era sempre estate

Mentre aprivo le finestre per fare entrare qualche raggio di sole in sala, ho chiamato Stefano per chiedergli istintivamente: “Perché non vieni a Milano?” .
“Bellina, non saprei dove dormire. Non te l’ho detto, ma ho lasciato l’appartamento qualche settimana fa.”
“Ah.”
“Scusa, mi sono proprio dimenticato…”
“Non è possibile. Quindi non mentire.”
“E’ vero, non mi sono scordato di parlartene, l’ho fatto di proposito. Ti avrei tolto un po’ di serenità se l’avessi fatto.”
“Sì. Non hai più niente che ti lega a Milano ormai.”
“No, infatti. Proprio niente.”
“Uff…”
“Solo una persona per cui farei una pazzia dopo l’altra.”
“…”
“Dormo da te.”
“Cosa? No, non se ne parla.”
“Invece sì. Parto tra poco.”
“Ste, non puoi stare qui. Gabriele arriva domani sera.”
“Me ne vado via prima, non ti preoccupare…”
Non sono riuscita a nascondere una risata spontanea. “Vedi, non dovevo chiedertelo.”
Non c’è niente di sbagliato in un gesto istintivo.
“Sì, ma ora non sono come gestirti!” ho ribattuto sospirando.
“Sto salendo sul treno.”
“Non è possibile.”
Mi ha mandato una foto come prova del fatto che si trovasse effettivamente sul binario di un treno in partenza per Milano.
“Tu sei folle.”
“Dopo averti salutata sono rimasto in zona per incontrare un mio amico, ero tentato di raggiungerti anche prima che mi chiedessi di farlo. Aspettavo solo un segnale.
“Tutto molto bello ma ribadisco che non puoi dormire da me.”
“Perché?”
“Perché…no!” ho esclamato, senza riuscire a trovare un motivo valido.
“Intanto ti porto a cena, poi si vedrà. Andrò in albergo…”
“No, dai…”
“Allora sto da te.”
“No!” ho urlato, ridendo.
“Ti chiamo quando sto per arrivare.”
“Tu sei folle.”
“L’hai già detto.”
“Ti odio.”
“Io ti amo, Bellina.”
“Anch’io. A dopo.”.

Non capivo esattamente cosa mi stesse succedendo. Ormai non avevo più alcun tipo di freno, mi comportavo come se le mie azioni non avessero conseguenze, come se fossi libera di fare tutto ciò che mi passasse per la testa…e per il cuore.

Gabriele continuava a farsi sentire con il contagocce. Ho provato a chiamarlo ma il telefono squillava a vuoto.
“A che ora torni domani?” gli ho chiesto tramite messaggio.
“Non lo so ancora.” mi ha risposto subito.
“Non ci possiamo sentire un attimo? Ho voglia di parlare…” gli ho scritto mentendo, forse per alleviare i sensi di colpa.
“Io invece no.”
“Gabry, c’è qualcosa che non va?”
“No. Ti chiamo più tardi.”
“Ok…come vuoi.”.

era-sempre-estateCome sempre, era così netta la contrapposizione tra la gioia che mi trasmettevano le conversazioni con Stefano e il profondo senso di angoscia che lasciavano in me i pochi scambi di battute con Gabriele, che non potevo fare finta di nulla.
Non cercavo Stefano per sopperire alle mancanze del mio rapporto “ufficiale”. Nemmeno perché mi sentissi sola.
Lo cercavo perché con lui ero potevo essere me stessa. Anzi, dovevo esserlo…non avevo alternative.
Lo cercavo perché non farlo mi toglieva il respiro. Perché quando ero in contatto con lui, in quel modo che solo noi due potevamo comprendere fino in fondo, era sempre estate. I profumi erano più intensi, i colori più vivi, i sentimenti più travolgenti.
Anche le paure erano più grandi e ogni tanto tornavano a fare capolino, come quella sera.

“Mi sei mancata.” mi ha sussurrato all’orecchio, prendendomi il viso tra le mani.
“Anche tu.” gli ho detto, dandogli un bacio sul collo.
“Andiamo a mangiare qualcosa?”
“Sì. Mi dai tu indicazioni?”
Certo! Preferisci che guida io?”
“No, figurati.” gli ho risposto, mettendo in moto la macchina.

