non sai cosa ti aspetta

“Gabry, ciao! Cosa ci fai qui?” gli ho chiesto, abbozzando un finto sorriso.
“Sono venuto a riprendermi le mie cose.” mi ha risposto, con un tono che mi ricordava quello delle peggiori litigate.
“Se mi avessi avvisata, te le avrei preparate. Sono sparse in tutta la casa.”
“Non ho fretta.”

Mentre pensavo al modo più pacifico per rispondere, il mio pensiero è volato verso Stefano, nascosto nel sottoscala in giardino.
Il luogo in cui, tra le altre cose, qualche mese prima avevamo lasciato la bicicletta di Gabriele.
Improvvisamente, un brivido di terrore mi ha percorso la schiena. Ero certa che non se ne fosse dimenticato.

“Entra pure.” gli ho detto, nonostante lui si fosse già fatto strada senza aspettare le mie indicazioni.
“Non ho voglia di scherzare.”
“Non ero ironica, ti ho semplicemente detto di entrare.” ho ribattuto.

Stanca di quell’atteggiamento freddo e spocchioso, poco dopo, consapevole di sbagliare e di venire meno alla promessa che mi ero fatta – di mantenere un tono della conversazione tranquillo – ho aggiunto, a bassa voce: “Stai sereno.”.
In un attimo me lo sono ritrovato di fronte a pochi centimetri di distanza.
“Allora, intanto Stai sereno a me non lo dici.” mi ha detto, con la bocca socchiusa per la rabbia. “Ne riparliamo più avanti comunque. Non sai cosa ti aspetta.”
“Come al solito, sei passato alle minacce. Ma non è più come prima, sai? Non sono più la ragazzina succube delle tue manie, pressioni e imposizioni. Adesso che ho scoperto cosa c’è là fuori, non ho intenzione di perdere un secondo del futuro che ho di fronte.”
“Vedremo.”
“Non crearmi problemi Gabry, non me lo merito. Non se lo merita nemmeno la nostra storia.”
“Mi riprendo solo ciò che è mio.”
“A cosa ti riferisci? Ne possiamo parlare in modo civile?” gli ho chiesto, temendo che si riferisse ad alcuni investimenti che avevamo fatto insieme, in particolare all’acquisto del nostro appartamento di Milano.
“Chiedilo all’avvocato.” mi ha risposto con freddezza.
“Avvocato? Ma sei impazzito?”
Si aggirava per la stanza senza darmi una risposta e buttando alla rinfusa in un trolley tutto ciò che riteneva gli appartenesse.
“Non ho parole.” ho sussurrato, scuotendo la testa. “Quello è mio, lascialo lì!” ho urlato poco dopo, quando mi sono accorta che stava puntando un quadro che avevo comprato ad Hong Kong. Senza dire una parola, l’ha buttato in terra ed ha iniziato a calpestarlo con violenza.
Guardavo attonita quella scena, paralizzata dal suo comportamento e dalla cattiveria che traspariva sempre di più dai suoi occhi.
“Perché mi fai questo?” gli ho chiesto, singhiozzando.
“”Da quanto tempo non mi ami più?”
“Gabry…”
“Rispondi. Da quanto tempo non mi ami più?”
“Non lo so.” ho ammesso, sottintendendo che fosse così da un po’.  Mi sono chiesta se l’avessi mai amato davvero, ma ho preferito non aggiungere altro.
“Quando tempo perso.”
Non è mai perso.” gli ho detto, provando improvvisamente uno strano senso di compassione nei suoi confronti.
“Dieci anni buttati nel cesso.”
“Gabry, non è così.” ho continuato, anche se io stessa, osservando dall’esterno la fase della vita a cui avevo appena messo il punto, avevo l’impressione che fosse un periodo sospeso nel vuoto.
“Abbiamo fatto tantissime cose insieme…abbiamo condiviso tutto…abbiamo cercato di portare avanti un progetto. Abbiamo remato contro le difficoltà, affrontato sfide difficili…”
“Risparmiami le frasi da Cioè.” mi ha interrotto lui.

non-sai-cosa-ti-aspettaGli avrei voluto dire la verità e fare un elenco di tutto ciò che avevo imparato in quei pochi mesi che mi avevano allontanata da lui.
Sai, ho capito che nel nostro rapporto è sempre mancato qualcosa.
Che non abbiamo mai avuto una vera intesa.
Che i sentimenti possono andare molto più in profondità di quanto pensiamo. E che con te si sono sempre fermati in superficie.
Che può succedere che, dopo anni, un giorno ti svegli e ti accorgi di non aver mai conosciuto davvero la persona che hai di fronte.
Ma poi ti giri e ne trovi un’altra e in in pochi istanti capisci che la conosci da una vita…o da chissà quante vite…
Che i sentimenti veri fanno paura.
Che quando si ama davvero il cuore è davanti alla sua verità.

