il mare di notte

“Non te lo dirò mai più, sappilo.” mi ha detto una mattina Gabriele. Avevamo aperto gli occhi da poco più di cinque minuti.
“Buongiorno anche a te!” gli ho risposto in tono ironico.
Per evitare di iniziare la giornata con un litigio, mi sono avvicinata a lui, ho appoggiato il mento sulla sua spalla e gli ho sussurrato alcune parole all’orecchio.
“Gabry, non brontolare…”
Si è girato verso di me e mi ha abbracciata.
“Quindi, a cosa ti riferivi?” gli ho chiesto.
“Non te lo dirò mai più.” ha ripetuto.
“…”
Ti amo. Aspetterò che sia tu a dirmelo…”
“Non dovresti.” gli ho detto. Mentre pronunciavo quelle parole, me lo sono immaginato immobile, ad una distanza fissa da me, mentre studiava i miei comportamenti.
“Staremo a vedere, piccola Isa.”
“Suona quasi come una minaccia.”
“Lo è.” mi ha risposto, mentre con una mano provava a farmi il solletico.
Ho cercato di divincolarmi dalla sua presa, ma più mi dimenavo, più lui mi stringeva a sé.
“A che ora hai il treno?” mi ha chiesto, dandomi un po’ di tregua.
“Alle 14.”
“Hai preparato già tutto?”
“No, nulla.” gli ho risposto, ridacchiando.
“Come al solito…”.

Rientrati dal viaggio di lavoro negli Stati Uniti, abbiamo passato qualche giorno a Firenze. Le tre settimane in America si erano concluse con qualche discussione, ma era bastata l’idea del ritorno in patria imminente per far sì che entrambi mettessimo da parte i nostri atteggiamenti bellicosi. I problemi erano quindi rimasti sospesi nell’aria, come sempre. Ma quanto meno il clima in casa era di nuovo sereno.
Forse anche perché avevo preso una decisione che si scontrava con ogni mio principio di moralità ma che, allo stesso tempo, mi riempiva il cuore di gioia. Quel pomeriggio, all’insaputa di tutti, non avrei preso un treno per Milano, ma per Genova, dove avrei passato le successive ventiquattro ore, mantenendo fede alla promessa che avevo fatto a Stefano qualche settimana prima.
Era sbagliato e ne ero perfettamente cosciente. Ma ci sono momenti e situazioni in cui è giusto dare la precedenza alla felicità.

E così dopo poche ore, stavamo passeggiando mano nella mano in Corso XX Settembre.
“Allora, come ti sembra la città?”
“Stupenda.” gli ho risposto, senza riflettere.
“Se sei d’accordo, potremmo andare a piedi a casa mia. Basta raggiungere il lungomare e proseguire dritto.”
“Va benissimo.”
“Sicura? Non siamo vicini, ci toccherà camminare almeno per quaranta minuti.”
Gli ho detto di sì con uno sguardo, uno di quelli che solo lui riusciva a capire.
“Perfetto, non insisto.” ha continuato.

Ho riconosciuto la sua casa senza bisogno che fosse lui ad indicarmela. Era esattamente come me la immaginavo e come l’avevano dipinta i suoi racconti.
La facciata arancione, di quella tonalità tipica delle case della Liguria.
Le siepi di bouganville.
Il silenzio spezzato solo dal rumore delle onde del mare.
Ci siamo seduti sotto l’albero al centro del giardino, aspettando le pizze che avevamo ordinato al telefono poco prima. Non avevamo fatto programmi per la serata. Gli avevo addirittura fatto credere che non mi sarei fermata a dormire, perché avevo la possibilità di tornare a Milano insieme ad una mia amica che rientrava dalle vacanze proprio quella sera.