Pensavo di essere riuscita ad essermi definitivamente liberata della nebbia che ogni tanto si materializzava di fronte a me nascondendo tutto ciò che avevo trovato negli ultimi mesi. Invece succedeva quasi sempre inaspettatamente. All’improvviso mi ritrovavo avvolta in una coltre di dubbi e domande a cui, in quei momenti, non riuscivo a dare risposta.
Come faccio se un giorno sparisci? era la più gettonata. Gliel’avevo posta nella mia prima lunga email, ma anche in tante altre occasioni, in apparenza a sproposito.
Glielo chiedevo perché il mio cuore riusciva, inspiegabilmente, a capire tutto e ad anticipare i suoi comportamenti, anche quando non c’era nulla che mi potesse fare pensare che un giorno, non molto lontano, se ne sarebbe andato.
“Sei strana, Bellina. Forse non era il caso che venissi.”
“No, sono felicissima che tu sia qui. Sai che mi capita, ogni tanto…”
“Stai tranquilla, andrà tutto bene.”
“Mi sento di nuovo bloccata.”
“E’ normale.”
“Non lo è. Stavo benissimo fino a qualche ora fa.”
“Poi sei rientrata in casa dopo tre settimane in giro per il mondo, hai davanti a te un agosto torrido da passare a Milano, ma soprattutto ti sei guardata intorno, nell’appartamento, pensando che stai commettendo un errore dopo l’altro, un po’ come me no? Io invece prima le ho chiamate pazzie. Una pazzia dopo l’altra. In senso positivo ovviamente.”
“Esatto, hai riassunto perfettamente quello che sta succedendo nella mia testa. E poi adesso che so esattamente cosa vuole il mio cuore, è ancora più difficile accettare questi momenti, in cui mi sento legata e incapace di esprimere ciò che vorrei.”
“Non so che dire.” ha detto Stefano, con gli occhi rivolti verso il cemento.

Nel frattempo eravamo arrivati all’ingresso del mio palazzo.
“E se un giorno te ne andrai?” gli ho chiesto, di nuovo.
“Sai che non succederà.”
“Ne sei sicuro?”
“Sì.”

Era la prima volta che vedevo Stefano inerme di fronte alle mie paure.
“Non dici più nulla?”
“Isa…”
“Non chiamarmi Isa.”
“Non sei per niente Bellina stasera.”
“Hai ragione.”
“Devi stare tranquilla. Te ripeterò così tante volte che un giorno, forse, mi ascolterai. Ora sali, sei stanca. Se vuoi ci vediamo domani mattina.”
“E tu dove dormi?”
“Non ti preoccupare.”
“Mi dispiace. Vorrei che ti fermassi qui.”
“Lo vorresti ma non riesci ad accettarlo. Mi è chiaro, non c’è nessun problema.”
“Scusa.”
“Niente scuse. A domani.” mi ha detto, dandomi un bacio sulla fronte.
“Solo qui?”
“Sì, gli altri te li darò quando tornerai…”
“Notte, Ste.”.

In ascensore ripensavo al mio comportamento di quella sera e non riuscivo a trovarne una spiegazione logica. Forse perché non esisteva. Non capivo come fosse possibile che una persona non fosse in grado di muoversi nella direzione che aveva già scelto. Ma in quel momento stava succedendo proprio a me e non potevo fare altro che accettarlo, per poi capire su cosa dovessi fare leva per sbloccarmi.

Quando sono arrivata sul pianerottolo ed ho inserito le chiavi nella porta, in pochi istanti ho avuto la certezza che proprio quei pensieri, per lo meno quel giorno, mi avevano salvata.
Ero certa di avere chiuso entrambe le serrature prima di uscire, ma una delle due era già aperta. Con il cuore in gola, ho spinto la porta verso l’interno della casa e ho trovato Gabriele in sala, con il mio computer sulle gambe.

non c’è partita

Durante il viaggio di ritorno, non potevo fare altro che ripensare alle prime ore di quella mattina.

Avevo aperto gli occhi di fronte alla magia dei colori dell’alba. Cercando di rimanere immobile per non svegliare Stefano, mi ero guardata intorno, per coglierne tutte le sfumature. Il mare, dopo una notte burrascosa, aveva messo da parte la sua inquietudine. Era una tavola piatta che rifletteva la luce del sole che stava facendo capolino di fronte a me.
Ed io mi sentivo proprio così…finalmente calma e padrona dei miei sentimenti.

Eravamo stanchi e scomodi, ma nessuno dei due, i quei momenti, se n’era accorto.
Solo più tardi, muovendomi all’interno della carrozza numero 2 dell’Intercity diretto a Milano Centrale, avevo avvertito i primi segni di spossatezza e un leggero dolore alla schiena.