Invece ho urlato “Anche quella è mia!”, tornando con i piedi per terra e strappandogli dalle mani una bottiglia di vino che mi aveva regalato mio padre. Mentre lo osservavo mi convincevo del fatto che non avrebbe mai potuto capire quei discorsi. Non perché non ne avesse la capacità, ma semplicemente perché ormai vivevamo su due livelli di consapevolezza diversi. E io non avevo più intenzione di tornare indietro.

“Per oggi può bastare, nei prossimi giorni vengo a prendere il resto. Tu sarai sempre in casa?”
“Penso di sì. Vieni quando vuoi, Gabry.”
“Preferirei non vederti.”
“E’ pur sempre casa mia.”
“Per lo meno sarà per l’ultima volta.”
“Sei proprio una brutta persona.”
“Mai quanto te.”

Avrei voluto scagliargli un vaso sulla schiena, ma sono rimasta immobile aspettando che si allontanasse fino a scomparire dalla mia vista.
Mi sono lasciata cadere sul divano, coprendomi il viso con le mani e respirando profondamente per scaricare la tensione.
“Dov’è la mia bicicletta?” mi ha domandato inaspettatamente dopo qualche minuto.
“In cantina.” ho risposto, mentre sentivo un sussulto nel cuore.
“Vado a prenderla.”
“E’ chiusa.” ho ribattuto con convinzione.
“Vieni ad aprirla.”
“Non ho le chiavi, Gabry. Me le faccio dare dai miei genitori stasera.”.

Se ne è andato rivolgendomi una smorfia di disgusto, sbattendo la porta di ingresso e camminando a passo veloce verso il cancello del palazzo. Sentivo il rumore delle ruote della valigia che percorrevano il viale e mano a mano che si allontanava, i battiti del mio cuore rallentavano fino a raggiungere un andamento quasi regolare.

Dopo qualche minuto, sono corsa a liberare Stefano.
“Perdonami, non succederà mai più. Mi dispiace che tu ti sia trovato in questa situazione.”
“Non ti preoccupare, Bellina. Non mi avevi nemmeno invitato.” ha detto, sorridendo.
“Diventerai cattivo anche tu un giorno, vero?” gli ho chiesto, con gli occhi lucidi.
In realtà avevo già la risposta.
Sapevo che non sarebbe mai successo e che non mi avrebbe mai trattata in quel modo.
“Ti accorgi di come sono?
Lo vedi cosa faccio?
Li guardi i miei occhi?”
“Sì. Sì. Sì.” gli ho detto.
“Non ti basta tutto quello che abbiamo scoperto insieme in questi mesi?”
“Sì.”

E tu avresti mai immaginato che un giorno mi avresti fatto soffrire più di chiunque altro?
gli vorrei chiedere io adesso.

il nostro equilibrio

“Isa, Ci sei?” mi ha chiesto all’improvviso mio fratello.
“Sì…certo!” gli ho risposto, con la testa ancora sulle nuvole.
“Come si sta lassù?”
“Dove?
Nell’iperuranio.
“Alla grande!” gli ho detto, ammettendo di essermi assentata per qualche minuto.
“Sei la solita.” ha aggiunto Stefano per rincarare la dose. Si sono scambiati un’occhiata di intesa interrotta dalle parole di Alessandro: “Ragazzi, torno in ufficio. E’ stato un piacere conoscerti. Buon pomeriggio.”
“Grazie.” gli abbiamo risposto entrambi.
“A dopo.” ho aggiunto io, facendogli capire che gli avrei scritto nelle ore successive.

