basta crederci

Cara Bellina,

continuo a ripensare all’ultima sera…a quel bacio…ai tuoi occhioni che sprigionavano amore, allegria, energia e tutte le cose più belle che una persona possa trasmettere e diffondere nel mondo. Ripenso anche alla paura che ho provato quando stavamo per raggiungere quel bivio e ai secondi che hanno preceduto l’ultimo Stop prima della tua svolta a destra.

Credo che una parte di me lo sapesse fin dall’inizio. Anzi, su questo non ho dubbi, ma speravo di sbagliarmi.

Pensavo che un futuro insieme fosse la cosa più logica e scontata che ci potesse capitare dopo quello che avevamo passato e voluto fortemente. Pensavo che, dopo i primi sforzi e le prime decisioni complicate, ci sarebbe stata la ricompensa che tanto desideravo. Invece c’è stato un momento, e poi un altro ancora, in cui ho avuto l’impressione che questo pozzo di imprevedibilità non avesse una fine. E ho più volte pensato che non avrei mai dovuto togliere la copertura che lo aveva isolato per tutti quegli anni. Perché ad imprevedibilità continuava ad aggiungersi imprevedibilità e non avevo idea di come si potesse fermare questa “emorragia”, come l’ho definita nei giorni più bui.

Pensavo di poterla bloccare restando immobile e forse – dico forse – effettivamente ne traevo qualche beneficio.
Ma era un benessere effimero.
E credo anche non del tutto autentico.

Così non ho avuto altra scelta che continuare ad attingere a quel pozzo e lasciarmi stupire dall’evolversi degli eventi e da ciò che la vita aveva deciso di mettermi di fronte. E’ stata una delle prove più difficili che abbia mai dovuto affrontare, per certi aspetti forse la più dura, perché nei momenti di sconforto non facevo altro che pensare al fatto che fosse partito tutto da una mia decisione: quella di non soccombere alla paura di cambiare.

La sensazione è stata quella di cadere da un’altezza incalcolabile, con una prima parte di volo libero, in picchiata, con l’aria in faccia che non mi permetteva di respirare e di tenere gli occhi aperti, fino a quando ho capito di avere un paracadute. L’ho aperto e solo allora ho iniziato, un po’ alla volta, a sorvolare sul passato e a guardare oltre, ritrovandomi e iniziando a vivere davvero, come forse non avevo mai fatto prima.

Ti auguro di mantenere sempre viva la persona che hai scoperto di essere.
Quella ragazzina bionda con gli occhi sempre lucidi, mille paure e milleuno desideri, sei Tu. La parte più bella di te. Non lasciarla andare via. Proteggila sempre e cerca di tenerla viva.
Ti svelo un segreto: si nutre di sogni.
E tra tutti i sogni ne ha uno, il più grande…falla scrivere. Falla anche disegnare ogni tanto, ma non dimenticarti mai di farla scrivere.

Un giorno tutto questo avrà un senso, te lo prometto.

Isabella

Stefano aveva deciso di andarsene.
Non quella sera, probabilmente molto prima, o forse non aveva deciso proprio nulla ma si è fatto sopraffare dagli eventi. Non l’ho mai saputo. Ad ogni modo se n’è andato.
Senza spiegazioni, senza una parola, un messaggio, una telefonata.

Un giorno, qualche mese dopo, gli ho chiesto se ci potessimo vedere. Anzi, gli ho detto che sarei stata felice di vederlo.
Non ho mai ricevuto risposta.

Ho smesso persino di cercarle, le risposte, perché farlo era troppo doloroso.

Non ho avuto altra scelta che iniziare a pensare solo a me stessa.
Vi ricordate di quel colloquio che avevo fatto a New York?
Un giorno mi sono messa in contatto con le persone con cui avevo parlato. Non c’erano opportunità di collaborazione in quel momento, ma mi hanno consigliato di seguire i corsi di creatività online del cliente con cui avrebbero voluto farmi lavorare.

Così mi sono iscritta. Uno dei primi esercizi chiedeva di inviare una lettera al bambino o alla bambina che c’è in ognuno di noi.
Il risultato è quello che leggete, virgolettato, qui sopra.

Fine


So che molti di voi resteranno delusi.
Mi avete scritto in tanti chiedendomi il lieto fine, a volte quasi implorandomi di scriverlo, forse perché c’è davvero bisogno di credere che un Amore del genere possa esistere e possa durare per sempre.
Anch’io, come voi, ho sperato a lungo che potesse essere così. Per mesi e mesi sono stata molto combattuta, ho cambiato idea innumerevoli volte, pensavo addirittura di non avere le capacità di scrivere un finale più originale.
Il lieto fine era la soluzione più semplice e quella che avrebbe accontentato tutti.

Ma la vita è strana e come vi ho detto più volte, con me lo è stata particolarmente, al punto che mi sono quasi sentita costretta a raccontarvelo.

Non sempre le cose vanno come immaginiamo, ma è proprio in quel momento che bisogna tirare fuori il coraggio e abbandonarsi a ciò che non possiamo, in alcun modo, controllare.

Isabella sta bene e la sua vita è diventata, giorno dopo giorno, sempre più magica.
Il lieto fine per me è sempre stato questo: avere la certezza di poter superare qualsiasi dolore e ostacolo camminando nella direzione dei propri sogni.
Tutto il resto poi viene a bussare alla nostra porta, Amore compreso. Basta crederci.

Ma questa è un’altra storia, che cercherò di raccontarvi.