Ma dopo qualche ora, quando mi ha chiesto quali fossero le mie intenzioni, le ho detto che ci saremmo viste la sera successiva a casa mia. Nello stesso istante, Stefano si è rivolto a me con una domanda: “Dormi qui?”.
“Sì.” ho risposto, facendogli capire che fosse scontato, perché in realtà avevo preso quella decisione molto prima.

il-mare-di-notteSi è alzato e mi ha teso una mano per aiutarmi a fare altrettanto. Mi ha detto sottovoce di seguirlo, come se non volesse farsi sentire da nessuno, nonostante fossimo soli in uno dei quartieri più tranquilli della città. Poco distante dal cancello di casa sua abbiamo incrociato un sentiero sterrato, nascosto da cespugli che nessuno si preoccupava di sistemare.
“Questo è il mio posto nel mondo.” mi ha detto, sedendosi su uno scoglio.
“Ci sto anch’io?”
“Solo se ti siedi tra le mie gambe.”
Ho temporeggiato per qualche istante perché la mia attenzione era stata catturata dal panorama che avevo di fronte.
Il mare di notte…stupendo…” ho sussurrato, mentre mi sistemavo nel punto che mi aveva indicato.
“Sono sempre venuto qui da solo. Solo tu potevi cambiare le regole.” mi ha detto, dandomi un bacio.
Abbiamo rivolto entrambi lo sguardo verso la luce della luna, mentre Stefano, un po’ alla volta, prendeva coraggio per raccontarmi l’effetto che il ciclone aveva avuto sulla sua vita.
“…e quindi se n’è andata.” ha concluso, riferendosi a sua moglie.
“Veramente?”
“Sì, ha fatto le valigie e qualche ora dopo era in aeroporto.”
“Perché sospetti che ci sia un altro?”
“Non è da lei un comportamento del genere. Ma non ti voglio annoiare con le mie supposizioni…”
“Non capisco se come tu abbia reagito a tutto questo. Sei sereno?”
“No. Avrei preferito parlarne con maggiore tranquillità.”
“Ma come siete rimasti?”
“In nessun modo. La affronterò nei prossimi giorni. Ora basta parlare di questo, non voglio rovinare la nostra serata.”
“Come vuoi…”.

Era raro che gli facessi domande e lasciavo sempre che fosse lui ad aprirsi nei miei confronti. Volevo che i nostri dialoghi fossero il più possibile spontanei. Ma credo che mi spaventasse anche l’idea di dovere ascoltare certe risposte, perché in fondo capivo che la sua situazione fosse molto meno semplice di come lui la volesse fare apparire.

Sono però bastati pochi gesti per riportarci nel nostro mondo.
Le paure e i dubbi si sono tuffati nel mare di fronte a noi e hanno lasciato posto alle certezze che avevamo scoperto giorno dopo giorno. Quelle per cui valeva la pena lasciare un porto sicuro, prendere il largo e perdersi, per ritrovarsi in un luogo sconosciuto ma con una forte consapevolezza.
“Adesso vedo tutto con occhi diversi.” gli ho detto.
“Adesso o da adesso in poi?”. mi ha chiesto.
Gli ho risposto intrecciando le mie dita tra le sue, con un gesto che significava che la domanda non aveva quasi ragione di esistere, perché non avrei mai potuto immaginare un futuro senza di lui.

qualcosa in più

Ho tolto le scarpe e mi sono buttata sul letto, appoggiando sul pavimento la borsa, dopo aver cercato al suo interno il quaderno. Volevo rileggere ciò che avevo scritto poco prima, rivolgendomi a una terza persona, con il cuore in mano e attraverso le parole della parte di me più timorosa e fragile, ma capace di prendere coraggio riga dopo riga.

 

Qualcosa in più
Siamo cresciuti insieme e abbiamo condiviso semplicemente…tutto.
E lasciarlo è difficile. Tanto. Cercherò di spiegarti cosa sto provando.

In realtà a pensarci bene la mia prima crisi si è manifestata intorno ai vent’anni.
Dopo essere stati compagni di classe per tutto il liceo, le nostre strade scolastiche si sono divise. Ho vissuto il primo anno di università in modo completamente passivo. Frequentavo tutte le lezioni, chiacchieravo con i compagni, ma la mia vita era un’altra cosa. La mia vita è ed ed sempre stata quella strettamente legata a Gabriele e ai nostri amici in comune, fatta di serate a casa davanti a un film, di weekend a Viareggio, di cene dai suoi genitori.