“Chissà cosa pensa.” ho detto a Stefano quando ho sentito il rumore della porta che si chiudeva alle mie spalle.
“Che sono pazzo di te, Bellina.”
“Sapeva già tutto, comunque. Altrimenti ti avrei nascosto in un armadio!”
“Ah sì?” mi ha chiesto sorridendo, mentre mi tirava verso di sé per aprire le ante della dispensa a cui mi ero appoggiata.
“Sei fortunata perché è piena di scaffali.” ha continuato con un leggero disappunto. Si è avvicinato alle mia labbra baciandole delicatamente, poi con sempre maggiore passione fino a quando è stato interrotto dalla vibrazione del suo cellulare.
“Devo rispondere.” ha detto, con un tono che mi aveva fatto intuire che si trattasse di una telefonata delicata. Gli ho fatto cenno di sì con la testa e, avendo intravisto sullo schermo il nome di sua moglie, l’ho lasciato solo nella stanza. Mi sono diretta verso il giardino, dove mi ha raggiunta qualche minuto dopo, visibilmente scosso, ma pensando che non si notasse.
“Fino a quando rimani a Firenze?” mi ha domandato, come se niente fosse.
“Lunedì lavoro.” ho risposto con fermezza.
“Ah, giusto…torni in treno?”
“Tutto bene, Ste?” gli ho chiesto. Avevo l’impressione che fosse quasi alienato.
“Sì, perché?”
“Per scelta non ti chiedo mai nulla. Ma come puoi immaginare, mi faccio un po’ di domande.” ho replicato, andando subito al nocciolo della questione.
“Bellina, hai ragione.” ha risposto, senza aggiungere altro.
“Ultimamente non lasci trapelare nulla.”.

Se quel giorno fossi stata sincera con me stessa, mi sarei subito accorta che qualcosa in lui fosse cambiato.
All’apparenza era tutto normale. Anzi, speciale. Si era presentato senza preavviso sotto casa mia, aveva dialogato con mio fratello come se si conoscessero da sempre, continuava a trattarmi in un modo per me del tutto nuovo – con dolcezza, rispetto, comprensione totale.
Però aveva iniziato, un po’ alla volta e quasi impercettibilmente, a chiudersi in se stesso.
Anche quando, di fatto, dimostrava esattamente il contrario.

“Non ho niente da nascondere, Amore mio.”
“Mi fido.” gli ho detto, prendendo la sua mano. “E non voglio costringerti a parlare se non ti viene spontaneo, come è sempre stato.”
“Laura non ha un altro, ne ho avuto la conferma.” ha esordito, sfuggendo alla mia presa.
Il mio cuore ha avuto un sussulto.
“E questo cosa significa?”
“Nulla.”
“Ne sei sicuro?”
“Sì, perché è con te che voglio stare. Però non posso strapparle il cuore con violenza.
“Non ti ho mai chiesto di farlo.”
Tu non mi hai mai chiesto nulla. Sei unica.”
“Sei sicuro che il problema sia lei?”
“In che senso?”
“Magari sei semplicemente tu che non vuoi lasciarla andare.”
L’ho già fatto da un po’.
“Allora non ti preoccupare.”
“Troveremo il modo di non farla soffrire…”
“Aspetta, in questo caso non puoi usare il plurale. Sono affari tuoi.” l’ho interrotto stizzita.
“Perdonami.”
“Vorrei anche restarne fuori il più possibile. Non voglio sapere che una persona soffra a causa mia ed è tuo compito tenere tutto questo per te.”.

Recitavo la parte dell’egoista in quel momento, ma non avevo alternative. Sua moglie, a volte, mi appariva persino in sogno e la sua tristezza era così reale che mi faceva spesso passare nottate intere con gli occhi sbarrati.
“E’ giusto così, Bellina.”
Per cercare di tranquillizzarmi, ha iniziato a baciarmi la fronte. Sapeva che quel gesto mi mandava in estasi.
“Ti fermi un po’ qui?” gli ho chiesto, con gli occhi socchiusi.
“Non posso. Domani mattina ho il volo per gli Stati Uniti.”
Spostalo.
Vieni con me.
Resta qui.
Scappiamo.
Non mi abbandonare.
“Questo, mai. Te l’ho già promesso in passato.”
“Purtroppo non possiamo uscire qui intorno perché se incontrassimo Gabriele, ti garantisco che non sarebbe piacevole.”
“Questo giardino è meraviglioso.”
“Andiamo sul dondolo. Seguimi.” gli ho detto, tirandolo per un braccio.

il-nostro-equilibrioMi sono sdraiata appoggiando la testa alle sue spalle, facendomi cullare da quel movimento costante e aprendo di tanto in tanto gli occhi per osservare le sue espressioni. Mi sembrava di nuovo sereno.
“Mi manchi.” ha detto ad un tratto.
“Sono di fronte a te.”
Mi manca Tu.
“Mi manchi Tu.” ho ripetuto, correggendo il verbo.
“No, mi manca la parte di te che è solo mia. Tu.” ha ribadito.
“E’ qui.” gli ho detto, guardandolo negli occhi.