Ho scritto tutto il post con le lacrime agli occhi, dovrei scrivere un altro libro solo per i ringraziamenti.
GRAZIE DI ❤ per avermi accompagnata, spesso mano nella mano, in questa follia.
Benedetta

perchè non lo lasci andare?

Mi aveva dato appuntamento alle 20.30 di fronte al suo ufficio, o meglio sul marciapiede di fronte, all’angolo in prossimità del bar, probabilmente per evitare che dessi troppo nell’occhio.

Alle 20.15 ero già lì, col il telefono in mano in attesa di un suo messaggio. Sapeva che arrivavo da Firenze e pertanto ritenevo impossibile che non si presentasse. Si è fatto attendere quasi un’ora. Poco prima delle 21.30 l’ho intravisto mentre usciva dal portone del palazzo del numero civico 104, mentre parlava con qualcuno al cellulare.

“Scusa Bellina, ero talmente preso che non sono nemmeno riuscito a scriverti per dirti che non ero in orario.”
“Non ti preoccupare.”

Erano bastati pochi secondi e qualche incrocio di sguardi per farmi capire che non stava bene. Cosa che di per sé non era affatto una novità, ma che mi lasciava ogni volta sempre più attonita e perplessa. Pensavo che un’eventuale ripresa dovesse essere quasi fisiologica e che non potesse apparire peggio di come l’avevo trovato durante l’incontro precedente, ma la verità era che non accennava a rialzarsi e che anzi, si stava chiudendo sempre di più in se stesso e nei suoi timori.
In quei momenti vedevo molto più chiaramente i passi in avanti fatti da me, al punto che negli ultimi mesi avevo l’impressione che Stefano trovasse sempre il modo di sconvolgere l’equilibrio che stavo faticosamente trovando.
“Vado a cuor leggero.” avevo scritto ad una mia amica durante il viaggio sul Frecciarossa. “Ieri, inaspettatamente, mi ha risposto con un lungo messaggio ad un semplice Come stai?. Abbiamo iniziato a chiacchierare e mi ha chiesto se avessi voglia di uscire a cena stasera. Come sempre queste cose succedono nei momenti in cui sto benissimo.”
“Sei ironica?” mi ha domandato lei.”
“No…da due giorni ero in pace con me stessa e con il mondo, nonostante mia mamma non la pensasse allo stesso modo e me lo facesse presente in ogni istante. Dicevo tra me e me “Andrà come deve andare.”, mi sentivo bene, come non succedeva da tempo. E lui, da nulla…mi ha scritto un papiro.”
“Ma lui va in ferie da qualche parte? Te l’avevo detto che si sarebbe fatto vivo prima della tua partenza. Ne ero troppo sicura.”
“Non ne ho idea. Io invece non sono più sicura di niente, pensa te.” le ho risposto aggiungendo una serie di emoji spiritose alla fine della frase.

Non avevo certezze, tranne una.
Le mille sfumature di quella sensazione di angoscia che si presentava quando spariva per intere settimane, quando ricompariva all’improvviso come se nulla fosse per poi sparire di nuovo, quando mi rendevo conto di non avere idea di cosa stesse facendo, pensando, dicendo, progettando, quando lo vedevo triste e abbattuto, quando mi sembrava freddo e distante, quando pensavo che non sarebbe mai più tornato da me…tutto questo spariva in un attimo. L’attimo in cui ci riconnettevamo. Poteva essere il tocco della sua mano, uno sguardo più profondo, un sorriso diverso, una parola speciale, ma c’era sempre un momento che riportava tutto al punto di partenza e che rappresentava la risposta alla domanda “Perché non lo lasci andare?“.
Tornavamo sempre, entrambi, inconsciamente, per vivere quell’attimo. Quella sensazione che calmava il mare in burrasca, che ci proteggeva dalla tempesta e che metteva in secondo piano qualsiasi problema e tormento.

“Cosa stai combinando oggi?” mi ha chiesto sorridendo.
Tac. In quell’istante ho sentito quella carezza al cuore che stavo aspettando da quasi un mese.
“Niente…”
“Bellina…”
“Hai sentito le urla?”
“Sì. Ma non solo oggi. Evito di dirtelo ogni volta perché non ti voglio disturbare.”
“Non mi disturbi mai, lo sai…comunque non sto combinando proprio nulla, credimi.” ho ripetuto, nonostante sapessi che non fosse vero. Qualche settimana prima del nostro incontro alcune amiche mi avevano presentato un ragazzo, costringendomi successivamente a uscire con lui per un aperitivo. E poi un caffè. E poi una cena. Gli rispondevo seguendo alla lettera i loro consigli, quasi sotto dettatura, consapevole del fatto che non me ne importasse quasi nulla né di lui né dei posti strabilianti in cui mi portava, perché io la felicità l’avevo trovata nei bar più squallidi della città, con una lattina di birra in mano, spesso anche senza, ma sempre di fronte a quegli occhi blu che continuavo a cercare in ogni persona. E che non trovavo, mai. Neanche in quel malcapitato che però – dovevo ammettere – era molto simpatico.
Ho preferito non aprire nemmeno l’argomento con Stefano: non avevo alcun interesse a farlo ingelosire o irritare.
Inoltre, non volevo mentire a me stessa. Tutto ciò che desideravo era davanti ai miei occhi.