Poi è successo all’improvviso. Ho iniziato a frequentare un corso di Design, una sera a settimana. E lì ho incontrato Stefano. Parlavamo poco, cercavo di evitarlo, abbassavo lo sguardo quando i miei occhi incrociavano i suoi.
Ma ogni volta tornavo a casa e avevo l’impressione di essere in una gabbia. Ricordo quanto questa sensazione mi avesse spaventata e l’esatto momento in cui mi sono affidata alla razionalità, al buon senso e alla paura di restare sola.
Pensavo che fosse una crisi passeggera, non ne ho parlato con nessuno, ingoiando i miei dubbi, certa che non si sarebbero più ripresentati.
Ma dopo qualche annoero punto e a capo. Perchè la vita è così: prima o poi ti ripresenta il conto da saldare.

L’ho incontrato nel corridoio dell’azienda in cui avevo appena iniziato a lavorare.
Senza rendermene conto, sono uscita di nuovo dal mio guscio, per la prima volta mi sentivo davvero apprezzata e stavo riscoprendo il piacere di essere corteggiata. Ero semplicemente più bella, dentro e fuori, quando non sentivo sulle spalle il macigno dell’abitudine e della normalità.
Cercavo in tutti i modi di reprimere il mio desiderio di evadere ma, allo stesso tempo, iniziavo a sentire il profumo del cambiamento e ad intravedere qualche scorcio di libertà e felicità autentiche.

Ma avevo paura.
Di non poter vivere senza di lui.
Di perdere una parte di me stessa.
Di farlo soffrire immensamente. Di soffrire immensamente.
Di dover dare troppe giustificazioni per un sentimento che era solo mio e che io stessa faticavo ad accettare.
Di pentirmene e di pagarne le conseguenze.
Di perdere le amicizie in comune, il rapporto con sua sorella e con i suoi genitori, che con il passare degli anni erano diventati un po’ anche i miei.
Di dare un dispiacere alla mia famiglia.
Di essere subissata dai sensi di colpa, nonostante quella “colpa”, in fondo, non esisteva nemmeno. E sebbene, peraltro, a pensarci bene non ne avevo mai avuti, perchè ero troppo felice.
Di dover abbattere il castello che avevamo costruito negli anni e di dover abbandonare l’idea di un futuro pieno di certezze che ero sicura mi avrebbe regalato.
Di accettare il fatto che quel futuro si trasformasse in un enorme punto di domanda.

Con il passare del tempo mi sono resa conto che della storia con Gabriele amavo il contorno, la sua presenza, il suo esserci sempre e la serenità dei momenti che avevamo trascorso insieme. Era legata a lui da un sentimento che non era amore, ma qualcosa di più simile al possesso: lo volevo lasciare ma impazzivo all’idea di vederlo con un’altra; lo volevo vedere felice, ma non senza di me al suo fianco.

qualcosa-in-piuHo iniziato a convincermi che dovesse per forza esistere qualcosa in più e che se fossimo rimasti insieme i dubbi li avrei avuti per tutta la vita, perché si erano già ripresentati una volta e nessuno mi poteva garantire che non sarebbe successo di nuovo. E perchè non si può perdere la testa per una persona se si è già felici ed appagati nella propria relazione.

Ho pensato che si meritasse una persona migliore di quella che ero in quel momento per lui. O magari che un giorno potesse addirittura incontrare la donna perfetta, perchè se era successo a me, di trovare l’uomo perfetto, poteva succedere a chiunque altro.

Ho capito che portare avanti la nostra storia, a quelle condizioni, sarebbe stata una scelta forzata, più che una mia scelta.

Ero perfettamente consapevole di tutto ciò a cui avrei dovuto rinunciare ponendo fine a quella relazione ma ero anche certa che, con il passare degli anni, non mi sarei mai perdonata di aver fatto una non-scelta assecondando le mie paure e di non avere avuto il coraggio di seguire i miei istinti e desideri, pur non sapendo dove mi avrebbero portata.

Poi non è che la vita vada come tu te la immagini. Fa la sua strada. E tu la tua. E non sono la stessa strada. Così, io non è che volevo essere felice, questo no. Volevo salvarmi, ecco: salvarmi. Ma ho capito tardi da che parte bisognava andare: dalla parte dei desideri. Uno si aspetta che siano altre cose a salvare la gente: il dovere, l’onestà, essere buoni, essere giusti. No.
Sono i desideri che salvano. Sono l’unica cosa vera. Tu stai con loro, e ti salverai. Però troppo tardi l’ho capito. Se le dai tempo, alla vita, lei si rigira in un modo strano, inesorabile: e tu ti accorgi che a quel punto non puoi desiderare qualcosa senza farti del male. È lì che salta tutto, non c’è verso di scappare, più ti agiti più si ingarbuglia la rete, più ti ribelli più ti ferisci. Non se ne esce. Quando era troppo tardi, io ho iniziato a desiderare. Con tutta la forza che avevo. Mi sono fatto tanto di quel male che tu non te lo puoi nemmeno immaginare.
– Alessandro Baricco, Oceano mare

a metà strada

Io ho già iniziato a farlo.

