torno subito

“Perché stiamo salendo, se dobbiamo andare verso sud?”
“Ho detto che ti porto io.”

Mi sono fatta guidare da Stefano, che in realtà non credo conoscesse bene New York, ma stava chiaramente andando verso una meta specifica. Mi chiedevo quale fosse, come l’avesse scoperta, perché l’avesse scelta, cosa lo spingesse a portarmici. Gli avrei voluto chiedere molte cose. Anche dove fosse sua moglie e con quale scusa mi avesse raggiunta quel giorno.
Invece camminavo in silenzio, lo guardavo e cercavo di distrarmi.

“Sei capace di non pensare a niente?”
“Tipica domanda da Bellina…”
“Sei capace o no?”
“Non saprei…non credo. O forse non ci ho mai provato. Aspetta…” mi ha risposto, mentre cercava di concentrarsi.
“Io ci riesco, ma solo per pochi secondi. Ecco ora non sto pensando a niente.” gli ho detto, aggiungendo dopo qualche istante “Ora invece sì. Ora no. Ora sì.”
“Ahah, che matta! Fammi provare.” Ha chiuso gli occhi e quando li ha riaperti, ha continuato “Ho capito cosa intendi. Sì, sono riuscito, ma è durato davvero poco.”
“Ogni tanto lo faccio. Così, per gioco.”
“Mi devo allenare. Sarebbe bello riuscire a svuotare completamente la testa. Era quello che ti volevo chiedere di fare oggi pomeriggio, tra l’altro…”
“Ora sai che non è così semplice.”
“Già. Però mi prometti che cercherai di farlo?”
“Ci proverò.” gli ho risposto.
“Ieri passavo per Park Avenue e mi sono imbattuto in una scultura. Non avevo mai visto nulla di simile in vita mia e ho pensato subito a te.” mi ha detto, rispondendo alla maggior parte delle domande che mi ero posta.
“E’ quella per caso?”
“Sì.”

Di fronte a noi c’era un orso giallo gigantesco, alto almeno sette o otto metri. Una lampada ne illuminava il muso e gli occhi.
“Wow.”
“Si chiama Untitled(Lamp/Bear).”
“Adoro queste cose, lo sai, vero?”
“Sì, lo ammetto, quando ti ho vista fuori da quel palazzo ho capito subito che fossi appassionata d’arte moderna e ti ho portata qui per rimorchiarti. Cosa fai nelle prossime ore, tesoro? A proposito, non mi hai ancora detto come ti chiami…”
“Ahah! Detesto chi mi chiama tesoro…”
“Quindi non ho fatto colpo?”
“Mi sa che l’hai fatto eccome…ma non con l’orso. Cioè, anche, insomma, con tutto quello che fai e che dici…”
“Mi dai un bacio?”
“No.”
“Quanto te la tiri…”.

Mi sono girata verso l’opera osservandola come una bambina di fronte al suo peluche preferito. Perché in quel momento mi sentivo così. Stefano aveva la capacità di farmi vivere degli attimi di completa regressione infantile. Viaggiavo nei ricordi, senza pensare a situazioni specifiche, ma rivivendo diversi momenti di innocenza del passato. Quando tutto era semplice. Guardavo l’orso e riflettevo sul fatto che non sarei mai riuscita a non pensare a nulla quel pomeriggio, ma potevo restare bambina per qualche ora. Solo così sarei riuscita a dimenticarmi dei doveri, delle incombenze e delle preoccupazioni di quel periodo. E per quanto questa scelta potesse essere poco corretta, era giusto che la facessi non tanto per Stefano, quando per me stessa.

Perché in quell’angolo di New York, sotto ad un teddy bear mastodontico, di fronte ad un ragazzo che non mi sembrava nemmeno reale, dopo aver fatto il colloquio più strano della mia vita, insomma in un contesto completamente avulso da tutto ciò a cui ero sempre stata abituata, ero felice come non mai. E per una volta ho pensato che me lo meritassi. Che non avrei guardato l’orologio per un po’ perché il mio tempo, quel giorno, sarebbe stato disconnesso dal trascorrere delle ore. Come succede da piccoli.

“Mi sembra che tu abbia apprezzato questa sosta.”
“Non sai quanto. Grazie, Ste.”

