se mi chiedi quando

“E’ vero.” gli ho detto, mettendogli le mani tra le sue.
“Rimani qui.”
“Non posso. Tu piuttosto…da quando mi hai detto che ci saremmo visti ho smesso di ragionare, non ti ho nemmeno chiesto perché sei tornato in Italia…era previsto?”
“No, non lo era.”
“E quindi…Per quale motivo sei qui?”
“Avevo bisogno di stare a casa qualche giorno. Penserai che sia un folle o una persona poco equilibrata, ma è la verità.”
“Non lo penso affatto, perché dovrei?”
“Beh…in teoria là ho tutto. Una casa enorme, infinite possibilità di crescita professionale, una carriera universitaria già definita. Amici. Laura…”. Il tono della sua voce si era abbassato parola dopo parola, fino a spegnersi quasi del tutto.
“Ste, chi meglio di me può capirti? Lo stesso discorso è valido per me, credo di avertelo fatto più di una volta in passato. E’ così, cosa ci possiamo fare?”
“Nulla. Infatti siamo uno accanto all’altra.”
“Mano nella mano. Anzi, mani nelle mani.”
se-mi-chiedi-quando“Tra qualche ora, in quell’insenatura, si vedranno tutte le stelle riflesse nel mare.” ha detto, guardandosi intorno.
“Non è possibile!”
“Un giorno le vedrai con i tuoi occhi.”
“Quando?”
“Stanotte.”
“Non posso. E due.”
“Ok. Mi basta sapere che succederà.”
“Come fai ad averne la certezza?”
“Se mi chiedi quando?, si tratta solo di aspettare ancora un po’. Altrimenti avresti risposto con un no da streghetta. Come facevi all’inizio.”
“Può darsi.” ho ammesso. “E’ un sogno questo posto. Davvero…”
“Non hai visto ancora nulla.”.

La baia di San Fruttuoso, quel lunedì mattina, era deserta. L’acqua era cristallina, il cielo limpido. Insieme a noi sono scese dal traghetto altre quattro persone, che si sono subito sdraiate sui sassi in riva al mare.
Stefano mi ha presa per mano e mi ha portata all’interno dell’Abbazia, quasi correndo, forse perché avrebbe voluto farmi vedere tutto ciò che gli stava più a cuore di quel pezzo della Liguria di cui era perdutamente innamorato. O forse perché aveva una meta precisa e non vedeva l’ora di raggiungerla. Saliva le scale facendo due o tre gradini alla volta, tirandomi il braccio, mentre cercavo di tenere il suo passo.
“Hai intenzione di farmi passare una giornata a questi ritmi?” gli ho chiesto, ansimando. Avevo rallentato per un attimo, perdendolo di vista. Non ricevendo risposta, ho pensato che fosse entrato in una delle stanze dell’ultimo piano. Sono entrata nella prima, ma non l’ho trovato. Mi sono avvicinata alla seconda, ma non si apriva la porta. Così sono passata direttamente alla quarta. La più grande. L’ho trovato lì, appoggiato al davanzale di una finestra immensa, affacciata sul paradiso. Perché non esiste un termine che possa descrivere meglio quella scena.
“Nessuno si spinge fino a quassù.”
Guardavo un punto indefinito dell’orizzonte, in silenzio.
“Quanto sei bella?”
Mi sono girata verso di lui. “E tu?” gli ho chiesto.
“Stupenda.”
“Tu.”
“Siediti qui.” mi ha detto, indicandomi lo spazio tra le sue gambe, mentre si appoggiava con la schiena al muro.
Mi sono data una spinta per sollevarmi e prendere posto in quel punto preciso, lasciandomi cadere su di lui. Ho inclinato il collo per fargli capire che volevo un bacio.
“Qui?”
“Sì.”.
Me ne ha dati così tanti che ad un certo punto gli ho dovuto chiedere di fermarsi.
“Mi gira la testa.”
“E allora?”
“Tanto. Non capisco più niente.”
“Ti fermi qui stasera?”
“Nnnn…No.” gli ho risposto, mostrando i primi segni di cedimento.
“Vedi, sei ancora troppo lucida. te ne devo dare altri.” mi ha detto, ricominciando dallo stesso punto in cui si era fermato.
“Ti posso fare una domanda?”
“Tutte quelle che vuoi.”
“Di quali cambiamenti parlavi ieri?”. Ha capito subito che mi riferivo a sua moglie.
“Ci sono stati momenti migliori. Non è successo nulla di specifico, ma stiamo facendo entrambi alcune riflessioni.”. Accorgendosi di avermi dato una risposta non soddisfacente, ha aggiunto: “Continuiamo a litigare.”
“Mi dispiace.”

Ed era vero. Non sopportavo il fatto che quella situazione fosse una fonte di problemi e di dolore per tutti. Per me, per Stefano, per lei, per Gabriele, per tutto coloro che accettavano di ascoltarci, di darci consigli, di spronarci a conquistare il meglio che la vita possa offrire. Perché di questo si trattava.

“Ma lei ora dov’é?” gli ho chiesto.
“A Boston.”
“Da sola?”
“Con sua zia.”
“Ho capito.”
“Non ti ho raccontato nulla per non darti ulteriori motivi per scappare.”
“Ti ho già detto che non vado da nessuna parte. Non cercare di proteggermi. Non è necessariamente giusto.”
“Non posso fare altro. Sarà il mio compito, oggi e sempre.”
“Proteggermi?”
“Sì, Bellina.”
Mi sono rannicchiata tra le sue braccia, cercando di diventare piccola, di tornare bambina, forse.
“Dove mi porti adesso?”
“E chi si muove…?”
“Per me possiamo stare qui tutta la notte.” gli ho detto, in tono convinto.