Ripensavo alle parole di Stefano e non potevo nascondere a me stessa il fatto che non mi avessero lasciata indifferente e, per una volta, non in senso positivo. Nonostante non mi avesse detto nulla, avevo intuito che potesse aver preso LA decisione. Sì, l’unica a cui potessi pensare. Nonostante avessimo sempre precisato che ognuno avrebbe fatto le sue scelte indipendentemente dall’altro, seguendo la propria strada e i propri istinti, avvertivo una certa pressione, perché lo conoscevo bene ed ero certa che si aspettasse un contromossa da parte mia.

Come sempre, il messaggio che mi ha mandato mentre camminavo verso l’albergo mi ha dato l’impressione che mi stesse leggendo nella mente.
“Insomma, sono certo che abbia capito a cosa mi riferivo.” mi ha scritto. “Ci tenevo a precisare una cosa. Non voglio metterti fretta. Però ecco, non mollo la presa. Sappilo.”
“Suona quasi come una minaccia.”
“Sto scherzando, Bellina. Ti aspetto anche tutta la vita, lo sai.”
“Grazie. Non sarà necessario, te lo prometto.”
“Meglio così streghetta. Ho fatto quello che ritenevo giusto per me. Sperando che ci possa essere presto un noi.”.

Non gli ho chiesto cosa fosse successo esattamente perché, per quanto possa sembrare strano, in quel momento non volevo conoscerne i particolari. Era come se temessi di avere delle anticipazioni di ciò che avrei dovuto vivere io.

“A cosa pensi?” mi ha chiesto, forse aspettandosi una risposta.”
“Non vedo l’ora di vederti.” gli ho risposto.
“Mancano solo cinque giorni. Dormiamo insieme una notte?”
“Vedi, ti stai già allargando…”
“Come vuoi.”
“Certo che voglio!”
“Giovedì.”
“Ste…”
“Affare fatto.”
“Ma…” ho provato a ribattere. Mi sono fermata perché, in fondo, apprezzavo quel tipo di tracotanza, quando proveniva da lui.
“E’ stato più semplice del previsto.”
“Può darsi…”. Ho fatto una breve pausa e poi ho aggiunto: “Laura sta bene?”
“Laura…sì. Insomma. Abbastanza.” mi ha risposto, chiaramente in difficoltà.
“Scusa, non te lo dovevo chiedere.”
“Invece sì. Ha un altro.”
“Che cosa?” gli ho scritto, eliminando i dieci punti esclamativi che avevo digitato inizialmente.
“Non ne ho la certezza, ma l’altra sera, mentre discutevamo, mi ha fatto intuire che ci sia qualcuno nella sua vita.”
“Ste, non capisco come tu possa dirlo con questa freddezza. Non è da te.”
“Ricordati che come tratto te, non tratto nessuno al mondo.”
“Sì, ma stai parlando di tua moglie.”
“Ex.” mi ha risposto, ancora più duro.
“Sei strano, non ti riconosco più.”
“Grazie per la comprensione.”.

Mi sembrava di dialogare con una persona diversa da quella con cui avevo avuto a che fare fino a quel giorno, ma percepivo chiaramente le sue difficoltà e la criticità del momento.
“Ste, perdonami, hai ragione. E’ normale che tu non voglia affrontare certi discorsi. E sicuramente non sei tenuto a farlo con me.”
“Preferisco parlarne a voce.”
“Dici così, ma poi non lo fai mai. Parliamo sempre di me.”
“Perché per me verrai sempre prima tu.”

un-po-di-spazioHo sentito una stretta al cuore, mentre pensavo che fosse la prima volta che un uomo si rivolgeva a me con quelle parole. Ho preferito lasciare cadere il discorso che stavamo facendo, certa che ci sarebbero state occasioni migliori per approfondirlo.
Ti ho fatto un po’ di spazio, da qualche parte bisogna pur cominciare.” mi ha detto, anticipando la domanda che gli stavo per fare.
“E quindi, adesso?” gli ho chiesto comunque.
“Non cambia nulla.” mi ha risposto.

