e se fosse domani

“Pronto, Marco? Sono Isabella.”
“Ciao Isa, dimmi.”
“Ho deciso di seguire il tuo consiglio. Mi prendo qualche giorno di ferie, all’inizio della prossima settimana.”
“Fai bene. Ma domani vieni a vedere la partita?”
“Sì certo.”
“Perfetto. Buona serata.”.

Prima di lasciare l’ufficio, ho passato qualche minuto a riflettere su quale fosse il modo migliore per declinare l’offerta di New York. Alla fine ho scelto di adottare la strategia della sincerità. Ho ringraziato sentitamente per l’opportunità che mi era stata data, grande, troppo grande per me in quel momento. Un motivo semplice, quasi banale, ma vero.
“Non credo che ce ne saranno altre, ma farò in modo, se dovesse succedere, di farmi trovare pronta. Qualunque cosa significhi.”. Ho concluso così, senza avere chiaro quale fosse il significato preciso di quelle parole, che erano uscite spontanee da qualche parte dentro di me. Il mio cuore, era evidente, aveva già capito tutto. Anche questa volta.

Appena entrata in casa ho appoggiato la borsa all’ingresso. Non era mai successo che non la portassi con me in sala per portare avanti i progetti che mi erano stati assegnati.

E ora cosa faccio? Mi sono chiesta, mentre fissavo il muro di fronte a me. Gabriele non era ancora tornato, Stefano stava rispettando il “patto”, il computer era spento. Potevo passare qualche ora in compagnia di me stessa. Quanto tempo era passato dall’ultima volta che era successo? Non riuscivo a ricordarmelo. Forse più di dieci anni. Ho passato i primi minuti a guardarmi intorno, quasi  disorientata. Fino a quando ho deciso di prendere in mano un libro. Mi sono fatta distrarre dalla storia di qualcun altro per colmare il vuoto che sentivo. Invece di riflettere sulle sensazioni che provavo, ho fatto finta di nulla e mi sono catapultata tra le pagine del romanzo fino a tarda sera, quando Gabriele è rientrato.

“Vieni qui.” gli ho detto, allargando le braccia per invitarlo a sedersi vicino a me sul divano. “Scusa Gabry. Ti faccio sempre impazzire.” gli ho detto, mentre appoggiava la testa sulla mia spalla.
“Ho rifiutato l’offerta.”
“Anch’io.” mi ha risposto.
“COSA?” gli ho chiesto, alzando la voce con una reazione quasi ingiustificata. “Voglio dire…come mai? In che senso?” ho aggiunto, cercando di mascherare il mio stupore. E anche qualcos’altro. Una sorta di fastidio.
“Non mi convinceva la loro proposta. Ci saranno altre opportunità, ne sono certo. Questa rimarrà comunque valida per qualche mese, ma per ora ho chiesto che venisse messa in stand-by.”
“Ok…”
“Non sei contenta? Almeno rimaniamo qui insieme.”
“Sì…sì. Non sei più arrabbiato quindi?”
“Vuoi saperlo davvero?”
“Non te l’avrei chiesto…”
“Sono apatico. Non ho più voglia di discutere. Ho deciso di seguire il flusso. Andrà come deve andare.”
“Non so quanto sia sensato.” gli ho risposto, pensando che in fondo si trattava dello stesso atteggiamento che avevo adottato io.
“Sensato o no, è ciò che mi sento di fare.”
“Come vuoi. Ti va di andare allo stadio sabato? Il mio capo mi ha dato due biglietti.”
“Ma è un’amichevole…”
“E allora?”
“Bah, non mi entusiasma l’idea.”
“Pensavo che ti facesse piacere, invece. L’ho fatto più per te che per me.”
“Scusami, hai ragione. Andiamo, dai.”
“Sicuro?”
“Sì.” mi ha risposto, corrugando la fronte.
“Vedi che sei ancora arrabbiato…”
“Non capisco perché ti comporti così.”
“Così come?”
“Sei cattiva.”
“Dai Gabry, non ricominciamo, ti prego.”
“Mi vuoi abbandonare.”
“Non è vero. Ti seguo dappertutto da dieci anni.”
“E hai pensato di smettere proprio ora?”

No, ma ci sono anch’io. C’è anche il mio futuro, non solo il tuo. Mi sono piegata alla tua volontà così tante volte che non sapevo più nemmeno di avere dei sogni. Ora però li vedo. Sono lì, di fronte a me. E’ possibile che sia destinata a non realizzarli? Perché per te non hanno alcuna importanza? Forse perché sono io la prima a non dar loro la priorità che si meriterebbero?

“No. Altrimenti non sarei qui.” gli ho risposto.
“Perché sei andata a fare il colloquio?”

Perché volevo mettermi alla prova. Perché sentivo di doverlo fare. Perché è stata una delle esperienze più incredibili della mia vita. Perché mi ha avvicinato ancora di più a Stef…

“Non lo so.” ho risposto, per bloccare quel pensiero.
“Vedi che a volte prendi le decisioni senza ragionare?”
“Può darsi.” gli ho detto, per chiudere il discorso. “Ho preso qualche giorno di ferie settimana prossima” ho continuato “così mi riposo un po’.”
“Davvero? Posso stare a casa anch’io un paio di giorni. Fammi controllare.” ha detto, aprendo il calendario sul suo cellulare. “No, lunedì ho un incontro con il professore, martedì e mercoledì però sono più libero. Così stiamo un po’ insieme.”
“Ok. Pensavo di tornare a casa qualche giorno. Ti va di scendere? O preferisci stare qui?”
“Andiamo a Firenze.”
“Dopo prendo i biglietti allora.”.

