tutta questa comprensione

Ho respirato profondamente. Finalmente una boccata d’ossigeno. L’ansia aveva lasciato il posto a qualche sprazzo di serenità. Sempre per merito suo, di Stefano, che era stato capace, anche in quell’occasione, di dimostrarmi quanto tenesse a me. Anzi, quanto volesse il mio bene. Non capivo come potesse comprendere così nel profondo il mio stato d’animo, come facesse a sapere che, nonostante il mio entusiasmo e la mia voglia di mettermi in gioco, non sarei mai stata in grado di accettare l’offerta in quel momento. Un eventuale  non sarebbe stato un colpo di testa, questo lo sapevo, perché opportunità come quella capitano poche volte nella vita. Ma non ero pronta. Chissà cosa sarebbe successo se avessi accettato di trasferirmi a New York. Non lo saprò mai. E’ incredibile pensare come un pizzico di coraggio in più avrebbe potuto modificare completamente il corso degli eventi. O magari non sarebbe cambiato niente, chissà. O forse, di lì a poco, sarebbe comunque cambiato tutto.

Avevo scelto di restare a Milano.
Non ho più voluto parlare con nessuno della decisione che avevo preso, per cercare di dimenticare quei momenti e fingere che non fossero mai esistiti. La stanza vetrata, il testo da scrivere, i pastelli. Davanti, l’infinito. L’avevo immaginato con i pensieri e con le parole. L’avevo toccato con le mie mani, mi ero sentita libera. Libera di osservare un futuro incerto, nuovo, diverso da quello che avevo sempre studiato a tavolino. Mio.

tutta-questa-comprensione“Non è detto che si tratti di una non-scelta, perché pensi questo?” mi ha chiesto Stefano.
“Mi sento tutto fuorché libera.”
“Spiegati meglio.”
“Quando ero a New York, durante il test, ho provato un forte senso di libertà. Il pezzo che ho scritto parlava proprio di questo. Al di là dei concetti di giusto e sbagliato, credo che le scelte migliori, intendo migliori per te, siano quelle che ti fanno sentire libero.”
“E tu come si senti?”
“…”
“Terra chiama Isabella. Terra chiama Isabella.”
“Ahah! Sto pensando. Non so…In trappola.”
“…”
“Non mi copiare. Cosa significano questi puntini?”
“Sto scherzando. C’è tempo per tutto. Probabilmente non è questo il momento adatto per pensare al lavoro. Ti ricordo che stai già rubando uno stipendio…”
“Ahah! Ma smettila.”
“Perché, non è vero?”
“Diciamo che non sono completamente concentrata. Meno male che c’è Camilla. Se non fosse arrivata lei, mi avrebbero tolto il progetto.”
“Magari è arrivata proprio per darti la possibilità di dedicarti anche ad altro. Di alzare la testa da quelle presentazioni.”
“…cosa che non avevo mai fatto prima.” ho aggiunto.
“Appunto. Non riesci nemmeno a scrivere due righe per le mie ricerche. Direi che il capitolo lavoro deve restare chiuso, almeno per un po’.”
“Hai ragione, scusami! Mi ero ripromessa di farlo, ma quando ho aperto il documento sono andata in confusione e non sono riuscita a concludere nulla.”
“Lo so. Non ti preoccupare, volevo solo provare a coinvolgerti ancora una volta in quel progetto per i bambini, ma non ho insistito perché capisco le tue difficoltà. Non riesci a lavorare, ma soprattutto non riesci a parlare con me di lavoro.”
“Già…ma perché?”
“Dimmelo tu.”
“Perché penso a tutto il resto.”
“Esatto. Ed è giusto così, almeno per ora.”.

In quel momento ho capito che il problema non era il lavoro in sé, ma il modo in cui l’avevo sempre concepito: un percorso predefinito, quasi privo di ostacoli, simile a quello degli altri, per lo meno delle persone con cui avevo studiato. Invece New York e le ricerche di Gabriele erano qualcosa di molto diverso. Erano il sentiero sterrato che deviava dalla strada principale. Il fatto di averlo capito rappresentava il mio primo passo su quel tratto non battuto.

