il punto più alto

Sono rientrata in casa di corsa, per guadagnare più tempo possibile. Volevo farmi una doccia e ritornare con i piedi per terra.
Non riuscivo a togliermi dalla mente le immagini della spiaggia, del davanzale dell’Abbazia, del viaggio in barca e di quello in macchina lungo la costa, con il sole sempre più vicino al mare. Già, il mare. Lo vedevo ovunque, anche nella sala del mio appartamento. Al posto dei muri bianchi, mi immaginavo una distesa blu, increspata solo in qualche punto. Ne sentivo anche il rumore. E, se mi concentravo, mi sembrava di riconoscere anche il profumo della ginestra, la pianta che avevamo incontrato anche negli angoli più remoti di quella zona della Liguria.

Avevo ancora l’asciugamano sulla testa quando ho sentito il rumore delle chiavi di Gabriele all’interno della serratura.
Mi sono sporta verso il corridoio per osservarlo mentre entrava, con il telefono in mano, concentrato in una conversazione con quello che immaginavo fosse un suo collega.
A parte un veloce scambio di parole durante la colazione, non parlavo con lui dalla sera precedente, quando si era rifiutato di dirmi dove era stata organizzata la sua cena di lavoro. Non gli avevo poi chiesto più nulla, perché mi sembrava quasi di elemosinare le informazioni. E non volevo dare questa impressione.

Mentre preparavo i bagagli di entrambi per i due giorni seguenti, che avremmo passato a Firenze, mi chiedevo che cosa stesse facendo Stefano. Poco prima mi aveva scritto che sarebbe andato in giardino a prendere un po’ di sole. Quanto avrei voluto essere lì con lui, all’ombra dell’albero di cui mi parlava sempre. Suo nonno gliel’aveva regalato quando era piccolo e l’aveva piantato proprio al centro del prato di fronte alla casa.
“Non credo che ci servano i costumi.” mi ha detto Gabriele, bloccando la mia immaginazione.
“Ah…già.” gli ho risposto distrattamente.
“Vorrei portare questa felpa”.
“Tutto bene ieri sera?” gli ho chiesto, mentre allungavo il braccio per prenderla.
“Sì, tu?”
“Quando, ieri sera? Ero qui.”
“E oggi?”
“Ho fatto un giro.”
“Dove sei stata?”
“Qui vicino…” gli ho risposto, con la massima tranquillità. Non potevo credere che fossi diventata così brava a mentire.
“Mangiamo?”
“Sì, ho fatto la carne, ti va?”
“Buona!”.

Abbiamo cenato chiacchierando distrattamente, nel mio caso per cercare in tutti i modi di coprire il silenzio e di tenere la mente occupata.
L’indomani siamo arrivati a Firenze alle undici di mattina. Abbiamo posato le valigie nell’appartamento di suo padre, dove era previsto che ci riunissimo quella sera, e ci siamo diretti verso il centro per fare una passeggiata.
Avevo preso due giorni di ferie con l’idea di rilassarmi, ma le pressioni di sua sorella mi avevano convinta a portare avanti due aspetti del matrimonio che fingevo di avere sotto controllo ma che, in realtà, continuavo ad ignorare di proposito.
Uno, in particolare, era il principale protagonista dei miei incubi notturni: la prova dell’abito. Era già pronto, ma lo dovevo indossare un’ultima volta per dare l’approvazione definitiva e portarlo a casa.
L’altro era la prova del menu, prevista per quella sera.
Avevo programmato entrambe le attività il più tardi possibile per godermi la città, in cui non facevo ritorno da diverse settimane. Si è unita a noi anche una coppia di amici d’infanzia, che non vedevamo da più di sei mesi e che quindi desideravano essere aggiornati su qualsiasi aspetto della nostra vita.
“Se fosse per me, tornerei subito a Singapore.” ha detto Gabriele mentre percorrevamo i sentieri del Giardino delle Rose. Camminavo a qualche metro di distanza da loro, concentrandomi sui fiori.
“Chi lavora nel mio campo farebbe carte false per trasferirsi là. Gli ospedali dispongono delle più avanzate tecnologie in commercio.” ha continuato, per poi aggiungere “Ho già preso accordi con il mio primario.”
“Quando vi trasferireste?”
“Non prima di gennaio.”
Non aveva detto di aver rifiutato l’offerta? mi sono chiesta.
Ma ho preferito continuare a passeggiare in silenzio, senza cercare una risposta. Come si fa con le domande che non rivestono grande importanza.

