immenso

“Allora Bellina, ti passo a prendere più tardi?”
“Sono venuta in ufficio in macchina perché devo andare da un cliente stamattina. Ti raggiungo io, dimmi dove…”
“Ti va di venire in ufficio da me? Se così si può definire.”
“Hai un ufficio?” gli ho chiesto sorpresa.
“Non esattamente. Mi sono ricavato uno spazio nello studio di architettura di un mio amico in Brera. Ti mando la posizione da Whatsapp. E’ una piccola stanza, ma c’è tutto ciò che mi occorre per lavorare. Dai, vieni qui! Voglio farti vedere un po’ di cose.”
“Va bene. Non prima delle 19.30 però…è troppo tardi?”
“Tardi? Lavoro sempre fino a notte fonda. Se ti va poi possiamo uscire a cena.”
“Addirittura…” ho ribattuto con sarcasmo.
“Streghetta…sei un po’ sulle tue oggi…”
“Non è vero.” gli ho risposto, sapendo di mentire.
“Sì, sei un po’ sulle tue. Devi farmela pagare.” ha continuato. “Ti difendi da me.”
“E’ il minimo.” ho confessato.
“Come darti torto. Mi farò perdonare.”
“Vedremo…a dopo, Ste. Ti scrivo quando sto per avviarmi.”
“Buona giornata Bellina.”

Ogni volta che mi sforzavo di mantenere le distanze da lui sentivo il cuore stringersi, in segno di ribellione. Ma dove vuoi andare? Chi vuoi prendere in giro?
Avevo la chiara e netta sensazione che mi parlasse e non c’era modo di smentirlo. Perché il cuore, mica lo puoi ingannare. Mi sono portata la mano al petto per cercare di rassicurarlo, ho fatto un respiro profondo e ho preso in mano la cornetta del telefono.

“Ci vediamo giù tra un’ora? Andiamo con la mia macchina. Porta il pc, salva tutto sulla chiavetta, sul desktop, ovunque! Mi raccomando.”
“Certo, Isa. Ci penso io, non ti preoccupare.”
“Ho riattaccato sorridendo e mi sono abbandonata a quella ritrovata energia, che finalmente mi permetteva di lavorare come non succedeva da tempo, nonostante dovessi ammettere che sentivo di non essere pienamente lucida.

Invece di prepararmi per l’incontro, come ero solita fare, ho preso tra le mani un libro che mi aveva prestato una mia amica. Si trattava di una raccolta di saggi brevi su diversi temi. L’ho aperto a metà e sono rimasta colpita dall’illustrazione di un surfista che cercava di tenersi in equilibrio sulla tavola. A differenza di quanto si potrebbe pensare però, il suo sguardo non era rivolto di fronte a sé. Osservava l’onda, aspettando che si scagliasse su di lui, o almeno questo era ciò che mi trasmettevano i suoi occhi e la posizione del suo corpo. Accanto a questa immagine c’era alcune parole.

In attesa. In attesa che il tempo passi. Aspettando di rivederti per correrti incontro e riabbracciarti.
In attesa di scambiarci di nuovo un sorriso, un sospiro e un sogno.
Sono qui che ti aspetto, mentre l’aria si fa sempre più fredda, il mare più agitato, le onde più violente.
Sono ancora qui in attesa di vederti arrivare, anche se da lontano, sperando di scorgere la felicità sul tuo volto.
Ti aspetto e so che la pazienza sta per esaurirsi, ma resto aggrappato alla speranza di vederti arrivare.
Per ricominciare da capo.

Non so spiegare perché abbia sentito quelle parole molto più mie di quanto la situazione potesse far pensare. Ho pensato al momento in cui, qualche settimana prima, ero scoppiata a piangere di fronte al suo regalo di compleanno e al meraviglioso biglietto di auguri che lo accompagnava. Anche di fronte ai gesti più belli e spontanei, niente e nessuno poteva convincermi del fatto che non si stesse allontanando da me. Lo sentivo dentro, ma solo quando non eravamo insieme.

Non so se si trattasse di uno strano scherzo del destino, che cercava di mettermi di fronte alla mia paura più grande: di perdere lui e tutto ciò che aveva portato nella mia vita.

