rifugiarsi nei sogni

“Ho letto tutto d’un fiato…” ho scritto a Stefano appena sono arrivata in fondo al documento di venti pagine che mi aveva inviato poco prima. Ero tornata a casa da circa mezz’ora e non mi ero nemmeno tolta il cappotto.
“E quindi? Cosa ne pensi?” mi ha chiesto lui.
“Dammi qualche minuto, ti chiamo.” ho risposto istintivamente.
“Ci sei tra un’oretta?” mi ha proposto lui.
“Va bene, però domani devo uscire all’alba…cerchiamo di non fare troppo tardi.”
“Se vuoi ci possiamo anche sentire uno dei prossimi giorni.”
“Uno dei prossimi giorni?!” ho esclamato, senza aggiungere alcun commento.
“Dai, era un modo di dire…non ti voglio stressare.”
“Non ti riconosco più…quando torni da Bellina?” gli ho domandato.
Non me ne sono mai andato. Sono solo stanco, stressato e pieno di impegni.” mi ha risposto, quasi rassegnato.
“Ste, ti capisco. Però questo progetto dovrebbe bastare a tirarti su il morale…mi sembra un’opportunità eccezionale.”
“Ne sei convinta?”
“Sì.”

La paura e i dubbi si stavano facendo strada dentro di lui e lo percepivo così nitidamente che avevo l’impressione che si stessero impossessando anche di me, un’altra volta. Non avevo fatto in tempo a trovare la forza di rialzarmi e di fare ordine nella mia vita che mi ero subito ritrovata nel mare delle sue preoccupazioni. Il muro di forza che aveva eretto davanti a sè si stava, un po’ alla volta, sgretolando. La nebbia si infilava così nelle sue fessure, gli offuscava i pensieri, rapiva il suo coraggio. Pensavamo entrambi che, per qualche motivo, potesse essere immune da tutto questo, ma iniziavamo a comprendere che non sarebbe stato così, anche se Stefano non aveva nessuna intenzione di ammetterlo. Il ciclone non lo avrebbe risparmiato e – così come era stato per me – si stava abbattendo anche su di lui, proprio nel momento in cui entrambi pensavamo si fosse allontanato definitivamente.

“Non lo so…sto passando intere giornate e nottate su questi progetti…e se poi mi trovassi con un pugno di mosche?”
“Stai inseguendo un sogno. Da quando ti conosco non fai altro che parlarmi della ricerca…di come avresti voluto sfondare in questo campo…di quanto amassi la vita universitaria e di come ti rendesse orgoglioso il passato dei tuoi genitori in questo campo…è la tua passione, Ste…”
E’ la mia vita.
“Appunto… e quindi è normale che tu sia spaventato. Vedrai che riuscirai a fare tutto ciò che desideri, ne sono certa.”
“Quando parlo con te mi tranquillizzo in un istante.”
“Allora servo a qualcosa.” gli ho detto, sospirando.
“Tornerò presto a galla.”
“Non ci possiamo sentire adesso?” gli ho chiesto, dopo aver notato che l’orologio segnava mezzanotte passata.
“Non posso.”
“Sei con Laura?”
“Bellina…”
Basta dirlo.
“Non ti arrabbiare. Lo sai che per me ci sei solo tu…e sai anche che vivo come se ti avessi al mio fianco.
“Non c’è posto per me nella tua vita.”
“Ti sei presa il mio cuore e la mia mente, cosa vuoi di più?”
“Niente. Hai ragione.”
“Ti ho detto più volte che sistemerò tutto, piccola streghetta. Non mi abbandonare proprio adesso.”
“Come potrei…” gli ho risposto. “Finalmente comunque, era ora!” ho aggiunto dopo una pausa di qualche secondo.
“Cioè?”
“Sei tornato…Tu…è tornato Tu!
“C’è sempre stato, amore mio.”
“Mio. Sei un po’ mio?”
“Direi proprio di sì…un po’ tanto…un po’…tutto.”
“Chiamami appena sei libero.” gli ho detto. L’ultima parte della conversazione aveva spazzato via la nebbia e ci aveva riportati uno accanto all’altra. Sentivo sulla mia pelle il calore del suo corpo e non potevo fare altro che pensare a quanto mi mancasse il contatto con le sue mani.

