nel verso giusto

“Allora questo weekend andiamo da qualche parte?” ho chiesto a Gabriele mentre mi allungavo per prendere il suo computer dal tavolo.
“Cosa proponi?”
“Pensiamoci insieme…” gli ho detto, anche se la sua domanda, posta in quel modo, mi ha fatto subito perdere lo slancio di iniziativa iniziale.
“Idee?”
“Tu?” gli ho chiesto.
“No.”
“Ok, ora penso a qualcosa.”.
Gli ho fatto credere di avere aperto un sito di comparatori di prezzi dei voli – che era ciò che avevo in mente di fare in un primo momento – mentre, in realtà, ho effettuato l’accesso al portale aziendale.

“Ciao Isa! Quando torni tra noi?” mi ha chiesto il mio capo appena ho aperto la finestra della chat.
“Tra dieci giorni.”
“Ciao comunque.”
“Ciao Marco. Tutto bene lì?”
“Sì, anche se si sente la tua mancanza.”
“A dire il vero non sono molto di compagnia ultimamente.”
“Intendevo dire che ci mancano i tuoi pianti e i tuoi colpi di testa, infatti. Scherzo…Ci sono novità?”
“No.”
“Sei molto loquace oggi. Come stai passando le giornate?”
“Vado in giro, mi guardo intorno…”
“Nulla.”
“Eh?”
“Non stai facendo nulla.”
“Più o meno…” gli ho detto, avvalorando la sua tesi.
“E non vedi l’ora di tornare.”
“Ni.”
“Cioé?”
“Ci sono dei momenti in cui faccio il conto alla rovescia. Mi sembra di impazzire, vorrei prendere il primo aereo per l’Italia…o per una città sperduta nel mondo. Altri in cui, al contrario, vorrei posticipare il rientro.”
Sei pronta a cambiare vita?

Ho chiuso di scatto il portatile senza nemmeno provare a digitare una risposta.
“Che fai?” mi ha chiesto Gabriele, colpito dal mio gesto inaspettato.
“Non ho trovato niente di interessante.” gli ho risposto, fingendo di non avere colto il suo stupore.
“Fammi vedere cosa stavi facendo.”
“Scusa?”
“Riaprilo.” ha continuato, alzando il tono della voce.

Mi sono schiacciata nell’angolo del divano con il computer tra le braccia, incapace di proferire parola, con il cuore in gola, cercando di mantenere la calma.
Ero certa che la finestra della chat fosse rimasta aperta e non riuscivo a pensare qualcosa che potesse giustificare la domanda di Marco. Quale altro significato poteva assumere? Prima che riuscissi a mettere ordine nella mia testa, Gabriele mi aveva strappato il portatile dalle mani, appoggiandolo sul tavolo mentre io, impietrita, lo fissavo rimanendo seduta.
“Con chi stavi parlando?” mi ha chiesto.
“Con Marco.” ho ammesso. “Di lavoro.”
“Quindi se adesso lo apro, cosa trovo sullo ?”
“La chat con lui.”
“E perché mi hai detto che stavi controllando i voli?”
“Non ti ho detto proprio nulla.” gli ho risposto. Vedendo il suo viso sempre più contratto, ho aggiunto poco dopo: “Ho dato un’occhiata anche a quelli. Poi mi sono distratta accedendo alle email, lui mi ha scritto e…”
“Sì, va bene. Il resto me lo puoi risparmiare.” ha detto, interrompendomi.
“E’ la verità.”
“Allora perché sei terrorizzata? Pensi che non mi accorga di nulla?”
“Non c’è niente di cui tu ti debba preoccupare.”
“Infatti non mi preoccupo. Sto solo attento a non farmi prendere per il culo da te.”
“Non esagerare come al solito, Gabry.”. Cercavo di tranquillizzarlo, ma ottenevo l’effetto opposto.
“Se mi hai mentito, puoi iniziare a fare le valigie già da ora.”
“Non ho niente da nascondere. Controlla pure.” gli ho risposto, stupendomi del mio sangue freddo.

Mentre finivo la frase aveva già lo sguardo fisso sul monitor. Dopo qualche istante ha iniziato a premere alcuni tasti con violenza.
“Cosa stai facendo, guarda che lo rompi!”
“Me ne daranno un altro.” mi ha risposto.
“Gabry, non fare il pazzo!” ho urlato, avvicinandomi a lui, cercando di togliere le sue mani dalla tastiera.
“Sì è bloccato!” ha urlato a sua volta. “Levati.” ha continuato, dandomi una leggera spinta per allontanarmi.
“Sei fuori di testa!”
“Stai zitta.”.