Quel sabato siamo andati a San Siro a vedere Inter-Fiorentina. Un’amichevole, certo, ma per due tifosi come noi poteva tranquillamente essere una partita come un’altra, da vivere con la stessa intensità e lo stesso trasporto di una giornata di Serie A. Invece nemmeno la Viola era riuscita a smuovere i nostri animi.
“Che entusiasmo, ieri sera…” mi ha scritto Marco la mattina successiva.
“Hai ragione. Hai perfettamente ragione.”. Ho premuto Invio mentre Gabriele stava ancora dormendo profondamente.
Mi sono alzata dal letto per andare a prendere la borsa dell’ufficio, che era rimasta accanto alla porta di ingresso da venerdì sera. Ho cercato di non cadere nelle tentazione di frugare al suo interno per cercare il Blackberry, ma dopotutto ero lì, inginocchiata a terra, per quale motivo? Per uno soltanto: volevo parlare con Stefano. Subito. Ho preso il telefono dalla tasca interna e ho composto un messaggio, ricevendo una risposta quasi in tempo reale.

e-se-fosse-domani“Mi chiedevo…ma tu stai rispettando il patto? Io no ovviamente! Non mi scrivi…ma non controlli nemmeno l’email dell’università?”
“Fottiti! Ma te lo dico davvero di cuore! Cosa devo rispettare? Ma come faccio? E soprattutto, perché? Tu vuoi questo! Se ti scrivessi riceverei le solite risposte da streghetta. Ma come faccio a non controllare? Bellina è andata via? Ti prenderei a morsi, giuro! Comunque…come stai? Meglio? Ti adoro e sono sempre qui.”
“Ste, credo che tu non abbia capito niente…”
“Può darsi. Ti vorrei qui con me come quel giorno di settimana scorsa.”
Mi sono appoggiata con la schiena al muro, mentre riflettevo sulla risposta da dargli.
“Anch’io…Chissà quando ci sarà un altro giovedì.”
“E se fosse domani?”
“Eh magari…”
“Prenditi un giorno libero e vieni a Genova. Sono qui.”
“Sono in ferie fino a mercoledì.”
“Vieni qui. Vieni qui. Vieni qui.”
“Ma…non posso.”
“Puoi.”
“Ma…Laura?”
“Non c’è. Non ti volevo dire nulla per ora, ma ci sono stati un po’ di cambiamenti.”
“Che cosa?!” gli ho chiesto, mentre il battito del mio cuore accelerava sempre di più.
“Ti aspetto. Scendi a Brignole.”
“Ste, un attimo, fammi riflettere.”
“A domani.”.

Un altro scossone, così violento che avevo la sensazione che la mia testa stesse ruotando su se stessa. Ma era esattamente quello che mi serviva, che stavo cercando e che sapevo…avrei trovato. Perché con lui era così: pedalava, sempre, nella mia stessa direzione. Anche quando fingevamo di non conoscere la nostra meta.

tutta questa comprensione

Ho respirato profondamente. Finalmente una boccata d’ossigeno. L’ansia aveva lasciato il posto a qualche sprazzo di serenità. Sempre per merito suo, di Stefano, che era stato capace, anche in quell’occasione, di dimostrarmi quanto tenesse a me. Anzi, quanto volesse il mio bene. Non capivo come potesse comprendere così nel profondo il mio stato d’animo, come facesse a sapere che, nonostante il mio entusiasmo e la mia voglia di mettermi in gioco, non sarei mai stata in grado di accettare l’offerta in quel momento. Un eventuale  non sarebbe stato un colpo di testa, questo lo sapevo, perché opportunità come quella capitano poche volte nella vita. Ma non ero pronta. Chissà cosa sarebbe successo se avessi accettato di trasferirmi a New York. Non lo saprò mai. E’ incredibile pensare come un pizzico di coraggio in più avrebbe potuto modificare completamente il corso degli eventi. O magari non sarebbe cambiato niente, chissà. O forse, di lì a poco, sarebbe comunque cambiato tutto.

Avevo scelto di restare a Milano.
Non ho più voluto parlare con nessuno della decisione che avevo preso, per cercare di dimenticare quei momenti e fingere che non fossero mai esistiti. La stanza vetrata, il testo da scrivere, i pastelli. Davanti, l’infinito. L’avevo immaginato con i pensieri e con le parole. L’avevo toccato con le mie mani, mi ero sentita libera. Libera di osservare un futuro incerto, nuovo, diverso da quello che avevo sempre studiato a tavolino. Mio.