rifugiarsi-nei-sogni“Pronto, Bellina?”
“Hey…eccomi. Come stai?”
“Stanco…ma non mi voglio più lamentare con te. Quindi parliamo di cose più importanti…”
“No, senti. Non è il momento più adatto…ho bisogno di dormire stanotte.”
“Che cosa hai capito? Ti volevo parlare del progetto che ti ho mandato.”
“Ah…ok, sì, certo…”. Per un attimo avevo temuto che avesse intenzione di spingersi in discorsi relativi al nostro rapporto e ho capito che – sebbene non apprezzassi il fatto che li evitasse quasi del tutto – ero io la prima a non volerli affrontare.
Ci sono situazioni in cui è difficile – se non addirittura impossibile – avere le risposte che si cercano se non si formulano le domande.
“Insomma…cosa ne pensi?” mi ha chiesto.
“Me ne intendo poco, quindi non sono in grado di darti un giudizio sul progetto in sè. Mi sembra ben strutturato e penso che possa funzionare. Soprattutto perchè ti riporterebbe da me…”
“Il paragrafo 2.4 è chiaro?”
“Signorsì.” gli ho risposto.
“E quello successivo…pensi che sia corretto usare quei termini in inglese? O forse è meglio che li traduca?” ha proseguito, ignorando il tono ironico con cui avevo cercato di riportare la conversazione ad un contesto meno professionale.
“No, lasciali in lingua originale. Non suonerebbero bene in italiano.”
“Quanto mi ami?”
“Ste…tanto.”
“Dovevi arrivare tu per farmi sentire come un tredicenne…sai qual è l’ultima sensazione che ho provato? E forse in assoluto la più assurda?”
“Quale?”
Brividi su tutto il corpo…pensando a cosa rappresenti per me.”
“E’ successo anche a me, ascoltando una canzone che associo a noi. E leggendo un libro, proprio stamattina…”
“Bellina, mia…ti vorrei qui, seduta in braccio a me, per rileggere insieme il documento.”
“L’hai già consegnato!” gli ho ricordato.
“E’ vero, ma devo preparare il discorso per venerdì mattina.”
“Vi incontrate lì in università?”
“Lì in università, sì.”
“Non ti seguo…” gli ho detto, smarrita.
“Lì…a Milano.”
“Non ti sopporto, Ste.”
“Dai, te lo stavo per dire…”
“Cosa aspettavi? Perchè me lo dici sempre all’ultimo?”
“Per farti una sorpresa.”
“Ok, ma…”
“E poi non vedo l’ora di portarti in giro per Boston…magari potremmo anche tornare a New York in quei giorni…”
“Sarebbe fantastico. Non ci posso nemmeno pensare…”
Ci innamoreremo di nuovo, lo sai?
“Lo so, come se fosse la prima volta. E sicuramente un po’ di più.”.

Il suono acuto del telefono mi ha fatto aprire gli occhi all’improvviso. Avevo alzato la suoneria al massimo perchè temevo di addormentarmi ed infatti, così è stato.
Stordita da quel risveglio alle 2 di notte, non sono nemmeno riuscita a leggere per intero il messaggio che Stefano mi aveva inviato.
“Bellina perdonami ma non sono riuscito a chiamarti…e ora sarà troppo tardi…” sono le uniche parole che mi ricordo, perchè l’ho cancellato senza rendermene conto.
Ho lanciato il Blackberry in fondo al letto e mi sono rifugiata di nuovo in quel sogno, uno dei tanti che mi ha coccolata, confortata e protetta quella notte e nei mesi successivi.