Nel frattempo, ero arrivata a pochi metri dall’albergo.
“Ci sentiamo domani, ti scrivo quando atterro.” ho scritto a Stefano. Mentre aspettavo il suo messaggio, ho chiamato Gabriele, per chiedergli se fossi ancora in tempo per raggiungerlo a cena. Improvvisamente, avevo realizzato di non voler stare sola. Mi sono cambiata in poco più di cinque minuti e sono uscita di corsa, per cercare di non arrivare al ristorante per ultima.  Mentre ero in taxi guardavo distrattamente fuori dal finestrino, senza riuscire a capire esattamente dove mi trovassi, fino a quando mi sono trovata accanto alla scultura dell’orso, su Park Avenue. Ho chiesto al tassista di fermarsi e sono scesa proprio in quel punto, lo stesso dove mi aveva portata Stefano qualche settimana prima. Mi sono avvicinata osservandolo attentamente. Di notte, circondato dal buio e illuminato dalla lampada che gli era stata posizionata sul capo, faceva un altro effetto. Incurante del tempo che passava e di nuovo desiderosa di prendermi un po’ di tempo per me, mi sono seduta su una panchina posizionata a pochi metri di distanza dalla sua base. Ho preso dalla borsa una penna e un quaderno che avevo acquistato quel pomeriggio, colpita dalla frase riportata al centro della sua copertina, che in italiano avevo tradotto con un Si comincia da qui.

E ho iniziato a scrivere.
Per la prima volta dopo il colloquio.
Ma soprattutto, per la prima volta dopo tanti anni, senza un fine specifico. Scrivevo perché volevo farlo, liberamente, con un’energia ritrovata e con la stessa passione innata che avevo fin da bambina.
Ad ogni pagina che riempivo mi sentivo più leggera e quando ho messo l’ultimo punto mi sono resa conto di aver capito una cosa: allo stato attuale, non avrei potuto permettere a Stefano di tuffarsi nella mia vita, perché non c’era abbastanza spazio. Avevo fatto tutti i passi necessari e mi sentivo pronta a fare quello finale, per raggiungerlo a metà strada.
Perché chi ama ti viene incontro.

“Pronto, Gabry, scusa…sto arrivando.”
“Rimani pure dove sei.”
“Hai ragione.” gli ho risposto, con il cuore in gola. “Ho fatto tardi, mi dispiace. Non posso raggiungervi?”
“Abbiamo già ordinato. Ci vediamo dopo.”.

Attonita, ho riposto il telefono nella borsa e mi sono riavviata verso l’albergo.

lo stesso spettacolo

“Quindi non mi ami più, mi sembra di capire.”
“Non ho detto questo.” gli ho risposto.
“Allora dimmelo.”
“Cosa?”
“Che mi ami.”
“Gabry, lo sai.” ho continuato, senza però pronunciare le due parole.
“Ti va di andare a bere un cocktail nel locale a Hell’s Kitchen?”
“Intendi quel locale? Come potrei rifiutare una proposta del genere…”
“Sapevo di andare sul sicuro.” mi ha detto.
Gli ho sorriso, anche per cercare di porre l’accento su quello sprazzo di complicità, nel complesso ormai quasi inesistente. Per quanto capissi che fosse sbagliato fare confronti, non riuscivo a distogliere i miei pensieri dall’intesa che avevo scoperto di avere con Stefano.

Abbiamo atteso che l’ascensore raggiungesse il sedicesimo piano, per aprirci le porte una volta arrivati su una terrazza circondata dai grattacieli di Manhattan da un lato e dall’Hudson River dall’altro. A mio parere, si trattava di uno dei panorami più affascinanti della città.
“Che meraviglia…a quest’ora poi…” ho detto a Gabriele, con lo sguardo perso nei riflessi delle pareti di vetro dei palazzi che avevamo di fronte.
“Vado a prendere qualcosa da bere. Aspettami qui.”.

