Ricominciare

Mi sono svegliata mentre l’aereo appoggiava le ruote sulla pista.
Avevo dormito quasi per tutta la durata del viaggio, aprendo gli occhi solo quando sentivo le hostess passare accanto a me prima con lo snack, poi con la cena, e per finire con la colazione. Con un cenno del capo facevo capire che non mi sarei mossa da quella posizione apparentemente scomoda, ma che era l’unica in cui riuscivo ad addormentarmi mentre ero in volo. Ero stata per nove ore con la fronte attaccata al sedile di fronte a me e le braccia conserte sul tavolino aperto.
I due ragazzi al mio fianco non si erano mai mossi. Quando li ho visti salire sull’aereo ho immaginato che stessero tornando dal viaggio di nozze e che fossero esausti. Ma felici, tanto. Si vedeva dai loro sguardi, dal modo in cui si sfioravano le mani, anche dai vestiti che indossavano, così diversi ma perfettamente abbinati. Chissà se era stato il tempo ad amalgamarli così bene. Erano talmente belli che sarei rimasta per ore ad osservarli.

“È in orario il volo?” mi ha chiesto mia mamma poco prima che spegnessi il cellulare.
“Sì. Ci vediamo domani mattina.”
“Bene, buon viaggio!”.
Credo che fosse preoccupata. Si faceva sentire più del solito e mi rivolgeva attenzioni a cui non ero abituata, quasi sempre con il solo scopo di starmi vicina, a volte anche per cercare di capire se stessi bene, se stessi bene solo in apparenza, o se non stessi bene affatto.
La verità era che stavo in tutti e tre i modi, prima uno, poi l’altro, poi di nuovo il primo, poi un altro ancora. Stavo bene ma il momento successivo, anzi il minuto successivo, stavo molto meno bene e poi, quasi all’improvviso, mi ritrovavo sull’orlo della disperazione, con le lacrime agli occhi e un grande senso di impotenza di fronte ad una delle poche cose che, all’alba dei trent’anni, non avevo ancora imparato ad accettare. L’abbandono.

Ero partita per un viaggio meraviglioso, che avevamo organizzato a quattro mani, curandone anche i più piccoli dettagli, avevamo messo in moto la macchina, percorso chilometri e chilometri, su e giù per le colline, avevamo persino guadato dei fiumi e scalato una montagna, eravamo arrivati in cima ed eravamo scesi dall’auto per osservare il panorama, ma proprio in quel momento avevo notato qualcosa di strano, lui non c’era più, si era rimesso alla guida e stava tornando a valle. Non mi ha portata con sé, se n’è andato senza nemmeno salutarmi, forse perché farlo sarebbe stato troppo doloroso per entrambi, o forse perché non gliene importava nulla di me. Ma poteva essere davvero così? No, mi ripetevo. E allora perché l’aveva fatto?
Me lo sono chiesto per tanti mesi. Sono rimasta lassù, senza fare passi in nessuna direzione, stavo immobile aspettando che lui tornasse, avevo persino smesso di osservare il panorama, perché troppo concentrata a guardare la discesa che aveva percorso da solo e i pochi metri che mi circondavano, nei quali mi sentivo protetta. Triste, affranta e delusa, ma protetta. Ogni tanto provavo ad allontanarmi da quel punto, ma finivo sempre per farvi ritorno di corsa. Preferivo stare male piuttosto che sforzarmi di trovare un modo per stare meglio.

Fino al giorno in cui ho compiuto 30 anni.
A New York erano ancora le 18 della sera precedente. Ero lì da una settimana, avevo frequentato un corso intensivo di web design, passando talmente tante ore in aula e al pc che non ero riuscita a vedere quasi nulla della città. Le poche vie che percorrevo per andare a scuola facevano riemergere dentro di me troppi ricordi che non ero ancora pronta a guardare da quella nuova prospettiva.

Tanti auguri Bellina. Mi manchi così tanto che a volte non riesco a respirare. L’altro giorno ho trovato una frase scritta a mano su un foglio e ho pensato subito a te…“Mi mancheresti anche se non ci fossimo mai incontrati.”. Grazie di esistere.
Mi aveva scritto in modo del tutto inaspettato senza sapere che mi trovassi negli Stati Uniti, allo scoccare della mezzanotte italiana, dopo un silenzio di più di due mesi, durante i quali mi ero posta tante domande senza mai rivolgerle a lui, convinta com’ero di dovermi limitare a sopravvivere fino al giorno in cui sarebbe tornato. E forse anche sicura che fosse giusto soffrire per poterlo, un giorno, riabbracciare.

Ed ecco che quel giorno era finalmente arrivato. Almeno, questo era ciò che pensavo mentre leggevo l’anteprima del messaggio.
“Grazie…mi manchi…” mi sono limitata a rispondere.
“Che fai, dono stupendo?”
“Sono a New York.” Gli ho risposto, continuando a fingere che il suo comportamento fosse normale.
“A New York? Davvero? A fare cosa?”
“Un corso di web design. Ma torno in Italia tra poche ore. Sono già in aeroporto. Tu che fai?”
“Niente, sono a casa con alcuni amici. Come festeggi?”
“Sarei felice di vederti. Tanto…vedi tu, se e quando puoi…” ho ammesso.

Non ho mai ricevuto risposta. Ero talmente sconvolta che non ho raccontato a nessuno cosa fosse successo. Non ho avuto il coraggio di dirlo nemmeno alle amiche più strette: dato un lato mi vergognavo per lui (e un po’ anche per me), dall’altro cercavo, per certi versi, di proteggerlo. Ancora.
È sparito di nuovo, per un periodo ancora più lungo.
Così mi sono ritrovata a spegnere le candeline da sola e mentre soffiavo auguravo a me stessa solo una cosa: di riuscire a ricominciare.

Avevo paura.
Dovevo guardarmi dentro per darmi delle spiegazioni.
Vedevo di fronte a me solo un enorme punto di domanda.
Ero costretta a sentirmi compatita da chi non si spiegava come fossi rimasta sola, a sentirmi incompresa da chi non capiva perché avessi messo in moto quel meccanismo autodistruttivo, a sentirmi per giunta colpevole di averlo fatto.

Ma da qualche parte, in fondo al mio cuore, ero anche entusiasta.
Stavo scoprendo, un po’ alla volta, il lato più bello della libertà, quella vera e consapevole.
Stavo imparando a vivere con leggerezza e maturità, alternandole in base al mio umore e a ciò che ogni giorno mi trovavo ad affrontare.
Potevo finalmente dedicare tempo a me stessa.

Dal giorno del mio trentesimo compleanno mi sono tuffata in quella nuova vita, cercando di seguire sempre i miei istinti, senza pensare a cosa fosse giusto, o meglio scegliendo solo ciò che io consideravo tale.
E così ho iniziato a ritrovare me stessa e a vivere davvero, come forse non avevo mai fatto prima.