i primi segnali

“Mi ha fatto mandare una lettera dall’avvocato. Vi rendete conto?” Ho chiesto alle mie amiche, mentre osservavano allibite la busta che avevo appena appoggiato sul tavolo. Nessuna delle tre aveva il coraggio di aprirla.
“Beviamoci su.” abbiamo detto io e Anna in coro.
“Isa, posso essere sincera?” ha aggiunto lei in un secondo momento.
“Devi.”
“Sei davvero stupita?”
“No. Forse è proprio questo il problema.”
“Nemmeno io. Meglio così.”
“In che senso?”
“Ti sta dando una conferma dopo l’altra: hai fatto la scelta giusta!”
“Decisamente…” le ho risposto, sospirando. “Non che avessi dubbi.”
“Senti Isa…” ha continuato “Con Stefano come procede?”
“Vi ho raccontato del mio compleanno?”
Senza aspettare la loro risposta, mi sono lanciata con un racconto dettagliato della giornata in ufficio, della lettera sulla mensola e del regalo che avevo trovato nel cassetto.
“Un ciondolo a forma di carrozza. Ecco, questo.” ho detto, allungando il polso verso di loro. “Sul bigliettino c’era scritto Quando l’ho visto ho pensato subito a te. Buon compleanno, Principessa.
“Che bello…tutto…” ha commentato Anna, che era sempre la prima a prendere la parola in ogni situazione.
“Ho pianto per mezz’ora.”
“E perchè mai?” mi ha domandato.
“Ragazze, sono troppo presa e ho paura di soffrire. Non vi so spiegare perchè, ma è così. Ho la sensazione che si stia allontanando da me, nonostante i gesti dimostrino il contrario.”
“Hai provato a parlargli?”
“Sì, è molto sfuggente. Vi ricordate che era sempre il primo a intavolare certe discussioni, a farmi domande scomode e ad aprirsi senza che io gli chiedessi nulla? Da un po’ di tempo a questa parte non è più così. Si sta chiudendo in se stesso, pur continuando a farsi sentire e a dimostrarmi tutto l’Amore del mondo.”
“Da quanto? 16 giorni?” mi ha chiesto Valentina.
“Sì…insomma, beh…mi sembra di capire che sia piuttosto chiaro: da quando sono uscita di casa.”
“Ovviamente. Non si smentiscono mai.” ha aggiunto.
“Non generalizziamo.” ho ribattuto, probabilmente perchè non ero pronta ad affrontare un discorso di quel tipo.
“Ha lasciato la moglie?” ha subito incalzato lei.
“Non lo so. O meglio, sembrava che l’avesse fatto lei.”
“Classico, avrà fatto il possibile per farsi mollare.”
“Mi ha detto che aveva un altro, magari è la verità. Devono essere per forza tutti bugiardi?”
“E poi scommetto che è tornata da lui…”
Il mio cuore stava battendo all’impazzata ed ero certa che il mio viso stesse diventando sempre più paonazzo. Sentivo l’onda di calore che passava dal collo alle tempie
“Non lo so, Vale. Può darsi.”
Sono i primi segnali. Scappa finchè sei in tempo, Isa.” mi ha detto, alzando gli occhi al cielo.
“Sarebbe comunque troppo tardi per scappare. E oltretutto, i primi segnali di cosa?”
“Gli uomini sono tutti uguali. Non lascerà mai la moglie. Fidati di me. Che motivo avrei di dirtelo?”
“Allora…” ho iniziato la frase con lo stesso tono con cui lei si era rivolta a me “Intanto ti ho detto che non so se stiano insieme o meno, perchè non me ne importa nulla e non ne voglio nemmeno parlare. E poi ti vorrei fare presente che magari esistono le eccezioni. Certo che tu, con questo atteggiamento disilluso, non le incontrerai mai…
“Scusa Isa, forse sono stata troppo aggressiva. Ma sai come la penso.”
“Sì, lo so. Dici le stesse cose da anni. Ti chiedo solo di fare una sforzo e di cercare di guardare la mia situazione senza dare per scontato che debba necessariamente prendere la piega di tutte le storie che hai vissuto o sentito tu. Non credo che il nostro rapporto sia come gli altri.”
“E’ ciò che dice chiunque si trovi nella vostra situazione.”
“…Con una relazione parallela, è vero, ma di che tipo? In cui si mettono in gioco sentimenti così importanti? Non credo proprio.” le ho detto.
“Spero che sia davvero così. Ricordati però che parlo in questo modo solo per proteggerti.”
“Quando ho deciso di buttarmi in questa storia, mi sono ripromessa di farlo con tutta me stessa e non ho intenzione di fare un passo indietro proprio adesso. Non ho mai preteso che lasciasse la moglie. Certo, spero che lo faccia. O magari l’ha già fatto e tutti questi discorsi sono inutili.”
“Però tu percepisci che c’è qualcosa che non va.” ha commentato Valentina.