il-punto-piu-alto“Ti volevo solo dire che ho un attacco di Isabellite incredibile. Il peggiore di sempre. O forse dovrei dire il migliore.”.
Il messaggio di Stefano mi è arrivato nell’esatto istante in cui ho preso il Blackberry dalla tasca dei jeans.
“Ahah! In che cosa consiste esattamente, questa volta?”
“Non riesco a non pensarti per più di tre secondi. Qualsiasi cosa vedo o penso la ricollego a te, vorrei tenerti per mano, guardarti negli occhi…insomma, è il punto più alto dell’insofferenza.”
“E qual è il rimedio?”
“Ti vorrei combattere. Poi però penso ai tuoi occhi, a quanto brillano quando ci guardiamo e nella mia mente appaiono tutte le cose belle del mondo.”
“E’ lo stesso per me. Da quando ci siamo salutati non ho fatto altro che pensare a tutto ciò che è successo, sto facendo una specie di riepilogo. Troppo bello.”
“Altro che…quindi, quali conclusioni stai traendo dalla tua analisi?”
“Nessuna! Non sto cercando di capire qualcosa in particolare, sto solo prendendo atto dell’avvenuto passaggio del Ciclone, che a quanto pare ha lasciato un’eredità enorme. Insomma, non c’è più il tormento iniziale, adesso sono rimaste solo certezze.”
“E’ così Bellina mia.”
“Ci sentiamo domani.”
“Va bene principessa.”.

Ho rimesso il telefono nella borsa, facendo prima attenzione a cancellare tutti i messaggi che ci eravamo scambiati.
Nel frattempo, abbiamo raggiunto Piazzale Michelangelo, uno dei miei punti panoramici preferiti, dal quale si può scorgere tutta la città: dal Duomo al Campanile, da Santa Croce a palazzo Vecchio. E poi i giardini di Boboli, l’Arno, i suoi ponti e le colline di Fiesole a fare da sfondo. Non c’era nulla che potesse sfuggire alla mia vista.
Seppur di fronte a quella bellezza, mi sono accorta che la mia mente aveva iniziato di nuovo a sorvolare nel giardino di Stefano. E ha continuato a farlo fino a tarda sera quando, poco prima di andare a cena, siamo passati nel negozio di abiti da sposa, dove c’era il mio ad aspettarmi.

Lì, di fronte allo specchio, indossando un vestito da vera principessa, sono riuscita a concentrarmi per qualche istante, quelli che sono bastati per chiedermi, ancora una volta – una delle ultime – ma cosa stai facendo?
Anch’io avevo raggiunto il punto più alto di insofferenza e di distaccamento dalla realtà. Perché la mia immaginazione, ormai incontrollabile, non mi permetteva più di chiudere la porta del mondo che avevo costruito insieme a Stefano, che si era ormai sovrapposto a quello di sempre e che si stava sostituendo ad esso.