“Che farai quest’estate?”
“Vado in Messico, parto sabato mattina!” gli ho risposto entusiasta.
“In Messico? E con chi?” mi ha chiesto stupito.
“Con dei colleghi e alcuni loro amici che non conosco.”
“Ma in quanti siete?”
“In totale otto.”
“Uomini?”
“Tutti uomini.”
“Cioè, mi stai dicendo che sarete tu e 7 uomini?”
“Ste, sto scherzando…sono quattro, Marco e Gianluca – hai presente, quello delle Vendite? – e altri due che non so chi siano. Ma che importanza ha…”
“Ok.” mi ha risposto, senza aggiungere altro. “Il lavoro va bene?”
“Insomma…una noia tremenda.” ho ammesso. “Sto facendo qualche colloquio.”
“Ma come, non mi dici niente?” mi ha chiesto, come al solito.
“Ancora…”
“Cosa?”
“Niente Ste. Non ti ho detto nulla perché c’è poco da raccontare…non ho molta voglia di cambiare azienda.”.
Non potevo nemmeno pensare di rivoluzionare anche quell’aspetto della mia vita, ma avevo cominciato a guardarmi intorno.
“Sei stupenda.”
“No…” gli ho risposto, ritraendo la mano.
“Sei stupenda Bellina. Mi sei mancata tantissimo. Non ti immagini neanche quanto mi senta bene in questo momento. Sei una boccata di aria fresca.”
“Ma tu piuttosto cosa stai combinando?” gli ho chiesto. “Dove vivi, cosa fai…?”
Era così strano fargli quelle domande, quando fino a poco tempo prima conoscevo qualsiasi aspetto della sua vita, perché mi coinvolgeva nella quasi totalità delle decisioni. Ma un po’ alla volta mi ero abituata alla necessità di chiedergli degli aggiornamenti.
“Vivo tra Milano e Genova. Mi sposto sempre più spesso, penso che a breve inizierò proprio a fare il pendolare.”
“In che senso?”
“Un po’ qui e un po’ lì, senza fissa dimora.”
“Ma come mai?”
“Storia lunga…” mi ha risposto, facendomi capire che non voleva approfondire l’argomento.
“Ho capito…” ho tagliato corto, dispiaciuta per quel silenzio. “Per il resto tutto ok?”
“Bellina, non c’è niente che vada per il verso giusto.”
“Nemmeno il lavoro?”
“No…ho problemi di varia natura. Un casino dietro l’altro. Con Boston ho proprio chiuso.”
“Davvero? Non tornerai più negli Stati Uniti?”
“No, ho dato gli ultimi due esami che mi mancavano.” mi ha risposto, aggiungendo poco dopo. “Bellina, voglio che tu sappia che per me non è cambiato nulla.”
“Me l’hai sempre detto. Faccio fatica a credere che sia davvero così, però non ti voglio contraddire.”

Mi ha preso la mano e immediatamente ho avvertito un brivido lungo tutta la schiena. Ho abbassato gli occhi sul piatto per nascondere una lacrima.
“Lo senti questo?” mi ha chiesto.
“Certo. Come potrei non sentirlo.”. Era quasi doloroso ammettere che ero ancora totalmente immersa in quel fiume di emozioni.
“Anch’io. Sempre. Non dubitarne mai.”.

Abbiamo pagato il conto e siamo usciti dal ristorante mano nella mano.
“Sei venuta in motorino?”
“No, mi sono fatta prestare una macchina per la serata. L’ho parcheggiata più avanti, è quella rossa là in fondo, la vedi?”
“Sì. Io sono in motorino. L’ho lasciato sotto l’ufficio, se mi aspetti vado a recuperarlo.”
“Ok, resto qui.”.

Quando è arrivato, l’ha messo sul cavalletto e mentre parlava mi sono seduta sopra, tenendo entrambe le gambe da un lato.
“Quanto sei bella…questa immagine mi resterà impressa per tutta la vita. Sei raggiante.”
“Tu sembri un altro rispetto a tre ore fa.”
“Lo so, lo sento…”.

Si è avvicinato per darmi un bacio infinito, come lo chiamava lui. Uno di quelli che ci sentivamo addosso fino al giorno dopo e oltre. Quando ci siamo staccati ci siamo resi conto di avere perso il contatto con la realtà.
Ci siamo stretti in un altro abbraccio, senza dire nulla, fino a quando ci siamo staccati perché sapevamo entrambi che era arrivato il momento di salutarsi, chissà perché poi…perché non abbiamo dormito insieme quella notte? Cosa ce lo ha impedito? Nulla, o forse tutto.
Quando sono entrata in macchina ho abbassato il finestrino. Lui si è avvicinato, ha abbassato la testa e mi ha dato un altro bacio, che era diverso ma sembrava quasi la continuazione di quello precedente.

Ho messo in moto l’auto e mi sono avviata verso casa. Stefano mi ha seguita fino all’ultimo, viaggiando accanto a me. Ci alternavamo per guardare la strada davanti a noi, ma c’era sempre un attimo in cui incrociavamo lo sguardo.
Mi ha accompagnata fino a quando ha potuto, fino a quando la strada è finita in un bivio. In quel punto esatto, ci siamo guardati ancora più intensamente, i miei occhi gridavano Non te andare, i suoi…anche i suoi.
Perché lui non se ne voleva andare.
E quello non doveva essere il nostro ultimo bacio.

come una storia

“Isabella, devi mangiare.” mi ha detto mia mamma sottovoce, per non farsi sentire dai miei fratelli.
“Non ho fame.”
“Sono mesi che non hai appetito, cosa vogliamo fare?”
“Non lo so. Usciamo a cena stasera?”
“Se può servire per farti tornare l’appetito, certo…decidi tu dove.”
“Avrei tanta voglia di sushi.”
“Sushi! Sushi!” ha urlato mio fratello, rientrando in casa dalla porta finestra.
“Va bene…oggi pomeriggio cosa fai?”
“Sto a casa.”
“Non ti va di fare un giro?”
“No, preferisco stare qui. Fa caldo fuori.”
“Non ti hanno mai spaventato queste temperature…” ha continuato a rimproverarmi mia mamma. “Certo, se non mangi…”
“Uff.”
“Ok, messaggio ricevuto. Ci vediamo più tardi.” mi ha detto, accarezzandomi la mano destra.

