non capita spesso

“Hello?”
“Hello? Ti hanno già naturalizzato cittadino americano?”
“Bellina, sei tu…da che numero mi stai chiamando?”
“Da casa.”
“Pensavo che fosse un mio compagno di classe che mi ha scritto poco fa.”
“Ah ok. Ma…fammi capire, prima parlavi seriamente?”
“Sì.”
“Ah. Bene.”
“E quindi? Cosa mi devi dire?”
“Che ci vediamo domani.”
“Non vedo l’ora.”
“Senti, ma…che treno devo prendere?”
“Quello che vuoi. Il primo della mattina.”
“E’ alle 6:10.”
“Perfetto!”
“Ma dai, è troppo presto.”
“Meglio.”
“Sei sicuro?”
“Sì.”
“Va bene.” gli ho detto, dopo una breve pausa.
“Dai, dimmi cosa ti turba.”
“Nulla! Sono…felice! Tanto!”
“Anch’io. Adesso ancora di più. Domani ti faccio impazzire.”
“No.”
“Sì.”
“Anch’io allora.”
“Può darsi.”
“Ci vediamo alle 8.”
“Non vedo l’ora.”
“L’hai già detto.”
“Non vedo l’ora. Non vedo l’ora. Non vedo l’ora.”.

Dopo aver appoggiato il telefono sul tavolo della cucina, mi sono diretta verso la macchinetta del caffè. Gabriele era andato a correre al parco e gli avevo promesso che l’avrei raggiunto appena possibile. Volevo però prima approfittare dell’energia ritrovata per sistemare alcune parti della casa, il cui disordine rispecchiava perfettamente la confusione che regnava nella mia vita in quel periodo. Stavo sorseggiando un cappuccino quando mi sono resa conto di aver perso il lume della ragione durante la telefonata con Stefano. Come potevo giustificare il fatto di dovere uscire di casa alle 5 per andare in stazione?
“Pronto, Ste?”
“Che bello sentire di nuovo la tua voce da Bellina.”
“Aspetta, non mi confondere…”
“Dimmi tutto.”
“Non posso venire così presto. Desterei troppi sospetti. Prendo un treno verso le 9.”
“Ma cosa cambia? Dai, vieni prima.”
“Non posso rischiare.”
“Va bene. Scrivimi quando parti dalla Centrale. E ricordati di scendere…”
“Infatti…chissà dove andrò a finire.”
Ti troverò in ogni caso.”
“A domani.”
“Non vedo l’ora.”
“A chi lo dici.” gli ho risposto, mentre mi rendevo conto di avere lo stesso sorriso da ebete dall’inizio della telefonata.
“Sei stupenda quando sorridi così.”
“Da cosa lo capisci?” gli ho chiesto, mentre realizzavo di avere sentito un battito del cuore diverso dagli altri.
“Dalla voce, dal ritmo delle tue parole, da tanti piccoli particolari…”
“Sono un libro aperto ormai.”
Lo sei sempre stato.”
“Non so se sia un bene.”
“Lo è. Perché non capita spesso. Almeno, a me non era mai successo.”
“Cosa, esattamente?”
“Te lo dico domani.”
“No, dimmelo subito.”
“Domani.”
“Ti prego.”
“Domani.”
“Ecco, mi fai impazzire così.”
“Lo so.”
“Uffa.”
“Quando dici uffa ti riempirei di baci. E di morsi. E poi…”
“Ciao, Ste. Non cominciare. Altrimenti finisce come al solito.”
“E come finisce?”
“Che non capiamo più nulla.”
“Non si iniziano le frasi con il che.”
“Non rompere. A domani. Ciao ciao ciao ciao ciao….”
“Ciao ciao ciao ciao.” ha continuato, coprendo la mia voce con la sua.

Ero sveglia da un’ora e non ero ancora riuscita a combinare nulla, perciò ho deciso di spegnere i telefoni per non distrarmi ulteriormente. Mi sono dedicata per tutto il resto della mattinata alla pulizia dell’appartamento. Quando Gabriele è rientrato, ero già a buon punto.
“Non hai detto che saresti passata?”
“Guarda come brilla la casa!”
“E’ vero. Però volevo fare qualche giro con te.”
“Andiamo a correre uno dei prossimi giorni.”
“A Firenze?”
“Va bene. A proposito…”. Gli volevo dire che la mattina successiva mi sarei svegliata insieme a lui per andare in stazione, ma ero certa che non sarei riuscita a mentire senza che se ne accorgesse. Non potevo parlare di Genova perché la avrebbe immediatamente collegata a Stefano, ma non ho avuto la prontezza di pensare ad un’altra città. Le bugie non facevano proprio parte di me.
“Quindi?”
“No niente.” gli ho detto, per minimizzare.
“Stasera non ci sono.” ha continuato lui.
“Dove vai?”
“Non te lo dico.”
“Dai…”
“Esco con i miei colleghi.”
“E dove andate?”
“Non abbiamo ancora deciso.”
“Ah, ok.”. gli ho risposto, provando un leggero fastidio. “C’è…quella?”
“Quella chi?”
“Sai bene di chi sto parlando.”
“Penso che ci sia.”
“Eh, figurati se non si presenta sul solito tacco 12.”
“Sei molto più bella di lei.”
“Grazie ma…non ne faccio solo una questione fisica.”
“Sai che non me ne importa nulla.”
“Faccio la lavatrice.” gli ho detto, per interrompere la conversazione.

