vi presento un sogno

“Dopo di te…” mi ha sussurrato all’orecchio dopo essersi accorto che i ragazzi che ci avevano preceduto stavano lasciando il posto davanti ai microfoni.
“Ste, non mi mettere in difficoltà, preferirei stare seduta qui. Il progetto è tuo.”
“E’ nostro. Se non ci fossi stata tu non avrebbe mai visto la luce. Vorrei che tutti lo capissero.”
“Non lo capirebbero comunque, credimi.”
“Pensi davvero che non si noti?” mi ha chiesto, mentre riordinava distrattamente i fogli su cui aveva segnato i temi da affrontare durante il discorso.
“Cosa?”
Improvvisamente si è voltato verso di me.
“Sei tu la mia fonte di energia.” mi ha risposto, fissandomi negli occhi senza distogliere lo sguardo nonostante nel frattempo il moderatore avesse pronunciato il suo nome ad alta voce.

“Credo che tocchi a lui.” mi ha detto il ragazzo seduto al suo fianco, sporgendosi verso di me per farmi un timido cenno con la mano.
“Sì, ora andiamo.” l’ho subito rassicurato.

Mi sono voltata di nuovo verso Stefano ed ho annuito, sorridendo.
“Ti amo.” mi ha detto, cogliendomi alla sprovvista.
“Sei pazzo.”

Mentre lo seguivo sul palco sentivo il calore che mi pervadeva le guance.
“Buongiorno a tutti, mi chiamo Stefano, sono nato a Genova, ma vivo da diversi anni a Milano, dove ho avuto la fortuna di incontrare Isabella…”
“Hai fatto una dichiarazione d’amore, ti mancano le rose in mano…” ha commentato un esaminatore.
“Eccole…” ha ribattuto, portando il braccio dietro la schiena.
L’ho fulminato con lo sguardo, incredula e sempre più accaldata.
“Sto scherzando, non ti preoccupare.” mi ha detto, invitandomi a salire sull’ultimo gradino.
“Buongiorno…” ho salutato a mia volta, senza alzare gli occhi dal pavimento, ma con un sorriso timido che iniziava a comparire sulle mie labbra.
Ci siamo scambiati un cenno di intesa e subito dopo Stefano ha preso la parola.
Vi presento un sogno.” ha detto con orgoglio, facendo comparire la prima slide della presentazione.
Ha iniziato a raccontare il progetto con lo sguardo fisso nella mia direzione. Sembrava non riuscire a staccarmi gli occhi di dosso, sebbene non potessi dire che fosse poco concentrato. Parlava con la lucidità che mi sembrava avesse perso nel corso delle ultime settimane e che invece, quel giorno, lo stava guidando verso un grande traguardo. Il pubblico annuiva convinto, sembrava quasi spronarlo ad andare avanti, ascoltava le sue parole e nel frattempo osservava me, forse chiedendosi quale fosse la nostra storia e quale sarebbe stato il nostro destino.
Trovarci è stato tutto fuorché semplice, ma è stata la nostra più grande fortuna, avrei voluto dire loro. E così annuivo anch’io, osservando Stefano con un sentimento che riempiva ogni spazio del mio corpo, senza appesantirlo ma, al contrario, facendolo sentire leggero, sensibile, puro.

“Vorrei tornare in Italia e partire con questo progetto appena possibile.” ha concluso.
“Perché non negli Stati Uniti?” ha domandato un ragazzo seduto in prima fila.
“Nonostante tutto, credo molto nelle potenzialità di questo Paese e sono pronto a rischiare. E’ il sogno della mia vita.”
“E poi qui c’è Isabella.” ha aggiunto un altro. “Ma magari lei ti seguirebbe anche a Boston.”
Spiazzata più dai toni informali, nettamente in contrasto con quelli utilizzati nei precedenti colloqui, che dalla frase, ho risposto “Certo. Dappertutto.”, lasciando Stefano interdetto. Credo che non si aspettasse una mia reazione così spavalda.