adesso sì

Ho allungato le gambe sul muretto e mi sono sdraiata appoggiando la testa sulle gambe di Stefano, che ha accompagnato il mio movimento tenendomi il viso tra le mani.
“Raccontami qualcosa che non so.” gli ho detto, inclinando il capo per guardarlo negli occhi.
“Sai tutto.”
“Proprio tutto?”
“Non dirmi che hai capito…”
“Può darsi. Non sei sereno.”
Adesso sì.”
“E quando non sei con me?”
“Lo sono quando non mi allontani. Togliendo la collana o dandomi risposte da stronzetta.”
“Streghetta!”
“Diavoletta.”
“No, streghetta! Però mi piace anche diavoletta. Temo che mi piaccia proprio tutto…quello che sei, dici, fai…”
“Già…siamo in due.”
“E quando sei a Boston sei sereno?” gli ho chiesto, per tornare al discorso da cui eravamo partiti.
“Boom. Hai centrato il bersaglio.”
“Lo sapevo. Stai dando gli esami?”
“Ecco…”
“…No?” gli ho chiesto, sgranando gli occhi.
“Non ci riesco. Non sono concentrato. Mai. E’ questo il problema.”
“Perché non me ne hai mai parlato?”
“Per non darti ulteriori preoccupazioni. Il solito motivo.”
“Sei rimasto indietro quindi?”
“Sì. Riesco a seguire i progetti con i compagni, perché mi guidano loro, ma non ho la testa per tutto il resto e ti dirò…non me ne importa più di tanto.”
“Ti capisco, sto vivendo qualcosa di molto simile in ufficio.”
“Ed è stupendo! Non essere lucido, intendo. Ma sai, a volte penso che stia solo perdendo tempo.”
“Non è così.”
“Invece sì. Sto camminando su una strada che – sono certo – abbandonerò.”
“Non è detto che si tratti di tempo perso. Quante volte capita che percorriamo delle strade per un po’ e poi ne prendiamo una deviazione?
“Anche questo è vero. Infatti sto cercando di farmi trasferire. Il concetto di deviazione calza a pennello…”
“Cosa? E me lo dici adesso? Qui?”
“Te lo volevo dire guardandoti negli occhi.”
“Ma non era previsto che ci vedessimo! Chissà quanto avrei dovuto aspettare!”
“Non avremmo resistito molto a lungo, quindi immaginavo che sarebbe successo nel giro di qualche settimana. Anche perché altrimenti sarei venuto a rapirti al lavoro.”
“Ti prego, un giorno lo fai?”
“Non devi neanche chiederlo.”
“Perfetto! Mi vengono i brividi solo al pensiero di cosa tu possa organizzare. Tornando a noi, in quale città verresti trasferito?”
“Non lo so. Vicino a te.”
“Davvero?” gli ho chiesto, senza riuscire a contenere l’entusiasmo e cercando di sollevarmi.
“Stai giù. Mi sdraio anch’io”.
“Guarda che cadiamo giù. E non credo sia particolarmente piacevole, con tutti quei sassi” gli ho detto, irrigidendomi.
Correrò il rischio.”

adesso-siSiamo rimasti lì per ore ed ore, parlando di sogni, intavolando discorsi folli e senza senso, confrontandoci su tutto ciò che ci passava per la testa. Ridendo fino alle lacrime e prendendoci in giro appena ne avevamo l’occasione. Ci siamo persino dimenticati di essere in quel paradiso incontaminato, ma del resto il luogo per noi non aveva mai avuto rilevanza, perché qualsiasi posto diventava incredibile. Bastava che ci fossimo entrambi e che dessimo, al nostro sentimento, la possibilità di attraversarci e di scorrere liberamente.

“Ste, secondo te che ore sono?”
“Non saprei. Considerando che siamo arrivati qui a mezzogiorno, potrebbero essere le due. Oppure le tre. O le cinque.”
“Ahah, molto utile! Non hai l’orologio?”
“No. Mi hai mai visto indossare un orologio?”
“In effetti no. Neanch’io ce l’ho. Prendo il telefono.”
“No. Stai qui.” mi ha detto, slacciandomi un bottone della camicia.
“Sarà tardissimo.”
“Può essere…” ha replicato, mentre continuava con i successivi.
“Adesso ti bacio dappertutto.”
“Troppo amore oggi.”.

Non sono riuscita a fermarlo. A dire il vero, non ci ho nemmeno provato.
Fino a quando mi sono resa conto che il sole stava scendendo sempre più velocemente per tuffarsi nel mare.