tutta-questa-comprensione“Non è detto che si tratti di una non-scelta, perché pensi questo?” mi ha chiesto Stefano.
“Mi sento tutto fuorché libera.”
“Spiegati meglio.”
“Quando ero a New York, durante il test, ho provato un forte senso di libertà. Il pezzo che ho scritto parlava proprio di questo. Al di là dei concetti di giusto e sbagliato, credo che le scelte migliori, intendo migliori per te, siano quelle che ti fanno sentire libero.”
“E tu come si senti?”
“…”
“Terra chiama Isabella. Terra chiama Isabella.”
“Ahah! Sto pensando. Non so…In trappola.”
“…”
“Non mi copiare. Cosa significano questi puntini?”
“Sto scherzando. C’è tempo per tutto. Probabilmente non è questo il momento adatto per pensare al lavoro. Ti ricordo che stai già rubando uno stipendio…”
“Ahah! Ma smettila.”
“Perché, non è vero?”
“Diciamo che non sono completamente concentrata. Meno male che c’è Camilla. Se non fosse arrivata lei, mi avrebbero tolto il progetto.”
“Magari è arrivata proprio per darti la possibilità di dedicarti anche ad altro. Di alzare la testa da quelle presentazioni.”
“…cosa che non avevo mai fatto prima.” ho aggiunto.
“Appunto. Non riesci nemmeno a scrivere due righe per le mie ricerche. Direi che il capitolo lavoro deve restare chiuso, almeno per un po’.”
“Hai ragione, scusami! Mi ero ripromessa di farlo, ma quando ho aperto il documento sono andata in confusione e non sono riuscita a concludere nulla.”
“Lo so. Non ti preoccupare, volevo solo provare a coinvolgerti ancora una volta in quel progetto per i bambini, ma non ho insistito perché capisco le tue difficoltà. Non riesci a lavorare, ma soprattutto non riesci a parlare con me di lavoro.”
“Già…ma perché?”
“Dimmelo tu.”
“Perché penso a tutto il resto.”
“Esatto. Ed è giusto così, almeno per ora.”.

In quel momento ho capito che il problema non era il lavoro in sé, ma il modo in cui l’avevo sempre concepito: un percorso predefinito, quasi privo di ostacoli, simile a quello degli altri, per lo meno delle persone con cui avevo studiato. Invece New York e le ricerche di Gabriele erano qualcosa di molto diverso. Erano il sentiero sterrato che deviava dalla strada principale. Il fatto di averlo capito rappresentava il mio primo passo su quel tratto non battuto.

“Non ne parlerò mai più con nessuno.” ho scritto a Stefano.
“Come vuoi, streghetta.”
“Tranne che con te.”
“Come vuoi, streghetta.”
“Ahah! Da dove arriva tutta questa comprensione? Io stessa faccio fatica a sopportarmi.”
“A volte me lo chiedo anch’io.”
“E quindi? Ti sei dato una risposta?”
“Sì.”
“La vuoi condividere, per caso?”
Ti amo.”.

“Ecco qui.” mi ha detto Marco lanciandomi una busta sulla scrivania. L’ho osservato interdetta per qualche istante.
“Sono i biglietti per l’amichevole di sabato.” ha aggiunto. “Bene ma non benissimo oggi pomeriggio, o sbaglio?”
“Ma che ne so.”
“Perché non ti prendi qualche giorno di ferie?”
“Non me l’hai mai permesso.” gli ho risposto, con la testa tra le mani.
“Ah, l’amore…”
“Finiscila.”
“Sei bordeaux.”
“Te ne vai?” gli ho chiesto, nascondendomi il volto.
“Certo. Prima però mi spieghi perché non hai accettato la proposta.”
“Come fai a saperlo? Non ho ancora comunicato la mia decisione ufficialmente.”
“Lo so e basta.”
“Non dirmi che parli con Stefano.”
“Ma figurati…lo conosco a malapena, non abbiamo mai lavorato insieme.”
“Che c’entra? Voi uomini stringete subito alleanze in questi casi.”
“Penso che non lo farebbe mai, per il rispetto che mi sembra di capire abbia nei tuoi confronti.”
“E’ così.”
“Io lo farei, invece.”
“Non avevo dubbi!” gli ho risposto, ridendo. “Comunque” ho continuato “E’ molto semplice: non me la sento. Sarebbe un salto nel vuoto.”
“Te ne pentirai.”
“Grazie Marco, mi serviva un po’ di pressione in più.”
“Dal mio punto di vista sono comunque felice di continuare ad averti qui. Magari, quando riesci, ma con calma eh, ricominci anche a lavorare?”
“Ahah! Ci provo.”
“Scherzo. Il tuo apporto è sempre fondamentale anche quando non sei concentrata. Cerchiamo di sopperire alla tua mancanza molto volentieri, mentre aspettiamo il ritorno della schiacciasassi che sei sempre stata.”
“Schiacciasassi…questa è nuova.”
“Era per non dire schiacciap****.”
“Ti ringrazio.”
“In senso positivo, ovviamente.”
“Certo, certo. Ci vediamo sabato allora. Verrò con Gabriele, ok?”
“Se proprio devi…”
“Smettila di prendermi in giro!”
“Non posso, è troppo divertente. Vieni con chi ti pare. E rifletti sulle ferie.”
“Sarà fatto.”.

Prima ancora che chiudesse la porta, avevo già ripreso in mano il telefono, trovando un elenco infinito di puntini di sospensione.










A cui ho aggiunto subito i miei.


