il punto più alto

Sono rientrata in casa di corsa, per guadagnare più tempo possibile. Volevo farmi una doccia e ritornare con i piedi per terra.
Non riuscivo a togliermi dalla mente le immagini della spiaggia, del davanzale dell’Abbazia, del viaggio in barca e di quello in macchina lungo la costa, con il sole sempre più vicino al mare. Già, il mare. Lo vedevo ovunque, anche nella sala del mio appartamento. Al posto dei muri bianchi, mi immaginavo una distesa blu, increspata solo in qualche punto. Ne sentivo anche il rumore. E, se mi concentravo, mi sembrava di riconoscere anche il profumo della ginestra, la pianta che avevamo incontrato anche negli angoli più remoti di quella zona della Liguria.

Avevo ancora l’asciugamano sulla testa quando ho sentito il rumore delle chiavi di Gabriele all’interno della serratura.
Mi sono sporta verso il corridoio per osservarlo mentre entrava, con il telefono in mano, concentrato in una conversazione con quello che immaginavo fosse un suo collega.
A parte un veloce scambio di parole durante la colazione, non parlavo con lui dalla sera precedente, quando si era rifiutato di dirmi dove era stata organizzata la sua cena di lavoro. Non gli avevo poi chiesto più nulla, perché mi sembrava quasi di elemosinare le informazioni. E non volevo dare questa impressione.

Mentre preparavo i bagagli di entrambi per i due giorni seguenti, che avremmo passato a Firenze, mi chiedevo che cosa stesse facendo Stefano. Poco prima mi aveva scritto che sarebbe andato in giardino a prendere un po’ di sole. Quanto avrei voluto essere lì con lui, all’ombra dell’albero di cui mi parlava sempre. Suo nonno gliel’aveva regalato quando era piccolo e l’aveva piantato proprio al centro del prato di fronte alla casa.
“Non credo che ci servano i costumi.” mi ha detto Gabriele, bloccando la mia immaginazione.
“Ah…già.” gli ho risposto distrattamente.
“Vorrei portare questa felpa”.
“Tutto bene ieri sera?” gli ho chiesto, mentre allungavo il braccio per prenderla.
“Sì, tu?”
“Quando, ieri sera? Ero qui.”
“E oggi?”
“Ho fatto un giro.”
“Dove sei stata?”
“Qui vicino…” gli ho risposto, con la massima tranquillità. Non potevo credere che fossi diventata così brava a mentire.
“Mangiamo?”
“Sì, ho fatto la carne, ti va?”
“Buona!”.

Abbiamo cenato chiacchierando distrattamente, nel mio caso per cercare in tutti i modi di coprire il silenzio e di tenere la mente occupata.
L’indomani siamo arrivati a Firenze alle undici di mattina. Abbiamo posato le valigie nell’appartamento di suo padre, dove era previsto che ci riunissimo quella sera, e ci siamo diretti verso il centro per fare una passeggiata.
Avevo preso due giorni di ferie con l’idea di rilassarmi, ma le pressioni di sua sorella mi avevano convinta a portare avanti due aspetti del matrimonio che fingevo di avere sotto controllo ma che, in realtà, continuavo ad ignorare di proposito.
Uno, in particolare, era il principale protagonista dei miei incubi notturni: la prova dell’abito. Era già pronto, ma lo dovevo indossare un’ultima volta per dare l’approvazione definitiva e portarlo a casa.
L’altro era la prova del menu, prevista per quella sera.
Avevo programmato entrambe le attività il più tardi possibile per godermi la città, in cui non facevo ritorno da diverse settimane. Si è unita a noi anche una coppia di amici d’infanzia, che non vedevamo da più di sei mesi e che quindi desideravano essere aggiornati su qualsiasi aspetto della nostra vita.
“Se fosse per me, tornerei subito a Singapore.” ha detto Gabriele mentre percorrevamo i sentieri del Giardino delle Rose. Camminavo a qualche metro di distanza da loro, concentrandomi sui fiori.
“Chi lavora nel mio campo farebbe carte false per trasferirsi là. Gli ospedali dispongono delle più avanzate tecnologie in commercio.” ha continuato, per poi aggiungere “Ho già preso accordi con il mio primario.”
“Quando vi trasferireste?”
“Non prima di gennaio.”
Non aveva detto di aver rifiutato l’offerta? mi sono chiesta.
Ma ho preferito continuare a passeggiare in silenzio, senza cercare una risposta. Come si fa con le domande che non rivestono grande importanza.

il-punto-piu-alto“Ti volevo solo dire che ho un attacco di Isabellite incredibile. Il peggiore di sempre. O forse dovrei dire il migliore.”.
Il messaggio di Stefano mi è arrivato nell’esatto istante in cui ho preso il Blackberry dalla tasca dei jeans.
“Ahah! In che cosa consiste esattamente, questa volta?”
“Non riesco a non pensarti per più di tre secondi. Qualsiasi cosa vedo o penso la ricollego a te, vorrei tenerti per mano, guardarti negli occhi…insomma, è il punto più alto dell’insofferenza.”
“E qual è il rimedio?”
“Ti vorrei combattere. Poi però penso ai tuoi occhi, a quanto brillano quando ci guardiamo e nella mia mente appaiono tutte le cose belle del mondo.”
“E’ lo stesso per me. Da quando ci siamo salutati non ho fatto altro che pensare a tutto ciò che è successo, sto facendo una specie di riepilogo. Troppo bello.”
“Altro che…quindi, quali conclusioni stai traendo dalla tua analisi?”
“Nessuna! Non sto cercando di capire qualcosa in particolare, sto solo prendendo atto dell’avvenuto passaggio del Ciclone, che a quanto pare ha lasciato un’eredità enorme. Insomma, non c’è più il tormento iniziale, adesso sono rimaste solo certezze.”
“E’ così Bellina mia.”
“Ci sentiamo domani.”
“Va bene principessa.”.

Ho rimesso il telefono nella borsa, facendo prima attenzione a cancellare tutti i messaggi che ci eravamo scambiati.
Nel frattempo, abbiamo raggiunto Piazzale Michelangelo, uno dei miei punti panoramici preferiti, dal quale si può scorgere tutta la città: dal Duomo al Campanile, da Santa Croce a palazzo Vecchio. E poi i giardini di Boboli, l’Arno, i suoi ponti e le colline di Fiesole a fare da sfondo. Non c’era nulla che potesse sfuggire alla mia vista.
Seppur di fronte a quella bellezza, mi sono accorta che la mia mente aveva iniziato di nuovo a sorvolare nel giardino di Stefano. E ha continuato a farlo fino a tarda sera quando, poco prima di andare a cena, siamo passati nel negozio di abiti da sposa, dove c’era il mio ad aspettarmi.

Lì, di fronte allo specchio, indossando un vestito da vera principessa, sono riuscita a concentrarmi per qualche istante, quelli che sono bastati per chiedermi, ancora una volta – una delle ultime – ma cosa stai facendo?
Anch’io avevo raggiunto il punto più alto di insofferenza e di distaccamento dalla realtà. Perché la mia immaginazione, ormai incontrollabile, non mi permetteva più di chiudere la porta del mondo che avevo costruito insieme a Stefano, che si era ormai sovrapposto a quello di sempre e che si stava sostituendo ad esso.