“Come scusa?” le ho chiesto.
“Ecco, l’abbiamo persa…”
Mi ero incantata sullo schermo del telefono, come mi succedeva ogni volta che ricevevo un messaggio di Stefano. Era come se qualcuno abbassasse all’improvviso i rumori intorno a me. Sentivo le voci più lontane, vedevo le immagini meno nitide, perdevo immediatamente il contatto con la realtà e il filo del discorso.

“Streghetta, che fine hai fatto?”

“Non rispondergli subito.” mi ha suggerito Valentina, cercando di togliermi il telefono dalle mani.
“Ma figurati…non faccio questi giochetti con lui…” le ho risposto, mentre iniziavo a digitare la risposta.

“Sono uscita con delle amiche. Tu?”
“Sono in università. Se ti mando un documento, mi dici cosa ne pensi?”
“Certo.”
“Mandato.”
“Avevi già il mouse puntato su Invia?”
“Esatto. Guardalo quando riesci, senza stressarti.”
“Lo guardo appena arrivo a casa.”
“Grazie Bellina. Non te ne ho parlato prima perchè sai bene quanto conti il tuo parere per me. Temevo di non riuscire a consegnare il file in tempo.”
“Di che cosa si tratta?”
“Sorpresa!”

“Isabella…torna tra noi!” mi ha scritto Anna su Whatsapp.
Ho alzato lo sguardo abbozzando un sorriso, in cui era implicito il concetto di Torno subito.

“Sono troppo curiosa.”
“Vedrai…vedrai…”
“Perchè ti sento distante?” gli ho chiesto, approfittando di quel momento di ritrovata intimità.
“Io sono qui, non mi sono mai mosso.”.

“Ragazze, non so come spiegarvelo, ma mi sembra impaurito.”
E se fossi tu ad esserlo?” mi ha chiesto Simona, che era rimasta in silenzio fino a quel momento.

Quella domanda mi ha fatto riflettere molto più di quanto potessi immaginare. Sebbene a parole dicessi di essere coraggiosa, di guardare solo avanti, di accettare tutto ciò che la vita mi avrebbe riservato, dentro di me sapevo che non era così.
Lo volevo tutto per me e al più presto. Ero stanca di aspettare, ma allo stesso tempo non facevo nulla per farglielo capire.
Preferivo accettare quella situazione piuttosto che cercare di cambiarla perchè non volevo sconvolgere il nostro equilibrio. Ma soprattutto, non volevo perdere il mio: sapevo che, se lui si fosse spostato, in quel momento non sarei riuscita a rimanere in piedi da sola. Non mi rendevo conto che si trattava dello stesso errore che avevo commesso nella mia relazione con Gabriele. Quello di non essere indipendente.

i-primi-segnaliEro così terrorizzata al pensiero che Stefano potesse cambiare idea su di noi che, a tratti, perdevo di vista me stessa per stringermi il più possibile a lui e tenere insieme tutti i pezzi del nostro presente e del nostro futuro.
Così facendo, però, mettevo da parte uno dei doni più importanti di quel percorso – l’essermi “ritrovata” – e uno degli aspetti più significativi del nostro rapporto – la certezza che ci saremmo stati, per sempre, uno per l’altra.