“Mi sembra di avere tredici anni.”
“Siamo in due.”
“Ho bisogno di prendermi qualche giorno di pausa.”
“Anche da me?”
“In generale.”
“Quindi anche da me.”
“Non lo so.”
“Come vuoi.”
“Magari settimana prossima torno a Firenze per qualche giorno.”
“Ti farà bene, vedrai.”
“Riguardo a quel discorso…Anch’io comunque, forse. Credo, cioè…”
“Bellina! Chiarissimo. Sta passando di nuovo il ciclone. Prendiamoci una pausa. Non ti scrivo e provo anche a non controllare il telefono ogni due minuti.”
“Ma non è quello che voglio.”
“No, infatti. E’ quello di cui hai bisogno.”
“Facciamo un patto: cerchiamo di non accedere a questa email per qualche giorno. Però non andare via.”
“Ma dove devo andare…streghetta mia.”.

un passo alla volta

La mattina successiva sono entrata in ufficio con gli occhi gonfi. Avevo persino rinunciato a provare a mascherarli con il trucco, tanto ero certa che ogni tentativo sarebbe stato inutile. Mi bruciava anche la pelle del viso, bagnata tutta la notte dalle lacrime, che non riuscivo a fermare, nemmeno in quel momento. Mentre giravo il cucchiaio nel bicchiere del caffè che mi aveva portato Camilla, sentivo gli occhi inumidirsi un’altra volta.
Avrei dovuto stare a casa. O, ancora meglio, sarei dovuta andare a fare due passi da qualche parte. Magari lontano da Milano. Ma non avevo nemmeno le forze per pensare a dove scappare.
“Se vuoi sfogarti, sai dove trovarmi.”
“Grazie, Cami.” le ho risposto, facendole intendere che non avevo intenzione di farlo in quel momento. E cambiando subito idea, osservandola mentre si voltava per uscire.
“Ho passato una notte infernale.” ho aggiunto.
“Mi dispiace.”
“Non ti voglio ammorbare con i miei racconti. Oltretutto sono il tuo capo. E per quanto non dia nessuna importanza al ruolo di per sé, ho l’obbligo di mantenere un certo contegno.”
“Direi che non ci stai riuscendo.” mi ha detto, passandomi un pacchetto di fazzoletti. “Non farti problemi con me. E poi scusa la sincerità, ma muoio di curiosità. La tua vita, in questo momento, è decisamente più interessante della mia.”
“Interessante…insomma, però sì, da fuori lo è sicuramente.”
“Mi dici cosa è successo? Ti ricordo che dobbiamo finire quel lavoro…”.

Da qualche settimana avevo perso completamente la concentrazione. Non riuscivo a seguire né a portare a termine nessuna attività, a meno che non fosse di ordinaria amministrazione e non richiedesse l’uso attivo dei miei neuroni. Anche Stefano aveva provato a coinvolgermi in un progetto di ricerca, probabilmente sempre con l’obiettivo di legarmi a sé, o forse perché contava davvero sulla mia partecipazione, non lo so. Fatto sta che non solo avevo perso le mie idee brillanti per strada, ma avevo perso proprio tutto. Dall’attenzione all’organizzazione, dalla puntualità alla…borsa. Sì, una mattina avevo anche dimenticato la borsa sul motorino, dopo averlo legato con la catena. Ero entrata in ufficio e mi sentivo stranamente leggera, semplicemente perché i due chili di computer portatile e faldoni di presentazioni erano rimasti nel garage.

“Mi devi dare una mano in questi giorni. So che mi conosci da poco, ma ti assicuro che non sono così, non sono mai stata una…”
“…una persona che sta mettendo in discussione la propria vita.” ha concluso lei.
“Volevo dire una persona disorganizzata, stanca, demotivata, psicolabile.”
“Ahah! Passerà. Già che ci sei però…metti in discussione proprio tutto. Almeno lo fai una volta e sei a posto.”
Le ho sorriso. In fondo ero felice di essere lì. Avevo fatto bene a non fingermi malata.
“Ieri Gabriele ha letto un messaggio che pensavo di avere cancellato. Ed è successo il finimondo.”
“Cosa c’era scritto? Era di Stefano, scommetto…”
“Sì. In realtà nulla. Cioè, nulla di grave. Da quel punto di vista, sono stata graziata. Però si parlava di lavoro.”
“E quindi di New York?”
“Sì.” le ho risposto, prendendo fiato. “Avevo intenzione di parlargliene, ma non ero pronta ad affrontare una reazione di quel tipo. Credo che ne abbia letto una parte mentre eravamo in cortile. E sai cosa ha fatto? Ha aspettato che entrassimo entrambi in ascensore, ha premuto il tasto del nostro piano, per poi schiacciare Stop poco dopo. Ci siamo fermati a metà strada.”
“Che cosa? Ma non sei morta di paura?”
“Altro che…mi ha strappato il telefono dalle mani, prima ancora che realizzassi cosa stava succedendo. E ha passato dieci minuti a leggere tutto quello che trovava. Ero terrorizzata. Non posso andare avanti così, non puoi immaginare l’angoscia che ho provato.
“Ti capisco.”
“Siamo entrati in casa e ha buttato il mio telefono nel lavandino. Almeno ha avuto la decenza di non lanciarlo dal balcone. Non per altro, avremmo fatto male a qualcuno…”
“E poi?”
“Nulla.”
“In che senso?”
“Si è chiuso nel silenzio. Come sempre.”.