Dopo pochi minuti mi sono alzata dal divano, ho salutato i miei fratelli che stavano guardando la televisione e sono salita al primo piano. Le mura di quella casa erano per me così accoglienti che avevo deciso di fermarmi lì più a lungo del previsto, sfruttando tutti i giorni di ferie arretrati che avevo accumulato nel corso degli anni.
L’avevo abbandonata più volte, minacciandola sempre di non farvi ritorno, ma dovevo ammettere che Firenze era la mia città dell’anima e nessun posto riusciva a confortarmi allo stesso modo. Continuavo a svegliarmi più volte nel corso della notte e a vagabondare esausta per le vie della città, ma per lo meno ero riuscita a scrollarmi di dosso quella sensazione di angoscia che permeava ogni centimetro del mio corpo quando mi trovavo in ufficio e più in generale a Milano, dove sempre più spesso mi capitava di trovarmi in un luogo qualunque, anche insieme ad amici stretti, quando all’improvviso il cuore iniziava a battermi all’impazzata, mi cambiava il tono della voce, non riuscivo a seguire i discorsi e iniziavo a pensare che quello non poteva essere altro che un incubo, dal quale però non avevo idea di come si potesse uscire.

Era luglio inoltrato, Stefano era sparito del tutto, non sapevo nemmeno dove si trovasse, se fosse a Milano, a Genova o chissà in quale posto del mondo. Non si faceva sentire da più di tre settimane, non poteva nemmeno immaginare dove andassi in vacanza, né tantomeno come stessi in quel periodo.

Mi sono sdraiata sul letto cercando di farmi avvolgere dal calore della stanza in cui avevo passato più della metà della mia vita. Accanto a me c’era un quaderno su cui qualche ora prima avevo scarabocchiato una mappa del Messico. Avevo intenzione di completarla, così ho acceso il computer che avevo acquistato qualche settimana prima e che fino a quel momento era rimasto chiuso nella scatola e ho iniziato a cercare informazioni sui luoghi che amici e colleghi mi avevano consigliato di visitare. Dopo pochi minuti, il silenzio che regnava nella casa e il tepore dell’ambiente che mi circondava mi hanno fatto sprofondare in un sonno profondo. Mi sono addormentata con la matita in mano e il portatile sullo stomaco.

Quando mi sono svegliata, dopo qualche secondo di smarrimento, ho premuto un tasto per accendere il monitor e mi sono collegata a Skype. Stefano era uno dei pochi contatti online. Mi sono fatta coraggio e ho iniziato a scrivere qualche parola.
Poi ho cancellato tutto, mi sono disconnessa e ho aspettato che succedesse qualcosa.
Ma cosa ti aspetti? mi diceva una voce interiore. Mi aspettavo che si facesse sentire. Doveva succedere prima o poi.
Oppure poteva davvero sparire nel nulla per sempre? Ma se era l’unica cosa che gli avevo chiesto di non fare! Mi capitava di sentire sempre più spesso storie di ragazzi (ma anche ragazze) smaterializzati nel nulla da un giorno all’altro, ma non avevo mai creduto che mi potesse accadere la stessa cosa. Stefano mi amava, così tanto da aver paura di noi, così intensamente da aver subito una rivoluzione interiore, così incondizionatamente da voler tornare da me solo quando sarebbe potuto rimanere per sempre.
Questo era ciò che pensavo io, poi c’era la realtà, che era completamente diversa, anzi era una non-realtà, perché di fatto non esisteva, ma a me non importava: vivevo aspettando che tornasse, perché – ne ero certa – si stava preparando per passare la vita con me.

Mi sono connessa di nuovo su Skype, ho aperto la finestra della sua chat e dopo una decina di minuti, mentre fissavo lo schermo, ho visto l’icona accanto al suo nome passare da verde a grigia. Se n’era andato senza scrivermi e questo bastava per farmi sentire ancora una volta infinitamente piccola di fronte a quella situazione che non capivo e non riuscivo ad accettare.

Le giornate trascorrevano lentamente, in apparenza tutte nelle stesso modo, anche se qualche segnale di ripresa c’era, nonostante non me ne accorgessi.
Avevo deciso di iscrivermi ad un corso semestrale di fotografia, che si teneva tutti i giovedì sera da metà ottobre a fine marzo e che speravo potesse dare un inquadramento teorico ad un inclinazione artistica che volevo sviluppare.
Inoltre, stavo già pensando a qualche viaggio da organizzare al rientro dalle ferie.
Dopo mesi passati a camminare con lo sguardo rivolto al passato, finalmente mi ero sbloccata e avevo iniziato a pianificare qualcosa.
In questo contesto, avevo anche deciso di partire per una meta lontana, con alcune persone – colleghi e amici dei colleghi – che conoscevo a malapena e forse proprio questo mi aveva spinto ad unirmi a loro. Sapevano poco di me e questo significava non avere la necessità di parlare di ciò che mi era successo sebbene poi, nel corso della vacanza, la mia storia sia stata il principale tema di discussione. Notavo però, in quelle calde serate messicane, che iniziavo a trattarla esattamente in quel modo, cioè come una storia, di cui qualche giorno prima di partire avevamo scritto un altro folle capitolo.