Non ricordavo l’ultima volta in cui le nostre pupille fossero rimaste incollate come magneti di poli opposti con quell’intensità. Quando sono riuscita a staccarmi da lui, ho chiuso le palpebre, per diminuire la pressione a cui mi ero sottoposta.
“C’è qualcuno di fronte al cancello.”
“Che cosa?!” ho esclamato, alzandomi di scatto con il cuore in gola. “E’ Gabriele, ne sono certa.”
“Come fai a saperlo?”.
“Non aspetto nessuno. Ed è l’unico che ha le chiavi di casa oltre ai miei genitori, che sono in ferie, ed ai miei fratelli, che lavorano sempre fino a tardi.”.

Mentre parlavo, avevo già indicato a Stefano un punto preciso in cui nascondersi. Non potevo credere che stesse capitando proprio a me ma mentre mi riavvicinavo al dondolo, vedevo in lontananza la sagoma del mio ormai ex fidanzato, sempre più netta ad ogni passo che faceva verso il portone di casa.

Ero inspiegabilmente terrorizzata dalla sua presenza, ma non potevo fare altro che andargli incontro.
E mentre lo facevo, pensavo a me e a Stefano. Ma anche a Gabriele e a Laura. A me e Gabriele. E poi di nuovo a Stefano e Laura.

Ma non riuscivo a capire come mi dovessi comportare né che, in quel percorso, mancava un tassello fondamentale.
Prima di trovare il nostro equilibrio, come coppia, dovevo trovare il mio. E lo stesso valeva per Stefano.

non sai dove ti porto

“E comunque, ti ricordo – ancora una volta – che sei già sposato.”
“Hai ragione…infatti era un sogno.”
“Pessima battuta.” gli ho detto, in tono seccato.
“Dai, non te la prendere…”.

In quel momento ho realizzato che non mi parlava della sua relazione con Laura da molto tempo.
“Quindi…” ho pensato di intavolare il discorso, ma mi sono interrotta subito.
“A che numero civico abiti?”
“Sei pazzo.”
“E’ una domanda come un’altra.”
“No, ti conosco. Guarda che Gabriele abita a trecento metri da casa mia. Se ti vede…non voglio nemmeno pensare a cosa potrebbe succedere.”
“Non mi riconoscerebbe.”
“Figurati…si ricorda molto bene di te, credimi. Insomma, mi vuoi dire dove sei?”
“Di fronte al numero 10.”

In un attimo mi sono ritrovata sul balcone della mia camera da letto.
“Tu sei pazzo.” ho detto sottovoce, ma apostrofandolo con il gesto della mano alla tempia.
Ho buttato il cellulare sul letto senza nemmeno chiudere la telefonata e mi sono fiondata verso l’ingresso. Non trovavo le chiavi di casa, ma per non perdere tempo sono uscita comunque, lasciando la porta socchiusa.

Dopo avere aperto il cancello del palazzo ho iniziato a correre sul vialetto del giardino, lui ha fatto lo stesso…e ci siamo incontrati a metà strada in un abbraccio, da cui nessuno dei due voleva staccarsi. Abbiamo camminato fino al portone del palazzo senza toglierci le braccia dal collo, sussurrandoci all’orecchio tutto ciò che era rimasto intrappolato nei nostri cuori negli ultimi giorni.