“E’ tardissimo, dobbiamo andare.”
“Hai detto che ti saresti fermata.”
“Non posso, Gabriele mi uccide. Non ho neanche controllato se mi abbia scritto qualcosa.”
“Stai qui, Bellina.” mi ha detto, come sempre fingendo di non aver sentito le mie parole.
“Amore mio, non posso.”
“Amore mio, che casino.”
“Lo so. Non ci pensiamo.”
“Invece ci dobbiamo proprio pensare. A proposito, quando torni qui?”
“Non lo so, ma ti prometto che lo farò.”
“Sempre di nascosto?”
“E tu?” gli ho detto, mimando il gesto di un pugno indirizzato verso il suo cuore.
“No, niente pugni! Non si risponde con una domanda, streghetta.”
“Spero di no. Non di nascosto, intendo.”
“Lo spero anch’io, per entrambi.”

Ci siamo voltati contemporaneamente verso l’orizzonte, scorgendo un traghetto che si muoveva verso di noi.
“Bellina muoviti perché se non prendiamo quello, ci lasciano qui. Credo che sia l’ultimo. Sempre che tu non abbia cambiato idea…”
“Magari…Ma quindi sono le cinque! Grazie per questa giornata meravigliosa.”
“Sono partito con l’idea di farti visitare i luoghi che più amo di questa zona, poi come al solito ci siamo persi.”
“E cosa c’è di più bello?” gli ho domandato.
“Nulla.”

Mi sono avviata verso la spiaggia prima che Stefano finisse di sistemarsi. Eravamo rimasti solo noi due. Chissà quante persone erano passate durante il giorno, mentre noi eravamo lassù, su quel davanzale, a darci tutto l’Amore possibile.
E impossibile.
Pazzo, libero.
Indimenticabile.

Pochi istanti dopo essermi seduta sul treno ho cercato il telefono all’interno della borsa. Non controllavo le notifiche da più di sette ore. Ho trovato qualche chiamata persa, un messaggio, un numero incalcolabile di messaggi in chat, ma ho aperto direttamente il primo della lista, arrivato in quel momento.

“Sei la cosa più bella che mi potesse capitare. E’ un amore infinito che può solo crescere…Immenso, magico e inspiegabile agli esseri umani.
Non trovo le parole per spiegarti quanto sia felice di averti ritrovata. Perché da qualche parte ci eravamo sicuramente già incontrati. E non mi riferisco al corso in università. Parlo di un posto che forse non conosceremo mai, ma che sicuramente esiste, perché altrimenti tutto questo non potrebbe esistere. Non potrei provare queste sensazioni incredibili che sono certo non riproverò mai con nessun altro.
Amo la vita anche per questo: perché ora so che c’è una persona che mi fa pensare sempre positivo e mi dà la certezza che tutti i problemi si possano risolvere. Penso che non si possa chiedere di più…sei un sogno.”
“Anche tu. Sono senza parole.”
“So che è stato difficile arrivare fino a qui…e non intendo a Genova, ma al punto di lasciarsi andare per passare una giornata come quella di oggi. Anzi, ti chiedo scusa se a volte sono stato un po’ pressante, ma non avevo scelta, se non quella di prenderti per mano.”
“Per portarmi dove?”
“Ma che ne so. Non ho ancora capito dove siamo finiti.”
“Nemmeno io.”
“Però capisco che ne è valsa la pena.”
Adesso sì.“.