La mia amica, nella sua visione pessimistica dell’esistenza, aveva ragione.
I primi segnali, anche se frutto di timori e insicurezze personali, sono pur sempre dei segnali di qualcosa che sta cambiando e che magari, un giorno, saremo costretti a lasciare andare. 
Anche di fronte ai sentimenti più solidi e ad un progetto che, con ogni probabilità, l’avrebbe presto riportato a Milano.

 

doveva andare così

“Il tuo?” mi ha chiesto, mentre ero assorta nei miei pensieri.
“Il mio cosa?”
“Qual è stato il giorno più brutto della tua vita?”
“Ah…beh, quello in cui ho iniziato a capire che la mia relazione con Gabriele non avrebbe mai potuto avere un lieto fine e che tutti gli sforzi e i sacrifici che avevo fatto fino a quel momento, non sarebbero serviti a nulla. Gli ingranaggi non giravano nel modo corretto o, per dirlo in un modo più poetico, era evidente che la nostra storia non fosse scritta nelle stelle. O che forse lo era, ma per un periodo di tempo limitato.”
“Mi dispiace. Credo di essere la causa di tutto questo.”
“A dire il vero non è così. E’ stato un giorno di qualche anno fa, quando tu non avevi ancora fatto comparsa nella mia vita…intendo la seconda volta.”
Ho fatto una breve pausa, aggiungendo qualche istante dopo: “Ero in aeroporto da sola, mentre aspettavo che iniziasse l’imbarco per un volo che avevo sperato con tutte le mie forze che prendessimo entrambi. Ma Gabriele non ne aveva voluto sapere e così sono rientrata in Italia da sola. Lui voleva restare a Singapore e non accettava l’idea che non la pensassi allo stesso modo. Vorrei poter tornare indietro e rivivere quel giorno con la lucidità di oggi e sedermi di nuovo di fronte al gate B10. Alzare lo sguardo, fare un respiro profondo e osservare gli aerei che quel giorno partivano verso una miriade di destinazioni, le stesse che avrei potuto raggiungere io, se non mi fossi limitata a fissare il pavimento con gli occhi pieni di lacrime.”
“E poi?”
“Dopo un periodo in cui entrambi abbiamo fatto la spola da una parte all’altra del mondo, ha ricevuto una proposta di lavoro per rientrare nell’ospedale in cui si sarebbe dovuto specializzare se non avesse deciso di trasferirsi all’estero, quindi ha accettato – con una buona dose di rimorsi, ripensamenti e accuse nei miei confronti – ed è tornato qui. Io nel frattempo avevo trovato un lavoro in un’azienda che dovresti conoscere molto bene…” ho detto, alludendo alla società in cui i nostri percorsi si erano incrociati di nuovo.
“Direi di sì…”
“E comunque quella sensazione è sempre rimasta sotto la mia pelle, anche in momenti apparentemente positivi. La definirei…di precarietà. Sì, è il termine corretto. Nel mio cuore ero certa che si trattasse di una storia che non sarebbe durata per sempre…o che si sarebbe trasformata in qualcosa di negativo. Se solo lo avessi ascoltato…”
Doveva andare così.” ha commentato Stefano.
“Può darsi…ma trovo che sia un concetto difficile da accettare. In generale, intendo…”
Lo è fino a quando non hai completamente voltato pagina. Fino a quando c’è qualcosa di irrisolto, credo. Non solo nel rapporto con l’altra persona, ma anche – e soprattutto – in quello con te stessa.”.