Ha preso il computer e si è spostato sul letto, con un’espressione che conoscevo fin troppo bene. Non mi avrebbe rivolto la parola per ore, o forse giorni. L’avrebbe fatto solo dopo un’infinità di scuse, spiegazioni, gesti disperati che però, in quell’occasione, non avevo intenzione di rivolgergli.
“Sai cosa ti dico? Sono stufa anch’io, forse più di te.Ci vediamo stasera.”
“Sei stata fortunata perchè ho dovuto riavviare Windows e si sono chiuse tutte le finestre attive. Ma non finisce qui.”
“Mi stai minacciando? Complimenti Gabry. Sei il solito signore.”
“Senti chi parla.”
“Me ne vado, altrimenti finisce male.” ho ribattutto, sbattendo la porta alle mie spalle.

“Marco, non scrivere più niente in chat. Stavamo per combinare un disastro.”
“Mi dispiace.” ha detto, rispondendo immediatamente al mio messaggio. “In effetti non capivo perchè ti fossi smaterializzata.”
“Lasciamo perdere…quando ho letto la tua domanda ho chiuso istintivamente il computer. Si è bloccato tutto, meno male…”
“Non ti seguo. Cosa è successo?”
“Gabriele ha notato la mia reazione e si è insospettito, mi ha preso il portatile dalle mani per capire cosa stessi facendo. Insomma…” ho premuto invio senza terminare la frase.
“Ho capito. Scusami, è colpa mia.”
nel-verso-giusto“Non è vero, sappiamo bene di chi sia: è solo mia. Se solo riuscissi a cambiare direzione…” gli ho detto, mettendo nero su bianco il mio flusso di coscienza.
“Intendo dire che devo smetterla di remare controcorrente.” ho aggiunto. “Non porta da nessuna parte, assorbe tutte le mie energie, …”
Controcorrente o contro te stessa?
“Non cambia nulla. In entrambi i casi si tratta di andare contro qualcosa.”
“Cambia eccome. La seconda è molto più grave. La prima non è detto che lo sia, anzi…dipende dalle situazioni. Può essere un atteggiamento positivo.”
Ho fatto una breve pausa, alzando gli occhi dallo schermo del cellulare, ma tenendo le mani pronte per digitare una risposta. Senza rendermene conto avevo percorso almeno sei blocchi e mi ero ritrovata a Bryant Park, di fronte ad un’aiuola ricoperta da un fiore che non conoscevo, di colore rosa. Era passato solo un mese dal giorno in cui avevo sostato lì prima di entrare nel palazzo al numero 11 di West 42nd Street per il colloquio.
Cosa è cambiato da quel giorno? mi sono chiesta.
“Hai ragione. Devo smetterla di andare contro me stessa.” ho scritto a Marco. E così, finalmente, ho acquisito una nuova consapevolezza e ho iniziato a muovermi nel verso giusto.
Che poi, in generale, chi può dire quale sia?
A dire il vero non lo so. So solo che è qualcosa che si sente dentro, che ti indica la via da percorrere, e che non ti abbandona mai se hai il coraggio di seguire, con costanza, le sue indicazioni. Anche rischiando di perderti.

 

ovunque tu sia

Ho aspettato fino alla sera prima della partenza per fare la valigia, gettando all’ultimo al suo interno vestiti difficilmente abbinabili e che non tenevano in considerazione la temperatura della nostra destinazione – semplicemente perchè non avevo nemmeno controllato il meteo. Gabriele aveva preparato la sua e l’aveva lasciata aperta vicino alla finestra della camera da letto. Ogni tanto ne sbirciavo il contenuto per prendere spunto.
“Non hai portato i costumi?” gli ho chiesto.
“Sì, ci sono.”
“Bene. Riusciremo a fare qualche giorno di mare, secondo te?”
“Non credo.”
“Uffa.”
“Puoi andare tu, se vuoi.”
“Sì, certo, da sola…divertente.”
“Comunque vediamo, magari troviamo qualche volo economico per il secondo fine settimana. Il primo non possiamo muoverci. E il terzo ripartiamo per l’Italia. Controlla i prezzi.”
“Non ho voglia adesso.”
“Allora nulla.”
“Lo farò nei prossimi giorni.”
“Lo dico per te, più che altro.”
“Ho capito Gabry. Proverò a organizzare qualcosa.”
“Ti manca molto?”
“No, ho quasi finito.” gli ho risposto, infilando in uno spazio laterale un paio di scarpe che non indossavo mai.
“Vorrei caricare la macchina stasera. Domani ci dobbiamo svegliare all’alba.”
“Ma non pensavo di chiuderla adesso.” gli ho detto, indicando il beauty case, che non avevo intenzione di preparare in quel momento.
“Non lo puoi tenere nella borsa?”
“Se abbiamo tutta questa fretta, va bene.”
“Non si tratta di avere fretta, vorrei solo evitare di svegliarmi alle 4 domani.”
“Ok.” gli ho risposto, per chiudere il discorso. “Dammi dieci minuti.”.