Quando eravamo una di fronte all’altro, invece, tutti i dubbi sparivano, come quella sera.
“Ciao Streghetta.”
“Ciao.” gli ho risposto, senza sollevare lo sguardo da terra.
“Ma quanto sei dolce? Mi sei mancata. Scusa ancora per l’altro giorno.”
“Non ne parliamo più, per favore. E’ stato già abbastanza umiliante così.”
“Sono un coglione, lo so. Non capisco nemmeno come tu possa sempre perdonarmi.”
“Lo faccio perché, in fondo, ti capisco. Ricordati che ero in una situazione simile alla tua fino a poco fa.”
“Sei unica.”
“Dai, cosa volevi farmi vedere?” gli ho chiesto, per cercare di chiudere il discorso.
“Seguimi.”.

Mi ha presa per mano e si è diretto verso l’ingresso principale del palazzo. Abbiamo fatto due piani di scale a piedi e ci siamo trovati di fronte ad una porta bianca.
“Prego…” mi ha fatto segno di entrare per prima.
“Vai tu, mi vergogno.” gli ho detto, spingendolo per il braccio.
Avevo intravisto un po’ di ragazzi all’interno e non sapevo come comportarmi. Mi chiedevo come mi avesse presentata e se l’avesse fatto, probabilmente a me aveva parlato di loro, ma loro sapevano chi fossi io?

“Piacere, Isabella.”
“Piacere mio, Paolo.” mi ha risposto, allungandomi la mano.
“Ah, lui è…” ho detto a Stefano, che mi ha fatto un cenno di conferma con il capo ancora prima che finissi la frase.

Nello studio in cui si era sistemato c’erano altri ragazzi che stavano ancora lavorando nonostante fossero quasi le 20.
“Guarda che non tutti hanno la fortuna di uscire alle 18.30 in punto come te.” ha detto ad alta voce Stefano, leggendomi nella mente.
“Ciao…” ho detto sorridendo, rivolgendomi a chi si era voltato per osservarmi.

Ci siamo seduti alla sua scrivania. Accanto a noi c’erano due ragazzi, che si presentati rimettendosi subito al lavoro. Stefano ha avvicinato la sua sedia alla mia e ha acceso il computer.
“Guarda che non lavoro dopo le 18.30.” gli ho detto, per prenderlo in giro.
“Ah no? Allora cosa sei venuta a fare?” mi ha risposto, accarezzandomi il viso.
Mi sono guardata intorno per assicurarmi che nessuno avesse notato il suo gesto.
“Sei pazzo? Ci vedono!” ho detto sottovoce, allontanandomi.
“E dov’è il problema?” mi ha chiesto, mentre cercava il file su cui avremmo dovuto lavorare.
“Ma lo sanno?” gli ho domandato.
“Che sei la donna della mia vita? Non credo di essere stato così esplicito. Se vuoi glielo dico…”
“No! Ti prego, non mettermi in imbarazzo.” l’ho pregato, tenendolo fermo sulla sedia.
“Cosa sanno?”
“Che importanza ha? Sanno chi sei. Le persone a questo tavolo anche qualcosa in più. Sanno che mi hai cambiato la vita, che sono impazzito per te e che è colpa tua se per mesi non sono riuscito a concentrarmi.”
Ho sorriso, ripensando alle folli giornate estive in cui eravamo costantemente in contatto a qualsiasi ora del giorno.
Mi sono impossessata della tastiera e, cliccando su una cella qualsiasi, ho digitato alcune lettere.
“Ti Amo anch’io.”.

Abbiamo lavorato insieme fino a tarda notte, ordinando la cena da asporto. per portare a termine il progetto che doveva consegnare la mattina successiva.
Mi ha stretta più volte in un abbraccio, mentre io arrossivo perché i suoi amici ci guardavano. Mi ha fatto sentire finalmente parte della sua vita vera e del suo lavoro. Siamo usciti per un po’ di ore fuori dal nostro micro-mondo, ma senza abbandonarlo del tutto. Ci siamo affacciati alla realtà avvolti dalla coperta della nostra complicità.