Mi sono seduta su una poltrona dalla forma arrotondata, senza staccare gli occhi dalle luci dell’Empire, con la sua punta illuminata di rosso. Mancavano ormai poche ore al nostro rientro in Italia e, come previsto, iniziavo a sentire una maggiore pressione ad ogni minuto che passava.
Ho sentito il rumore di un aereo che sorvolava nel cielo e mi sono chiesta dove si stesse dirigendo.
“Sta atterrando. Probabilmente a La Guardia.” è intervenuto Gabriele, indicandolo. “Tieni, ti ho preso il mojito al mirtillo. E’ la specialità del locale.”.
“Effettivamente l’avevo letto da qualche parte.” gli ho risposto. “Quindi” ho continuato “Sei a posto con il lavoro?”
“A dire il vero, stasera dovrei uscire a cena. Puoi venire anche tu, se hai voglia.”
“A che ora?”
“Verso le 9.”
“Sono un po’ stanca.”
“Non ti preoccupare.”
“Ci sono tutti i tuoi colleghi? E…colleghe?” gli ho chiesto.
“Sì, come sempre del resto.”
“Va bene.”
“Sei gelosa?”
“No. Infastidita.”
“A volte ho l’impressione che tu mi stia nascondendo qualcosa, Isa.”
“Non cambiare discorso.” ho ribattuto, cercando di tenere l’attenzione focalizzata su di lui.
“Quindi è vero.”
“Dai, Gabry. Godiamoci la serata.”
“Come sta il tuo collega?”
“Quale? Ne ho più di trecento.”
“Non fare finta di non capire. Stefano.”
“Non siamo più colleghi.”
“Sì, certo…”
“E’ la verità! Siamo andati insieme alla sua festa prima della partenza. Vive a Boston da qualche mese, lo sento poco.” ho mentito.
“Quindi quando sei venuta qui per il colloquio, non vi siete visti, giusto?”

La domanda ha scatenato in me il panico e credo che Gabriele se ne sia accorto, ma ho cercato di restare impassibile di fronte al suo sguardo glaciale.
“No, perché avremmo dovuto?”
“Non ci trovo nulla di strano.”
“Te l’avrei detto.”
“Ne sei sicura?” mi ha chiesto, con tono ironico.
“Non capisco perché tu mi debba mettere in difficoltà senza motivo.”
“Sto scherzando, vieni qui…” mi ha detto, tirandomi verso di sé.

Non capivo perchè si comportasse in quel modo, né se nutrisse davvero dei sospetti nei miei confronti, o se fosse solo un modo per cercare di capire meglio le mie distrazioni e la mia assenza, ormai sempre più evidente.

“Andiamo?” mi ha chiesto, bevendo l’ultimo sorso del mio cocktail.
“Ti dispiace se resto un po’ qui?”
“A fare cosa, se posso chiedere?” mi ha domandato.
“Nulla. A godermi la città dall’alto per qualche minuto in più.”
“Da sola.” ha puntualizzato, come se non fosse normale.
“Sì.”
“Vieni a cena?”
“Non credo Gabry.”
“Come vuoi.” mi ha risposto, con un leggero disappunto, forse più legato al fatto che il mio comportamento fosse anomalo che ad un effettivo dispiacere per la mia assenza.
“Ci vediamo in albergo.”
“Forse.” mi ha risposto, fulminandomi con lo sguardo.
“Come al solito, devi farmela pagare. Contento tu…”

Mi ha dato le spalle senza replicare e prima ancora che raggiungesse l’ascensore, che potevo vedere dalla posizione in cui mi trovavo, mi sono voltata di nuovo verso i grattacieli. In quel preciso istante, con la tempestività che solo lui riusciva ad avere in qualsiasi luogo, momento e situazione, sul mio schermo è apparso un messaggio di Stefano. Per un attimo ho pensato a cosa sarebbe potuto succedere se me l’avesse mandato qualche minuto prima, ma mi sono presto persa tra le sue parole.
“Mi manchi così tanto che a volte penso che questa situazione sia proprio ingiusta. Vorrei sapere cosa fai, dove sei, cosa pensi. O forse mi basterebbe sapere cosa pensi. Ciao Bellina.”
“Sto guardando il cielo come mi hai suggerito di fare quando sono triste.”
“Non hai motivo di essere triste.”
“Allora sono…pensierosa.”
“Come sempre.”
“Come sempre ultimamente, vorrai dire.”
“Quando torni in Italia?”
“Domani sera sono a casa.”
“Settimana prossima anch’io.”.