Ripensavo allo stress di quel momento e a quanto l’avessi implorato di ascoltarmi. Dopo due ore si era degnato di guardarmi negli occhi.
“Ci abbiamo provato, Isa. Basta così. Ognuno prenderà la sua strada.”
“Gabry non dire idiozie, ti prego. Ho solo ricevuto l’offerta. Non l’avrei mai accettata, lo sai, ma come potrei? Avevo addirittura pensato di non dirti nulla.”
“Ah sì? E come mai Stefano sapeva tutto? Con lui ti confidi, vero? Scommetto che ti sta spingendo ad accettarla.”
“No. E non permetterti di parlare di lui in questo modo. Anzi, non permettermi proprio di parlare di lui.” gli ho risposto, urlando. Ecco, quello era un passo in avanti. Anche se piccolo.
“Sono stufo, stanco, stressato. Non ne posso più di te, della tua pazzia, della tua testa sulle nuvole. C’è un limite. Credo di averlo raggiunto. Vai a New York, dai. Non sarò di certo io a fermarti.”
“Non dire cattiverie. Non vado da nessuna parte. Vengo con te a Singapore, è già deciso.”. Un passo indietro.
“No, questa volta non andrà così. Mi hai sempre seguito dappertutto e forse abbiamo sbagliato. Perché è evidente che abbiamo commesso qualche errore se oggi siamo in questa situazione.”
“Voglio stare con te.”. Un altro, sempre indietro.
“Non sembrerebbe.”
“E’ così.” gli ho risposto, mentendo a me stessa prima che a lui.

“E come siete rimasti?” mi ha chiesto Camilla.
“Non te lo so dire. Come al solito.”
“Ma se tu dovessi scegliere…” si è interrotta per un attimo, poi ha ripetuto la frase con parole diverse “Potendo scegliere, cosa faresti in questo momento?.”
“Andrei con lui là.”
“Non ci siamo proprio, Isa. Questo non è scegliere.”
“E’ non-scegliere, sì, conosco il concetto.”
“Come seconda opzione?”
“Vorrei che accettasse la proposta di Singapore.”
“E che magari si trasferisse? Da solo?”
Non avevo il coraggio di ammettere quello che stavo pensando.
“No, cioè sì, forse, non so però…”. Tre passi in avanti.
“Bene. Anche in questo caso non si tratterebbe di una scelta, perché osserveresti la scena da spettatrice, ma almeno ti stai avvicinando alla verità.”
“Quale verità?”
“Sono certa che arriverà il giorno in cui capirai cosa desideri davvero.”.

Confusa e disorientata, ho chiesto una tregua a Camilla e mi sono chiusa nel mio ufficio.
C’era solo una cosa che avrei potuto fare per ritrovare la serenità, anche se in quel modo mi sembrava di “usare” Stefano per mettere a tacere i dubbi sul mio futuro. Ma sapevo che la sua email mi avrebbe fatto tornare il sorriso ed era ciò che mi serviva in quel momento.

un-passo-alla-voltaCara streghetta, anzi no.
Cara Bellina, ti scrivo senza un motivo particolare. Volevo condividere con te alcuni pensieri. Sono stato in università fino a poco fa e sulla via del ritorno ho riflettuto su alcune cose che ti ho detto oggi pomeriggio e vorrei assicurarmi che tu non abbia frainteso le mie parole. Non ti voglio convincere ad accettare l’offerta. Non potrei mai farlo. Certo, sarei felicissimo di averti qui vicino a me. Così tanto che mi impongo di non pensare a questo aspetto, altrimenti lascerei da parte tutta la razionalità e ti costringerei a firmare! Ma non è giusto e non ti posso di certo guidare verso una decisione di questo tipo per egoismo.
Però hai capito che quello che è successo è meraviglioso, vero? Sono certo che tu sia stata travolta da un vortice di paure e che non ti sia presa un po’ di tempo per pensarci. Ecco, io l’ho fatto. Mi sono fermato e ho guardato la situazione dall’esterno. Ma soprattutto ho osservato te. Mi hai detto che non vuoi fare salti nel vuoto ed è giusto così. I problemi si devono affrontare, vanno vissuti fino in fondo, non puoi pensare di superarli se non hai accumulato le energie necessarie. E per trovare la forza dentro di te, devi fare un passo alla volta. Solo a quel punto ti puoi permettere di saltare. Perché uno scatto finale ci deve essere e questo lo sai. E’ sempre così.
So che non accetterai questo lavoro: hai già preso la decisione, lo sento. Ma devi cercare di guardare la proposta con occhi diversi da quelli con cui l’hai guardata finora.
Quelli di chi sa di avere nelle proprie mani il potere di cambiare. Cambiare cosa, dirai? Tutto quello che vuoi. Non potrai mai avere la certezza di riuscirci, ma la consapevolezza è il punto di partenza del cambiamento. Rappresenta il primo di tanti passi.