E mentre gli altri ci osservavano alzando gli occhi al cielo, noi riuscivamo solo a pensare a quanto fossimo fortunati e restavamo in silenzio, guardandoci negli occhi.
Perché ci sono parole che non si dicono e sguardi che dicono tutto.

Ditemi voi se esiste un concetto che può riassumere tutto questo. A me viene ne viene in mente uno in particolare: immenso.


[im-mèn-so] SIGN Sconfinato, smisurato, enorme
Dal latino [immensus], ‘che non può essere misurato’
Composta [in-] negativo e [mensus], participio passato di [metiri] ‘misurare’.

mano nella mano

“Comunque fammi sapere quando possiamo vederci.” ho tagliato corto.
“Domani?”
“Va bene. Mi dirai tu a che ora, mi tengo libera dopo il lavoro.”
“Perfetto, te lo dico subito: ci possiamo vedere verso le 19.”
“Passi a prendermi in ufficio? Altrimenti ti raggiungo verso le 19.30.”
“Certo Bellina, vengo in motorino.”
“Ok. Buona serata allora.”

Non gli ho chiesto cosa avesse in programma per la serata perchè immaginavo che la passasse con sua moglie. In realtà non sono riuscita a capire se fosse effettivamente così perchè ha continuato a scrivermi senza sosta, anche durante la notte.
“Nessuno ci potrà mai togliere tutto questo, ricordartelo. E’ per sempre.” sono state le ultime parole che ho letto prima di addormentarmi. Gli ho risposto la mattina successiva.
Un Amore così merita di essere libero di crescere, di evolversi, di maturare e perchè no, anche portarci a commettere qualche errore.”
“Purtroppo Bellina ho la sensazione di essere in un labirinto in questo momento.” ha ammesso. “Sto cercando un modo per uscirne e solo tu mi puoi guidare. Per questo ti chiedo sempre di non abbandonarmi.”
“Il peggio dovrebbe essere passato però, non credi?”
“Non lo so…ho paura di ritrovarmi con un pugno di mosche.”
“Ti riferisci alla ricerca? Hanno appena approvato il primo progetto che hai presentato!”
“Sì, ma sai…è solo l’inizio. La strada è ancora lunga…”
Un passo alla volta…”
E a mano a mano…vedrai che nel tempo…
“La canta sempre mia mamma!” ho esclamato, sorpresa per la coincidenza.
“Anche la mia.”
“A mano a mano quindi…e dove si arriva?”
“A mano a mano non lo so…mano nella mano dove vogliamo.

Ho cancellato tutta la conversazione mentre facevo gli ultimi gradini che portavano all’ingresso dell’appartamento.
“Ciao Gabry.” gli ho detto, aprendo la porta e trovandomelo di fronte.
Non avendo ricevuto alcuna risposta, ho continuato: “Tra venti minuti tolgo il disturbo.”.
Ero passata a prendere due valigie di vestiti invernali che avevo lasciato lì per mancanza di spazio nel minuscolo bilocale che stavo condividendo con la mia amica e che non avevo riportato a Firenze sapendo che mi sarebbero serviti di lì a poco.
Dopo avermi minacciata di coinvolgere un avvocato per farmi la guerra, avevamo trovato un accordo quasi pacifico: svuotare l’appartamento, metterlo subito in vendita e provare a salutarsi dignitosamente. Nel giro di due settimane avevamo trovato un acquirente disposto a comprare il pacchetto completo – casa, mobili e box. Così quel giorno avevo preso un permesso in ufficio per portare via le ultime cose e non nascondo che, da qualche parte dentro di me, provavo anche un minimo desiderio di rivedere Gabriele. Dopotutto, avevo condiviso con lui quasi un terzo della mia vita e – sebbene il distacco avesse portato con sè una sensazione di libertà più che di sconforto – era strano pensare che non ne facesse più parte in alcun modo.