Durante la serata “sushi in famiglia”, probabilmente spinta dall’affetto e dal senso di protezione che percepivo a tavola, avevo scritto un messaggio a Stefano.
Come stai?
Non avevo voluto aggiungere altro, perché ero certa che non avrebbe risposto a quesiti più articolati e perché, in tutta onestà, non sapevo nemmeno quale domanda scegliere tra l’infinità di pensieri che convivevano nella mia testa.
Mi ha risposto dopo qualche minuto, spiazzandomi più del solito.

Ciao Bellina, non è passato giorno in cui mi sono svegliato senza pensare a te e nel quale ho cercato di capire cosa stessi facendo o di immaginarmi dove fossi. Io purtroppo sto attraversando un momento di crisi profonda, direi quasi esistenziale. Purtroppo mi sono reso conto di essere tanto forte sotto determinati punti di vista  e immensamente debole e fragile quando si toccano determinati temi. Non sono sparito – anche se capisco che tre settimane di silenzio possano far credere questo – sono “solo” confuso, distrutto, angosciato e non volevo (seppure tu mi abbia detto di fregarmene) coinvolgerti in questa situazione. Ho perso la mia stabilità e sto cercando di riordinare le idee nel marasma della mia vita. Sto facendo tante valutazioni, ho continui ripensamenti e ribaltamenti di fronte e questo per me – che sono sempre andato dritto come un treno – è un problema immenso. Ho paura di tutto, anche del fatto stesso di avere paura. Tu come stai? Cosa mi racconti? Mi sei mancata tanto e so che stai cercando di allontanarti da me, lo sento…ti adoro.

Abbiamo deciso di vederci.
Così, nel giro di dodici ore e due giorni prima della partenza per il Messico, mi sono ritrovata a bordo di un vagone pieno di speranze, diretto a tutta velocità verso Milano, convinta che il peggio fosse passato, inconsapevole che quello che stavo per scrivere era l’ultimo capitolo di una storia che volevo non finisse mai.

andrà tutto bene

Mi sono sdraiata sul divano senza nemmeno sfilarmi la borsa dalla spalla. Avevo il cellulare in mano già da qualche minuto perché stavo scrivendo a Marco che non lo avrei raggiunto e che doveva aspettare qualche ora per ascoltare il racconto di quella strana serata.
Prima di staccare del tutto le mie labbra dalle sue, avevo chiesto a Stefano di mandarmi un messaggio una volta arrivato a casa. L’avevo visto stanco e assente e avevo avuto l’impressione che quel bacio fosse un grido di aiuto. Volevo andare in suo soccorso perché era più semplice occuparmi di lui che di me stessa. Dopo più di un’ora, quando ero certa che fosse giunto a destinazione già da un po’, con le palpitazioni e una profonda sensazione di angoscia, ho deciso di scrivergli per prima.
Non gli ho detto che mi mancava, che non riuscivo a sopportare quella situazione, che non avevo quasi mai appetito, che non riuscivo a nemmeno a pensare che potesse essere ridotto in quello stato e non gli ho nemmeno rinfacciato tutta la sofferenza che aveva fatto prepotentemente entrare nella mia vita.
Non ho parlato di nulla di tutto questo, come sempre del resto, perché non volevo destare preoccupazioni o dargli una ragione in più per andarsene. Perché in fondo temevo che i miei lamenti lo spingessero ancora più lontano da me.
“Vedrai che andrà tutto bene.” ho iniziato a digitare. “Mi dispiace vederti così. Io sono sempre qui.”
“Grazie piccola.” mi ha risposto laconico, qualche secondo dopo l’invio del mio messaggio.

La mattina successiva sono entrata in ufficio con gli occhi talmente gonfi che non riuscivo a distinguere i numeri sui tasti dell’ascensore.
“Non ho chiuso occhio stanotte.” ho detto alla mia collega che mi chiedeva come fosse andata la serata.
“Quindi male.” ha dedotto lei.
“E’ stata una serata strana.”
“Ma come vi siete salutati?”
“Nel migliore dei modi. Con un gesto così bello e naturale che da quell’istante mi sto chiedendo quale sia la realtà, se sia il sogno che vivo quando siamo insieme o l’incubo dei momenti di silenzio.”
Magari è una via di mezzo.”
“Non è possibile.” ho commentato, aggiungendo dopo una breve pausa: “Dopo aver provato un sentimento così grande, non sarò più disposta ad accettarne uno di minore intensità. Non voglio condannarmi ad essere infelice.”
“Ti capisco…ma se arrivasse qualcun altro?”
Non può esistere niente di meglio.”
“Non puoi saperlo…”
“Credimi, è così.”
“Lascia perdere, non riuscirai mai a farla ragionare…” ha commentato Marco, che aveva sentito solo l’ultima parte del discorso.
Camilla si è allontanata per rispondere al telefono.
“Quando capirai che devi provocargli uno shock?” mi ha detto lui, quasi in tono di rimprovero.
“Non posso farlo. Non saprei neanche come farlo. Ma oltretutto, perché dovrei?”
“Perché ha bisogno di essere strattonato.”
“Ma se ieri mi ha baciata…”
“Appunto.”
“Hai ragione…non ha senso, lo so. Ieri era quasi irriconoscibile, era distrutto, non capisco cosa gli abbia fatto di male…”
“Di male proprio nulla, semmai gli hai fatto del bene. E’ l’effetto della felicità su chi non l’ha mai provata.”
“Anch’io ho provato la stessa cosa e ho capito che probabilmente non ero mai stata felice fino a quel momento…e che stavo sbagliando tutto.”
“Tu hai avuto il coraggio di cambiare. Lui no, per questo ora soffre.”
“Ma come può preferire quello stato di malessere? Quando siamo insieme è al settimo cielo, come può anche solo pensare di ritirarsi in una vita che non gli appartiene più?”
“Non so cosa dirti. E’ un codardo. Oppure non è innamorato come pensi.”
“Qui non si tratta di essere innamorati. Non parliamo di farfalle nello stomaco o delle cazzate che si leggono nei libri. Questo è un sentimento molto più profondo, una connessione a tutti i livelli, una complicità senza eguali…come dice sempre lui, è un rapporto divino…perché è evidente che ci sia qualcosa di innato che sfugge al nostro controllo.”
“Forse è proprio questo che lo spaventa.”
“Ma se è l’aspetto che più lo affascina!”
“Al di là di tutto è qualcosa che non puoi controllare. E per questo devi voltare pagina.”
“Ma se me ne vado, se ne andrà anche lui…inizierà a camminare in un’altra direzione.”
“Non lo sta già facendo?” mi ha chiesto Marco, senza troppi giri di parole.
“Sì, però quando ci sentiamo e riusciamo a vederci, capisco che non se n’è mai andato.”
“O magari se n’è già andato e decide di tornare da te solo in quel momento. Purtroppo Isa, non puoi sapere cosa abbia in mente.”
“Ma l’ho sempre capito! Se c’è un aspetto speciale del nostro rapporto è proprio la semplicità con cui ci siamo sempre compresi sotto ogni punto di vista. Perché adesso si nasconde da me?”
“Perché non ha il coraggio di dirti quello che pensa.”
“Ti assicuro che preferirei che fosse sincero. Se avesse deciso di tornare da lei, non gli farei mai pesare la scelta. E’ libero di prendere qualsiasi decisione, gliel’ho detto dall’inizio.”
“Ne sei sicura?”
“Sì.”
“Quindi se oggi venisse da te per dirti che si deve allontanare, tu saresti serena? Non ha il coraggio di parlarti anche perché è spaventato dalle tue possibili reazioni, credimi.”