La mattina seguente ci siamo mossi in direzione dell’aeroporto con largo anticipo. In attesa dell’imbarco, Gabriele stava finendo di leggere una rivista di medicina acquistata il giorno prima a Firenze, mentre io, come ero ormai solita fare più di una volta al giorno, passavo ad una ad una le foto della Liguria.
“Non mi hai ancora detto quale sarà la meta.”
“Sto per partire.”
“Per…?”
“Non te lo dico.”
“Perchè?”
“Dai, Ste…”
“Come vuoi. Buon viaggio Bellina.”
“Sei arrabbiato?” gli ho chiesto, pentendomi subito del mio comportamento.
“No. Come potrei…con quello che mi hai fatto?”
“Vale a dire?”
“Mi hai stregato…streghetta.”
“E quindi non ti puoi arrabbiare?”
“No.”
“Buono a sapersi.”
“Non te ne approfittare.”
“Come potrei…” gli ho detto, pensando a tutto il bene che aveva portato nella mia vita. “Ciao Ste, inizia l’imbarco.”
“Non mi chiamare Ste.”
“E come ti dovrei chiamare?”
“Amore mio.”
“Sì, certo…”
“Sto scherzando. Inventati un soprannome che sia solo tuo.”
“Non sono capace.”
“Allora non mi chiamare in nessun modo.”
“Questa è nuova. Va bene. Allora ciao.”
“Ciao a chi?”
“All’amore della mia vita.”
“Sei vivo?” gli ho chiesto, immaginando la sua reazione alle mie parole.
“Credo di no. Scrivimi quando atterri.”

“Atterrata.” gli ho scritto appena ho riacceso il telefono a JFK.
“Non rispondere.” ho aggiunto poco dopo, temendo che Gabriele mi potesse chiedere il celluare per controllare l’indirizzo dell’hotel che mi aveva chiesto di appuntarmi.

Ero di nuovo a New York, quindi.
Questa volta non da sola e non per inseguire i miei sogni, anzi…per seguire una persona. Per continuare a fare ciò che avevo sempre fatto fino a quel momento: rincorrere Gabriele, appoggiare le sue scelte professionali, farmi piccola accanto alle sue ambizioni. Sono certa che se gli avessi parlato del mio stato d’animo mi avrebbe risposto “Non ti ho chiesto io di accompagnarmi.”. Ed era vero. Avevo fatto tutto da sola, anche quella volta. Ma è così che ci si comporta con le persone che sfuggono e che non si ha il coraggio di lasciare andare.
Ma come potevo accettare di trattare me stessa in quel modo, dopo avere scoperto che la vita poteva offrire molto di più?

In quelle settimane, quando ero con Gabriele, camminavo al suo fianco quasi sempre con lo sguardo rivolto verso il basso. Cenavo in ristoranti di lusso, mi muovevo solo in taxi, chiacchieravo con i suoi colleghi di (loro) possibili esperienze di lavoro oltreoceano. Dormivamo in uno degli alberghi più belli in cui avessimo mai soggiornato, con vista a trecentosessanta gradi su tutta Manhattan.
Spesso la notte non riuscivo a prendere sonno. Mi giravo nel letto pensando a quanto tempo mancasse al rientro in Italia. Pensavo di non riuscire a resistere per tre settimane intere.

Sei a New York. dicevo tra me e me. Se non riesci ad esserne grata, cerca almeno di apprezzare quello che hai.
Ma come puoi farlo quando il tuo cuore è altrove?

IMG_6377Durante la “vacanza” ho cercato di sentire Stefano il meno possibile.
Vacanza, poi…quella non era una vacanza come le altre, era una vacanza da me. Da noi. Si trattava di un ultimo tentativo di tenere in piedi il castello in cui vivevo.
“Spero che tu sia felice, ovunque tu sia.” mi ha scritto un giorno. In quelle parole ho avvertito una grande malinconia.
Stavo passeggiando da sola su Broadway. Mi ricordo che mi sono fermata, spostandomi verso il muro del palazzo, per non essere di intralcio alle persone che correvano su e giù per la strada.
“Sono più vicina di quanto tu possa pensare.”
“Sei negli Stati Uniti, vero?”
“A New York.”
“Hai fatto bene a non dirmelo, sarei venuto a rapirti.”
“Ti aspetto.”
“Non è il momento giusto.”
“Perchè?”
“Quando lo farò lo capirai.”
“Quindi mi rapirai?”
“A dire il vero pensavo ad una soluzione meno violenta. Potremmo scappare insieme, ad esempio.”
“Sì…” gli ho scritto, fantasticando.
“Quando sei triste guarda il cielo. E ricordati che ovunque tu sia, ci sono anch’io.