Nei mesi successivi ho capito quanto questo fosse vero.
Ci sono decisioni da prendere,
strade da percorrere,
sogni da realizzare,
persone da scoprire,
destini da guidare.
Basta fare un passo alla volta.

i prossimi passi

Sono stata in ufficio il più a lungo possibile, con la scusa di dover rileggere un documento legale che richiedeva molta concentrazione e soprattutto silenzio. In realtà non ero rimasta lì per lavorare. Da un lato, non volevo tornare a casa. Non sapevo come e nemmeno se condividere con Gabriela la proposta che avevo ricevuto. Dall’altro avevo iniziato a scrivere un’email. E come sempre, mi ero estraniata da tutto e da tutti, compresi i pochi colleghi che mi facevano compagnia nell’open space, anche loro concentrati sul monitor del computer nonostante l’ora tarda. Mi chiedevo cosa stessero facendo. Magari qualcuno di loro, come me, non aveva voglia di rientrare, per chissà quale motivo. Mi piaceva pensare che fosse così, per sentirmi meno sola nel mio tormento. Ad uno ad uno di sono alzati tutti, mentre io rimanevo alla mia scrivania, continuando ad esternare il mio flusso di coscienza in in una pagina bianca di Outlook, che si stava riempiendo di parole. Quando la voce proveniente dall’altoparlante nel corridoio ha annunciato lo spegnimento di tutte le luci del palazzo, ho capito che non avevo più scelta: dovevo lasciare la scrivania. Ho salvato la bozza dell’email, assicurandomi mi potervi accedere anche dal Blackberry, e mi sono diretta verso l’ascensore.

Inaspettatamente, dalle porte di vetro, ho intravisto il mio capo. Mi ha guardata facendomi intendere che mi avrebbe aspettata al piano terra. Gli ho risposto mostrandogli il pollice rivolto verso l’alto, anche se avrei preferito tornare nel mio ufficio e passare lì la notte, piuttosto che affrontare lui. Che sicuramente aveva già saputo tutto.
“Ciao Marco. Pensavo di essere rimasta da sola.”
“So tutto.” mi ha detto senza neanche provare a rispondere alle mie parole.
“Allora dimmi cosa devo fare.”
“Non mi ascolteresti.”
“Dammi almeno un consiglio. O uno spunto di riflessione.”
Ci sono scelte da fare. Dolorose, doverose, audaci.
“Non me la sento. Non adesso.”
“Entro quando devi dare una risposta?”
“Ho una settimana di tempo.”
“Per quanto tempo ti aspettano, se accetti?”
“Al massimo tre mesi.” gli ho risposto, sospirando.
“Cosa ti succede Isa? Dove hai lasciato la tua grinta?”
“Non lo so. Sono senza forze.”
“Con Stefano tutto bene?”

Credo che il mio viso abbia assunto tutte le tonalità esistenti del rosso. Non mi sarei mai aspettata che mi rivolgesse una domanda di quel tipo.
“Torniamo sul discorso della mancanza di grinta?”
“Va alla grande, quindi.”
“Purtroppo sì.” ho ammesso, inerme.
“E’ l’uomo perfetto per te.”
Sapevo quanto fosse vero, ma non ero ancora pronta per sentirlo dire dagli altri. “Se fosse perfetto non avrei dubbi.”
“I dubbi ti vengono quando ti fermi. A differenza di quanto potresti pensare, se rimani immobile, le forze e il coraggio diminuiscono.” mi ha appoggiato una mano sulla spalla e poi ha continuato: “Vieni allo stadio domenica sera?”
“C’è la Fiorentina a San Siro contro L’inter, lo so…”
“Dai, vieni a sostenere la tua squadraccia in trasferta.”
“Non ho i biglietti.”
“Te ne procuro uno io.”
“Si può fare…”
“Te lo porto domani. Ti lascio andare. Buona serata. E continua a camminare.”.
“Ci provo.”.

Ho messo in moto la Vespa e mi sono finalmente diretta verso casa, con un’energia e una serenità ritrovate. Dopo aver parcheggiato nel cortile del palazzo, ho messo il cavalletto e sono rimasta seduta sul motorino per rileggere l’email che avevo scritto in ufficio.

i-prossimi-passiOggetto: I prossimi passi

Ciao Ste,
continuo a pensare alla proposta che ho ricevuto e non posso fare altro che dirti grazie. Non devo ringraziarti, lo so, me lo ripeti ogni giorno. Ma da quando sei entrato nella mia vita e in particolare da quando esiste un NOI…per quanto possa essere sbagliato, scorretto, confuso, destabilizzante…sì. Ma allo stesso tempo magico, nuovo, emozionante, forse anche troppo, ma è proprio questo che lo rende così speciale…Da quando c’è tutto questo e dal momento in cui ho iniziato ad accettarlo, tanti aspetti della mia vita hanno iniziato a cambiare, o forse non a cambiare ma sicuramente a risvegliarsi insieme a me. E non è un caso che mi abbiano dato questa opportunità proprio adesso. Perché oggi ho la possibilità di vederla. Di guardarla con occhi diversi: i miei e non quelli di qualcun altro. Se me la fossi trovata di fronte in passato non l’avrei nemmeno presa in considerazione, l’avrei quasi derisa, pensando che fosse folle. L’avrei cestinata immediatamente, senza riflettere, perché non si sarebbe potuta incastrare nella mia vita “perfetta”. In fondo, ti dico la verità, sono abbastanza certa del fatto che non l’avrei mai potuta ricevere. Perché Marco non avrebbe sponsorizzato quella Isabella, come persona. E non avrebbe nemmeno potuto sponsorizzare la professionista, visto che il lavoro di New York si discosta totalmente da quello che ho fatto fino ad oggi. E se anche l’avesse fatto, sono sicura che non sarei andata a fare il colloquio.
Le opportunità nascono anche dal proprio atteggiamento nei confronti della vita.
Ogni tanto rileggo l’email e penso che sia tutto un grande errore o una presa in giro, ma solo il fatto di averla ricevuta mi rende talmente felice che capisco di non doverla scartare a priori. Sarà egoismo, può darsi, sarà pazzia. Non lo so. So solo che in questi mesi ho provato, pur tra mille paure e ripensamenti, a non seguire il flusso. E il risultato qual è stato? Attimi di felicità pura. Qualcosa che non avevo mai vissuto prima.
Ti ho chiesto più di una volta quali siano i prossimi passi e oggi – come al solito nei momenti più inopportuni, ad esempio durante una riunione – ho capito che in fondo non mi interessa capire quali siano. Basta che ci siano. Che io li faccia. Però vorrei che i prossimi passi siano appunto dei passi, non dei salti nel vuoto. Per questo motivo non credo che riuscirò ad accettare l’offerta. So che me ne pentirò. Ma so anche di non essere pronta, in questo momento, a rivoluzionare la mia vita più di quanto stia già facendo. Magari dall’esterno sembro immobile, ma dentro di me ho già percorso tanta strada, quella più importante.
Quella che va dritta al cuore.
E il più grande regalo che si può fare ad una persona è proprio questo: farle scoprire e insegnarle a tenere vivo ciò che ha nel cuore.
Grazie.
Grazie.
Grazie.
Non smetterò mai di ringraziarti.
Affronterò tutti i problemi, te lo prometto, ma devo fare un passo alla volta. 

