era Amore?”
“Penso di sì, ma chi può dirlo? Facciamo un esperimento. Finiamola con tutte queste paranoie e discorsi inutili, nelle prossime ore limitiamoci a scrivere una parola a testa. E cerchiamo di capire cos’è.”
[Uso il fucsia per Isabella e il verde per Stefano]

“Ci sto. Inizio io. Immenso.”
“Ma l’ho appena detto io…”
“Una parola.”
Follia.”
Intimità.”
Intesa.”
“Non mi copiare.”
“Non rompere. Ovunque.”
“Eh?”
Tutto.”
“Non ti seguo.”
“Fare di tutto ovunque.”
“Non ricominciamo come l’altro giorno…”.

Quello che pensavamo fosse solamente un sentimento intangibile e platonico, si era trasformato, durante quel pranzo mano nella mano, in qualcosa di molto meno astratto. Nel giro di pochi minuti, eravamo in grado di passare da discorsi indefiniti, puri e per certi versi anche spirituali, a dialoghi spinti e per così dire…poco romantici (per passare il concetto con eleganza). Con la stessa intensità, all’ennesima potenza. Bastava soltanto che uno dei due facesse il primo passo.

“Isabella è pronta?”. La voce del fratello maggiore di Gabriele ha messo in pausa quella fase del gioco.
Sì, sono qui. Sono già sul pianerottolo.”. L’ultima parola prima di uscire, mi sono detta.
In realtà abbiamo continuato il nostro esperimento tutto il giorno. Gli ho scritto nascondendo il cellulare tra i banchi dell’università, sotto il tavolo del ristorante, dietro la schiena di sua cognata, dentro la borsa, in mezzo alla tesi.
Era sbagliato? Sì, era sbagliato.
Era evitabile? Sì, era evitabile.
Ero felice?

duemilapercentoFelicità.”
Sfida.”
Cambiamento.”
Crescita.”
Fiducia. Protezione. Comunque tu sapevi già tutto.”
“In che senso?”
“Quando sostenevi che mi sarei dovuta prendere una settimana di vacanza se mi avessi riferito quello che pensavi, non avevo idea di cosa mi potessi dire perché non ero nella confusione più totale. Mentre tu sembravi in pieno controllo della situazione. Sono in ritardo di due o tre settimane rispetto a te.”
“Due o tre settimane? Pieno controllo? Mi sono limitato a parlare con te, confrontandomi, sfogandomi e ascoltando i tuoi timidi segnali, per arrivare arrivare alla consapevolezza che stesse nascendo qualcosa di grande. Abbiamo fatto tutto insieme, fin dall’inizio. Adesso vorrei solo avere la libertà di viverti, scoprirti, baciarti (e qui mi fermo)…so che ci sono dei limiti oggettivi e che si deve avere pazienza, ma per quale evoluzione? Non lo so. So solo che siamo profondamente legati, ci rispettiamo e non vogliamo che l’altro soffra. E che nessuno dei due è pronto per scelte complicate e drastiche.”
“Già.”
“E che non mi puoi chiedere di trattenermi, perché non lo voglio fare e in fondo nemmeno tu, visto che mi dai corda…”
“Lo so…perché in teoria vorrei pormi dei limiti, ma la pratica è ben diversa, come abbiamo constatato più volte.”
“E’ così. Giusto per chiarire, streghetta…non sono qui ad aspettare il momento in cui tu sarai pronta per fare evolvere la storia, ma scelgo di viverla anche secondo i tuoi tempi e i tuoi sbalzi di vedute per due motivi. Perché quello che provo per te è così grande che non posso che accettare tutto ciò che ritieni ti faccia stare meglio. E’ questo che voglio: che tu stia bene, che sia felice, serena, piena di vita, sempre e non solo quando passi del tempo con me. Inoltre penso che questo possa rappresentare il prezzo da pagare per il dono che ho ricevuto. I regali sono gratuiti, è vero. Ma le cose migliori non lo sono mai. Richiedono sempre sforzo, sacrificio, pazienza, determinazione, costanza, impegno. Questo sentimento infinito non è da meno. Magari cambierà e diventerà più normale, ma nessuno ci porterà mai via l’intimità che abbiamo scoperto di avere e per la quale sono disposto a tutto. Ti ho incontrata e il resto conta poco o nulla. Sarai la mia migliore amica, una storia breve, mia moglie o chissà cos’altro, basta che tu sia qualcosa perché non posso pensare di perderti e ti regalerei la luna se potessi.”.