Aveva c’entrato il punto, come sempre.
In fondo non ero ancora riuscita a trovare una giustificazione o un senso al mio comportamento remissivo di quegli anni, quindi non solo non mi rassegnavo all’idea che le cose fossero andate in un certo modo, ma continuavo anche a farmi domande e a colpevolizzarmi.
O per lo meno è stato così fino a quel giovedì pomeriggio.
Una volta rientrata a casa, il portinaio mi ha allungato una busta su cui avevo l’impressione che lampeggiassero delle lettere. AVV.
Avvocato.
Gabriele si è rivolto ad un avvocato.
Non riuscivo a focalizzarmi sul fatto che non avesse alcuna motivazione plausibile per farlo. Forse perchè sapevo che, in fondo, da una persona scorretta ci si può aspettare qualsiasi cosa.

Qualche giorno prima mi aveva comunicato via sms la sua decisione di dormire da un collega fino a data da destinarsi, invitandomi comunque a svuotare l’appartamento al più presto, cosa che non mi ero minimamente posta il problema di fare, sebbene anch’io avessi trovato una sistemazione temporanea da una coppia di amici e non fosse semplice rinunciare al mio guardaroba e agli oggetti che riempivano la mia quotidianità. Ad ogni modo non eravamo ancora riusciti a confrontarci sul futuro di quell’investimento comune e non avevo nessuna intenzione di traslocare prima di avere trovato un accordo.
Quel giorno però avevo deciso di riappropriarmi di un tailleur che volevo indossare per una riunione della mattina successiva, così mi sono imbattuta in quel gesto che non faceva altro che confermarmi che lasciarlo era stata la decisione più sensata che potessi prendere.

“Gabry, ho bisogno di parlarti. A quattr’occhi.” gli ho scritto, dopo aver terminato la lettura.
“A che pro?”
“Ho trovato questa bella sorpresa.” gli ho detto, sventolando il foglio con la mano come se lo potesse vedere anche lui. “C’era bisogno di procedere per vie legali? Ma sei impazzito? Non riesco nemmeno a capire cosa ci sia scritto qui dentro.”
“Chiedilo al tuo avvocato.”
“Non ce l’ho, cazzo. Non ce l’ho. E non avrei mai pensato di doverne cercare uno. Ma non ho nessuna intenzione di farlo.”
“Peggio per te.” mi ha risposto, mentre la rabbia era arrivata persino ad offuscarmi la vista.
“Ci possiamo vedere? Te lo chiedo per favore.”
“Va bene. Sono qui sotto.”
“Ah…” non ero pronta a quella risposta, ma a quel punto non mi sono potuta tirare indietro. “Allora sali.” gli ho detto, con voce tremante.

Siamo stati insieme poco più di un quarto d’ora, perchè non riuscivo a tollelare la freddezza con cui si rivolgeva a me. Mi parlava con il gelo nel cuore  e negli occhi, come se quello che c’era stato tra di noi non avesse la minima rilevanza o addirittura non fosse mai esistito.
Da tutto a niente in poco più di una settimana.
Da promesse, impegni, certezze a freddezza, apatia e un profondo senso di vuoto.
Avrei forse avuto meno difficoltà a capire sentimenti come odio, rancore, delusione.

C’è chi sostiene che fosse un modo per mascherare quello che provava davvero in quel momento.
Chi cerca di convincermi del fatto che ognuno reagisce allo shock in modo diverso.
Per me invece quell’atteggiamento è stata la conferma della sua passività nei confronti della nostra storia e della vita in generale.

“Va bene, mi cercherò un avvocato, se è questo che vuoi.”
“Non vedo altra soluzione.”
“Gabry, la soluzione – per un problema pressochè inesistente – sarebbe il dialogo. E’ semplice. Ma è evidente che tu mi voglia fare un torto e vorrei capire perchè. Anzi, sai che ti dico? Non me ne importa nulla. Fa’ come ti pare. Per una volta sono io a dirtelo.”