Di fronte a quelle parole ho dovuto alzare una barriera. Erano arrivate dritte al cuore e avevo la sensazione che l’avessero stretto in una morsa.
“Non lo so. Non so che dirti.” ho risposto, tagliando corto. Ho guardato Marco negli occhi per implorarlo di chiudere il discorso.
“Stai tranquilla. Andrà tutto bene, ne sono certo.”.

Non sapevo quale fosse il senso preciso di quelle parole, forse perché non c’era. Erano le stesse che avevo scritto a Stefano qualche ora prima ed anche in quel caso mi ero chiesta perché le avessi scelte.

Non ero pronta a conoscere la verità, a voltargli le spalle, ad ammettere che lo stesse facendo lui.
Non ero neanche pronta a sentirmi dire che avesse scelto la sua vecchia vita. Non lo ero affatto, anche se dicevo il contrario, e credo che nemmeno lui lo fosse, nonostante tutti i suoi gesti lasciassero poco spazio ai dubbi.
Tranne uno, quel bacio, a cui sono restata aggrappata con tutte le mie forze, quel giorno e nel periodo di silenzio successivo, durato quasi un mese.

Un mese in cui ogni mattina ho faticato ad alzarmi dal letto. Potevano esserci il sole, la pioggia, la tempesta, cento arcobaleni, ma per me il cielo era sempre grigio. Mi occorrevano ore ed ore per addormentarmi e mi svegliavo più volte nel corso della notte. Andavo in ufficio esausta e solo il pensiero delle vacanze imminenti mi rasserenava, anche se non avevo organizzato nulla, perché vivevo in attesa di una svolta, del suo ritorno e di una serie di eventi che erano solo frutto della mia fantasia e che nascevano dal ricordo di quel bacio, ogni giorno sempre più lontano, sempre più doloroso, sempre più difficile da lasciare andare.

resta qui

“Che fai stasera, Isa? Andiamo a fare un aperitivo?” mi ha chiesto il mio capo mentre aspettavo che il computer si riavviasse.
“Non posso…ho un impegno.”
“Dai, ci sono anche gli altri.” ha insistito.
“Sono fuori a cena.”
“Perfetto! Ci beviamo una birra prima. Suvvia, non farti pregare…”
“Marco, non è questo…voglio andare a casa a sistemarmi. Ma hai visto la mia faccia?”
“E’ sempre la stessa, da qualche mese a questa parte. Ed è il motivo per cui ti ho chiesto di uscire.”.

Ho fatto una smorfia girandomi verso il monitor.
“Questo computer va a rilento.”
“Isa, Isa…”
Marco non mollava la presa.
“Devo chiedere di sostituirlo.” ho continuato, fingendo di non aver sentito.
“Niente, non mi ascolti.”
“Ti ho già detto che non posso.”
“Come vuoi. Se dovessi cambiare idea, ci trovi in Brera.”
“Va bene.”
“Mi raccomando…” ha aggiunto, facendomi pensare che avesse un presentimento.
“Sì Marco, non ti preoccupare. Sto meglio di due mesi fa, me ne sono fatta una ragione.”
“Sicura?”
“Sì…più o meno…”
“Devi uscire con lui?”
“Già…sperando che non sparisca come al solito.”
“Finché gli permetti di farlo…”
“Non lo cerco più ormai.” gli ho detto, cercando di nascondere lo sconforto.
“Ma corri da lui ogni volta che ti scrive.”
“Cioè mai. Non è come prima, fidati.” ho commentato.
“Dove andate stasera?” mi ha chiesto, senza aggiungere altro.
“Non lo so.”
“Se non vi vedete, mi prometti che ci raggiungi?”
“Marco, ma perché non dovremmo vederci?”