Ci siamo spostati a Times Square per prendere la metropolitana N e siamo scesi a Whitehall per dirigerci verso la Statua della Libertà, comportandoci per tutto il tragitto come turisti alle prime armi. Abbiamo fatto più di cento foto, riso fino alle lacrime, ci siamo rincorsi per gran parte del perimetro di Liberty Island, fermandoci stravolti in uno dei pochi punti da cui non si scorgevano grattacieli.
“Nessuno di spinge fino a qui. Non è che ci arrestano?” gli ho chiesto.
“Sarebbe per una buona causa. Non so come farò a lasciarti stasera.”
“Non ci pensare.”
“Punterò uno sveglia per ricordarmi di andare all’aeroporto. Così non devo più guardare l’orologio.”
“A che ora hai il volo?”
“Alle 22. Non potevo rientrare più tardi. La scusa del seminario non avrebbe retto più a lungo.”.

In quel momento la mia testa ha mandato al cuore, a modo suo, un segnale, per riportarmi con i piedi per terra e ricordarmi in quale situazione mi fossi ficcata. “Guarda che il rischio che tu soffra è grande e reale.”, cercava di dirgli.
Stefano mi ha accarezzato la guancia.
“Ehi. Non te ne andare…Guarda che vengo a riprenderti.”
Torno subito.” gli ho detto. Dovevo solo prendermi qualche istante per mandare via quei pensieri.
Ho scritto un messaggio a Gabriele, che non si faceva sentire da quando il mio aereo era decollato da Malpensa.

“Isa, so cosa stai pensando. Devi stare tranquilla e avere pazienza. Vedrai che sistemeremo tutto.”
“Mi fido. Non farmi del male, ti prego. Non lo sopporterei.”
“Non potrei mai. Sarebbe come farlo a me stesso.”
“Ti va di andare in albergo?” gli ho chiesto.
“Accidenti, questa la dovevo registrare! Sei seria? Stai bene? Forse ti è salita improvvisamente la febbre, aspetta che controllo.”
Mentre gli facevo presente quanto fosse stupido, mi ha appoggiato le labbra sulla fronte, dandomi un bacio.
Quanto sei dolce, aiuto…
“Non devi chiedere aiuto. Non succede nulla.”.
Ero spaventata ma forse per la prima volta nella vita mi sentivo davvero al sicuro. Ancora di più quando mi ha stretto le mani nelle sue, mi ha guardata negli occhi, in silenzio, osservando i miei che diventavano lucidi, senza però farmi domande, per rispettare quel momento per me così significativo.

Quando siamo entrati nella mia stanza dell’hotel, si è buttato sul letto trascinandomi insieme a lui. Ha iniziato a baciarmi, senza darmi la possibilità di tirarmi indietro, ma del resto quel giorno non avrei avuto intenzione di farlo.

Ho spento il cervello e mi sono abbandonata a quel bacio, al tocco delle sue mani sul collo, sulla maglietta, sulla cerniera della gonna.
“Ehi.”
“Zitta.”.
Me l’ha sfilata senza che potessi oppormi. Abbiamo fatto l’amore. Anzi, quel pomeriggio abbiamo scoperto insieme cosa significasse. Perché non saprei dire cosa fosse tutto quello che avevamo fatto nelle nostre storie attuali e passate, ma sicuramente era qualcosa di molto diverso, molto meno intimo, molto meno puro, molto meno passionale. Su quel letto non c’erano solo i nostri corpi, ma anche le nostre menti, anzi quasi solo loro.
Siamo rimasti abbracciati per…non lo so per quanto. Per un tempo indefinito.

torno-subitoQuanto sei dolce, aiuto…” mi ha detto.
“Ho il copyright su questa frase.”
“Non riesco a dire nient’altro.”
“Allora te la concedo. Perché dici aiuto? Sono innocua.”
“Perché riesci ad essere la donna più sexy del mondo e la bambina più indifesa del pianeta, a volte in momenti distinti, altre volte quasi contemporaneamente, ma come fai? Mi fai impazzire.”
“Sei tu che mi fai sentire così.”
“Hai bisogno di tanto affetto, lo sai?”
I miei occhi si sono riempiti di lacrime all’improvviso. “Sei tu che mi devi dire come fai a saperlo.”
Quando lo ricevi ti illumini.
“Credo di non averlo mai ricevuto. Forse solo quando ero molto piccola.”
“Si vede. Chiudi gli occhi e pensa di essere in un posto che ami”.

Avrei potuto scegliere un posto qualunque, magari uno che conoscevamo entrambi o in cui eravamo stati insieme, invece mi sono immaginata con lui in un angolo che non sapevo nemmeno se esistesse, immersi nel natura e nei suoi alberi in fiore.
“Siamo a Central Park.”
“Perfetto.”.

È passato tanto tempo da quell’abbraccio, ma ne sento il calore ancora oggi e soprattutto adesso, mentre scrivo.
Ce ne sono stati tanti altri. Però da quello, in particolare, credo di non essermi mai davvero staccata.