“E ora cosa hai in mente di fare?” mi ha chiesto poco dopo di fronte ad un caffè.
“Non lo so. Dovrei saperlo?” gli ho domandato a mia volta.
“Prenditi un po’ di tempo.”
“Lo farò.”
“E poi ti aspetto.”
“Che cosa?!” gli ho risposto, con un misto di stupore ed entusiasmo.
img_8042Non sai dove ti porto, io…
“Forse lo so. Ma se non lo sapessi, ti seguirei lo stesso e ti devo confessare che è la prima volta che mi succede.”
“In che senso?”
Di fidarmi così profondamente del ruolo di una persona nella mia vita.” gli ho detto, guardandolo negli occhi. “E sai da cosa lo capisco?” ho aggiunto.
“Dimmi.”
“Dal fatto che per la prima volta guardo il futuro davvero con serenità. L’ho sempre visto con angoscia, anche in momenti, per certi versi, perfetti. Ma allora non me ne rendevo conto.”
“Bellina, a chi lo dici…per me è la prima volta in cui vorrei che il futuro fosse oggi.“.

Viaggiando sulla scia delle nostre parole ho perso la cognizione dello spazio al punto che, quando ho incrociato lo sguardo con mio fratello, che stava rientrando dal lavoro, mi sono quasi stupita della sua presenza e non ho pensato che fosse effettivamente più curiosa quella di Stefano nel giardino di casa nostra.
Continuavo a vagare leggera, felice, incosciente…mentre lui, senza smettere di osservarci, si avvicinava sempre di più.
“Ciao.”
“Ciao…” gli ha risposto Stefano, anticipandomi.
“Lui è…” mi sono voltata verso mio fratello confusa, cercando conforto tra i suoi occhi. Ero certa che avesse già capito tutto, ma ero piuttosto imbarazzata.
“Lui è mio fratello!” ho infine esclamato, girandomi verso Stefano.
“Alessandro.” gli ha detto, allungandogli la mano e sorridendo per la mia evidente incapacità di gestire la situazione.
“Ciao, piacere, Stefano.”

Ho guardato entrambi, prima uno e poi l’altro, cercando di trattenere una risata.
“Avete programmi per pranzo?”
“Noi…a dire il vero no. Non abbiamo programmi in generale, non era nemmeno previsto che lui fosse qui!” ho detto stringendo la presa al braccio di Stefano.
“Mangiamo insieme?” mi ha chiesto mio fratello, spiazzandomi.
“O-o-ook. Per te va bene, Ste?”
“Certo.”.

Così, poco dopo mi sono ritrovata a capotavola e mentre fingevo di ascoltare i loro discorsi sulle università americane, pensavo a quanto la “famiglia” possa essere una sensazione prima ancora di essere la realtà.
A quanto certe persone si incastrino perfettamente e senza nessuno sforzo nella vita che esisteva già prima che le conoscessi.
E a quanto valore abbiano quelle che, con parole o gesti, riescono a farti dimenticare dove sei
.

ladro di sogni

“Ho una chiamata in attesa, ci sentiamo più tardi. Ciao Ste.”
“Ciao Bellina, a dopo.”
“Pronto?” ho risposto subito al numero che lampeggiava sullo schermo.
“Ciao Isabella, sono Annalisa, come stai?”
“Hey…ciao!” ho detto, alzando gli occhi al cielo. Sapevo che avrei dovuto affrontare quel discorso, prima o poi.
“Tutto ok?”
“Sì, più o meno…”
“Ho provato a chiamarti sul numero di cellulare dell’ufficio, ma è sempre spento.”
“Sì, mi sono presa qualche giorno di pausa. Hai fatto bene a chiamarmi qui.” le ho detto, fingendo di essere contenta per quell’iniziativa.
“Ecco, insomma…”
“Ci siamo lasciati. Non sentirti in imbarazzo, penso che tu l’abbia già saputo…”
“Sì, per questo ti ho chiamata. Immaginavo che fosse successo qualcosa, visto che non sei passata a ritirare l’abito.”
“Verrò a saldare il conto, scusa se non mi sono presentata all’appuntamento senza avvertire.”
“Non ti preoccupare, non è questo il punto. Volevo solo sapere se stessi bene.”
Ora sì.
“Non mi sei mai sembrata convinta…nemmeno dei vestito che hai scelto.”
“Non lo ero. Semplice.”
“Annalisa, ti chiedo scusa.” ho aggiunto subito dopo essermi resa conto del tono con cui le avevo risposto. “Non è di certo colpa tua se mi trovo in questa situazione. Hai proprio ragione, non ero convinta dell’abito, né di tante altre cose. Della location per il ricevimento, per esempio. Sognavo da sempre un matrimonio informale, invece qualche mese fa ho dato l’acconto per un posto completamente diverso. Per non parlare delle partecipazioni…dell’auto che mi avrebbe dovuto portare in chiesa…di tanti altri dettagli suggeriti dalla wedding planner e approvati da me quasi per inerzia. Sono stata una stupida, mi dovevo fermare prima…”
“Tesoro…” ha preso la parola lei, per rincuorarmi. “Faccio questo lavoro da più di venti anni e di ragazze come te ne ho conosciute tante. La maggior parte felici, altre con lo sguardo perso, alla ricerca di qualcosa, non saprei dirti di cosa, qualcosa che non era lì, ecco. Molte di loro hanno continuato a camminare su quella strada. Altre hanno fatto come te. Non sono qui a dirti cosa sia giusto, nel mio piccolo mi limito ad augurarvi che lo capiate voi.
“Mi ero accorta che tu fossi molto più di una proprietaria di un negozio di abiti da sposa ed oggi posso dirti che sono qui anche grazie a te.”
“Buona fortuna, Isabella. E siamo a posto così.”
“No, non se ne parla! Vengo a saldare il conto domani mattina.”
“Non serve, davvero. Il vestito è nelle stesse condizioni in cui l’hai visto l’ultima volta.”
“Non hai fatto le modifiche che avevamo stabilito?” le ho chiesto.
“Non avevo ancora iniziato.”
“Meglio così allora. Grazie di cuore.”.
Ho chiuso la telefonata tirando un sospiro di sollievo.