“Grazie ragazzi, vi comunicheremo a breve il verdetto. Sicuramente avete lasciato il segno.” ci ha detto poco dopo un potenziale investitore. “Il team è fondamentale in un progetto. E voi siete una coppia speciale. Scommetto che se ne sono accorti tutti quelli che sono entrati in contatto con voi. Anzi, ne ho la certezza. Vi invidio molto, sapete? Anch’io avevo trovato una persona…anzi, la persona. Ma le cose non sono andate come speravamo. Visto che abbiamo parlato di tecnologia fino a poco fa, posso dire che occorre riprogrammare la propria vita per farci guidare dai sentimenti più veri. Noi non siamo stati in grado di farlo: pensavamo che fosse più semplice, ma l’entusiasmo iniziale è presto svanito: sono bastate le prime difficoltà, i primi fantasmi del passato riapparsi all’improvviso, i primi problemi che credevamo essere risolti e che invece sono tornati a fare capolino. Vi auguro il meglio.”
“Grazie.” abbiamo risposto in coro.

Siamo rimasti in silenzio durante tutto il tragitto che ci ha portati fuori dall’università.
“Chissà chi era quel tipo.” ha sussurrato Stefano accendendosi una sigaretta.
“Non avevi smesso di fumare?” gli ho chiesto, alzando gli occhi al cielo.
“Sì lo so, sono un cretino. Ma ne ho bisogno in questo momento.”
“Sai come la penso. Comunque non ho idea di chi fosse. Ho notato che ci osservava con attenzione. Sarei curiosa di ascoltare la sua storia.”
“La sua, quella del ragazzo appoggiato al muretto, quella di questo che attraversa la strada…esiste un racconto che non saresti curiosa di ascoltare?”
“A dire il vero no.” gli ho risposto, divertita.
“Incrociamo le dita, Bellina. Se scelgono il nostro progetto, potrebbe cambiare tutto…”
“Lo spero.” ho risposto, sospirando.

Ero così coinvolta fisicamente ed emotivamente nel nostro rapporto che non riuscivo più a distinguere ciò che era mio, suo e nostro. Quel lavoro – o forse dovrei chiamarlo sogno – di cui mi aveva resa così partecipe e in cui mi ero buttata a capofitto, era effettivamente anche mio? E quindi nostro? O solo suo?
La risposta che darei oggi è completamente diversa da quella che avrei dato allora.
Per me esisteva solo un noi.
Speravo che ricevesse il finanziamento perché pensavo che in quel modo tutti i problemi si sarebbero risolti: sarebbe tornato a Milano, avremmo iniziato a lavorare insieme, ci saremmo sposati, avremmo fatto una famiglia.
In tutto questo io dov’ero? Semplice, non c’ero.

Dovevo ancora imparare a prendermi cura dei miei sogni.


[Benedetta]
Per scrivere questo post ho preso spunto da una foto che ho pubblicato su Facebook sei anni fa.
Vagavo pensierosa per le vie di New York in cerca di un segnale, quando mi sono imbattuta in questo messaggio di un artista – James De La Vega – che in quel periodo si aggirava nella zona in cui vivevo. L’ho fissato incantata per qualche minuto, ho scattato la foto ed ho proseguito la mia passeggiata.

Solo oggi ne capisco il significato.
Tutto sommato è facile parlare di sogni: un viaggio, un figlio, un titolo di studio, un successo in ambito lavorativo. Molto più difficile è parlare “del” sogno: credo che become your dream si riferisse a questo.
Come voglio essere (chi sono)? Come voglio crescere? Come voglio vivere? Sto diventando quello che sognavo?
Sono queste le domande che dovremmo porci di tanto in tanto.
Io l’ho fatto l’altro giorno, quando ho ritrovato la foto.
Ho capito che sei anni fa mi mancava la consapevolezza – avevo tanti sogni pratici, ma non avevo mai pensato a cosa desiderassi davvero per me e per il mio futuro. Forse perché non mi era chiaro chi fossi io…perché è proprio da qui che parte tutto.

play

La mattina successiva, prima ancora di accendere la luce nella stanza, sentivo già le palpebre pesanti. Non avevo dormito poche ore, ma mi ero svegliata più volte nel corso della notte. Mi sono trascinata in bagno per guardarmi allo specchio e cercare le forze per affrontare quella che senza dubbio sarebbe stata la prima di due lunghe giornate di lavoro.
Iniziavo con una riunione alle 8, alla quale cui sarebbero seguiti altri due, tre, quattro o chissà quanti incontri con i nostri colleghi dei principali uffici europei e nord americani. E per finire aperitivo, cena, dopocena. E il giorno successivo la storia si sarebbe ripetuta, con altri capi, su argomenti che non mi ero nemmeno presa la briga di approfondire.