“Hai ragione.” ho proseguito, senza aspettare la sua risposta. “Te lo prometto.”
“Sei sempre dell’idea di cercare una casa?” mi ha chiesto, cambiando discorso.
“Non ne troverò mai un’altra bella come quella.”
“Isaaa…Non ti scoraggiare. Ti do una mano volentieri.”

Quelle parole sono state una carezza sul mio viso. Non capivo perché fosse così gentile con me e cosa lo spingesse a starmi vicino con quella costanza e delicatezza.
Mi sentivo sola in quei giorni, così tanto che non riuscivo nemmeno a cercare un contatto con gli altri: sprofondavo sempre di più nella solitudine perché non mi volevo confrontare con chi mi ripeteva di girare le spalle a Stefano, di passare oltre e guardare avanti, con chi mi diceva che mi meritavo molto di più e chi mi prospettava un futuro eccezionale lontano da lui e dalle sue menzogne. Non volevo affrontare nemmeno uno di quei discorsi, perché erano intrisi di una verità mi terrorizzava.
Al contrario, Marco era una presenza dolce e confortante nelle mie giornate, al punto che – nelle rare occasioni in cui non era in sede – mi spaventava l’idea di andare in ufficio e non trovarlo. Per certi versi mi sentivo in debito con lui e mi chiedevo spesso se la vita mi avrebbe offerto più avanti la possibilità di ringraziarlo davvero, perché sapevo che prima o poi ne avrei sentito il bisogno.

Alle 18 Stefano non si era ancora fatto sentire, ma – una volta arrivata a casa – avevo comunque iniziato a prepararmi come se dovessimo effettivamente uscire a cena. Ero ormai abituata a ricevere i suoi messaggi dell’ultimo minuto, sia positivi che negativi, e non volevo aspettare un suo cenno di vita per decidere cosa indossare. Quella sera, oltretutto, ero certa che ci saremmo visti. Davanti allo specchio, mi sono fermata qualche istante a osservare i lineamenti del mio viso, un gesto che evitavo di fare da settimane, o forse addirittura da qualche mese. Non volevo vedere i segni della disperazione sul mio corpo.
Ho cercato di coprire le occhiaie con un fondotinta e altri campioni di trucchi di cui non conoscevo nemmeno l’utilità, ho infilato un abito nero semplice e un paio di sandali color cammello e dopo una ventina di minuti ero già all’uscio pronta per uscire di casa.

“Dove ci vediamo?” mi ha chiesto Stefano via sms proprio in quel momento.
“Ma come, non hai prenotato da nessuna parte?” gli ho chiesto, certa che capisse l’ironia della mia risposta.
“Questa volta no, Streghetta.”
“Andiamo in zona Isola, ti va una pizza?”
“Preferirei fare una cena più strutturata, a dire il vero…”
“Come preferisci. Ci vediamo comunque lì?”
“Dammi un indirizzo.”
“Ti mando la mia posizione appena arrivo, ok?”
“Non mi posso connettere su Whatsapp…poi ti spiego.”
“Non è necessario.” ho risposto lapidaria, stanca di avere a che fare con i suoi problemi indefiniti.
“Non ti arrabbiare. Non vedo l’ora di vederti…”
“Da quanto non ci vediamo?” gli ho chiesto, dando voce ad un pensiero quasi senza rendermene conto.
“Non ha importanza.”

Un’ora dopo lo osservavo mentre si trascinava, stravolto, verso di me, e mi sono chiesta come avessimo potuto fare a noi stessi una cosa del genere. Un anno prima eravamo talmente felici che avevamo perso il contatto con la realtà, con il lavoro, gli obblighi e i legami di una vita, un presente che ci stava ormai troppo stretto e che sembrava l’opposto di quello che avremmo desiderato per il nostro futuro. Cosa rimaneva di quegli attimi di pura gioia? Potevano davvero essere solo un lontano ricordo?
Non avrebbe alcun senso. Non può essere così. ripetevo tra me e me, mentre lo vedevo sempre più vicino al mio motorino.
Mi ha salutata con un bacio sulla fronte, volgendo poi lo sguardo sulle mie mani, che non osava toccare. Ho provato a farlo io, ma mi sono bloccata quando ho sentito la sua pelle fredda. Quelle non erano le sue dita, erano di un’altra persona, ma com’è possibile?, voglio scappare.
Per la prima volta non volevo avere a che fare con ciò che eravamo diventati.
Ma sapevo di non essere abbastanza forte per andarmene.

Resta qui.” mi ha detto Stefano, leggendomi nel pensiero.
E così ho capito che non potevo essere altrove. In un attimo, grazie a due parole, siamo rientrati in sintonia e – senza aggiungere altro – abbiamo voltato l’angolo e iniziato a camminare senza una meta precisa.
Ci siamo seduti al ristorante alle 23 passate, ma solo perché non riuscivamo più a resistere alla fame e al caldo, altrimenti avremmo potuto continuare a vagare per quella zona di Milano che ci faceva sognare ad occhi aperti.
A differenza del solito, abbiamo scambiato pochissime parole. Stefano, stranamente, non mi aveva inondato di informazioni sul suo lavoro. Non sapevo nemmeno che cosa stesse facendo di preciso in quel periodo.
“Ah…mi sono comprata un portatile…quello di cui avevamo parlato tempo fa.” avevo detto ad un certo punto, interrompendo un momento di silenzio.
“Ma come…? E perché non mi hai detto niente?”
“Non ci sentiamo mai…ti sembra normale che ti scriva una cosa di questo tipo?”
“Voglio sapere tutto. Bellina, per me non è cambiato nulla, non so più come dirtelo…”
“Non ti preoccupare.” ho cercato di tranquillizzarlo. “Comunque non ho ancora iniziato ad usarlo. L’ho solo tirato fuori dalla scatola.”