non si sceglie chi amare

“Ste…ci sei?”
“Dimmi.” mi ha risposto subito. “Sbaglio o dieci minuti fa mi ha detto che eri in ritardo?” ha aggiunto.
“Lo sono tuttora. Mi manchi.”
“Anche tu principessa.”
“Aspetta non devo distrarmi, ti ho scritto per un motivo specifico. Prima non ti ho detto una cosa. Gabriele sarà in viaggio per le prossime tre settimane, in un primo momento ho pensato di rimanere a casa, ma vista la situazione, forse è meglio che lo segua.”
“Non ti nascondo che mi hai appena dato un colpo al cuore. Però è giusto così e fai bene ad andare.”
“Ci tiene molto.”
“E tu?”
“Non lo so.”
“Non sa mai nulla, Bellina.”
“Hai ragione.”
“Sto scherzando ovviamente.”
“E’ la verità! Penso di volere andare ma non ne sono poi così sicura. Da un lato mi spaventa l’idea di allontanarmi così tanto da casa in questo momento, dall’altro però…”
“…ti spaventa di più il pensiero di stare da sola.” ha continuato lui.
“Ecco, sì. E poi…” ho iniziato una nuova frase, ma mi sono subito interrotta. “No, nulla.”
“Dimmelo.”
“Non posso. Questo è troppo, anche per due come noi.”
“Dimmelo.”
Mentre leggevo ho avuto la sensazione di sentire un suo sospiro.
“Se andasse da solo mi farebbe impazzire di gelosia, e non credo di poterlo sopportare, in questo momento.”
“Ah. Ora è tutto chiaro.”
“Mi dispiace, Ste. Non avevo il coraggio di dirlo nemmeno a me stessa.”
“Sono qui per questo.”
“Non è vero. Non posso abusare della tua infinita pazienza, arriverà un giorno in cui non mi sopporterai più.”
Scapperemo insieme prima che succeda.”
“Brividi…”
“Ti posso fare una domanda?” mi ha chiesto.
“Certo.”
“Perché parli di gelosia?”
“Parte insieme ad un gruppo di colleghi, tra i quali c’è una ragazza che lo stuzzica da sempre.”
“Stuzzica…ma come parli?”
“Ahah! Ma che ne so. Va beh, ci siamo capiti.”
“Come sempre, del resto.”
“Già. Insomma, conoscendolo mi farebbe passare tre settimane da incubo. Quindi è meglio che vada con lui. Per questo e per i suddetti motivi.” gli ho scritto, usando di proposito un’espressione poco colloquiale.
“Quando scrivi in questo modo mi fai impazzire, anche perché so che lo fai perché cerchi di nascondere il fatto che tu sia in difficoltà.”
“Ma cosa devo fare con te?” gli ho chiesto, facendogli capire che avesse fatto centro un’altra volta.
Amami. Penso che possa bastare.“.

Il suono del citofono mi ha permesso di distogliere lo sguardo dallo schermo del cellulare, su cui mi ero incantata.
“Sì?”
“Sei pronta?” mi ha chiesto Gabriele.
“Arrivo.”.

“Vado in stazione. Ti scrivo domani.”
“O più tardi.” ha ribattuto Stefano.
Sappiamo entrambi che finisce sempre così.“.

Mi è rimasto il sorriso sulle labbra così a lungo che quando sono uscita, chiudendomi il cancello alle spalle, Gabriele ha subito notato la mia espressione.
“Perché ridi?”
“Ripensavo ad un messaggio.”
“Ciao Isa!” mi hanno salutata in coro sua sorella e il fidanzato, che era alla guida dell’automobile.
“Di chi?” ha continuato Gabriele.
“Di mio fratello.” gli ho risposto, mentendo.
“Non sono riuscito a vederlo in questi giorni. Dov’è adesso?”
“Non lo so, è uscito in macchina poco fa. Provo a chiamarlo?”
“Sì. Abbiamo un po’ di tempo prima della partenza del treno. Sempre che sia sulla strada per la stazione.”.

“Pronto?”
“Dove sei? Vieni a salutarci?”
“Non so se riesco. Partite da Santa Maria Novella?”
“Sì. Saremo lì tra venti minuti, ma il treno parte alle 18. Dai, ti aspettiamo.”
“Va bene. A tra poco.”.