Ho fatto colazione sulle note di Stereo Love, senza nemmeno sedermi, per paura di addormentarmi sul tavolo. Quella canzone mi faceva compagnia da diversi mesi. L’avevo salvata nella playlist “Bellina”, che ascoltavo in loop dalla mattina alla sera, soprattutto nei giorni più difficili, quando avrei voluto spegnere il cervello e mettere in pausa il tempo, perchè mi sembrava scorresse troppo in fretta,  o meglio – più velocemente della mia capacità di prendere decisioni.
Si era arricchita di tanti pezzi completamente diversi tra loro e ognuno rappresentava un momento specifico del mio percorso. In tutte le note, comprese quelle più malinconiche, c’era Stefano.

Stefano.
Lo Stefano con cui ero in contatto – telefonico ma soprattutto mentale, in quel senso immateriale che solo noi due potevamo capire – a qualsiasi ora del giorno e della notte e che ora alternava momenti di estrema dolcezza e serenità a istanti di inspiegabile ansia e freddezza.
La persona che fino a poco tempo prima mi cercava in modo costante da quando apriva gli occhi a quando li richiudeva la sera, che si svegliava durante la notte per scrivermi, che si agitava se non riceveva una risposta quasi in tempo reale…e che ora non riusciva a chiamarmi.

Perdonami ma non sono riuscito a chiamarti.
Le parole riecheggiavano nella mia mente mentre fissavo la tazza in cerca di una spiegazione.
“Non ti preoccupare.” gli ho scritto qualche minuto dopo.
“Bellina mi manchi tanto e non vedo l’ora di abbracciarti.” mi ha risposto quasi in tempo reale.
“Ti ho sognato stanotte.”
“Cosa facevamo?”
“Parlavamo del tuo progetto.”
“Non abbiamo ancora avuto modo di discuterne…lo faremo a quattr’occhi.”
Mi sono subito tornati in mente tutti i dettagli della conversazione immaginaria che avevamo avuto durante il sonno.
“Venerdì? gli ho domandato, con tono convinto.
“E come fai a saperlo?”
“Te l’ho detto…ti ho sognato. Ho già assistito a questa conversazione…” ho detto, quasi incredula.
“Sì, arrivo dopodomani. Facciamo come ai vecchi tempi?”
“Vecchi? E poi non mi dire che non sei cambiato.”
“E’ un modo di dire…ti volevo proporre di fare una fuga delle nostre…”
Ero stanca di fuggire, nascondermi, fare finta che fosse tutto a posto, ma allo stesso tempo mi sentivo inerme di fronte a lui.
Lo amavo come non avevo mai amato nella vita. Pensavo che stesse attraversando un momento di difficoltà, lo stesso che avevo vissuto io fino a poco tempo prima, ed ero disposta ad accettarlo. Il profondo senso di gratitudine che avevo nei suoi confronti mi dava la forza di passare sopra a tutto.
Del resto ero convinta che la situazione si sarebbe sbloccata quanto prima e che quella fosse una tappa obbligata per proseguire la vita mano nella mano.
“Dove andiamo?” gli ho chiesto, d’impulso.
“Lo scoprirai tra 72 ore.”
“Manca pochissimo!” ho esclamato felice.
“Bellina, ti va di presentare il progetto insieme a me?”
“Sei serio?”
“Certo…sarebbe un onore.” mi ha risposto.
“Ma…ma non saprei cosa dire.”
“Hai letto tutto il documento?”
“Sì, ma…”
“Ti voglio sul palco accanto a me.”
“Facciamo una prova prima?”
“Come preferisci. Se ti senti più sicura, per me va bene. Anche se preferirei improvvisare. Noi due, la nostra intesa…gli investitori sceglierebbero noi solo per questo.”
“Nel sogno dicevi di voler preparare un discorso.”
“Con te non serve.”
“Almeno dividiamoci i paragrafi.” l’ho implorato, per paura di non essere all’altezza.
“Da quando ti spaventa l’idea di parlare in pubblico?” mi ha chiesto, quasi rimproverandomi.
“Da quell’incontro può dipendere il tuo futuro a Milano. Devo aggiungere altro?”
“Se qualcosa dovesse andare storto, troverò comunque un modo per tornarci. Non ti lascio andare, Bellina…”
“Mi hai convinta…”
“Ci vediamo venerdì. Mi raccomando, puntuale!”
“Io sono sempre puntuale. Tu, piuttosto…” ho ribattuto.
“Ma smettila! Non ti ho mai fatto aspettare. Principessa…”
“E’ vero.”
“Ci sentiamo più tardi?”
“Quando vuoi.” mi ha risposto, aggiungendo poco dopo “Potresti anche cercarmi tu ogni tanto.”
“Non so dove sei, con chi sei, cosa fai. Penso sia chiaro il motivo per cui aspetto sempre che lo faccia tu.”
“Hai ragione. Ma per te ci sono sempre, ricordatelo.”
“Sì, Ste.” gli ho detto, per chiudere il discorso. Era inutile parlarne: lo cercavo solo quando avevo la certezza che Laura non fosse con lui.