se mi chiedi quando

“E’ vero.” gli ho detto, mettendogli le mani tra le sue.
“Rimani qui.”
“Non posso. Tu piuttosto…da quando mi hai detto che ci saremmo visti ho smesso di ragionare, non ti ho nemmeno chiesto perché sei tornato in Italia…era previsto?”
“No, non lo era.”
“E quindi…Per quale motivo sei qui?”
“Avevo bisogno di stare a casa qualche giorno. Penserai che sia un folle o una persona poco equilibrata, ma è la verità.”
“Non lo penso affatto, perché dovrei?”
“Beh…in teoria là ho tutto. Una casa enorme, infinite possibilità di crescita professionale, una carriera universitaria già definita. Amici. Laura…”. Il tono della sua voce si era abbassato parola dopo parola, fino a spegnersi quasi del tutto.
“Ste, chi meglio di me può capirti? Lo stesso discorso è valido per me, credo di avertelo fatto più di una volta in passato. E’ così, cosa ci possiamo fare?”
“Nulla. Infatti siamo uno accanto all’altra.”
“Mano nella mano. Anzi, mani nelle mani.”
se-mi-chiedi-quando“Tra qualche ora, in quell’insenatura, si vedranno tutte le stelle riflesse nel mare.” ha detto, guardandosi intorno.
“Non è possibile!”
“Un giorno le vedrai con i tuoi occhi.”
“Quando?”
“Stanotte.”
“Non posso. E due.”
“Ok. Mi basta sapere che succederà.”
“Come fai ad averne la certezza?”
“Se mi chiedi quando?, si tratta solo di aspettare ancora un po’. Altrimenti avresti risposto con un no da streghetta. Come facevi all’inizio.”
“Può darsi.” ho ammesso. “E’ un sogno questo posto. Davvero…”
“Non hai visto ancora nulla.”.

La baia di San Fruttuoso, quel lunedì mattina, era deserta. L’acqua era cristallina, il cielo limpido. Insieme a noi sono scese dal traghetto altre quattro persone, che si sono subito sdraiate sui sassi in riva al mare.
Stefano mi ha presa per mano e mi ha portata all’interno dell’Abbazia, quasi correndo, forse perché avrebbe voluto farmi vedere tutto ciò che gli stava più a cuore di quel pezzo della Liguria di cui era perdutamente innamorato. O forse perché aveva una meta precisa e non vedeva l’ora di raggiungerla. Saliva le scale facendo due o tre gradini alla volta, tirandomi il braccio, mentre cercavo di tenere il suo passo.
“Hai intenzione di farmi passare una giornata a questi ritmi?” gli ho chiesto, ansimando. Avevo rallentato per un attimo, perdendolo di vista. Non ricevendo risposta, ho pensato che fosse entrato in una delle stanze dell’ultimo piano. Sono entrata nella prima, ma non l’ho trovato. Mi sono avvicinata alla seconda, ma non si apriva la porta. Così sono passata direttamente alla quarta. La più grande. L’ho trovato lì, appoggiato al davanzale di una finestra immensa, affacciata sul paradiso. Perché non esiste un termine che possa descrivere meglio quella scena.
“Nessuno si spinge fino a quassù.”
Guardavo un punto indefinito dell’orizzonte, in silenzio.
“Quanto sei bella?”
Mi sono girata verso di lui. “E tu?” gli ho chiesto.
“Stupenda.”
“Tu.”
“Siediti qui.” mi ha detto, indicandomi lo spazio tra le sue gambe, mentre si appoggiava con la schiena al muro.
Mi sono data una spinta per sollevarmi e prendere posto in quel punto preciso, lasciandomi cadere su di lui. Ho inclinato il collo per fargli capire che volevo un bacio.
“Qui?”
“Sì.”.
Me ne ha dati così tanti che ad un certo punto gli ho dovuto chiedere di fermarsi.
“Mi gira la testa.”
“E allora?”
“Tanto. Non capisco più niente.”
“Ti fermi qui stasera?”
“Nnnn…No.” gli ho risposto, mostrando i primi segni di cedimento.
“Vedi, sei ancora troppo lucida. te ne devo dare altri.” mi ha detto, ricominciando dallo stesso punto in cui si era fermato.
“Ti posso fare una domanda?”
“Tutte quelle che vuoi.”
“Di quali cambiamenti parlavi ieri?”. Ha capito subito che mi riferivo a sua moglie.
“Ci sono stati momenti migliori. Non è successo nulla di specifico, ma stiamo facendo entrambi alcune riflessioni.”. Accorgendosi di avermi dato una risposta non soddisfacente, ha aggiunto: “Continuiamo a litigare.”
“Mi dispiace.”