Il gelo, quel giorno, è entrato anche dentro di me e lo sgomento iniziale non ha lasciato il posto a nulla.
Anzi, ha lasciato il posto al nulla.

doveva-andare-cosiGabriele si è girato all’improvviso e ha lasciato l’appartamento senza salutarmi, lasciando un discorso a metà, come era solito fare.
Doveva andare così, mi sono detta. A quel punto non avevo più alcun dubbio.
Mentre usciva dalla porta, mi sono ritrovata sommersa da tutto ciò a cui avevo rinunciato fino a quel giorno per cercare di stargli accanto.
Da tutti i sogni che avevo messo da parte.
A partire da quello di vivere una relazione basata su un sentimento vero.

il giorno più bello

“Di fronte a queste parole mi sento piccola e grande allo stesso tempo.
Piccola perché quasi impotente. Grande perché matura.
E’ incredibile pensare che fino a qualche giorno stavo percorrendo una strada che non mi avrebbe mai portata a scoprire tutto questo.” ho scritto a Stefano dopo qualche minuto di riflessione.
“Magari ci saresti arrivata lo stesso…”
“Non credo proprio, Ste. Se non avessi incontrato te, mi sarei fermata al grigio…il colore che aveva la mia vita fino a poco fa. Un grigio di varie tonalità, più o meno scuro a seconda dei momenti, ma comunque grigio.”
Il colore della nebbia.
“Già…e pensare che si era fatta ancora più fitta quando abbiamo iniziato a sentirci, qualche mese fa.”
“Non che adesso non lo sia.” mi ha risposto, spiazzandomi.
“Basta non permettere che succeda. Devi guardare avanti con forza e determinazione, se non vuoi che il freddo buio della paura prenda possesso della tua vita…
“Vorrei essere saggio come te, Bellina.”
“Sai chi mi ha insegnato tutto questo?”
“I tuoi genitori?”
“No.”
“I tuoi fratelli?”
“No.”
“La tua insegnante di lettere del liceo?” mi ha domandato, questa volta con tono scherzoso.
“No…Tu.
“Non è vero. Mi dai sempre meriti che non ho.”
“Non me l’hai insegnato a parole e forse per questo non te ne sei accorto. L’hai fatto con il tuo Amore, la tua presenza, il tuo modo dolce e sincero di dirmi…”
“…che sei stupenda.” ha continuato lui.
“Un po’ alla volta tutte le cose belle che mi hai detto si sono depositate in fondo al mio cuore e mi hanno dato la forza che mi serviva per farlo parlare e per capire che si meritava di più. Molto di più. Ad esempio, una lettera come quella che ho appena letto.”
“Per te ci sarò sempre, lo sai, vero?”

Mi ricordo bene quanto quella domanda mi fosse sembrata strana. Perché, come potrebbe essere diversamente? gli avrei voluto chiedere a mia volta. Ma ho preferito non sollevare ulteriori interrogativi.
“Certo.” gli ho detto.
“Mi metto a lavorare, dai…”
“No, aspetta.”
“Dimmi, Bellina.”
“Sai che non ti chiedo mai nulla, ma…ti ricordi che qualche settimana fa mi hai scritto una lunga email che finiva con queste parole: ti prometto che quando lo vorrai, ci sarò?”
In qualsiasi veste, ma ci sarò…” ha aggiunto lui.
“Esatto. Ecco, oggi compio 29 anni. Vivi dall’altra parte del mondo, non so se solo o in compagnia, perché la verità è che non sto capendo più nulla e oltretutto non sei tenuto a dirmelo.”
“Bellina…Ti prometto che ai 30 ci sarò.”.

Sono stata in silenzio qualche secondo, prima che lui mi domandasse: “E’ questo che volevi chiedermi, vero?”
“Sì.”
“E’ la stessa cosa che ho pensato stamattina mentre ti scrivevo la lettera. Se non siamo uno di fronte all’altra, è solo colpa mia.”
“Non ti preoccupare, hai così tante cose a cui pensare…”.
Lo giustificavo sempre, senza nemmeno rendermene conto.