Quella era l’ultima arrivata nel suo reparto. Lavoravano insieme da circa un anno e mezzo. Gabriele non aveva mai nascosto il suo apprezzamento nei suoi confronti, di cui non mi ero mai preoccupata più di tanto, fino al giorno in cui avevo letto sul suo cellulare dei messaggi che lasciavano poco spazio all’immaginazione. Dopo una settimana di litigi ininterrotti, ero uscita di casa sbattendo la porta, per poi fare ritorno al termine del weekend, quando avevo deciso di perdonarlo. In fondo si trattava di un episodio isolato e non sapevo nemmeno cosa fosse successo esattamente. Non l’ho mai saputo, a dire il vero. Ma non ho mai avuto ulteriori sospetti e ho deciso di lasciare correre il fatto in sé, pur continuando ad avere un dubbio, non tanto legato alla sincerità di Gabriele, quanto ad una mia convinzione: che quella rispecchiasse l’ideale di donna che avrebbe voluto al suo fianco.

Magari con lei sarebbe davvero felice, ho pensato.
A volte mi stupivo di come il mio cervello potesse partorire idee di quel tipo. Nonostante avessi avuto una reazione negativa di fronte alla notizia della sua uscita serale, dovevo ammettere con me stessa che in realtà ero contenta di restare sola un’altra volta. E che forse in fondo non mi dispiaceva che si vedessero. Assurdo, ma vero. Era come se stessi aspettando che qualcuno (quella) o qualcosa (la proposta di trasferimento a Singapore) lo allontanassero da me, visto che io non ero assolutamente in grado di farlo.

E’ rientrato a notte fonda e la mattina successiva abbiamo scambiato poche parole. Mi ha dato un bacio sulla guancia prima di uscire per andare in ospedale, mentre io finivo di preparare la borsa per la giornata. Avevo deciso di provare a non dirgli nulla, pur riconoscendo il rischio a cui mi stavo sottoponendo.

“Sono in treno.” ho scritto a Stefano appena ho preso posto nella carrozza numero 5.
“Muoviti.”
“Ora esco e lo spingo.”
“Ti aspetto.”.

alla Stazione di Genova Brignole. Mi ero persa la prima parte dell’annuncio, ma avevo capito di essere arrivata a destinazione. Ho preso il telefono per chiamare Stefano, ma quando si sono aperte le porte l’ho trovato davanti a me. Mi è venuto subito in mente il giorno del colloquio a New York, quando si era fatto trovare all’ingresso del palazzo.
“Ciao.” gli ho detto a bassa voce.
“Non mi abbracci?”
Gli ho gettato le braccia intorno al collo prima che finisse la domanda. Mi ha preso il volto tra le mani per darmi un bacio sulla fronte. Poi uno sulle labbra.
“Vieni, ho parcheggiato qui fuori.”
“Dove andiamo?”
“Ora lo scoprirai.”

non-capita-spessoCi siamo diretti verso Camogli, un piccolo porto a circa mezz’ora di distanza da Genova. La giornata era stupenda e il mare era un’immensa tavola piatta di tutte le sfumature del blu. Da lì abbiamo preso un traghetto per raggiungere San Fruttuoso.
“E’ la mia prima volta in Liguria, lo sai?”
“Non ti vergogni?”
“In effetti…Aspettavo che mi portassi tu.”
“Anche questo è vero.” mi ha detto, giocando con la mia coda.
“Ti innamorerai.”
“Lo so.”
“Te lo chiedo adesso così poi non ne parliamo più. A che ora devi rientrare stasera?”
“Volevo prendere un treno intorno alle 7.”
“8.”
“No, Ste. E’ troppo tardi.”
“Fermati per il tramonto.”
“Non posso.”
“Ti prego.”
“Non mi devi pregare, puoi pensare che non lo voglia fare? Arriverei troppo tardi a Milano. E’ già complicato così.”
“Cosa hai detto a Gabriele?”
“Nulla.”
“Sei convinta che sia la scelta migliore?”
“No.”
“Va bene, non ci pensiamo adesso. Tornerai un’altra volta. E ti fermerai a dormire da me.”
“Sì, nei tuoi sogni.”
“Nei nostri sogni, Isa.”
“Sì. Irrealizzabili.”
“Sogni irrealizzabili che però, a quanto pare, hanno sempre di più il sapore della realtà. Come questo…” mi ha detto, avvicinandosi per darmi un bacio, dal quale si è staccato un attimo dopo per farmi una domanda: “Ma come fai?”
“A fare cosa?”
“Mi è arrivato dritto al cuore.”
“E anche un po’ più giù…” ha aggiunto, ridendo.
“Ahah, dai! Sei il solito.”
“E’ la verità. Allora, come fai?”
“Ti potrei chiedere la stessa cosa.”
“Bellina, ho perso la testa per te.”
“Anch’io. Perché mi hai fatto questo?”
“Non ho fatto nulla. Non di proposito, per lo meno. E’ capitato.”
“Com’era la frase di ieri pomeriggio? Quella che non hai finito.”
“Non mi ricordo…” mi ha detto, appoggiando la sua fronte alla mia per guardarmi negli occhi dalla minore distanza possibile.
“Ma chi ci crede! Dimmelo. Me l’hai promesso.” gli ho detto, appoggiando le mie labbra alle sue.
“No.”
Non capita spesso…?”
…una così grande felicità.”.