Gli avrei dovuto ricordare che una moglie…ce l’aveva già. Ma non ho voluto rovinare la poesia di quel momento.
“Questa era più di una parola.”
Noi.”
Riconoscersi.”
Coraggio. Abbandonarsi. Coraggio di abbandonarsi. A quello che ci siamo detti, scritti, promessi.”
Duemila.”
“Duemila cosa?”
Duemilapercento. Altro che duecento per cento.”

Ero felice, lo eravamo entrambi. Troppo felici.

ri-conoscersi

Si pregano i gentili passeggeri di…
La voce dello speaker faceva da sottofondo ai miei pensieri. Eravamo fermi a qualche chilometro dalla stazione di Bologna.
Di fronte a me, Gabriele stava sfogliando alcune riviste di medicina che gli avevano consegnato in ospedale, mentre io fingevo di essere concentrata su un libro. Volevo leggerne almeno un paio di capitoli, anche per distrarmi, ma dopo qualche minuto mi sono resa conto che il mio viso seguiva il percorso dei paragrafi, arrivando a chinarsi per leggere il fondo della pagina, ma la mia mente era rimasta alla prima riga. O forse nemmeno a quella. Si era persa prima di iniziare.

Ripensavo al pranzo con Stefano, dal quale non mi ero ancora ripresa del tutto. Il cuore continuava a battermi ad un ritmo accelerato, comprimendomi il petto. Stentavo a credere che tutto quello fosse possibile. Fino a quel momento, più di una volta, avevo cercato di convincere me stessa del fatto che ciò che stavamo vivendo fosse soltanto un prodotto della mia mente. Che era nato e stava crescendo perché si trattava di qualcosa di misterioso ma allo stesso tempo impossibile da portare avanti.
Ma sapevo che non era così. Non ero il tipo di persona attratta da quella tipologia di situazione proibitiva e quindi, agli occhi di qualcuno, affascinante. E ora dovevo anche fare i conti con le sensazioni fisiche. E quelle erano più reali che mai. Evidentemente, come tutto il resto.
Avevo promesso a Stefano che, prima o poi, avremmo passato ventiquattro ore insieme, al mare da lui. Ma considerando l’effetto che mi avevano fatto quei settantacinque minuti passati con le mie mani tra le sue, non ero certa di poter superare un giorno interno nei posti da sogno che mi descriveva ormai con una certa frequenza, con un tale trasporto che riusciva quasi a portarmi lì solo con le parole. Mi immaginavo le spiagge, i tramonti, i trekking tra i promontori, il bar “insignificante ma in una posizione magica con vista su tutto il golfo”…
Non ero mai stata in quei luoghi, ma avevo l’impressione di conoscerne già ogni minimo dettaglio, come se fossero anche casa mia. Mi emozionavo solo ascoltandone i racconti e non ne capivo nemmeno il motivo, che era più semplice di quanto immaginassi: erano il mio posto nel mondo, che cercavo da sempre e che stava solo aspettando di accogliermi, come punto di arrivo di un lungo viaggio, fatto di due tappe principali.