“Riuscirò a sistemare tutto.”
il-giorno-piu-bello“Ti aspetto.”
“Non si dice mai Ti aspetto ad un uomo, lo sai?”
E tu lo sai che ti aspetterò comunque, vero?”
“Piccola…”
“Intendo dire che mi troverai sempre, ma non ti preoccupare…la mia vita andrà comunque avanti. Non ti sto dicendo che ho intenzione di metterla in pausa nell’attesa di averti tutto per me.” ho precisato, graffiandomi il cuore ma cercando di alleviare il peso di quella frase.
“Non sarà per molto.”
“Ne sono sicura.” ho confermato, sebbene non ne fossi pienamente convinta.
“Non vedo l’ora di averti qui.”
“Mi vieni a prendere all’aeroporto?” gli ho chiesto, come se dovessi partire poche ore dopo.
“E me lo chiedi? Ci troviamo davanti al bar che si trova subito dopo le porte scorrevoli all’uscita dei voli internazionali.”
Sarà il giorno più bello della mia vita.” gli ho detto, mentre sulla mia pelle sentivo già il calore del nostro abbraccio.
“Chissà…ce ne saranno così tanti…uno più meraviglioso dell’altro…”
“Sì…sai, ultimamente mi è capitato di pensare più volte ad una cosa. Mentre riesco con estrema facilità ad identificare una data – ed in particolare un momento – che cancellerei immediatamente dal calendario, perché senza alcun dubbio rappresenta il giorno peggiore che ho vissuto fino ad oggi, non posso dire lo stesso di quello migliore. Credo di non averlo ancora vissuto. Insomma, per ora non ce n’è uno che brilla più degli altri. Quindi, adesso che ho questa consapevolezza, sono ancora più curiosa e lo sto aspettando con tutta me stessa.”
“Vediamo…” ha detto lui, prendendosi un po’ di tempo per riflettere “Se penso al mio giorno più bello, mi viene in mente uno sguardo. Indovina quale…”
“Dimmelo tu.” gli ho risposto, certa che si riferisse a noi due.
Dal mio tono di voce, Stefano ha capito subito che avessi frainteso. “Beh, sicuramente negli ultimi mesi ci sono stati un’infinità di momenti magnifici, però…”
Come avevo potuto immaginare che stesse parlando di noi? mi sono chiesta, dandomi della stupida. Ma dopotutto, a pensarci bene, non si trattava di un pensiero così folle.
“Però il giorno più bello l’ho vissuto qualche anno fa, nel 2009. Il 28 febbraio, per la precisione. Doveva essere un lunedì come un altro, invece mio nipote aveva deciso di far capolino nella nostra vita con un mese di anticipo. Ricordo ancora la felicità di mia sorella Giorgia quando ha dato alla luce quel bambino bellissimo e soprattutto quella dei miei genitori e di riflesso, la mia.”
“Perché di riflesso?”
“Gioivo nel vederli al settimo cielo.”
“E tu non eri felice?”
“Credo…cr-credo di sì.” ha balbettato. “Non me lo sono mai chiesto. Sicuramente ricordo con maggiore lucidità la loro felicità, piuttosto che la mia.”
“Allora stai aspettando anche tu il tuo giorno più bello…”
“”Forse sì. Quello più brutto, invece…”
Il suo silenzio mi aveva fatto intendere che non avesse voglia di condividere i suoi pensieri.
“Non importa. Non volevo sapere quali fossero i tuoi. Volevo solo renderti partecipe del ragionamento che avevo fatto.”
“E’ stato il giorno della mia laurea.” ha continuato. “Mancavano sia lei…” ho capito subito che si riferiva alla sorella “…che mio padre, che era in ospedale nel letto accanto, per farle compagnia.”
“Mi dispiace Ste, non era mia intenzione spingermi fin qui.”
“L’ho fatto io. Sei l’unica persona con cui posso condividere tutto questo. Ogni tanto fa bene, sai?”
“Che cosa, esattamente?”
“Fare riaffiorare questo dolore.”.

Non parlava quasi più di se stesso, ma nelle rare occasioni in cui si lasciava andare capivo sempre di più che il sorriso, che illuminava il suo volto in ogni momento, nascondeva un mondo profondo e misterioso, a cui difficilmente avrei avuto accesso.