Ed era vero. Non sopportavo il fatto che quella situazione fosse una fonte di problemi e di dolore per tutti. Per me, per Stefano, per lei, per Gabriele, per tutto coloro che accettavano di ascoltarci, di darci consigli, di spronarci a conquistare il meglio che la vita possa offrire. Perché di questo si trattava.

“Ma lei ora dov’é?” gli ho chiesto.
“A Boston.”
“Da sola?”
“Con sua zia.”
“Ho capito.”
“Non ti ho raccontato nulla per non darti ulteriori motivi per scappare.”
“Ti ho già detto che non vado da nessuna parte. Non cercare di proteggermi. Non è necessariamente giusto.”
“Non posso fare altro. Sarà il mio compito, oggi e sempre.”
“Proteggermi?”
“Sì, Bellina.”
Mi sono rannicchiata tra le sue braccia, cercando di diventare piccola, di tornare bambina, forse.
“Dove mi porti adesso?”
“E chi si muove…?”
“Per me possiamo stare qui tutta la notte.” gli ho detto, in tono convinto.

non capita spesso

“Hello?”
“Hello? Ti hanno già naturalizzato cittadino americano?”
“Bellina, sei tu…da che numero mi stai chiamando?”
“Da casa.”
“Pensavo che fosse un mio compagno di classe che mi ha scritto poco fa.”
“Ah ok. Ma…fammi capire, prima parlavi seriamente?”
“Sì.”
“Ah. Bene.”
“E quindi? Cosa mi devi dire?”
“Che ci vediamo domani.”
“Non vedo l’ora.”
“Senti, ma…che treno devo prendere?”
“Quello che vuoi. Il primo della mattina.”
“E’ alle 6:10.”
“Perfetto!”
“Ma dai, è troppo presto.”
“Meglio.”
“Sei sicuro?”
“Sì.”
“Va bene.” gli ho detto, dopo una breve pausa.
“Dai, dimmi cosa ti turba.”
“Nulla! Sono…felice! Tanto!”
“Anch’io. Adesso ancora di più. Domani ti faccio impazzire.”
“No.”
“Sì.”
“Anch’io allora.”
“Può darsi.”
“Ci vediamo alle 8.”
“Non vedo l’ora.”
“L’hai già detto.”
“Non vedo l’ora. Non vedo l’ora. Non vedo l’ora.”.

Dopo aver appoggiato il telefono sul tavolo della cucina, mi sono diretta verso la macchinetta del caffè. Gabriele era andato a correre al parco e gli avevo promesso che l’avrei raggiunto appena possibile. Volevo però prima approfittare dell’energia ritrovata per sistemare alcune parti della casa, il cui disordine rispecchiava perfettamente la confusione che regnava nella mia vita in quel periodo. Stavo sorseggiando un cappuccino quando mi sono resa conto di aver perso il lume della ragione durante la telefonata con Stefano. Come potevo giustificare il fatto di dovere uscire di casa alle 5 per andare in stazione?
“Pronto, Ste?”
“Che bello sentire di nuovo la tua voce da Bellina.”
“Aspetta, non mi confondere…”
“Dimmi tutto.”
“Non posso venire così presto. Desterei troppi sospetti. Prendo un treno verso le 9.”
“Ma cosa cambia? Dai, vieni prima.”
“Non posso rischiare.”
“Va bene. Scrivimi quando parti dalla Centrale. E ricordati di scendere…”
“Infatti…chissà dove andrò a finire.”
Ti troverò in ogni caso.”
“A domani.”
“Non vedo l’ora.”
“A chi lo dici.” gli ho risposto, mentre mi rendevo conto di avere lo stesso sorriso da ebete dall’inizio della telefonata.
“Sei stupenda quando sorridi così.”
“Da cosa lo capisci?” gli ho chiesto, mentre realizzavo di avere sentito un battito del cuore diverso dagli altri.
“Dalla voce, dal ritmo delle tue parole, da tanti piccoli particolari…”
“Sono un libro aperto ormai.”
Lo sei sempre stato.”
“Non so se sia un bene.”
“Lo è. Perché non capita spesso. Almeno, a me non era mai successo.”
“Cosa, esattamente?”
“Te lo dico domani.”
“No, dimmelo subito.”
“Domani.”
“Ti prego.”
“Domani.”
“Ecco, mi fai impazzire così.”
“Lo so.”
“Uffa.”
“Quando dici uffa ti riempirei di baci. E di morsi. E poi…”
“Ciao, Ste. Non cominciare. Altrimenti finisce come al solito.”
“E come finisce?”
“Che non capiamo più nulla.”
“Non si iniziano le frasi con il che.”
“Non rompere. A domani. Ciao ciao ciao ciao ciao….”
“Ciao ciao ciao ciao.” ha continuato, coprendo la mia voce con la sua.