lo-stesso-spettacoloHo immediatamente premuto sul suo nome per chiamarlo.
“Pronto?”
“Ste, prima o poi ci rimarrò secca.”
“Volevo farti una sorpresa, a dire il vero. Mi sono già pentito di avertelo detto.”
“Non sarei sopravvissuta, quindi in fondo ti ringrazio per avermelo comunicato in anticipo.”
“Ci vediamo, vero?”
“Che domanda è? Certamente!”
“Non essere triste Bellina.”
“Non lo sono, non ti preoccupare. Stavo solo riflettendo…come mai non mi chiedi più cosa ho intenzione di fare? Ti ricordi quando parlavamo dei prossimi passi? Non abbiamo più fatto riferimento a niente di tutto questo.”
“Nemmeno tu mi fai domande in proposito.”
“Hai ragione. Sto innanzitutto cercando di capire qualcosa di me stessa. Da quando ti ho incontrato ho la sensazione di avere uno specchio sempre rivolto verso il mio viso.
O verso il cuore.
“Può darsi.”. “Ad ogni modo” ho continuato “Riuscirò a mettere tutto in ordine, prima o poi.”
“Io ho già iniziato a farlo.”
“In che senso?”
“Ti racconterò a voce.”
“Va bene, quando vuoi…” gli ho risposto, senza insistere.
“Sai cosa mi ha aiutato? Il fatto di alzare la testa ogni tanto. Perché se è vero che ognuno sta facendo il proprio percorso, è anche vero che stiamo guardando lo stesso spettacolo.“.
“E sarebbe un peccato perderlo.” ho continuato io, seguendo con lo sguardo un altro aereo appena decollato di fronte a me.

oltre l’ostacolo

Ho preso posto su una sedia accanto ad un gruppo di ragazze impegnate in una sessione di yoga all’aperto. Mi rilassava osservare i loro movimenti sincronizzati e ascoltare la voce dell’insegnante che le guidava.
Mentre fissavo il prato di fronte a me, focalizzandomi sul libro che una ragazza teneva tra le mani, ho sentito il rumore di alcuni passi. Un uomo, sulla cinquantina, si stava avvicinando a me. Ho pensato che avesse bisogno di informazioni ed ero pronta a rispondere che non conoscevo abbastanza bene la città per fornirgliele, ma quando me lo sono trovato di fronte ho capito immediatamente che non mi avrebbe chiesto nulla.
“Everything will be alright!” mi ha detto, con un perfetto accento newyorkese. Mi ha parlato della sua professione di insegnante e della sua capacità di riconoscere gli stati d’animo delle persone – anche sconosciute – a distanza, soltanto attraverso l’analisi di alcuni comportamenti. Ad esempio, l’aveva colpito la posizione che avevo assunto sulla sedia, che era tutto fuorché rilassata.
Di fronte alla sua esclamazione, sono riuscita a replicare solo con un grazie. Non gli ho chiesto cosa avesse capito di me, né lui ha voluto approfondire. Gli bastava sapere che non fossi serena e voleva lasciarmi un messaggio di speranza.
Si potrebbe facilmente pensare che un gesto del genere non abbia valore, che venga subito dimenticato, che non gli si dia importanza perché proveniente da un signore qualunque, incontrato per caso. Invece, a distanza di anni, l’uomo distinto di Bryant Park torna, ogni tanto, a fare qualche passo nella mia mente ricordandomi che, alla fine, andrà tutto bene.
E non c’è verità più grande.

Quel giorno – come in tutte le successive occasioni in cui mi sono ricordata di quell’incontro – gli ho dato ascolto, ho fatto un respiro profondo e mi sono sdraiata sul prato. Il vento faceva correre le nuvole nel cielo azzurro. Ne seguivo una per volta, fino a quando si nascondevano dietro ai grattacieli.