“Non ne parlerò mai più con nessuno.” ho scritto a Stefano.
“Come vuoi, streghetta.”
“Tranne che con te.”
“Come vuoi, streghetta.”
“Ahah! Da dove arriva tutta questa comprensione? Io stessa faccio fatica a sopportarmi.”
“A volte me lo chiedo anch’io.”
“E quindi? Ti sei dato una risposta?”
“Sì.”
“La vuoi condividere, per caso?”
Ti amo.”.

“Ecco qui.” mi ha detto Marco lanciandomi una busta sulla scrivania. L’ho osservato interdetta per qualche istante.
“Sono i biglietti per l’amichevole di sabato.” ha aggiunto. “Bene ma non benissimo oggi pomeriggio, o sbaglio?”
“Ma che ne so.”
“Perché non ti prendi qualche giorno di ferie?”
“Non me l’hai mai permesso.” gli ho risposto, con la testa tra le mani.
“Ah, l’amore…”
“Finiscila.”
“Sei bordeaux.”
“Te ne vai?” gli ho chiesto, nascondendomi il volto.
“Certo. Prima però mi spieghi perché non hai accettato la proposta.”
“Come fai a saperlo? Non ho ancora comunicato la mia decisione ufficialmente.”
“Lo so e basta.”
“Non dirmi che parli con Stefano.”
“Ma figurati…lo conosco a malapena, non abbiamo mai lavorato insieme.”
“Che c’entra? Voi uomini stringete subito alleanze in questi casi.”
“Penso che non lo farebbe mai, per il rispetto che mi sembra di capire abbia nei tuoi confronti.”
“E’ così.”
“Io lo farei, invece.”
“Non avevo dubbi!” gli ho risposto, ridendo. “Comunque” ho continuato “E’ molto semplice: non me la sento. Sarebbe un salto nel vuoto.”
“Te ne pentirai.”
“Grazie Marco, mi serviva un po’ di pressione in più.”
“Dal mio punto di vista sono comunque felice di continuare ad averti qui. Magari, quando riesci, ma con calma eh, ricominci anche a lavorare?”
“Ahah! Ci provo.”
“Scherzo. Il tuo apporto è sempre fondamentale anche quando non sei concentrata. Cerchiamo di sopperire alla tua mancanza molto volentieri, mentre aspettiamo il ritorno della schiacciasassi che sei sempre stata.”
“Schiacciasassi…questa è nuova.”
“Era per non dire schiacciap****.”
“Ti ringrazio.”
“In senso positivo, ovviamente.”
“Certo, certo. Ci vediamo sabato allora. Verrò con Gabriele, ok?”
“Se proprio devi…”
“Smettila di prendermi in giro!”
“Non posso, è troppo divertente. Vieni con chi ti pare. E rifletti sulle ferie.”
“Sarà fatto.”.

Prima ancora che chiudesse la porta, avevo già ripreso in mano il telefono, trovando un elenco infinito di puntini di sospensione.










A cui ho aggiunto subito i miei.


“Mi sembra di avere tredici anni.”
“Siamo in due.”
“Ho bisogno di prendermi qualche giorno di pausa.”
“Anche da me?”
“In generale.”
“Quindi anche da me.”
“Non lo so.”
“Come vuoi.”
“Magari settimana prossima torno a Firenze per qualche giorno.”
“Ti farà bene, vedrai.”
“Riguardo a quel discorso…Anch’io comunque, forse. Credo, cioè…”
“Bellina! Chiarissimo. Sta passando di nuovo il ciclone. Prendiamoci una pausa. Non ti scrivo e provo anche a non controllare il telefono ogni due minuti.”
“Ma non è quello che voglio.”
“No, infatti. E’ quello di cui hai bisogno.”
“Facciamo un patto: cerchiamo di non accedere a questa email per qualche giorno. Però non andare via.”
“Ma dove devo andare…streghetta mia.”.