Ho passato il pomeriggio con un gruppo di amiche che non vedevo da mesi ma che erano sempre state al corrente della mia situazione e dei miei timori.
“Mi state dicendo tutti la stessa cosa.”
“Ovvero che non era la persona giusta per te?”
“Già…”
“Era piuttosto evidente.”
“Perchè non me l’avete detto prima?”
“Non ci avresti ascoltata, Isa. Sai quante volte ci abbiamo provato? Più cercavamo di insinuarti dei dubbi, più ti rifugiavi tra le sue braccia, allontanandoti da noi. Sapresti dire quando è stata l’ultima volta in cui ci siamo viste?”
“No…” ho risposto, dopo aver riflettuto per qualche istante.
“Ecco, vedi?”
“Avete ragione. Dobbiamo recuperare.” ho risposto, alzando il calice di prosecco per fare un brindisi.
Ai nuovi inizi.
“Ai nuovi inizi.” hanno detto in coro.
La serata è proseguita tra chiacchiere, risate e qualche bicchiere di troppo.
“Non ho nulla da dichiarare.” ho esclamato, appoggiandomi al cuscino dietro di me.
“Dai, non essere timida. Quando andate a convivere?”
“No ragazze, forse non mi sono spiegata. Stefano vive negli Stati Uniti e io…”
“Tu non sei convinta di restare a Milano…quindi…”
“Non lo so, vedremo…” ho detto, creando involontariamente una grande suspance.
“Che bello, Isa! Sono troppo contenta per te. Sei un’altra…solare, bella, sorridente.”
Libera.” ho aggiunto. “E non nel senso di single. Libera dentro. Capite cosa intendo? Si può – anzi, si deveessere liberi anche in coppia. Io non lo ero: solo ora capisco cosa significa e il rischio che stavo correndo. Ma soprattutto, tutto ciò che mi sarei persa.” ho concluso, fantasticando.

Abbiamo pagato il conto e dopo averle salutate una ad una, ho detto loro che preferivo tornare a casa invece che proseguire la serata insieme al resto del gruppo. Volevo, ancora una volta, prendermi del tempo per me stessa.
E qualche momento per Noi.
Siamo stati al telefono per più di due ore, parlando di lavoro, famiglia, amici, viaggi, viaggiando tra futuro, presente e passato, ridendo fino alle lacrime e affrontando argomenti con la massima serietà.”
Tutto.” gli ho detto all’improvviso.
Intero.” mi ha risposto, intuendo subito che si trattava del nostro gioco.
Volare.”
Attesa.”
Sogni.”
“Stanotte ti vengo a trovare.”
“In che senso?” gli ho chiesto, sapendo che fosse capace di presentarsi davanti a casa mia in qualsiasi momento.”
“Nei tuoi sogni. Domani mi dirai se ci sono riuscito.”
“E’ impossibile! Comunque proviamo. Ti aspetto.”
“Notte Bellina.”

