ovunque tu sia

Ho aspettato fino alla sera prima della partenza per fare la valigia, gettando all’ultimo al suo interno vestiti difficilmente abbinabili e che non tenevano in considerazione la temperatura della nostra destinazione – semplicemente perchè non avevo nemmeno controllato il meteo. Gabriele aveva preparato la sua e l’aveva lasciata aperta vicino alla finestra della camera da letto. Ogni tanto ne sbirciavo il contenuto per prendere spunto.
“Non hai portato i costumi?” gli ho chiesto.
“Sì, ci sono.”
“Bene. Riusciremo a fare qualche giorno di mare, secondo te?”
“Non credo.”
“Uffa.”
“Puoi andare tu, se vuoi.”
“Sì, certo, da sola…divertente.”
“Comunque vediamo, magari troviamo qualche volo economico per il secondo fine settimana. Il primo non possiamo muoverci. E il terzo ripartiamo per l’Italia. Controlla i prezzi.”
“Non ho voglia adesso.”
“Allora nulla.”
“Lo farò nei prossimi giorni.”
“Lo dico per te, più che altro.”
“Ho capito Gabry. Proverò a organizzare qualcosa.”
“Ti manca molto?”
“No, ho quasi finito.” gli ho risposto, infilando in uno spazio laterale un paio di scarpe che non indossavo mai.
“Vorrei caricare la macchina stasera. Domani ci dobbiamo svegliare all’alba.”
“Ma non pensavo di chiuderla adesso.” gli ho detto, indicando il beauty case, che non avevo intenzione di preparare in quel momento.
“Non lo puoi tenere nella borsa?”
“Se abbiamo tutta questa fretta, va bene.”
“Non si tratta di avere fretta, vorrei solo evitare di svegliarmi alle 4 domani.”
“Ok.” gli ho risposto, per chiudere il discorso. “Dammi dieci minuti.”.

La mattina seguente ci siamo mossi in direzione dell’aeroporto con largo anticipo. In attesa dell’imbarco, Gabriele stava finendo di leggere una rivista di medicina acquistata il giorno prima a Firenze, mentre io, come ero ormai solita fare più di una volta al giorno, passavo ad una ad una le foto della Liguria.
“Non mi hai ancora detto quale sarà la meta.”
“Sto per partire.”
“Per…?”
“Non te lo dico.”
“Perchè?”
“Dai, Ste…”
“Come vuoi. Buon viaggio Bellina.”
“Sei arrabbiato?” gli ho chiesto, pentendomi subito del mio comportamento.
“No. Come potrei…con quello che mi hai fatto?”
“Vale a dire?”
“Mi hai stregato…streghetta.”
“E quindi non ti puoi arrabbiare?”
“No.”
“Buono a sapersi.”
“Non te ne approfittare.”
“Come potrei…” gli ho detto, pensando a tutto il bene che aveva portato nella mia vita. “Ciao Ste, inizia l’imbarco.”
“Non mi chiamare Ste.”
“E come ti dovrei chiamare?”
“Amore mio.”
“Sì, certo…”
“Sto scherzando. Inventati un soprannome che sia solo tuo.”
“Non sono capace.”
“Allora non mi chiamare in nessun modo.”
“Questa è nuova. Va bene. Allora ciao.”
“Ciao a chi?”
“All’amore della mia vita.”
“Sei vivo?” gli ho chiesto, immaginando la sua reazione alle mie parole.
“Credo di no. Scrivimi quando atterri.”

“Atterrata.” gli ho scritto appena ho riacceso il telefono a JFK.
“Non rispondere.” ho aggiunto poco dopo, temendo che Gabriele mi potesse chiedere il celluare per controllare l’indirizzo dell’hotel che mi aveva chiesto di appuntarmi.

Ero di nuovo a New York, quindi.
Questa volta non da sola e non per inseguire i miei sogni, anzi…per seguire una persona. Per continuare a fare ciò che avevo sempre fatto fino a quel momento: rincorrere Gabriele, appoggiare le sue scelte professionali, farmi piccola accanto alle sue ambizioni. Sono certa che se gli avessi parlato del mio stato d’animo mi avrebbe risposto “Non ti ho chiesto io di accompagnarmi.”. Ed era vero. Avevo fatto tutto da sola, anche quella volta. Ma è così che ci si comporta con le persone che sfuggono e che non si ha il coraggio di lasciare andare.
Ma come potevo accettare di trattare me stessa in quel modo, dopo avere scoperto che la vita poteva offrire molto di più?

In quelle settimane, quando ero con Gabriele, camminavo al suo fianco quasi sempre con lo sguardo rivolto verso il basso. Cenavo in ristoranti di lusso, mi muovevo solo in taxi, chiacchieravo con i suoi colleghi di (loro) possibili esperienze di lavoro oltreoceano. Dormivamo in uno degli alberghi più belli in cui avessimo mai soggiornato, con vista a trecentosessanta gradi su tutta Manhattan.
Spesso la notte non riuscivo a prendere sonno. Mi giravo nel letto pensando a quanto tempo mancasse al rientro in Italia. Pensavo di non riuscire a resistere per tre settimane intere.

Sei a New York. dicevo tra me e me. Se non riesci ad esserne grata, cerca almeno di apprezzare quello che hai.
Ma come puoi farlo quando il tuo cuore è altrove?

IMG_6377Durante la “vacanza” ho cercato di sentire Stefano il meno possibile.
Vacanza, poi…quella non era una vacanza come le altre, era una vacanza da me. Da noi. Si trattava di un ultimo tentativo di tenere in piedi il castello in cui vivevo.
“Spero che tu sia felice, ovunque tu sia.” mi ha scritto un giorno. In quelle parole ho avvertito una grande malinconia.
Stavo passeggiando da sola su Broadway. Mi ricordo che mi sono fermata, spostandomi verso il muro del palazzo, per non essere di intralcio alle persone che correvano su e giù per la strada.
“Sono più vicina di quanto tu possa pensare.”
“Sei negli Stati Uniti, vero?”
“A New York.”
“Hai fatto bene a non dirmelo, sarei venuto a rapirti.”
“Ti aspetto.”
“Non è il momento giusto.”
“Perchè?”
“Quando lo farò lo capirai.”
“Quindi mi rapirai?”
“A dire il vero pensavo ad una soluzione meno violenta. Potremmo scappare insieme, ad esempio.”
“Sì…” gli ho scritto, fantasticando.
“Quando sei triste guarda il cielo. E ricordati che ovunque tu sia, ci sono anch’io.