“Come stai?” gli ho chiesto, dopo aver chiuso la seconda valigia, facendogli capire che me ne sarei andata nel giro di qualche minuto.
“Tutto ok.”
“Anch’io.” gli ho risposto, nonostante non mi avesse chiesto nulla. “Il lavoro?”
“Bene…mi hanno spostato in un altro reparto. Tra due settimane mi trasferisco a Parigi.”
“In che senso?”
“Nell’unico possibile, Isa…”

Mi ha guardata negli occhi dopo così tanto tempo che mi è sembrato di incrociarli per la prima volta. Nei suoi ho visto tanta rabbia, ma anche una profonda tristezza, quella che forse era mancata nei nostri ultimi incontri, che si erano sempre conclusi nel peggiore dei modi.
“Mi dispiace Gabry. Quando capirai che non devi colpevolizzare solo me, forse troverai un po’ di pace.”
“Chi ti ha detto che non l’abbia già trovata?” mi ha chiesto. “E poi non vedo di chi altro possano essere i responsabili, oltre a te e alla persona con cui mi hai tradito.”
“Ma cosa stai dicendo!” ho esclamato, cercando di mascherare la paura che si era impossessata di me. Sapevo che avesse dei sospetti, ma ero certa che non fosse venuto a conoscenza di nulla e questo, in parte, mi tranquillizzava.
“Comunque sto uscendo con una ragazza.”
“Sei il solito stronzo. Per un attimo ho avuto l’impressione che fossi dispiaciuto di questa situazione, ma è evidente che il tuo orgoglio e la tua immaturità sono riusciti ad avere la meglio anche oggi.”
“Sono solo sincero…perchè, tu non hai già iniziato a frequentare qualcuno? Non perdere tempo…sai, l’orologio biologico e tutti quei discorsi hanno un fondo di verità.”
“Per ora mi basta aver capito esattamente cosa non voglio in un uomo e cosa ho sbagliato fino a qualche settimana fa. Credo sia un ottimo punto di partenza. Invece a quanto pare a te questa storia non ha insegnato nulla.”
“Mi ha confermato che ho sempre fatto bene a non fidarmi del tutto di te e che bisogna sempre tenere le donne sulle spine, altrimenti questo è il risultato.”
“Complimenti. Buona vita allora.”.

Sono uscita sbattendo la porta di casa, consapevole del fatto che non si meritasse le mie lacrime, ma troppo nervosa per riuscire a trattanerle. Sul marciapiede di fronte all’ingresso del palazzo ho incontrato Marco, il mio capo, che ancora una volta si trovava al posto giusto nel momento giusto e senza chiedermi nulla, ha preso entrambe le valigie e si è diretto verso un bar lì vicino.
“E’ finita. Cerca di voltare pagina.” mi ha detto davanti ad un caffè.
“Non capisco perchè mi tratti così.”
“Sei sicura che è questo il motivo per cui stai piangendo?”
“Sì.”
“Sicura sicura?”
“No.” ho fatto un respiro profondo e poi ho aggiunto: “Non accetto l’idea di aver commesso così tanti errori in questi anni e di avergli permesso di aver dato alla mia vita una direzione che non desideravo.”
“C’è chi se ne accorge troppo tardi…ti puoi ritenere fortunata.”
“Sempre di errori si tratta.”
“L’importante è averlo capito. Ora non ti resta che proseguire su questa strada.

Mentre giravo il cucchiaio nella tazzina di caffè ormai vuota pensavo a quanto fossi cambiata nell’ultimo periodo.
Avevo imparato cosa fosse l’amor proprio, che nella fase iniziale appare come uno strano alternarsi di costrizione e libertà.
Ti porta a riconoscere tutto ciò che blocca, limita ed altera la vera essenza della tua personalità e, mano a mano che te ne liberi (e quasi senza accorgertene), ti porta a compiere il percorso di crescita più importante, che io ho avuto la fortuna di fare per un po’ di tempo in compagnia.