ladro-di-sogniHo dormito più di dodici ore, probabilmente nella stessa posizione in cui mi sono addormentata dopo aver chiuso la telefonata con Stefano, rannicchiata sul lato destro del corpo. Prima di chiudere gli occhi, ho guardato le stelline fluorescenti che avevo attaccato molti anni prima sulla parete di fronte al letto. Ho spento la luce e ho aspettato che si illuminassero completamente, per poi rilassare le palpebre e cullarmi in tutti i pensieri positivi che occupavano la mia mente in quelle ore.

La mattina successiva mi sono svegliata con il sorriso. Sono entrata in cucina, dove mia madre aveva preparato la colazione per tutti ed ho capito immediatamente quale fosse il posto riservato a me: spremuta, latte e biscotti mi aspettavano per iniziare la giornata. I miei fratelli solitamente si limitavano a bere il caffè, mio padre prendeva un cappuccino e un cornetto.
“Ho fatto un sogno stupendo.” mi ha scritto Stefano mentre giravo lo zucchero che si era depositato sul fondo della tazza.
“Anch’io. C’eri tu.”
“Lo so.”
“Come fai a saperlo?” gli ho domandato.
“Magari abbiamo sognato la stessa cosa.” mi ha risposto.
“Ma non è possibile!”
“Ti racconto il mio…eravamo io e te. Con tante altre persone…che festeggiavamo insieme a noi.”
“Non ci credo!” ho esclamato.
“Cosa?”
“Ste, abbiamo sognato la stessa cosa.”
“Te l’avevo detto…”
“E quindi?” gli ho chiesto.
“Ti amo, Bellina.”
“Anch’io…Ladro di sogni!” gli ho detto, spezzando il suo silenzio.
“Macchè ladro…sono la persona che ti aiuterà a realizzarli…

oltre, insieme

“Bellina, come stai? Sono preoccupato. Che fine hai fatto?”
“Ciao Ste…” ho iniziato a digitare, senza rispondere alle sue domande.
“Allora?”
“Sto bene, grazie.”
“Non ti fai mai sentire…”
“Da ben…quante? Sei ore?”
“Mi sono sembrate un’infinità…”
“Vado a mangiare, mi stanno aspettando. Ci sentiamo più tardi.”
“Ecco, vedi? Sei strana…”
“No, è strano…cioè, non sono io strana, è tutto il resto che è str…”
“Ho capito. Hai bisogno di spazio.”
“Non ho detto questo.”
“Non ce n’è stato bisogno.”
“Grazie, Ste.” ho tagliato corto, per fargli capire che era ciò che gli stavo chiedendo. “Ancora una volta.” ho aggiunto.
“Scrivimi quando vuoi…”.

Non comprendevo appieno il mio atteggiamento ma ero certa del fatto che si trattasse di uno stato transitorio.
Credo che allontanassi Stefano perché, nonostante sentissi già i benefici della mia nuova condizione, dentro di me, a tratti, appariva come il principale responsabile di quella rivoluzione, il punto di origine del ciclone che aveva spazzato via ogni singolo elemento che aveva incontrato sul suo percorso.
Però in quel momento, proprio quando mi sentivo spogliata di tutto ciò che avevo costruito intorno a me, mi ritrovavo. E quando questo accadeva, smettevo di allontanarlo e mi rituffavo nell’Amore che ci aveva uniti e che mi aveva dato la forza di lasciarmi andare per seguirlo.

“Come sta Gabriele?” mi ha chiesto mia madre.
“Non so.”
“Siete tornati a Firenze insieme?”
“Direi proprio di no…”
“L’ho visto ieri in stazione.”
“Mamma, eravamo sullo stesso treno, ma per caso. Non ci rivolgiamo la parola dall’altra sera. Ora possiamo cambiare argomento?” le ho chiesto, indispettita dalla sua insolita invadenza.
“Come vuoi…basta che ti porti i tuoi fratelli a Milano, così me ne libero per un po’…” ha esclamato sorridendo.
Non so se resterò là.“.