Li ho lasciati soli per qualche minuto mentre camminavo tra i libri della Feltrinelli. Mi sono dapprima soffermata sulle guide turistiche, lasciandole però tutte sugli scaffali. Per la prima volta partivo per un viaggio senza documentarmi sulla meta. Raccontavo a me stessa che si trattava di una trasferta di lavoro e che non avrei avuto tempo di visitare monumenti e musei,  né di vivere le città, come ero solita fare ovunque andassi. Anche se, in fondo, sapevo che per me sarebbe stata una vacanza a tutti gli effetti. Avevo seguito Gabriele in molte iniziative simili a quella ed ero sempre riuscita a girare i posti in lungo e in largo mentre lui si districava tra seminari, convegni e cene di lavoro.
Quel giorno, invece, ho deciso che sarei partita senza raccogliere informazioni, compiendo il primo di una serie di gesti che avrebbero compromesso il viaggio…e non solo.
non-si-sceglie-chi-amareMi sono spostata nel reparto dei romanzi, per appuntarmi qualche titolo da comprare online nei giorni successivi. Ho notato, in mezzo ai libri, la presenza di una cartolina, probabilmente abbandonata da qualcuno. Mi sono incuriosita e istintivamente ho allungato la mano per prenderla, girandola nel verso corretto. Si trattava di un’illustrazione molto semplice: un prato, verde acceso, sullo sfondo. Alcune gerbere sparse qua e là senza una logica precisa. Tutte di di colore bianco, tranne due, che erano rosse.
Una breve frase al centro. Anzi, una domanda.
Pensi davvero di poter scegliere chi amare?
Mentre leggevo quelle parole ne sentivo quasi il suono, come se qualcuno me le stesse sussurrando all’orecchio. Mi sono voltata di scatto, con il cuore che mi batteva forte, così tanto che mi sono messa una mano sul petto per cercare di rallentarne il ritmo. Dopo essermi accertata che nessuno avesse notato la mia reazione, ho gettato la cartolina sui libri di fronte a me, facendola cadere, senza volerlo, in uno spazio vuoto tra gli scaffali.

Un mese dopo, sono tornata nella libreria a cercarla. L’ho trovata esattamente dove mi ricordavo di averla abbandonata.
L’ho comprata per portarla via con me.
Stamattina la osservavo, rigirandola tra la mani e pensando che la risposta è no.
…non si sceglie chi amare.
Affermarlo è facile, accettarlo – a volte – un po’ meno.

la formula perfetta

“Isa, tutto ok? Mi sei sembrata un po’ strana ieri sera.”
“Sì, perchè?”
“Eri silenziosa, assente, distratta…anche un po’…triste?”
“Poi?”
“Di’ che non è vero.”
“Hai dimenticato stanca. Sono stanca.”
“Chi pensi di prendere in giro?”
“Dai, lasciami stare. Sono venuta qui per rilassarmi.”.

Senza aggiungere nulla, mio fratello mi ha voltato le spalle e si è diretto verso la cucina.
Sono rimasta qualche minuto in sala da sola. Guardavo il quadro appeso sulla parete di fronte a me e pensavo a quelli del nostro appartamento di Milano, che avrebbero dovuto colorare i muri bianchi, mentre erano rimasti nello sgabuzzino. O forse ad un certo punto erano finiti addirittura in cantina, perchè occupavano spazio per altri oggetti più utili.

Mi sono alzata di scatto. “Comunque in parte hai ragione.” ho detto ad alta voce, mentre uscivo dalla stanza.
“E quindi, cosa ti passa per la testa?”
“Un ciclone.”
“Lascialo.”
“Chi?”
“Eh…chi…Gabriele.”
“Ma cosa stai dicendo?”
“Isa…”
“Non voglio.”
“Hai paura.”
“Ho paura e non voglio.”
Sei felice?

“Proviamo con un’altra domanda. Cosa rappresenta per te Gabriele?

Non riuscivo a rispondere. Fissavo mio fratello, che con un movimento del viso cercava di tranquillizzarmi e di creare spazio per le mie parole, ma loro restavano lì, appese chissà dove.
“Hai la risposta.” mi ha detto.
“No, non ce l’ho.”
“Appunto. E’ questa.”.

Non potevo dargli torto e non avevo nemmeno il coraggio di guardarlo in faccia.
“Isa, non c’è niente di male. Stai tranquilla.”
“Come faccio? Pensi che sia semplice?”
“Non ho detto che lo sia.”

Ho sentito il telefono vibrare nella tasca dei jeans.
“Torno subito.” ho detto a mio fratello, che mi ha fatto un cenno di intesa con la mano.