qualcosa sboccerà

Non volevo rispondere.
Probabilmente se non si fosse trattato di lui avrei ignorato la telefonata. A pensarci bene, sarei proprio sparita, per lo meno per qualche ora.
Ma mentre guardavo il suo nome sullo schermo del cellulare e cercavo di resistere alla tentazione di rispondere, dentro di me sapevo che era solo questione di attimi. Stefano era diverso e non poteva ricevere lo stesso trattamento che avrei riservato a chiunque altro.
“Dimmi, Ste.” gli ho detto, con la voce di chi sapeva di averlo già perdonato.
“Bellina, ti chiedo scusa. Sono mortificato. Tu non ti meriti questo.”
“Neanche tu.” ho ribattuto, con maggiore convinzione.
“Lo so…sono un disastro…ma ti prometto che risolgerò.”
“Non capisco quale sia il problema, ad ogni modo mi fido e…lo spero per te. Sei irriconoscibile ultimamente.”
“Ho la testa distrutta. Sono confuso, dormo poco e male, passo la notte a farmi domande di ogni genere…ho una miriade di preoccupazioni. Ci vediamo domani? Ti prego…”
“Non mi devi pregare. Ci sono sempre, lo sai…” gli ho detto, cercando di rassicurarlo.
“Scusa ancora per quello che è successo. Non immaginavo che lei…”
“Non voglio sapere nulla.” l’ho subito interrotto. “Ti ho chiesto una sola cosa.”
“Cioè?”
“Te l’ho detto più volte, Ste. Non voglio fare l’amante. E’ l’unica cosa che può farmi allontanare da te.”
“Non dirlo neanche per scherzo. Però cerca di capirmi, come io ho fatto con te…”
“Se non ci stessi provando, ti assicuro che non saremmo al telefono in questo momento.”
“Non sopporto di vedere che soffre per colpa mia.”
“Credo che, in linea di massima, a nessuno piaccia fare del male ad una persona.”
“Certo, ma a lei avevo fatto una promessa.”
“Ne fai parecchie, a quanto pare.” ho risposto con ironia.
“Ti prego Bellina, non mi aggredire. Hai tutte le ragioni del mondo e so che sto sbagliando nei confronti di tutti: tuoi, suoi e persino miei. Però non mi abbandonare proprio ora…Sto camminando al buio.” mi ha supplicata.
“Dai, stai tranquillo…”
“E tu sei la mia luce.” ha continuato. “Mi nutro della linfa dell’Amore che provo per te.”
“Non so cosa dire, Ste.”
“Sono un disastro, vero?”
“Sì, ma un disastro stupendo.”
“Sei unica. Dimmi che ci possiamo vedere domani.”
“Certo…vengo da te dopo il lavoro?”
“Va bene…”
“Oppure ti andrebbe di passare nel mio ufficio?”
“Da quando hai un ufficio a Milano?”
“Precisamente da domani…dai, sarebbe fantastico. Vorrei farti vedere alcune novità.”

Fino a qualche settimana prima era solito parlarmi dei suoi progetti molto prima che si materializzassero, anzi quando erano ancora pensieri confusi nella sua mente, e non riuscivo proprio ad abituarmi a quella nuova situazione: di dover ascoltare un fatto compiuto.
“Di che tipo?” ho chiesto.
“Ho messo sul tavolo tre nuove idee, ci sto lavorando da un mese. Sono già a buon punto e vorrei il tuo parere.”
“C-certo.” ho risposto, cercando di nascondere lo sconforto. Non riuscivo a capire se non si rendesse conto di quanto fosse cambiato nell’ultimo periodo e non avevo il coraggio di farglielo notare, se non con qualche timida battuta.
“Ok. Domani ci accordiamo allora.”
“Riposati, Bellina. Scusa ancora. Te lo sussurrerò all’orecchio tutta la notte.”
“Ciao Ste.”

Ho spento il telefono e mi sono girata dalla parte opposta del letto, cercando invano di prendere sonno. Avevo gli occhi gonfi e la pelle secca per tutte le lacrime che avevo versato. Quando ho guardato l’orologio l’ultima volta, erano le 3 passate.