“Mi scusi…” ho sussurato alla signora che stava riposando con la testa appoggiata al vetro.
“Sì?”
“Sarebbe il mio posto…ma posso sedermi da un’altra parte se è un problema.”
“Si figuri, mi alzo subito…sono io l’abusiva. Posto numero…71?”
“Esatto…ma ripeto, resti pure qui. Cerco un’alternativa.” le ho risposto. Mi sono rivolta a quella donna con una dolcezza tale che non pensavo potesse fare parte della mia indole, ma a Stefano dovevo riconoscere anche il fatto di avere fatto emergere alcuni lati del mio carattere che erano nascosti dentro di me, ma chissà dove.
“E’ la prima volta che ci incontriamo?” mi ha chiesto la signora, alimentando un dubbio che io stessa avevo dal primo scambio di parole con lei.
“Me lo stavo chiedendo anch’io.” ho ammesso.
“Come ti chiami? Posso darti del tu?”
“Certamente! Isabella.”
“Sei di Genova?”
“No, sono nata a Firenze, ma vivo da un po’ di anni a Milano…”. Volevo chiederle quale fosse il suo nome, ma quando abbiamo incrociato lo sguardo, non sono riuscita a finire la frase.
“Che strana sensazione…” ho detto a bassa voce, forse cercando di non farmi sentire.
“Di…familiarità? Se è così, è la stessa che ho io…” mi ha risposto, con mia grande sorpresa.
“Già…bene, le cedo il mio posto allora. Resti pure qui.”
“Ti ringrazio. Sei molto gentile.”
“Si figuri. Buon viaggio allora.”. Mi sono allontanata portando via con me l’effetto particolare di quell’incontro.

Qualche fila più avanti, ho individuato due sedili liberi e scelto senza indugio quello nella direzione di marcia del treno. Sedendomi, ho avvertito i primi dolori alla schiena, che però sparivano ogni volta che nella mia mente si materializzava la fotografia della notte appena trascorsa sugli scogli.
Continuavo a rigirare il cellulare tra le mani, senza accenderlo. L’avevo tenuto spento fino a quel momento, temendo che Gabriele mi chiamasse o scrivesse, consapevole del fatto che mi sarei comunque trovata presto di fronte a lui, tre giorni dopo, nel nostro appartamento di Milano.

Invece non ho ricevuto nessuna notifica che lo riguardasse.
“Gabry, tutto bene?” mi sono limitata a chiedergli.

Ho pensato, fino all’ora di cena, che non mi avesse risposto. In una situazione di lucidità normale, mi sarei preoccupata così tanto che avrei iniziato a tempestarlo di messaggi e telefonate, ottenendo come effetto un suo silenzio ancora più assordante.
Quel giorno, però, era successa una cosa ancora più grave.
Inspiegabilmente non mi ero accorta che la sua risposta fosse arrivata. Poche parole, laconiche più che mai, ma comunque ignorate per cinque ore, durante le quali mi ero fatta rapire da un veloce scambio di email con Stefano.

Non riesco a smettere di sognare.” mi ha scritto, mentre allungavo il biglietto al controllore.
“Posto 71…si è accordata con la signora laggiù?” mi ha chiesto lui, mentre sorridevo fissando lo schermo del telefono.
“Come scusi?” gli ho domandato confusa.
“Niente, è tutto a posto. La lascio nella sua bolla d’amore.”
Credo di essere diventata rossa all’improvviso, perchè poco dopo ha aggiunto “Ho ragione, quindi…ah, l’amore…”
“Può darsi.” gli ho detto, nascondendo il viso con il quaderno che avevo acquistato a New York e che ormai mi accompagnava dappertutto.
“Non ti nascondere. Cosa c’è di più bello di vedere una persona innamorata?”
“Esserlo è ancora meglio.”
“Sicuramente…in bocca al lupo.” mi ha risposto, salutandomi con un cenno della mano.