riconoscersi1 Riconoscersi
Quella che si stava rivelando davanti ai miei occhi, giorno dopo giorno, era una persona che fondamentalmente conoscevo già. Non so spiegare perché né come, ma non stavo vivendo un rapporto normale, nel quale, con il passare del tempo, si entra sempre più in confidenza e si scoprono particolari del carattere e della personalità di ognuno. Si dice sempre che non si possa mai conoscere davvero una persona. L’ho sempre pensato anch’io, prima di incontrare Stefano. Perché con lui era tutto diverso. Infatti non lo stavo conoscendo, ma riconoscendo. Era la persona che – senza saperlo – avevo sempre sognato, cercato, aspettato. Anzi, non la persona, ma l’uomo. Riflettevo sulla sua frase “…sei “semplicemente” come ho sempre immaginato la donna/persona perfetta.” e sulla domanda che gli avevo posto io: donna o persona? In quel momento non sapevo nemmeno perché gliel’avessi chiesto. Ora mi era chiaro. Perché “persona” era un concetto indefinito. In un certo senso, Gabriele era la persona perfetta: corretta-fedele-composta-tranquilla-coerente-onesta. Ma l’uomo perfetto…è un’altra storia. E Stefano era l’uomo perfetto per me. Si trattava principalmente di accettare l’idea che potesse davvero esistere.

1 Ri-conoscermi
E poi c’era la seconda tappa. Ri-conoscermi, con due significati.

Riconoscere me stessa.
Ah ma quindi questa sono io? Non è possibile, sto impazzendo. Erano la domanda e la risposta che si materializzavano nella mia mente quando, in compagnia di Stefano, mi comportavo in un modo per me nuovo, perché mi sentivo diversa. Libera. Perché ero senza freni e senza filtri. Spontanea, come si dovrebbe essere sempre, ma come non si è quasi mai.
Ma quella ragazza era così distante da quello che ero diventata con il passare degli anni e soprattutto nella mia relazione con Gabriele, che era per me quasi un’estranea. Anche se ne ero (già) innamorata. Avevo solo bisogno di un po’ di tempo per capirlo.

Conoscermi di nuovo.
Ripartire da zero, mettendo in discussione, da un lato, decisioni, scelte, comportamenti, azioni e percorsi iniziati. O iniziati e mai finiti. O nemmeno iniziati. Dall’altro, le mie teorie sull’amore e sulle relazioni. Pensavo di dover lottare contro un destino avverso che mi metteva sulla strada un ostacolo dopo l’altro. Credevo che tutte le relazioni fossero complicate e che quello fosse il prezzo da pagare per avere un rapporto stabile. Che l’uomo perfetto fosse un’utopia e che quindi mi potevo ritenere abbastanza fortunata di avere incontrato una persona “perfetta”. Che vivevo nella paura di perdere alcune certezze, perché non ammettevo a me stessa di averla, quella paura. Che stabilità e emozioni non potessero convivere in un rapporto. Avevo scelto la stabilità, senza rendermi conto dell’errore che stavo commettendo. Perché non si deve mai rinunciare alle emozioni.
Questo aspetto della seconda tappa è molto più complicato di quanto possa sembrare ed è il motivo principale per cui spesso non ci si riesce a staccare dal suolo, pur sentendo il bisogno di spiccare il volo.

“Non mi sono ancora ripresa del tutto. Ci credi?”
“Certo che ti credo, ma vorrei capire cosa pensi e provi.”
“Quello che ti ho detto prima. E poi mi sembra di avere qualcosa che mi comprime il cuore.”
“Sul discorso di oggi pomeriggio non aggiungo altro.Ti aspetto. Anzi, aspetto le ventiquattro ore. Sul resto…cosa posso dire? Liberalo.”
“Cosa?”
“Il cuore.”
“E come si fa?”
“Lasciati andare, abbandonati.”
“Non l’ho fatto a pranzo?”
“Devi farlo sempre.”
“Tu almeno ti sei ricaricato?”
“Sì ma non mi basta mai.”.

A quel punto gli ho fatto la domanda che riassumeva i miei pensieri di quel tratto Bologna-Firenze.
“Dove sei stato finora?”
“Me lo chiedo anch’io. Ti stavo cercando. Mi stavo cercando“.