Volevo scrivere.
Non sapevo quando e se mi sarei mai sentita davvero pronta per farlo, ma una voce dentro di me mi sussurrava una cosa ben precisa: scrivere mi avrebbe salvata. ***

“E cosa ci farai?”
“Vorrei scrivere.”
“Scrivere…dolce Bellina…e cosa scriverai?”
“Non ne ho idea. Non ci ho mai pensato. Vorrei semplicemente scrivere…qualcosa. O per lo meno provarci.”
“Potrò leggere quello che scriverai?”
“Non so…”
“Così mi fai soffrire.” ha detto, abbassando gli occhi sul piatto che il cameriere gli aveva appena messo davanti.

Credo che il mio cuore avesse avvertito il pericolo e stesse tentando di proteggermi. Era lui, infatti, che mi sussurrava di non dire nulla. Proprio lui che mi aveva sempre spronato a lasciarmi andare, adesso mi consigliava di tenere qualcosa per me. Per la prima volta avevo deciso di non aprirmi completamente a Stefano e di non raccontargli cosa avessi in mente di fare, indubbiamente anche perché non avevo le idee chiare, ma c’era dell’altro. C’era innanzitutto il bisogno di ripartire da qualcosa, di ritagliarmi uno spazio per ritrovare me stessa, perché ero arrivata al punto da non capire più chi fossi e perché la vita mi aveva condotta fin lì, facendomi percorrere una via tortuosa, alla fine della quale non avevo trovato – almeno fino a quel giorno – ciò che mi aspettavo.
Volevo una ricompensa, pensavo di essere stata già abbastanza coraggiosa e di essere per certi versi “arrivata”. Non avrei mai pensato che potesse essere arrivata ad un nuovo punto di partenza.

“Ste, non voglio parlarne. Non so cosa farò, al momento non ne ho davvero idea. Se ci vorrai essere, ti coinvolgerò in tutto, come ho sempre fatto. Ma per ora non me la sento.”
“Chiaro. Senti Streghetta, ti devo dire una cosa.”.

Ho ingoiato il boccone senza masticarlo.
“Cosa? Sono abbastanza fragile, cerca di dirmelo nel modo più dolce possibile. E’ incinta?” gli ho chiesto senza troppi giri di parole.
“No…assolutamente no.”
“E allora cosa succede?”
“Uno dei miei migliori amici non sta bene. Perdo sempre le persone a cui sono più legato.”
“Mi dispiace.”
“Non mi do pace.”.

Ho fatto un respiro profondo e, pur consapevole del fatto che stessi per intraprendere un discorso complicato, ho deciso di provare a parlargli con la massima sincerità.
“Ste capisco il dolore, ma ho l’impressione che tu stia vivendo tutto molto peggio di come lo potresti vivere. Così non fai altro che attrarre altra negatività…penserai che io sia pazza, ma è così. Devi iniziare a risalire e se te lo dico io, che sto ancora sprofondando nell’abisso, credimi, non hai alternative. Hai toccato il fondo e non puoi permetterti di continuare a scavare.”
“Fosse facile.”
“Non ho detto che lo sia, ma lo devi a te stesso. Guardati, non sembri più tu.”
“Sta succedendo di nuovo, capisci?”
“In che senso? Spiegati meglio.”
“Mia sorella…e poi lui…”.

Mi sono tornate in mente le sue parole di qualche mese prima, quel discorso confuso che non aveva voluto approfondire e che probabilmente nascondeva un dolore che non aveva voglia di raccontare a nessuno, nemmeno a me.
“Non posso accettare l’idea di perdere le persone che amo.”
“Credo che sia così per tutti. La vita non è sempre giusta.”
“Ho paura di perdere anche te.”
“Ed è per questo che ti allontani?”
“No…cioè…no, non mi allontano affatto.”
“Ste…”.

In quel momento, guardandolo negli occhi, ho capito che non si trattava solo di me. Aveva il terrore di perdermi, certo, ma c’era dell’altro.
Non voleva perdere Laura. Non riusciva nemmeno a pensare ad una vita senza di lei ed ero sempre più convinta del fatto che non si fossero mai davvero allontanati.

Quando abbiamo finito di cenare ci siamo diretti verso l’ingresso della metropolitana a pochi metri dal ristorante.
E lì mi ha spiazzata di nuovo.
Mi ha preso il viso tra le mani per baciarmi con una passione che credevo fosse svanita del nulla. Mi sono fatta trascinare dall’emozione del momento, senza oppormi, rispondendo con ancora maggiore passione.
Non riuscivo a staccarmi di dosso l’estasi di quel momento che però, passo dopo passo e in modo del tutto inaspettato, mentre Stefano entrava nel tunnel e diventava sempre più piccolo, si stava trasformando in una sensazione diversa, spiacevole, sconosciuta. Qualcosa che confermava la necessità di cambiare direzione, anche se tutto il mio corpo mi diceva di andare verso di lui.
Ma il cuore iniziava a ribellarsi sempre di più e così ho deciso di seguire i suoi consigli, ancora una volta. Era arrivato il momento di ripartire da qualcosa. E quasi inconsciamente sono ripartita dalla persona dalla quale avevo sempre cercato di nascondermi.
Da me.


***E così è nato questo blog ❤