qualcosa sboccerà

Non volevo rispondere.
Probabilmente se non si fosse trattato di lui avrei ignorato la telefonata. A pensarci bene, sarei proprio sparita, per lo meno per qualche ora.
Ma mentre guardavo il suo nome sullo schermo del cellulare e cercavo di resistere alla tentazione di rispondere, dentro di me sapevo che era solo questione di attimi. Stefano era diverso e non poteva ricevere lo stesso trattamento che avrei riservato a chiunque altro.
“Dimmi, Ste.” gli ho detto, con la voce di chi sapeva di averlo già perdonato.
“Bellina, ti chiedo scusa. Sono mortificato. Tu non ti meriti questo.”
“Neanche tu.” ho ribattuto, con maggiore convinzione.
“Lo so…sono un disastro…ma ti prometto che risolgerò.”
“Non capisco quale sia il problema, ad ogni modo mi fido e…lo spero per te. Sei irriconoscibile ultimamente.”
“Ho la testa distrutta. Sono confuso, dormo poco e male, passo la notte a farmi domande di ogni genere…ho una miriade di preoccupazioni. Ci vediamo domani? Ti prego…”
“Non mi devi pregare. Ci sono sempre, lo sai…” gli ho detto, cercando di rassicurarlo.
“Scusa ancora per quello che è successo. Non immaginavo che lei…”
“Non voglio sapere nulla.” l’ho subito interrotto. “Ti ho chiesto una sola cosa.”
“Cioè?”
“Te l’ho detto più volte, Ste. Non voglio fare l’amante. E’ l’unica cosa che può farmi allontanare da te.”
“Non dirlo neanche per scherzo. Però cerca di capirmi, come io ho fatto con te…”
“Se non ci stessi provando, ti assicuro che non saremmo al telefono in questo momento.”
“Non sopporto di vedere che soffre per colpa mia.”
“Credo che, in linea di massima, a nessuno piaccia fare del male ad una persona.”
“Certo, ma a lei avevo fatto una promessa.”
“Ne fai parecchie, a quanto pare.” ho risposto con ironia.
“Ti prego Bellina, non mi aggredire. Hai tutte le ragioni del mondo e so che sto sbagliando nei confronti di tutti: tuoi, suoi e persino miei. Però non mi abbandonare proprio ora…Sto camminando al buio.” mi ha supplicata.
“Dai, stai tranquillo…”
“E tu sei la mia luce.” ha continuato. “Mi nutro della linfa dell’Amore che provo per te.”
“Non so cosa dire, Ste.”
“Sono un disastro, vero?”
“Sì, ma un disastro stupendo.”
“Sei unica. Dimmi che ci possiamo vedere domani.”
“Certo…vengo da te dopo il lavoro?”
“Va bene…”
“Oppure ti andrebbe di passare nel mio ufficio?”
“Da quando hai un ufficio a Milano?”
“Precisamente da domani…dai, sarebbe fantastico. Vorrei farti vedere alcune novità.”

Fino a qualche settimana prima era solito parlarmi dei suoi progetti molto prima che si materializzassero, anzi quando erano ancora pensieri confusi nella sua mente, e non riuscivo proprio ad abituarmi a quella nuova situazione: di dover ascoltare un fatto compiuto.
“Di che tipo?” ho chiesto.
“Ho messo sul tavolo tre nuove idee, ci sto lavorando da un mese. Sono già a buon punto e vorrei il tuo parere.”
“C-certo.” ho risposto, cercando di nascondere lo sconforto. Non riuscivo a capire se non si rendesse conto di quanto fosse cambiato nell’ultimo periodo e non avevo il coraggio di farglielo notare, se non con qualche timida battuta.
“Ok. Domani ci accordiamo allora.”
“Riposati, Bellina. Scusa ancora. Te lo sussurrerò all’orecchio tutta la notte.”
“Ciao Ste.”

Ho spento il telefono e mi sono girata dalla parte opposta del letto, cercando invano di prendere sonno. Avevo gli occhi gonfi e la pelle secca per tutte le lacrime che avevo versato. Quando ho guardato l’orologio l’ultima volta, erano le 3 passate.

La mattina successiva mi sono svegliata e la situazione era, se possibile, peggiore. Faticavo a vedere i contorni del mio viso allo specchio, talmente la mia vista era annebbiata. Sono uscita di casa dimenticandomi di portare con me il computer aziendale. Me ne sono accorta quando ormai ero già seduta di fronte al cliente, con il quale ho dovuto improvvisare una presentazione senza capo nè coda e, a giudicare dall’espressione con con mi ha salutata al termine dell’incontro, credo che anche lui fosse di questo parere.
Aspettavo di sapere quando ci saremmo visti: solo questo mi impediva di addormentarmi sulla scrivania. Ma più passavano i minuti, più si faceva strada dentro di me una strana sensazione.
Sono passate le 14, poi le 15. Le 16. 16:30. 17.
“Tra una ventina di minuti vorrei uscire.” gli ho scritto, incapace di resistere un minuto di più.

Mi sono trattenuta un po’ più a lungo, controllando il telefono compulsivamente, anche mentre ero in bagno o in ascensore.
La risposta è arrivata tre ore dopo, quando ormai ero già a casa e cercavo di distrarmi con ogni mezzo per non pensare a Stefano e al dolore che quel silenzio stava provocando dentro di me.
“Bellina eccomi…scusa se mi faccio vivo solo ora. Ti posso chiamare?”
“Ok…” gli ho scritto subito.
“Sei pronta?”
“A cosa, Ste? Mi stai facendo impazzire ultimamente…” ho ammesso.
“Scusami…”
“Hai detto che ci saremmo visti…mi hai quasi pregata…e poi non ti fai sentire? Non riesco a capire perchè ti comporti così…proprio non ci riesco. Pazienza…cosa mi dovevi dire?”
“Il nostro progetto è stato approvato!” mi ha risposto con un entusiasmo travolgente.
“Davvero? E quando ve l’hanno comunicato?”
“Stamattina!”
“E perchè non me l’hai detto prima?”

In quel momento mi sono sentita davvero una nullità.
“Bellina, sei la prima persona a cui ho pensato quando ho letto l’email dell’università…ti basta questo?”

La verità è che non mi bastava più.
Non si può più vivere solo di belle parole, meravigliose promesse, sogni che rimangono tali e non riescono a mescolarsi con la vita reale.
Iniziavo lentamente a capirlo.

“Tutto quello che abbiamo seminato…devi pensare solo a questo Bellina. Nessuno ce lo potrà mai togliere. Qualcosa sboccerà…ne sono sicuro.”.
Stefano, al contrario, continuava il viaggio nel suo iperuranio, apparentemente indisturbato, per lo meno fino a quando, qualche giorno dopo, ne ha preso per la prima volta le distanze.