Ero sveglia da un’ora e non ero ancora riuscita a combinare nulla, perciò ho deciso di spegnere i telefoni per non distrarmi ulteriormente. Mi sono dedicata per tutto il resto della mattinata alla pulizia dell’appartamento. Quando Gabriele è rientrato, ero già a buon punto.
“Non hai detto che saresti passata?”
“Guarda come brilla la casa!”
“E’ vero. Però volevo fare qualche giro con te.”
“Andiamo a correre uno dei prossimi giorni.”
“A Firenze?”
“Va bene. A proposito…”. Gli volevo dire che la mattina successiva mi sarei svegliata insieme a lui per andare in stazione, ma ero certa che non sarei riuscita a mentire senza che se ne accorgesse. Non potevo parlare di Genova perché la avrebbe immediatamente collegata a Stefano, ma non ho avuto la prontezza di pensare ad un’altra città. Le bugie non facevano proprio parte di me.
“Quindi?”
“No niente.” gli ho detto, per minimizzare.
“Stasera non ci sono.” ha continuato lui.
“Dove vai?”
“Non te lo dico.”
“Dai…”
“Esco con i miei colleghi.”
“E dove andate?”
“Non abbiamo ancora deciso.”
“Ah, ok.”. gli ho risposto, provando un leggero fastidio. “C’è…quella?”
“Quella chi?”
“Sai bene di chi sto parlando.”
“Penso che ci sia.”
“Eh, figurati se non si presenta sul solito tacco 12.”
“Sei molto più bella di lei.”
“Grazie ma…non ne faccio solo una questione fisica.”
“Sai che non me ne importa nulla.”
“Faccio la lavatrice.” gli ho detto, per interrompere la conversazione.

Quella era l’ultima arrivata nel suo reparto. Lavoravano insieme da circa un anno e mezzo. Gabriele non aveva mai nascosto il suo apprezzamento nei suoi confronti, di cui non mi ero mai preoccupata più di tanto, fino al giorno in cui avevo letto sul suo cellulare dei messaggi che lasciavano poco spazio all’immaginazione. Dopo una settimana di litigi ininterrotti, ero uscita di casa sbattendo la porta, per poi fare ritorno al termine del weekend, quando avevo deciso di perdonarlo. In fondo si trattava di un episodio isolato e non sapevo nemmeno cosa fosse successo esattamente. Non l’ho mai saputo, a dire il vero. Ma non ho mai avuto ulteriori sospetti e ho deciso di lasciare correre il fatto in sé, pur continuando ad avere un dubbio, non tanto legato alla sincerità di Gabriele, quanto ad una mia convinzione: che quella rispecchiasse l’ideale di donna che avrebbe voluto al suo fianco.

Magari con lei sarebbe davvero felice, ho pensato.
A volte mi stupivo di come il mio cervello potesse partorire idee di quel tipo. Nonostante avessi avuto una reazione negativa di fronte alla notizia della sua uscita serale, dovevo ammettere con me stessa che in realtà ero contenta di restare sola un’altra volta. E che forse in fondo non mi dispiaceva che si vedessero. Assurdo, ma vero. Era come se stessi aspettando che qualcuno (quella) o qualcosa (la proposta di trasferimento a Singapore) lo allontanassero da me, visto che io non ero assolutamente in grado di farlo.