“Pronto.”
“Bellina! Cosa succede?”
“Nulla.”
“Non è vero.”
“E’ vero.”
“No.”
“Ok, ciao.”
“No Ste, aspetta.”
“Dimmi.”
“Mi manchi.”
“Anche tu.”
“Mi abbandonerai?”
“Mai e poi mai. Quante altre volte me lo chiederai?”
“Non lo so. Non capisco più niente. Questo sentimento può crescere ancora? Ci sarà un limite?”
Ma cosa sto dicendo? ho pensato. “Niente, scusa. Non so perchè ti ho fatto questa domanda.” ho aggiunto, temendo che mi prendesse per matta.
“Crescerà sicuramente. Ogni giorno.”
“Quindi non ci possiamo più tirare indietro?”
“Ne abbiamo già parlato più di una volta. Direi proprio di no.”
“Sono ripetitiva, hai ragione.”
“Non ti preoccupare. E’ tardi per farlo. E poi, perchè dovremmo? Mi sento completamente diverso. E’ come se fossi rinato. Lo vedo anche nel modo in cui mi relaziono con gli altri.”
“Anch’io. A parte qualche momento di smarrimento. Ieri sera, ad esempio…”
“Cosa?”
“Niente. Ti posso richiamare tra un po’?” gli ho chiesto. Mio fratello mi aveva fatto un segno con la mano dalla finestra per chiedermi di rientrare.
“Quando vuoi.”.

Avevo camminato per tutta la durata della telefonata, attraversando la sala, uscendo dalla porta finestra e raggiungendo l’estremità opposta del giardino.
Sono tornata in cucina saltellando. “Che c’è?”
“Volevo finire il discorso prima di uscire. Pensavi di cavartela così?”
“Sinceramente sì!”
“Sei già cambiata. Cosa ti fa quel ragazzo?”
“Non so di cosa tu stia parlando.”
“E’ lo stesso di quella sera? Vedo che ogni tanto mi ascolti, allora.”
“Ma cosa dici…”
“Quando ti ho detto Non so cosa tu stia facendo, ma qualsiasi cosa sia, continua a farla, quella sera da te, ti ricordi?”
“Certo che mi ricordo.”
“Beh, sapevo che c’era di mezzo qualcuno. Non ti chiedo nulla, dimmi solo se è lo stesso ragazzo di allora.”
“Sì.” ho ammesso, alzando gli occhi al cielo.
“Hai capito, la piccola Isabella…”
“Smettila.”
“Chi l’avrebbe mai detto, paladina della fedeltà!” ha detto ad alta voce, tirandomi la coda.
“Non mi prendere in giro.”
“E non ridere.” ho aggiunto, spingendolo verso il muro.
“Quindi che intenzioni hai?” mi ha chiesto.
“Nessuna.”
“Sì, ok. Te lo richiedo tra qualche ora, nel frattempo pensa ad una risposta sensata.”.

Prima che potessi controbattere, era già uscito con le chiavi della macchina in mano.
Mi sono seduta sui gradini della scala che dalla cucina portava al giardino, guardando verso la strada.