La mattina successiva mi sono svegliata e la situazione era, se possibile, peggiore. Faticavo a vedere i contorni del mio viso allo specchio, talmente la mia vista era annebbiata. Sono uscita di casa dimenticandomi di portare con me il computer aziendale. Me ne sono accorta quando ormai ero già seduta di fronte al cliente, con il quale ho dovuto improvvisare una presentazione senza capo nè coda e, a giudicare dall’espressione con con mi ha salutata al termine dell’incontro, credo che anche lui fosse di questo parere.
Aspettavo di sapere quando ci saremmo visti: solo questo mi impediva di addormentarmi sulla scrivania. Ma più passavano i minuti, più si faceva strada dentro di me una strana sensazione.
Sono passate le 14, poi le 15. Le 16. 16:30. 17.
“Tra una ventina di minuti vorrei uscire.” gli ho scritto, incapace di resistere un minuto di più.

Mi sono trattenuta un po’ più a lungo, controllando il telefono compulsivamente, anche mentre ero in bagno o in ascensore.
La risposta è arrivata tre ore dopo, quando ormai ero già a casa e cercavo di distrarmi con ogni mezzo per non pensare a Stefano e al dolore che quel silenzio stava provocando dentro di me.
“Bellina eccomi…scusa se mi faccio vivo solo ora. Ti posso chiamare?”
“Ok…” gli ho scritto subito.
“Sei pronta?”
“A cosa, Ste? Mi stai facendo impazzire ultimamente…” ho ammesso.
“Scusami…”
“Hai detto che ci saremmo visti…mi hai quasi pregata…e poi non ti fai sentire? Non riesco a capire perchè ti comporti così…proprio non ci riesco. Pazienza…cosa mi dovevi dire?”
“Il nostro progetto è stato approvato!” mi ha risposto con un entusiasmo travolgente.
“Davvero? E quando ve l’hanno comunicato?”
“Stamattina!”
“E perchè non me l’hai detto prima?”

In quel momento mi sono sentita davvero una nullità.
“Bellina, sei la prima persona a cui ho pensato quando ho letto l’email dell’università…ti basta questo?”

La verità è che non mi bastava più.
Non si può più vivere solo di belle parole, meravigliose promesse, sogni che rimangono tali e non riescono a mescolarsi con la vita reale.
Iniziavo lentamente a capirlo.

“Tutto quello che abbiamo seminato…devi pensare solo a questo Bellina. Nessuno ce lo potrà mai togliere. Qualcosa sboccerà…ne sono sicuro.”.
Stefano, al contrario, continuava il viaggio nel suo iperuranio, apparentemente indisturbato, per lo meno fino a quando, qualche giorno dopo, ne ha preso per la prima volta le distanze.

non ti occorre altro

Ho continuato a correre fino a quando, stremata, sono arrività ad una stazione dei taxi. Ho aperto la portiera del primo della fila e mi sono seduta dietro di lui, cercando di nascondere il volto.
““Dove andiamo, signorina?” mi ha chiesto la persona al volante, un uomo di mezza età con una lunga barba completamente bianca.
“Mi hanno fatto la stessa domanda qualche mese fa…” gli ho risposto.
“Beh sa, la faccio spesso…”
“Proprio identica, intendo…ma sa che, adesso che ci penso bene, ci siamo già incontrati? Era proprio lei! Che coincidenza.”
“Non è poi così grande, questa città…”
“No, mi spiego…lo dicevo perchè a distanza di mesi le risponderei nello stesso modo.”
“E cioè, come?”
Lontano…vorrei andare lontano.”
“Tutto bene? L’ho intravista mentre arrivava, mi sembrava che stesse piangendo a dirotto…quasi singhiozzando.”
“Dopo un periodo di vagabondaggio, pensavo di essere approdata sulla luna, invece forse la sto solo guardando da lontano. Inizio a pensare che non mi apparterrà mai del tutto.”
“Come si chiama?” mi ha chiesto, voltandosi per guardarmi in faccia.”
“Chi?” ho domandato a mia volta, fingendo di non capire. “Lui…lui si chiama Stefano…ma che importanza ha?” ho poi aggiunto, senza aspettare la sua risposta.
“Ero curioso.”
“E cosa le ha fatto, se posso chiedere?”
“Mi dia pure del tu…intanto avviamoci verso Porta Venezia, grazie.”
Non avevo voglia di raccontare la mia vita ad uno sconosciuto, ma sentivo il bisogno di sfogarmi e trovandomelo di fronte, così desideroso di ascoltarmi, non sono riuscita a trattenermi.
“…E questo è quanto.” ho concluso, dopo qualche minuto.”
“Sarebbe una storia normale, se non ci fosse questo sentimento così profondo, che ha trasformato entrambi, portandovi a riflettere così intensamente su voi stessi.”
“Ma lei chi è?” gli ho chiesto, sgranando gli occhi. Non capivo come potesse avere compreso perfettamente il significato delle mie parole.
“Ho una certa età e un po’ di esperienza, tutto qui.”
“Ad ogni modo non capisco perchè dopo tutti questi mesi e dopo il suo slancio iniziale, siamo ancora in questa situazione. Che fregatura.”
“Non lo è. Sapresti dire, oggi, perchè è arrivato nella tua vita?”
Per cambiarla.
“Ecco, magari era solo di passaggio per permetterti di farlo.”
Non volevo sentire nulla a riguardo: non ero pronta ad affrontare l’argomento.
“Non può essere.” ho tagliato corto.
“Continua a lavorare su te stessa e un giorno riuscirai a dare un senso a tutto, anche a questi momenti di smarrimento. E non smettere mai di guardare la luna…non ti occorre altro.

