tieniti forte

“Andiamo a festeggiare!” ha tagliato corto lui, passandomi il casco.
“Sei già convinto di avere vinto…” gli ho risposto, cercando di riportarlo con i piedi per terra.
“Non è vero, ma devo essere sincero…Da quando ci sei tu nella mia vita, mi sembra che tutto vada nelle direzione giusta. Mi sento leggero, sicuro di me stesso, a volte forse posso dare l’impressione di esserlo troppo…ma è solo perché sono guidato da un’infinità di sensazioni positive, che illuminano la mia mente. Penso a te e vedo intorno a noi una miriade di luci colorate che ci indicano la strada da percorrere. E’ quasi troppo semplice.”
“A me sembra tutto complicato invece…”
“E’ stato complicato incontrarci. Ancora di più non perderci una seconda volta. E’ stato difficile accettare che le nostre vite venissero stravolte e dovessero essere riprogrammate per far sì che ci amassimo senza limiti. Ma tutto il resto è fin troppo semplice. Una volta accettato, questo amore ti dà la forza per superare qualsiasi ostacolo.”
“Hai ragione, Ste.” è l’unica cosa che sono riuscita a dire, trattenendo le lacrime.
Però continuiamo a vederci di nascosto, avrei voluto aggiungere.
“Andiamo al nostro bar?” mi ha chiesto entusiasta.
“Sì.”
“Ti brillano gli occhi. Sei stupenda.”
Ho sorriso imbarazzata. Non mi ero ancora abituata a ricevere così tanti complimenti, c’erano momenti in cui mi sembravano quasi eccessivi, poi però lo guardavo negli occhi e capivo che era talmente sincero e spontaneo che non potevo che ritenermi estremamente e per certi versi indebitamente fortunata.
“Intendi quel bar rancido vicino alla stazione?”
“Chiaro.”
“Ok, amore mio.”
“Non si fa così.” mi ha detto avvicinandosi con le labbra alla mia fronte.
“Così come?”
“Non si dicono certe cose senza preavviso.”
“Dai, muoviti.” gli ho detto, indicando il suo motorino.”
“Muoviti? Senti questa…”
“Su, forza!”
“Non ho mai permesso a nessuno di rivolgersi a me in questo modo.”
“Io posso.” gli ho risposto, alzando il mento in segno di superiorità.
“Lo so, è proprio questo il problema, streghetta mia.”
“Non ci trovo niente di strano comunque. E’ solo una questione di confidenza e complicità.”
“Dici poco…”
“Dico tutto…”
“Già, tutto…come te.” mi ha risposto, accelerando all’improvviso.
L’ho abbracciato stringendomi a lui il più possibile. Non guardavo nemmeno la strada. Ho tenuto per tutto il tragitto la testa appoggiata alla sua schiena, gli occhi chiusi, le mani incrociate e le gambe attaccate alle sue.
“Uffa, siamo già arrivati?” gli ho chiesto quando ho capito che eravamo arrivati a destinazione.
“Sì piccolina.”
“Facciamo un altro giro.”
“E dove vorresti andare?”
Non mi importa la meta. Basta che non ti fermi.
Senza saperlo alludevo a ciò che avrei voluto facesse con la sua vita, che non si fermasse proprio in quel momento ma che proseguisse sulla strada che avevamo di fronte, uno accanto all’altra.
“Adoro portarti in giro così…ti ricordi quella sera di maggio, quando abbiamo vagato per due ore vicino a casa tua?”
“Certo che me lo ricordo…mi sembrava di volare…sognare. Volevo dire sognare. O forse proprio di volare.
“Tieniti forte.”
Mi sono stretta ancora di più a lui, mentre imboccava un grande viale a tutta velocità.
Dopo più di mezzora ci siamo fermati in un’area verde ai piedi di una palazzina di cinque piani.
“Vedi quella finestra lassù?” mi ha chiesto, puntando il dito verso l’unica con le tapparelle abbassate.
“Quella con la luce spenta?”
“Sì…”
“Quindi?” gli ho domandato, incuriosita.
“Ci abitava mia zia fino a pochi mesi fa. E’ un piccolo bilocale, sto pensando di ristrutturarlo per andarci a vivere tra qualche mese.”
“Saliamo!” ho esclamato.
“Non ho le chiavi adesso, ma ti ci porterò presto.”
L’ho guardato con occhi sognanti mentre cercavo di immaginare come potesse essere quello che speravo diventasse un giorno il nostro nido.
“Ti piace la zona?” mi ha chiesto, quasi a conferma del fatto che stessimo elaborando gli stessi pensieri.
“Non la conosco bene, ma penso proprio di sì.” gli ho risposto.
Nel frattempo aveva riacceso il motorino, pronto a partire di nuovo.
“E ora dove andiamo?”
“Vuoi girare ancora senza una meta, o preferisci sederti su un divano con un bicchiere di vino in mano?”
“Se la metti così…” gli ho risposto, allungandomi per dargli un bacio sul collo. “Ma dove dormi in questi giorni?”
“A casa di Massimo.”
“Non so chi sia.”
“Te ne ho parlato sicuramente, quel mio amico d’infanzia che lavora nella società di consulenza informatica.”
“Ah sì, ho capito.” ho detto annuendo.
“E’ partito stamattina poco prima che uscissi e starà via tutto il fine settimana…”
“Se pensi che non sia un problema, per me va benissimo Ste.”.

Dopo poco più di dieci minuti eravamo di fronte alla porta di ingresso dell’appartamento.
Ha fatto tre mandate per aprirla e mentre la spalancava per farmi entrare, ho notato un’ombra sul suo sguardo.
“Tutto ok?” gli ho chiesto, vedendolo spaventato.
“Mi sembrava di avere spento tutte le luci…”
Con il cuore in gola, mi sono bloccata per farlo passare.
“Probabilmente mi sono confuso, ho la testa per aria ultimamente.” ha cercato di giustificarsi. “Resta qui.” ha poi aggiunto.
Istintivamente ho fatto un balzo indietro e mi sono trovata sul pianerottolo.
Ho messo le mani sulle orecchie per non sentire quello che stava succedendo e sono arrivata all’ingresso del palazzo in pochi secondi, facendo tre o quattro scalini alla volta. Ho iniziato a correre in una via buia, con le lacrime che mi segnavano le guance, la borsa che sbatteva sul mio fianco ad ogni passo, le scarpe che tenevo a fatica ancorate ai miei piedi.
Mi chiedevo perché.
Perché tutto quell’amore se non lo potevo vivere appieno?
Perché Laura era lì ad aspettarlo?