E’ rientrato a notte fonda e la mattina successiva abbiamo scambiato poche parole. Mi ha dato un bacio sulla guancia prima di uscire per andare in ospedale, mentre io finivo di preparare la borsa per la giornata. Avevo deciso di provare a non dirgli nulla, pur riconoscendo il rischio a cui mi stavo sottoponendo.

“Sono in treno.” ho scritto a Stefano appena ho preso posto nella carrozza numero 5.
“Muoviti.”
“Ora esco e lo spingo.”
“Ti aspetto.”.

alla Stazione di Genova Brignole. Mi ero persa la prima parte dell’annuncio, ma avevo capito di essere arrivata a destinazione. Ho preso il telefono per chiamare Stefano, ma quando si sono aperte le porte l’ho trovato davanti a me. Mi è venuto subito in mente il giorno del colloquio a New York, quando si era fatto trovare all’ingresso del palazzo.
“Ciao.” gli ho detto a bassa voce.
“Non mi abbracci?”
Gli ho gettato le braccia intorno al collo prima che finisse la domanda. Mi ha preso il volto tra le mani per darmi un bacio sulla fronte. Poi uno sulle labbra.
“Vieni, ho parcheggiato qui fuori.”
“Dove andiamo?”
“Ora lo scoprirai.”

non-capita-spessoCi siamo diretti verso Camogli, un piccolo porto a circa mezz’ora di distanza da Genova. La giornata era stupenda e il mare era un’immensa tavola piatta di tutte le sfumature del blu. Da lì abbiamo preso un traghetto per raggiungere San Fruttuoso.
“E’ la mia prima volta in Liguria, lo sai?”
“Non ti vergogni?”
“In effetti…Aspettavo che mi portassi tu.”
“Anche questo è vero.” mi ha detto, giocando con la mia coda.
“Ti innamorerai.”
“Lo so.”
“Te lo chiedo adesso così poi non ne parliamo più. A che ora devi rientrare stasera?”
“Volevo prendere un treno intorno alle 7.”
“8.”
“No, Ste. E’ troppo tardi.”
“Fermati per il tramonto.”
“Non posso.”
“Ti prego.”
“Non mi devi pregare, puoi pensare che non lo voglia fare? Arriverei troppo tardi a Milano. E’ già complicato così.”
“Cosa hai detto a Gabriele?”
“Nulla.”
“Sei convinta che sia la scelta migliore?”
“No.”
“Va bene, non ci pensiamo adesso. Tornerai un’altra volta. E ti fermerai a dormire da me.”
“Sì, nei tuoi sogni.”
“Nei nostri sogni, Isa.”
“Sì. Irrealizzabili.”
“Sogni irrealizzabili che però, a quanto pare, hanno sempre di più il sapore della realtà. Come questo…” mi ha detto, avvicinandosi per darmi un bacio, dal quale si è staccato un attimo dopo per farmi una domanda: “Ma come fai?”
“A fare cosa?”
“Mi è arrivato dritto al cuore.”
“E anche un po’ più giù…” ha aggiunto, ridendo.
“Ahah, dai! Sei il solito.”
“E’ la verità. Allora, come fai?”
“Ti potrei chiedere la stessa cosa.”
“Bellina, ho perso la testa per te.”
“Anch’io. Perché mi hai fatto questo?”
“Non ho fatto nulla. Non di proposito, per lo meno. E’ capitato.”
“Com’era la frase di ieri pomeriggio? Quella che non hai finito.”
“Non mi ricordo…” mi ha detto, appoggiando la sua fronte alla mia per guardarmi negli occhi dalla minore distanza possibile.
“Ma chi ci crede! Dimmelo. Me l’hai promesso.” gli ho detto, appoggiando le mie labbra alle sue.
“No.”
Non capita spesso…?”
…una così grande felicità.”.