Non riuscivo ad accettare quell’amore a metà, ma allo stesso tempo sapevo di non poterne fare a meno.
Volevo scappare, ma non ero pronta a camminare da sola.
Pensavo di essere già stata completamente trasformata dal nostro rapporto ma in realtà dovevo ancora crescere e credo che fosse proprio questo il senso di quel momento.

tieniti forte

“Andiamo a festeggiare!” ha tagliato corto lui, passandomi il casco.
“Sei già convinto di avere vinto…” gli ho risposto, cercando di riportarlo con i piedi per terra.
“Non è vero, ma devo essere sincero…Da quando ci sei tu nella mia vita, mi sembra che tutto vada nelle direzione giusta. Mi sento leggero, sicuro di me stesso, a volte forse posso dare l’impressione di esserlo troppo…ma è solo perché sono guidato da un’infinità di sensazioni positive, che illuminano la mia mente. Penso a te e vedo intorno a noi una miriade di luci colorate che ci indicano la strada da percorrere. E’ quasi troppo semplice.”
“A me sembra tutto complicato invece…”
“E’ stato complicato incontrarci. Ancora di più non perderci una seconda volta. E’ stato difficile accettare che le nostre vite venissero stravolte e dovessero essere riprogrammate per far sì che ci amassimo senza limiti. Ma tutto il resto è fin troppo semplice. Una volta accettato, questo amore ti dà la forza per superare qualsiasi ostacolo.”
“Hai ragione, Ste.” è l’unica cosa che sono riuscita a dire, trattenendo le lacrime.
Però continuiamo a vederci di nascosto, avrei voluto aggiungere.
“Andiamo al nostro bar?” mi ha chiesto entusiasta.
“Sì.”
“Ti brillano gli occhi. Sei stupenda.”
Ho sorriso imbarazzata. Non mi ero ancora abituata a ricevere così tanti complimenti, c’erano momenti in cui mi sembravano quasi eccessivi, poi però lo guardavo negli occhi e capivo che era talmente sincero e spontaneo che non potevo che ritenermi estremamente e per certi versi indebitamente fortunata.
“Intendi quel bar rancido vicino alla stazione?”
“Chiaro.”
“Ok, amore mio.”
“Non si fa così.” mi ha detto avvicinandosi con le labbra alla mia fronte.
“Così come?”
“Non si dicono certe cose senza preavviso.”
“Dai, muoviti.” gli ho detto, indicando il suo motorino.”
“Muoviti? Senti questa…”
“Su, forza!”
“Non ho mai permesso a nessuno di rivolgersi a me in questo modo.”
“Io posso.” gli ho risposto, alzando il mento in segno di superiorità.
“Lo so, è proprio questo il problema, streghetta mia.”
“Non ci trovo niente di strano comunque. E’ solo una questione di confidenza e complicità.”
“Dici poco…”
“Dico tutto…”
“Già, tutto…come te.” mi ha risposto, accelerando all’improvviso.
L’ho abbracciato stringendomi a lui il più possibile. Non guardavo nemmeno la strada. Ho tenuto per tutto il tragitto la testa appoggiata alla sua schiena, gli occhi chiusi, le mani incrociate e le gambe attaccate alle sue.
“Uffa, siamo già arrivati?” gli ho chiesto quando ho capito che eravamo arrivati a destinazione.
“Sì piccolina.”
“Facciamo un altro giro.”
“E dove vorresti andare?”
Non mi importa la meta. Basta che non ti fermi.