Siamo in arrivo alla Stazione di Firenze Santa Maria Novella.
Ho alzato gli occhi dal telefono che avevo nascosto tra le pagine del libro. Non avevo nemmeno notato che Gabriele fosse già in piedi, pronto per scendere. Mi sono preparata anch’io, affiancandomi a lui con la mia valigia.
Non mi rivolgeva la parola da più di due ore, precisamente dal momento in cui avevo ammesso di non avere ancora comprato i biglietti del treno, mentre eravamo in metropolitana venti minuti prima dalla partenza. Non aveva voluto sentire ragioni, soprattutto perchè quel weekend era programmato da mesi. Così ci siamo chiusi nel silenzio, rotto soltanto per fingere davanti alle nostre famiglie, riunite per la laurea di sua sorella, che fossimo “felici” come “sempre”.

abbandonarsi

“Isa, ci dobbiamo vedere a pranzo. Dimmi che ci sei.”
“Ci devo pensare…”
“Fottiti.”
“Sto scherzando, certo che ci sono.”
“Ah ecco. Stavo già pensando a una scusa per perdere il volo di stasera. Me l’hanno anticipato di un’ora.”
“Come mai? Per caso preferisci che venga io in università?”
“Non lo so, non me ne importa nulla. Non vedo l’ora di vederti. Sei sicura che non sia un problema? Pensavo che non ti volessi spostare.”
“Esco volentieri. A dopo.”.

abbandonarsiEra una bellissima giornata di sole e avevo voglia di fare due passi. Alle 12:30 sono uscita dall’ufficio e mi sono diretta verso il luogo dell’incontro, un locale aperto poche settimane prima da due ragazzi napoletani.
Camminavo con il telefono in mano per rispondere ad un messaggio di Gabriele, che mi chiedeva se avessi prenotato i treni per Firenze.
“Non ancora, quando rientro dal pranzo li compro.”
“Mi vuoi dire che non hai avuto cinque minuti per farlo stamattina?”
“No, altrimenti li avrei presi.”
“Va beh ho capito, ci penso io.”

In un’altra situazione mi sarei probabilmente fermata in mezzo alla strada per completare l’acquisto immediatamente, con il solo scopo di inviargli l’email di conferma e farlo tranquillizzare, ma mentre aspettavo che la pagina si caricasse il Sei bellissima che mi è apparso sullo schermo mi ha fatto perdere la concentrazione. Così non ho comprato nessun biglietto. Nè in quel momento, né più tardi.

Ci siamo salutati con cenno degli occhi, senza dire una parola.
Mi sono seduta e ho osservato Stefano per qualche istante. Stava mettendo in ordine alcuni fogli pieni di numeri e figure geometriche. Invece di chiedermi che cosa rappresentassero, domanda che mi sarei posta se fossi stata lucida, pensavo a quanto fosse bello anche lui. E al fatto che non volessi perdere nemmeno un minuto del tempo che avevamo a disposizione.
“Ma devi farlo proprio ora?”
“Sì.” mi ha risposto, senza nemmeno fermarsi.

Dopo qualche minuto mi ha allungato il blocco di appunti chiedendomi se volessi dare un contributo al suo progetto di ricerca.
“Eh?” è stato l’unico suono che sono riuscita ad emettere.
“Ho bisogno di legarti a me in qualche modo. Se ti coinvolgo in quella ricerca, ho la certezza che non mi sfuggirai, per lo meno per un po’.”
“Guarda che non serve…”
“Allora ci stai o no?”
“No. Se vuoi ci lavoro anch’io, ma non in via ufficiale. Così ti dimostro che ci sarò sempre e che non hai bisogno di nulla per tenermi vicina.”
“Me lo prometti?”
“Non ce n’è bisogno. Lo sai.”
Nel suo sguardo ho letto un segno di intesa. “Mi fido. Te lo chiedo una volta sola: mi dai la mano?”
“No.”
“Risposta sbagliata.”.

Siamo scoppiati a ridere entrambi, mentre lui mi afferrava il braccio tirandolo verso di sé. Quel giorno non avevo scelta. E forse non l’avrei avuta mai più.
“Ti lascio sempre la massima libertà su tutto, ma oggi decido io. Staremo così per tutta la durata del pranzo.”
“Ma…”

Volevo controbattere con una frase di senso compiuto, ma da un lato ero certa che non avrebbe mai mollato la presa, dall’altro…stavo iniziando a subirne l’effetto.
“Ehi. Vacci piano.”
“Non sto facendo nulla.”.