Quel venerdì mattina mi sono svegliata con un’energia che non sentivo da tempo. Dopo la doccia ho scelto con cura cosa indossare e mentre mi allacciavo la cerniera della gonna ho letto un messaggio di Stefano ed ho avuto l’impressione che mi stesse osservando.
“Ti stai preparando? Sarai bellissima con quella gonnellina nera.”
“Ma…? E tu come lo sai?”
“Ti immagino…ti aspetto qui sotto.”
“Davvero? Pensavo che andassi direttamente in università. Vuoi salire un attimo?”.

Qualche secondo dopo lo osservavo dalla telecamera del citofono.
“Buongiorno, prego salga pure. Terzo piano, seconda scala a destra.”
“Con piacere, sarò lì in men che non si dica!”.
Ho sentito le porte dell’ascensore che si aprivano e un brivido mi ha percorso la schiena. Di una cosa ero certa: in quel momento non c’era alcuna delusione, incomprensione o gesto che potessero farmi mettere in discussione il mio sentimento per Stefano. Il mio corpo reagiva da solo agli stimoli, la mia mente viaggiava libera, non potevo tenere in gabbia alcun tipo di pensiero. Non riuscivo a smettere di sognare ad occhi aperti.

“Bellina…eccoti finalmente.” mi ha detto, prendendo il mio viso tra le mani e avvicinandosi per darmi un bacio.
“Mi sei mancato.”
“Tu di più.”
“Tu.”
“Tu.”
“Tu.”
Mi ha sfiorato le labbra più volte, fino a quando, ritrovandomi con le spalle al muro, non potevo indietreggiare ulteriormente.
“Puoi mettere in pausa il mondo?” gli ho chiesto. Avrei voluto vivere in quell’istante all’infinito.
“Ho appena schiacciato play. Non ci ferma più nessuno ormai. Non lo farò di certo io.”
Voglio vivere così. Per sempre.”
“Anch’io.” mi ha risposto, spingendomi dolcemente verso il divano.
“Guarda che facciamo tardi, Ste.”
“Hanno spostato il mio intervento di un’ora.”
“In questo caso…” ho continuato, lasciandomi andare.
“Sei stupenda.”
“Non mi spettinare.”
“Vedo cosa riesco a fare…”.
Ho chiuso gli occhi e d’istinto ho ripensato alle sue parole di qualche mese prima: “…poi un giorno pubblicheremo un libro su di noi.”.
Ho visualizzato l’immagine di un romanzo in cui le nostre avventure, ma soprattutto i nostri sentimenti, potessero prendere vita. Ho deciso che un giorno ci avrei provato, perché sarebbe stato proprio quello l’unico modo per rendere eterna l’intensità di quel rapporto.
Non sarebbe più stato necessario premere pausa. Quei momenti sarebbero stati stampati su pagine bianche, colorate da un Amore così grande che non poteva far altro che farsi portavoce della propria bellezza.