Senza saperlo alludevo a ciò che avrei voluto facesse con la sua vita, che non si fermasse proprio in quel momento ma che proseguisse sulla strada che avevamo di fronte, uno accanto all’altra.
“Adoro portarti in giro così…ti ricordi quella sera di maggio, quando abbiamo vagato per due ore vicino a casa tua?”
“Certo che me lo ricordo…mi sembrava di volare…sognare. Volevo dire sognare. O forse proprio di volare.
“Tieniti forte.”
Mi sono stretta ancora di più a lui, mentre imboccava un grande viale a tutta velocità.
Dopo più di mezzora ci siamo fermati in un’area verde ai piedi di una palazzina di cinque piani.
“Vedi quella finestra lassù?” mi ha chiesto, puntando il dito verso l’unica con le tapparelle abbassate.
“Quella con la luce spenta?”
“Sì…”
“Quindi?” gli ho domandato, incuriosita.
“Ci abitava mia zia fino a pochi mesi fa. E’ un piccolo bilocale, sto pensando di ristrutturarlo per andarci a vivere tra qualche mese.”
“Saliamo!” ho esclamato.
“Non ho le chiavi adesso, ma ti ci porterò presto.”
L’ho guardato con occhi sognanti mentre cercavo di immaginare come potesse essere quello che speravo diventasse un giorno il nostro nido.
“Ti piace la zona?” mi ha chiesto, quasi a conferma del fatto che stessimo elaborando gli stessi pensieri.
“Non la conosco bene, ma penso proprio di sì.” gli ho risposto.
Nel frattempo aveva riacceso il motorino, pronto a partire di nuovo.
“E ora dove andiamo?”
“Vuoi girare ancora senza una meta, o preferisci sederti su un divano con un bicchiere di vino in mano?”
“Se la metti così…” gli ho risposto, allungandomi per dargli un bacio sul collo. “Ma dove dormi in questi giorni?”
“A casa di Massimo.”
“Non so chi sia.”
“Te ne ho parlato sicuramente, quel mio amico d’infanzia che lavora nella società di consulenza informatica.”
“Ah sì, ho capito.” ho detto annuendo.
“E’ partito stamattina poco prima che uscissi e starà via tutto il fine settimana…”
“Se pensi che non sia un problema, per me va benissimo Ste.”.

Dopo poco più di dieci minuti eravamo di fronte alla porta di ingresso dell’appartamento.
Ha fatto tre mandate per aprirla e mentre la spalancava per farmi entrare, ho notato un’ombra sul suo sguardo.
“Tutto ok?” gli ho chiesto, vedendolo spaventato.
“Mi sembrava di avere spento tutte le luci…”
Con il cuore in gola, mi sono bloccata per farlo passare.
“Probabilmente mi sono confuso, ho la testa per aria ultimamente.” ha cercato di giustificarsi. “Resta qui.” ha poi aggiunto.
Istintivamente ho fatto un balzo indietro e mi sono trovata sul pianerottolo.
Ho messo le mani sulle orecchie per non sentire quello che stava succedendo e sono arrivata all’ingresso del palazzo in pochi secondi, facendo tre o quattro scalini alla volta. Ho iniziato a correre in una via buia, con le lacrime che mi segnavano le guance, la borsa che sbatteva sul mio fianco ad ogni passo, le scarpe che tenevo a fatica ancorate ai miei piedi.
Mi chiedevo perché.
Perché tutto quell’amore se non lo potevo vivere appieno?
Perché Laura era lì ad aspettarlo?