“Isa!”. Mio fratello aveva ancora qualcosa da dirmi. Mi sono avvicinata al cancello, attaccandomi con le mani alla ringhiera e osservando la scena dallo spazio tra le due sbarre centrali.
“Dimmi.” gli ho detto.
“Sembra che tu sia in una gabbia.”
“Dai, non esageriamo. Sicuramente sono bloccata, ma ho fatto tanti passi avanti nel’ultimo periodo. Ci vuole tempo. Sai quante volte, in passato, ho giudicato chi non riusciva a sbloccare la propria situazione, rimanendo in un limbo o, peggio ancora, ignorando le sensazioni, nascondendo i sentimenti, fingendo che non fosse successo nulla? Ora capisco molto più profondamente i racconti di quelle persone e risponderei loro in modo diverso, con molta più accoglienza e comprensione. Perchè è difficile mettere la propria vita in discussione, lasciare il certo per l’incerto, buttarsi a capofitto in qualcosa di emozionante ma allo stesso tempo sconosciuto. Da scoprire giorno per giorno, perchè non c’è nulla di prevedibile e in fondo è proprio questo l’aspetto che lo rende così bello e speciale, ma fa paura, tanta…Non so se riesco a spiegarmi.”
“Ti capisco benissimo. Non pensavo di dare il via a questo monologo, ho usato quell’espressione perchè adesso, in questa posizione, con le mani sul cancello, sembrava che fossi all’interno di una gabbia. Non era una metafora, ma sono contento che tu abbia frainteso. Probabilmente avevi bisogno di parlarne.”
“Che cretina! Pensavo che ti riferissi al mio immobilismo.”
“Meglio così.”
“Stamattina Gabriele mi ha detto che andrà all’estero per lavoro e pensavo di seguirlo. Staremo via per tre settimane. Poi mi toccherà lavorare per tutto il mese di agosto, ma almeno…”
“Almeno cosa?” mi ha chiesto, senza aspettare che terminassi la frase.
“Almeno mi chiarisco le idee.”
“Quindi torni con una decisione.”
“Dubito…”
“E aggiungo che non lo sai ancora, ma l’hai già presa.” ha continuato, quasi ignorando le mie parole.
L’ho guardato negli occhi senza dire nulla. Il cellulare aveva iniziato a vibrare di nuovo. Ho risposto alla telefonata, mentre mio fratello metteva in moto l’auto. Gli ho rivolto un altro sguardo, accompagnato da un gesto della mano.
la-formula-perfetta“Ciao amore mio immenso.”
“E questa da dove ti è uscita?” ho chiesto a Stefano.
“Ciao strega.”
“Grazie.”
“Lo sei.”
“E’ vero. Stamattina pensavo che in fondo ti piace molto anche questo lato del mio carattere. Tu vuoi Bellina solo per te sempre…”
“Sono follemente innamorato di lei.”
“…e ogni tanto anche Streghetta, così la puoi maltrattare e prendere in giro.”
Questa è la formula perfetta, per la quale sarei disposto a tutto.”
“Lo so.” ho detto, cullandomi in quella dolcezza. “Vado a prepararmi.”
“No, aspetta un attimo.”
“Ste, sono già in ritardo.”
“Va bene. Mi scrivi dopo?”
“Sì. Bellina ti manda un bacio. Anche lei è follemente innamorata di te.”.

c’è un momento in cui

“Come ti sembra?” ho chiesto a Gabriele, indicando il piatto che avevo davanti.
“Buono. A te piace?”
“Insomma…non mi convince pienamente. E’ troppo particolare, mi aspettavo una ricetta più classica.” gli ho risposto.
“Dillo al cuoco.”
“Ora lo faccio chiamare.”
“Stavo scherzando.”
“E perché mai?”
“Dobbiamo prima compilare il questionario. Non credo che tu possa parlare direttamente con lui. Per lo meno…non adesso.”
“Non vedo come possa essere un problema. Siamo qui per giudicare il menu. A chi dovrei dirlo se non alla persona che l’ha ideato e realizzato?”
“Rompiscatole che non sei altro…ma cosa devo fare con te…!” ha esclamato pungendomi le dita con la forchetta.
“Hey! Fermo.” gli ho detto, afferrando il suo polso per cercare di bloccare il movimento.
“Stai un po’ tranquilla?” mi ha chiesto, guardandomi con occhi pieni di dolcezza.
“Sono tranquilla!”
“Non si direbbe. Tieni, bevi un po’ di vino.”
“Abbiamo già finito una bottiglia?”
“Sembrerebbe di sì. Mi sembra che tu l’abbia apprezzata.”
“Sì, nulla da eccepire.” gli ho detto, bevendone un altro sorso mentre sorridevo con gli occhi.

“Tutto bene, signori? Come vi sono sembrati i secondi?”
“Perfetti.” ho risposto, anticipando Gabriele, che mi ha rivolto uno sguardo confuso. “Vanno benissimo.” ho aggiunto.
“Ottimo.” ha detto il cameriere. “Vi posso portare i dessert?”
“Sì, grazie.”.
Avevo preso nuovamente la parola per evitare che Gabriele riferisse i miei commenti di qualche istante prima.

“Non avevi detto che volevi apportare qualche modifica al menu?” mi ha chiesto, osservando con attenzione i miei movimenti.
“Ci ho ripensato.”
“Matta. Sei proprio matta. L’ho sempre detto.”
“Può darsi.”
“Ti va di raggiungere gli altri quando abbiamo finito?”
“Certo.”
“Possiamo andare tutti a casa tua?”
“Va bene.”

Il cameriere è tornato con i dolci e, senza che gli chiedessimo nulla, si è offerto di farci una foto. Gabriele gli ha passato il mio telefono e mi si è avvicinato, abbracciandomi da dietro. Sebbene dovesse essere già palese, ho capito che ci fosse qualcosa in me che non andava, perché mi sono dovuta sforzare per riuscire ad abbozzare un sorriso e non ero nemmeno sicura di esserci riuscita in tutti gli scatti.
“Provo a togliere il flash.” ci ha detto, probabilmente non soddisfatto del risultato ottenuto fino a quel momento. “Ecco a voi.”.
“Non sembri molto convinta.” ha commentato Gabriele guardando le ultime tre foto.
In effetti, non davo l’impressione di esserlo. Il mio sguardo era perso nel vuoto.
“E’ colpa della luce di questo locale. Scherzo, sono stanca. Dopotutto siamo in giro dall’alba.” gli ho detto, cercando di nascondermi dietro ad una mezza verità.