Nell’istante in cui ho premuto invio, ho ricevuto una sua email. Se avessi avuto ancora qualche dubbio sulla magia del nostro rapporto, quel giorno mi sarei tolta anche gli ultimi rimasti.
Oggetto: Un passo alla volta

“Che fai?”
“Gabry, ciao…niente, cancellavo un po’ di email.” gli ho risposto, aprendone una che potevo archiviare.
“In cortile, seduta sul motorino, al buio…”
“Perché no?”
“Contenta tu.”.

Sì, ero proprio contenta. E felice. Tanto. Gli avrei voluto chiedere se conoscesse il significato di quella parola e se gliene importasse qualcosa del fatto che io lo fossi, ma ho preferito soprassedere e seguirlo, in silenzio.
Un passo alla volta, mi ripetevo, mentre l’ascensore percorreva tutto il palazzo.

diverso da tutto

“Mi manchi.”
“Anche tu Bellina. Come mai non mi hai risposto ieri sera?”
“Ho visto il messaggio poco prima di andare a dormire e ho pensato di scriverti oggi con calma. Non voglio che pensi che mi stia allontanando perché ammetto di averlo fatto in passato, ma non ci riesco più. O meglio, non lo voglio più fare perché non ha senso.”
“Lo penso anch’io. Non ho avuto questo timore, ma solo quello che fossi andata in crisi.”
“Posso essere sincera?”
“Devi.”
“Non sono per niente in crisi.”
“Davvero? Bene!”
“Sì, è così. Ed è strano. Non capisco…non dovrei esserlo?”
“Sei senza speranze…perché non ammetti semplicemente di essere felice?
“Lo sono. Tanto. Forse troppo.”
“Fino a quando lo vorrai farò di tutto per regalarti sorrisi.”
“Sono stata benissimo giovedì. So di non essermi lasciata andare completamente ma ho fatto il possibile, credimi…il passo successivo sarebbe stato sciogliermi sul letto.”
“Ci è mancato poco. A me non interessava che tu ti abbandonassi del tutto. Ho guardato i tuoi occhi e ho sentito battere il tuo cuore, il resto non conta nulla.”
“E’ stato tutto così bello e strano…”
“Strano…è possibile che con tutti i vocaboli che conosci tu sia riuscita a dire strano due volte in tre minuti? Sei proprio una streghetta.”
“Strano nel senso di spontaneo…diverso dal solito. Anzi, diverso da tutto.”
“Siamo noi del resto, cosa ti aspettavi? L’altro ieri ne abbiamo avuto l’ennesima conferma.”
“Ne ho parlato con una mia amica – senza entrare nei dettagli – e sai cosa mi ha chiesto?”
“Cosa?”
“Se non fossimo in imbarazzo. Le ho risposto ma perché? Non capivo la domanda. Anche se poi ci ho riflettuto e in effetti, in un rapporto normale, un po’ di imbarazzo sarebbe stato…normale, appunto.”
“Già. Ma il nostro non sarà mai un rapporto normale, perché è troppo grande. Se decidessimo di rimanere amici sarebbe un rapporto normale? Se fossimo fidanzati lo sarebbe? Se fossimo marito e moglie? Non credo proprio! Se fossimo amanti…no, non potremmo mai essere amanti.”
“Direi di no…”
“Prima di tutto perché nessuno dei due lo vuole. E poi perché siamo un po’ troppo coinvolti.”
“Proprio un pochino…”
“Comunque ho finalmente conosciuto la vera Bellina e quindi sei autorizzata – sbalzi di visione a parte, che sono certo arriveranno a breve – a fare tutto ciò che ti rende più serena. Ad una condizione…”
“Quale? Cosa fai, mi ricatti?”
“No. Non mi devi abbandonare.”
“Quante volte ti ho detto che non lo farò?”
“Non è mai abbastanza.”
“Perché hai paura.”
“Sì.”
“Non mi riferisco alla paura di essere abbandonato da me. Ma a quella di essere abbandonato in generale.“.