non-ce-partita“Nemmeno io.” ho scritto a Stefano.
“Perchè non sei qui? Ti potevi fermare ancora un po’.”
“Non avrebbe avuto senso. Devo prima sistemare alcune cose…”
“Hai ragione. E’ giusto così.”
“Ste…può sembrare una domanda strana, ma tua mamma dove si trova in questo momento?”
“Non ne ho idea. Sai che non ci sentiamo spesso…”
“Secondo me è a bordo di questo treno.” gli ho detto.
“Ma cosa dici?” mi ha chiesto stupito.
“Ho scambiato due parole con una donna poco fa ed ho avuto l’impressione che facesse parte della tua famiglia. Magari mi sbaglio, ma non credo…”
“Non mi assomiglia per niente.”
“Ci sono sensazioni che vanno ben al di là dell’aspetto fisico.”
“Lo so, Bellina.”
“I vostri occhi sono diversi, sia nella forma che nel colore, ma mi trasmettono la stessa sensazione.”
“Di…?”
“Pace, sicurezza, energia.”
“E’ lei.”
“Ne sei certo?”
“Gliel’ho appena chiesto. Siete sullo stesso treno. E non ci crederai, ma mi ha raccontato del vostro incontro.”
“Cosa ti ha detto?”
“Che sei stupenda.”
“Dai, sii serio…”
“E’ la verità. Le ho risposto che lo so. Ovviamente non ha capito a cosa mi riferissi e così ho cambiato discorso…”
“Dai Ste, dimmi cosa ti ha detto di preciso.”
“Mi è sembrato di riascoltare uno dei nostri dialoghi, di quelli speciali, che partono dal cuore. Non l’avevo mai sentita così. Ed è meraviglioso.”
“Immagino. Lo è anche per me.”
“Stiamo scrivendo così velocemente che mi sembra di averti qui davanti a me. Anzi, seduta sulle mie gambe.”
“Credo che tu abbia la capacità di leggermi nella mente. Stavo pensa la stessa cosa.”
“Bellina, non so cosa mi succeda…ma da quando ti ho incontrata ed ho iniziato a parlare con te mi sono sentito in sintonia…Dal primo momento.”
Non c’è partita.” ho aggiunto io.
“In che senso?”
“Non c’è mai stata. Mi hai sconfitta. O forse avevi già vinto in partenza.”
“Sai bene che non è così. Qui non si tratta di combattere o gareggiare.”
“Lo so, era per rendere l’idea…”
“Te lo dico io cosa è partito…” mi ha scritto in un primo messaggio.
Partita la testa, partito il cuore, partito il corpo.” ha aggiunto poco dopo.

qualche secondo in paradiso

Ho staccato le mie labbra dalle sue voltandomi di nuovo verso il mare.
“Sai cosa ho scoperto da quando ci sei tu, Bellina?” mi ha chiesto Stefano circondandomi con le braccia.
“Dimmelo.” gli ho detto.
“Il potere che può avere un bacio.”
“Se te lo stessi chiedendo…” ha continuato, interrompendo il mio silenzio e riavvicinandosi alla mia bocca “Riesco a respirare la tua felicità e le tue preoccupazioni, la tua gioia e le tue paure…E’ una sensazione meravigliosa. E davanti al mare le percepisco ancora più nitidamente.”
“Restiamo qui?” gli ho domandato.
“Quindi non provi nulla di tutto ciò?”
“Restiamo qui?” gli ho chiesto una seconda volta.
“Tutto il tempo che vuoi.”
“Pensavo qualche ora, per iniziare…” gli ho detto, allungando il collo per farmi baciare in un punto preciso.
“O qualche giorno…” ha continuato lui, appoggiando le labbra proprio lì.
“Non possiamo.” ho ribattuto con freddezza.
Si è subito allontanato dalla mia pelle, appoggiando il capo sullo scoglio dietro di sé.
“D’accordo, iniziamo con qualche ora, poi si vedrà.”
“Sai, Ste…se torno indietro con la mente, solo qualche mese fa non avrei mai immaginato di poter passare una notte insieme a te.”
Ci sono cose che devono semplicemente accadere.
“Ci saremmo potuti fermare.”
“Ne sei sicura?”
“Non lo so. Però so che qualcuno ci riesce.”
“Perché se lo impone.”
“Può darsi.” gli ho risposto, sfiorando una goccia d’acqua salata che era atterrata in quel momento sul dorso della mia mano.
“Quanti motivi avevi di fermarti?”
Ho stretto le dita in un pugno con l’idea di elencare, una ad una, le ragioni per cui l’avrei dovuto fare.
“Tanto per cominciare…”
Guardami negli occhi.
“Perché?” gli ho chiesto, ignorando la sua richiesta mentre, con il pollice alzato, credevo di essere pronta a partire con il mio elenco. “Allora, innanzitutto…”.
Guardami negli occhi.” ha ripetuto.
Ho deciso di dargli ascolto e mi sono girata verso Stefano per incrociare il suo sguardo. Le mie dita si sono subito lasciate andare, senza che ne potessi più controllare la presa. I pensieri sono diventati nebulosi e il cuore mi ha intimato di dargli retta, lanciandomi un segnale chiaro: una fitta molto simile a quella che avevo sentito quando avevo iniziato a creare un po’ di spazio per Stefano nella mia vita.
“Dicevi?” mi ha chiesto, sorridendo.
“Nulla.”
“Mi sembravi convinta, invece.”
“Volevo apparire così.”
“E’ proprio questo il punto. Quando riuscirai a capire che con me non puoi apparire, ma puoi soltanto essere te stessa?”
“Lo so già.”
“Smettila di combatterti, Bellina.”