La mia mente si era popolata di tutte le foto che avevo scattato in Liguria insieme a Stefano il giorno prima. Appena ero tornata a casa, le avevo salvate in una cartella del computer dell’ufficio a cui potevo accedere da qualsiasi dispositivo. Mentre Gabriele pagava il conto, sono andata in bagno con la scusa di dover sistemare il trucco prima di incontrare i nostri amici – con i quali, peraltro, essendo cresciuta insieme a loro, non mi ero mai posta problemi di questo tipo.
“Necessità di contatto.” ho scritto a Stefano appena mi sono chiusa la porta alle spalle.
“Bellina, che fai? Stavo pensando la stessa cosa.” mi ha risposto subito.
“Sto finendo di cenare. Tu?”
“Guardavo le nostre foto.”
Prima ancora di leggere il suo messaggio, le avevo aperte anch’io. Mi soffermavo sui piccoli dettagli, come la posizione delle mani, il modo in cui mi appoggiavo alla sua spalla, i miei capelli spettinati, ma c’era un aspetto che non sarebbe potuto sfuggire a nessuno: la felicità che traspariva dai nostri occhi. Quegli sguardi erano pieni di amore, di passione, di gioia infinita. Ho pensato agli scatti di quella sera e per non lasciare spazio ai dubbi ne ho messo uno a tutto schermo, mentre Stefano continuava a continuava a scrivere.
ce-un-momento-in-cui“Bellina, ho sempre pensato che per stare bene fosse necessario avere tutto sotto controllo. Con te non è andata così neppure per un istante, infatti non ci ho mai capito nulla. E non potrei essere più felice.”
“Forse la differenza è proprio questa…stare bene ed essere felici non sono la stessa cosa.”
“No. Perché ci sono di mezzo i tuoi sorrisi, le notti insonni, le partenze. Una distanza di 6500km che svanisce con una telefonata e uno scambio di messaggi. L’incapacità di concentrarsi, il tormento continuo, la mancanza di equilibriogli attimi di follia.
Le domande che ti assillano: ma è normale tutto questo? E se fosse solo un momento? E se avessi perso la testa?
Con le risposte che arrivano da sole: no, non è normale. E’ straordinario. No, non è un momento. E’ per sempre. Sì, ho perso la testa. Ed è stata la decisione più saggia che abbia preso nella vita, quella di metterla da parte e di aprirti il mio cuore.”
“Dimentichi il mare, la Vespa rosa, la tua mano.”
“…che cerca la tua.”
La paura di saltareLe matite colorate.”
“…che non stai usando.”
“Le userò, te l’ho promesso.”
“Lo so.”
“Ora devo andare. Ti scrivo quando posso.”
“Spero presto Bellina.”

Per non tornare nella sala truccata esattamente come qualche minuto prima, ho ripassato il rossetto e mi sono sciolta i capelli.
Gabriele stava chiacchierando con il cuoco. Spero che non si sia accorto del tempo che ho trascorso in bagno, ho pensato.
“Buonasera.” ho detto, avvicinandomi a loro.
“Voto alla cena?” mi hanno chiesto, quasi in coro.
“Perfetta.” ho risposto, con lo stomaco pieno più di sensi di colpa che di cibo.
“Ci vediamo tra poco più di quattro mesi allora.” ha continuato Gabriele. “Intanto grazie.”.

Quando siamo arrivati davanti a casa mia, i nostri amici ci stavano aspettando nel mio giardino.
“Come avete fatto ad entrare?” ho chiesto loro, mentre cercavo la chiave per aprire il cancello.
“L’abbiamo scavalcato.”
“Come al solito…” ho puntualizzato.
“Allora, siete pronti?” ci hanno chiesto, quasi in coro.

Nessuno dei due ha preso la parola.
“Uno alla volta, mi raccomando.” ha detto Luca, in tono scherzoso. Non poteva immaginare quale verità stessimo nascondendo entrambi. Non ero la sola ad avere dubbi di ogni sorta e quel giorno ne ho avuto la conferma nonostante, anche nel corso dei mesi successivi, non sia mai riuscita a comprendere fino in fondo i pensieri di Gabriele.

Posso però raccontare quello che è successo a me:
in quella continua oscillazione
tra alti e bassi
tra coraggio e paura
tra amore e dolore
tra istinto e razionalità
tra straordinario e ordinario
c’è stato un momento in cui tutto è diventato chiaro.