Ho chiuso gli occhi per qualche minuto, riaprendoli nel momento in cui mi sono accorta che una figura si era frapposta tra me e il sole.
“Sapevo di trovarti qui.”
“Ste?” ho detto a bassa voce.
“Sono del colore del cielo.”
“I miei occhi?”
“Se mi avvicino vedo anche le nuvole.”
“Impossibile…”
“Poi però ti devo dare un bacio.” mi ha detto, quando ormai le sue labbra erano a pochi centimetri dalle mie.

Sono stata distratta dalla suoneria del telefono, che avevo gettato con noncuranza nella borsa.
“Sì, eccomi…”
“Stavi dormendo?”
“Gabry, ciao. Sì, credo di essermi addormentata al parco…” gli ho risposto.
“Dimmi dove sei, così ti raggiungo.”
“A Bryant Park, sdraiata sul prato.”
“Rimani lì, esco subito.”.

Sono rimasta inebetita per qualche secondo, mentre mi sollevavo con un braccio per assicurarmi che mi trovassi effettivamente ancora lì, perché a quel punto qualche dubbio mi era venuto. Mi chiedevo se fosse stato più surreale il dialogo fisico con l’insegnante, quello onirico con Stefano, o quello telefonico con Gabriele. Paradossalmente quest’ultimo mi aveva lasciata interdetta più degli altri due.
Gabriele si era rivolto a me in modo tranquillo, oserei dire dolce. E se la telefonata fosse stata parte del sogno?
Macché, mi sono detta, mentre sullo schermo del cellulare apparivano le ultime chiamate ricevute.
Una decina di minuti più tardi me lo sono trovato di fronte. E se era già riuscito a sconvolgermi con la chiamata, le parole che stavo per ascoltare non avrebbero fatto altro che esasperare quella sensazione.
“Bellina, scusami.” ha iniziato. Era la prima volta in dieci anni che si rivolgeva a me con quel nomignolo. “Ho reagito male, come al solito” ha continuato “Mi perdoni?”
“Non serve.” ho risposto.
“Sì invece. Mi sono comportato come un pazzo, perché a volte ho l’impressione che tu mi stia nascondendo qualcosa, ma poi penso a quanto sei stata corretta in tutti questi anni e metto a tacere le voci sospettose che mi parlano nelle orecchie. Ti amo.”
Non me lo diceva da così tanto tempo che mi ero quasi dimenticata di quale fosse il suono di quelle parole pronunciate dalla sua bocca.
“Non credo.” gli ho risposto, spiazzandolo.
“Ti amo.”
“No.” ho continuato a contraddirlo.
Senza controbattere, sì è sdraiato perpendicolarmente rispetto a me e ha appoggiato la testa sulla mia pancia. Mi guardava con gli occhi di un bambino che sapeva di avere commesso un errore e che stava cercando di dimostrarsi pentito.
Però era tardi. Non perché non gli volessi perdonare la reazione in sé. L’avevo già fatto così tante volte in passato e per comportamenti ben più gravi che non avrei certamente esitato a ripetermi in quell’occasione.
Sebbene – iniziavo a capirlo – non si trattano in quel modo le persone che si amano.
oltre-lostacoloAd ogni modo, era tardi perché ormai eravamo troppo distanti. Al contrario, nonostante ci stessimo sentendo di rado, Stefano ed io eravamo più vicini che mai. Alle sue lamentele sui miei silenzi rispondevo sempre che non mi ero mai allontanata, che non era cambiato nulla e che la collana era sempre con me.
“Ho smesso di torturarla.”
“L’hai capito finalmente, Bellina.”
“Cosa?”
Che non hai scelta.“.

E’ vero, non avevo scelta, dovevo semplicemente accettare la realtà dei fatti e la verità del mio cuore.
Ma non me la sono sentita di affrontare Gabriele a New York. Non sapevo se sarei stata in grado di farlo al rientro in Italia perché non riuscivo più a prevedere i miei atteggiamenti. Ero solo certa che non fosse quello il momento adatto.
“Basta con le discussioni, ti prego, Gabry.”
“Era ciò che volevo sentirmi dire.” mi ha risposto, di nuovo con un’insolita dolcezza. Gli ho accarezzato i capelli più volte, chiedendomi che senso avesse quella ipocrisia, in particolare la mia.
Non riuscivo a ancora a capire che volte si fa un passo indietro solo per prendere la rincorsa.
E buttare il cuore oltre l’ostacolo.