La mia frase ha interrotto il flusso continuo con cui ci stavamo scrivendo da quasi dieci minuti.
Era così palese che il nostro rapporto mettesse in luce i nostri timori più profondi, che ero quasi convinta del fatto che potesse esistere qualcosa di ancor più magico di ciò che stavamo vivendo. Perché al di là delle paure che creavano – ad intervalli irregolari – una coltre di nebbia davanti ai nostri occhi, doveva esistere necessariamente un luogo che nessuno dei due aveva mai visitato.

“Può darsi.” mi ha scritto dopo la pausa di riflessione.
“Magari sono qui per far sì che tu la affronti.”
“Magari sei qui per farmi innamorare e basta.”
“Magari innamorandoti la affronti.”
“Magari mi sono già innamorato.”
“E allora affrontala.”
“Vedremo. Vale lo stesso per te, comunque. Anche tu temi di essere abbandonata.”
“E come pensi di farmela superare, questa paura?”
“Non ne ho idea. Forse il mio compito è solo quello di fartela vedere.”
“O forse un giorno mi abbandonerai.

Mentre pronunciavo quelle parole, ho sentito una fitta al cuore.
“Ritiro quello che ho appena detto.” ho aggiunto subito, quasi ansimando.
“Ecco, brava. Anche perché sai che non succederà mai.”
“Voglio sapere quali sono i prossimi passi.”
“Ahah, ancora con questa storia! Mi sembra di averti già detto tutto, forse dovrei chiederlo io a te. Quando vuoi ne parliamo meglio, perché discutere tramite messaggio di una problema bello (passami il termine) ma anche grande mi sembra inopportuno. A proposito di problemi…”
“Quale dei tanti? Ahah, scherzo.”
“…Fossero tutti così i problemi! Comunque, ti hanno fatto sapere qualcosa?
“Loro?”
“Sì, loro.”
“No.”
“Magari ti hanno scritto, controlla l’email.”.

Ho scaricato la posta elettronica convinta di potergli rispondere che non avevo ricevuto alcun messaggio da New York, ma un messaggio c’era eccome e oltretutto l’oggetto lasciava poco spazio all’immaginazione.
Will you join us?

Ti unirai a noi?
Non potevo credere ai miei occhi. Ho fissato lo schermo a lungo prima di trovare il coraggio di aprire l’email.
Conteneva tutto.
Un commento sul pezzo che avevo consegnato. Un altro su di me e in particolare sull’entusiamo e sull’energia che avevo trasmesso. E poi c’era la proposta. Leggevo numeri, descrizione di attività, arrivavo ad un punto e mi rendevo conto di non aver capito quasi nulla, perchè non riuscivo a concentrarmi.
Com’era possibile che avessero scelto proprio me?

Per certi versi, ero infastidita. Avevo già i fari puntati su troppi aspetti della mia vita, perché toccare anche la sfera lavorativa?
Ho rivolto lo sguardo verso l’alto chiedendomi che senso avesse quello che mi stava succedendo. Domandandomi se ci sarebbe mai stata una fine al mio tormento, senza capire che dipendeva tutto esclusivamente da me.

Dopo un momento di smarrimento, mi è tornata in mente la stanza del colloquio, quelle vetrate infinite sul mondo sottostante, la sensazione di pace che provavo mentre le parole si materializzavano quasi da sole sul foglio che avevo di fronte, come se vivessero di vita propria, perché in fondo non mi dovevo nemmeno sforzare di scrivere, questa era la verità. Forse ero davvero nata per quello. Ma era troppo tardi.

“Allora?”
“Ste, mi hanno presa.”
“Sei una bomba.”
“Ma per piacere…”
“Vuoi farti adulare?”
“Smettila.”
diversodatutto“Bellina, sai come la penso. Non ti voglio influenzare nella scelta. Ma vorrei che tu non scegliessi di non-scegliere.”
“In altre parole?”
Vorrei che la tua non fosse una non-scelta: quella che si prende assecondando le paure.
“Ora è chiaro.”
“Ma l’offerta è buona?”
“Solo un pazzo la rifiuterebbe.”
“Cosa ti spaventa maggiormente?”
“L’idea di parlarne con Gabriele.”
“…”
“E alle conseguenze di una decisione di questo tipo non pensi?”
“Certo, ma il mio problema principale è lui. Il fatto di comunicarglielo, intendo. Perché non capirebbe mai e se provassi anche solo a parlargliene, scatenerebbe un inferno…”
“Perché usi il condizionale? Non dirmi che hai intenzione di nascondergli tutto.”
“Non ho altra scelta.”
“Ce l’hai invece.”
“Non capisci…”
“Capisco perfettamente. Ogni sfumatura del tuo carattere. Ogni tuo desiderio. Ogni tuo paura. Ogni aspetto del vostro rapporto.”
“Hai ragione, scusa…”
“Non ti devi scusare, ma non richiudere i tuoi sogni in un cassetto proprio adesso…sei ad un passo dalla loro realizzazione. Guardati intorno…”
“Lo faccio sempre. Ogni tanto vedo un prato fiorito. Ma altre volte un mare in tempesta.”
“E io dove sono?”
“Che domande…Nel prato, ovviamente.”
“Stai tranquilla, affronta un problema alla volta. Ma affrontali tutti.”.