Per la prima volta avevo esternato un pensiero che aveva iniziato ad aleggiare nella mia mente durante il viaggio.
“E dove andrai?” è intervenuto mio padre, dando ancora più rilevanza alla questione.
“Non lo so.”
“Non sei mai stata felice lì.” ha proseguito mia madre, per colmare il silenzio che avevo creato con la mia risposta.
“Già…” ho ammesso. Lo avevo negato per anni, ma avevo deciso di smettere di mentire a me stessa e alle persone intorno a me.
“La città in sé però non ha colpe…” ho aggiunto. “L’unica colpevole sono io, che ho scelto di aggrovigliarmi sempre di più in una vita che ho capito di non volere dal giorno in cui mi sono iscritta in università.”

“Appunto…Potresti anche riscoprirla sotto una luce diversa, no?”
“Hai già svuotato l’appartamento?”
“Quando torni su?”
Le tre domande sono arrivate in contemporanea, ma la risposta è stata univoca.
oltre-insieme“Non lo so. Non so nulla. So solo che in questo momento sono felice. Ero così spaventata all’idea di lasciarmi andare, di essere giudicata, di non sapere cosa verrà da adesso in poi…Resterò a Milano? Non lo so. Cambierò lavoro? Non lo so. Tornerò qui?”
Gli occhi di mia mamma sono diventati improvvisamente lucidi, ma ho finto di non essermene accorta e ho continuato a parlare: “Non lo so! La verità è che non ho ancora le risposte a queste domande. Non so nemmeno che cosa farò nei prossimi tre giorni. Ma ho capito che la vita non può essere pianificata a tavolino e per una persona come me, che ha sempre cercato di tenere tutto sotto controllo, questo è un grande cambiamento. Finalmente l’ho accettato.” ho concluso, respirando profondamente.
“E vi dirò di più…” ho continuato. Ormai ero un fiume in piena. “Sapete perché volevo tenere tutto sotto controllo?”
Ho proseguito senza aspettare alcun cenno da parte dei miei familiari, che mi osservavano increduli per quelle rivelazioni inaspettate. “Perché vivevo in un mondo pieno di illusioni. Apparentemente perfetto da fuori, ma incapace di reggersi in piedi da solo. Di quello mi occupavo io.” ho fatto una breve pausa. “Di preservarne l’integrità, intendo. Omettendo, nascondendo, chiudendomi in me stessa, piegandomi alla volontà di Gabriele…”

Quelle parole mi avevano permesso di capire che fossi pronta a creare qualcosa di nuovo, ad iniziare un percorso, che – a posteriori – posso dire sia stato lungo, tortuoso e pieno di ostacoli.
Come potevo immaginarlo?
Allora, mi sembrava di avere già scalato un muro e di essermi posizionata in un punto da cui riuscivo a vedere l’orizzonte, seppure in parte ancora annebbiato. Pensavo di doverlo scavalcare del tutto e di dover scendere dal lato opposto, per ricominciare a camminare in piano, finalmente serena.

Perché è così che funziona, no? I problemi sono finiti, vero? mi chiedevo ogni giorno. Invece dovevo sgretolarlo, quel muro. Ma mi sono serviti un po’ di mesi per capirlo.

Mentre ero lassù mi godevo il panorama, respiravo a pieni polmoni, mi giravo e trovavo…”Pronto, ciao Ste! Stavo pensando a te…”
“Ogni tanto lo fai, quindi…”
“Sempre. Sempre di più. Sempre più intensamente. Sempre più liberamente.
“Ciao Bellina, sei tornata finalmente.”
“Sì. Anzi, scusa per prima. Sai, mi sono trovata tra le mani un racconto di qualche anno fa e rileggerlo è stato…strano, come ti dicevo.”
“Devi ricominciare a scrivere.”
“Non ho detto che la storia è opera mia.”
“Perché, non è così?”
“Sì, lo è.” ho risposto, quasi sbuffando. “Non ti posso nascondere davvero niente.”
“Esatto. Non ci riuscirai mai.”
“Allora ti posso anche dire che leggendo quelle parole, non mi spiego come potessi nascondere a me stessa il fatto che non fossi felice. Erano così sincere…”
“Per questo devi scrivere. Anche adesso. E nel futuro.”
Per arrivare fino a me.
“Esatto, fino a te. Poi oltre, insieme.
Proprio quello che è successo.
Mano nella mano. Almeno per un po’.