Non stava facendo niente di strano in effetti. Teneva la mia mano tra le sue e mi accarezzava il dorso, poi il polso, poi una parte del braccio. Intanto sorrideva. Ho cercato di resistere per qualche minuto, fino a quando ho capito che ogni tentativo di divincolarmi sarebbe stato vano. Così mi sono abbandonata a quella presa. E a tutta l’energia che fluiva tra di noi, che partiva dai nostri occhi e si materializzava in quel contatto, con un’intensità che nessuno dei due avrebbe mai potuto immaginare. E che ci ha lasciati entrambi senza parole.

“Mi lasci mangiare qualcosa?” gli ho chiesto, con la scusa di uscire per un attimo da quel campo magnetico che si era creato.
“Ok.” mi ha risposto, aggiungendo poco dopo “Ho finito entrambi i libri comunque.”
“Belli, vero?”
“Belli sì.”
“Dove si terrà quindi il seminario?” gli ho chiesto, per cambiare discorso.
“A Berlino. Vieni?”
“Magari…”
“Dai, vieni.”
“Non posso. Anzi, non possiamo. Ragiona Ste, ragiona. Fallo tu visto che io non ci riesco.”
“Tu ogni tanto ci riesci ancora invece, per quanto mi riguarda credo di avere subito un incantesimo che annulla i miei meccanismi cerebrali ogni volta che ho a che fare con te.”. La mia mano era di nuovo tra le sue.
“Ma se mi lasciassi andare completamente cosa succederebbe?”
“Dimmelo tu.”
“Ho paura.”
“Non stiamo facendo nulla. Mi spieghi come si passa da questo – e mentre lo diceva mi stringeva le dita –  a sconvolgere la propria vita?”
“E’ tutto così intenso, assurdo, diverso…”
“Sai cosa diceva Giorgia?”
“Chi è Giorgia?”
“Era mia sorella.”
“Ah, scusami Ste. Non volevo. Quindi mi stai dicendo che ho beccato proprio il suo nome l’altro giorno, quando parlavamo dei figli?”
“Già…”
“Incredibile…comunque cosa diceva?”
“Mi ripeteva costantemente che aveva la sensazione che fossi alla ricerca di qualcosa in campo sentimentale. E che, in qualche modo, avrei sempre continuato a guardarmi intorno. Anzi, mi diceva di farlo. Ora capisco perché.”.

Ha appoggiato le labbra sulla mia mano. Volevo chiedergli di fermarsi, ma non ci sono riuscita.
“Comunque ecco cosa succederà, Bellina mia. Ci sono due possibilità: nulla, perché tu potresti decidere di tirarti indietro da un momento all’altro. Oppure tutto: qualcosa di immenso a breve. Intendo un amore folle.
“E non c’è il rischio che sia tu a farti da parte?”
“Non è possibile. E’ troppo tardi.”.

Ero d’accordo. Sulle due possibilità. Sul fatto che fosse tardi per fare un passo indietro. Non sono riuscita ad ammetterlo ad alta voce, ma non era necessario.
L’ha capito quando ho smesso di fare leva con il braccio per cercare di indietreggiare, ma soprattutto nell’istante in cui ho avvicinato timidamente anche la mano sinistra alle sue.
In quel mio gesto ho visto e compreso a fondo il significato della parola abbandonarsi.

Il cameriere si è avvicinato al tavolo quasi in punta di piedi per non disturbarci. Poco dopo è tornato con il conto.

Una volta fuori dal ristorante, mi mi sembrava di sentire ancora il contatto delle sue mani sulle mie, gli ho chiesto: “Fammi capire…mi hai toccato anche il cuore?”
“Te l’ho accarezzato, è diverso.”.

Mentre camminavo verso l’ufficio avrei potuto riflettere sul fatto che stessi rientrando in ritardo. Su quanto fosse tutto sbagliato e per certi versi pericoloso. Sul weekend che avrei dovuto passare a Firenze e sui biglietti che non avevo ancora comprato. Sulle chiamate di Gabriele a cui non avevo risposto.
Invece riuscivo solo a guardare verso il cielo, pensando che non fosse mai stato così azzurro.