IMG_6847Da qualche minuto si stava arrotolando la mia coda sulle dita mentre, con l’altra mano, mi accarezzava la gamba destra.
“Facciamo l’amore qui?” mi ha sussurrato all’orecchio.
“Tu sei completamente fuori di testa.”
“Come vuoi…peggio per te.”
“Perdiamo entrambi.” ho ammesso, a bassa voce.
“Appunto. Quindi…” ha continuato, sfilandomi la maglietta.
“Questa almeno lasciamela.” gli ho detto, tirandola nella direzione opposta.
“No.”
“Così mi fai impazzire, Ste.”
“Magari è quello che voglio.”
“Perché mi fai questo?” gli ho domandato.
“Ti darò tutto ciò che desideri. Oggi e sempre.”
“Allora dammi un bacio.”
Prima ancora che finissi la frase, mi aveva girato il viso afferrandone il mento.
“Solo uno?” mi ha chiesto, avvicinandosi ancora di più all’angolo della mia bocca.
“No, infiniti.”
Senza staccarci uno dall’altra, ci siamo spostati sullo scoglio di fianco, più piatto e riparato sia dalle onde del mare che dalla vista di eventuali passanti.
“Guarda che nessuno si spinge fino a qui.” mi ha rassicurata Stefano, interpretando il mio sguardo preoccupato.
“Lo spero.”
“Non ci pensare. Svuota questa testolina.” ha detto, dandomi dei pugni delicati sulla fronte.
Sono riuscita a seguire il suo consiglio. Mentre facevamo l’amore, quella notte, mi sono scordata di dove fossi, di dove mi trovassi fino a poche ore prima, dei motivi per cui non avrei dovuto essere lì ma anche di quelli per cui invece, in fondo, forse non dovevo rimproverarmi proprio nulla, perché dentro di me sapevo che avevo già preso la mia decisione e che stavo solo aspettando il momento di portarla alla luce. Ho fatto un salto in un luogo in cui non ero mai stata, eppure mi sembrava così familiare. La complicità innata che avevamo scoperto di avere si ripercuoteva anche nell’intimità, in modo ancora più palese.
Mi sono addormentata sul suo petto alle prime luci dell’alba. Il mare aveva replicato per tutta la notte i nostri movimenti e si era finalmente acquietato mentre, esausti, ci abbandonavamo ad un sonno di un paio di ore.
Sono stata svegliata dal verso di un gabbiano che aveva preso posto a pochi metri di distanza da noi. Mi sono girata verso Stefano, che stava osservando i miei movimenti.
“Hai dormito?” gli ho chiesto, stropicciandomi gli occhi.
“Sì. Due o tre minuti.”
“Solo?”
“Non riuscivo a prendere sonno per l’emozione. Non ho mai provato nulla di simile prima d’ora.”
“Neanch’io. Mi batteva il cuore così forte che pensavo potesse scoppiare da un momento all’altro.”
“Bellina.” mi ha detto, appoggiando una mano sul mio fianco. “Sei un sogno.”
In quel preciso istante ho pensato davvero di essere planata in un territorio indefinito. I brividi mi scorrevano lungo la schiena e sembravano non fermarsi mai. Tre giorni dopo, durante una chiacchierata sotto casa mia, mi ricordo che stavo cercando di spiegarli cosa avessi provato.
Credo di essere stata qualche secondo in paradiso. Ma forse no, perché in fondo non so esattamente che cosa ci sia lassù. E non posso nemmeno avere le prove della sua esistenza. Invece ci sono stata eccome. Ed è il luogo più bello in cui mi potessi portare.“.