lo bueno nunca acaba

A partire dalla mattina successiva le settimane sono trascorse molto velocemente, complice il clima di festa, l’aria natalizia, la corsa contro il tempo per comprare i regali e i preparativi per la partenza imminente.

Il 23 dicembre sono partita per Firenze. Pur avendo dedicato molta attenzione alla scelta del posto, mi sono ritrovata, come spesso mi capita, a viaggiare al contrario e questo non ha fatto altro che alimentare il mio malessere. Mi sentivo estremamente sola in quel momento, soprattutto perché Stefano era diventato un tabù quasi per tutti: c’era chi pensava me ne fossi già dimenticata, chi non ne voleva parlare per far sì che ciò accadesse, chi non aveva mai dato peso alla sua presenza nella mia vita e chi non osava fare domande poiché non era in grado di prevedere le mie possibili reazioni. I miei familiari facevano parte di quest’ultima categoria: non erano a conoscenza degli ultimi sviluppi della nostra storia, del silenzio che durava ormai da più di due mesi, non sapevano nemmeno esattamente come mi sentissi, né se vivessi da sola o in compagnia di qualcuno. Ho sempre pensato che le mie amiche, che li conoscevano molto bene, li aggiornassero a mia insaputa, perché mi sembrava impossibile che non fossero in pensiero per me o anche solo curiosi di sapere come e con chi trascorressi le mie giornate.

Durante i giorni di festa ho parlato quasi esclusivamente di Cuba e di lavoro. Ciascuno ha focalizzato le proprie attenzioni sui tre nipoti, figli di mio fratello maggiore, e sull’annuncio di matrimonio dell’altro, che ci ha lasciati a bocca aperta. Non avrei scommesso un centesimo sulle sue nozze e tuttora non riesco a credere che possa aver preso una decisione di questo tipo, dal momento che considerava la sua avversione a questi temi un caposaldo dell’esistenza.

Avrei voluto essere felice e basta, ma ho avuto l’impressione che lui stesso fosse un po’ in difficoltà nei miei confronti. Ero sempre stata la figlia sentimentalmente più stabile, senza grilli per la testa, fedele e dedita al proprio compagno, ma in quei giorni ero sola e sembrava che questo, per certi versi, lo mettesse in imbarazzo mentre raccontava della proposta alla futura moglie, che non conoscevo nemmeno perché si frequentavano da pochi mesi, durante i quali non eravamo mai riusciti ad incontrarci.
“Me la farai conoscere direttamente all’altare?” gli ho chiesto, prendendolo in giro.
“Domani viene qui. Fatti trovare!”

Ero davvero curiosa di vederli insieme: la versione innamorata di mio fratello era cosa alquanto rara e non mi sarei persa l’appuntamento per nulla al mondo.

 

Siamo rimasti in sala fino a notte fonda.
Ho pensato spesso a Stefano, me lo immaginavo in una stanza grande, insieme alla sua famiglia numerosa, di fronte alle ricette preparate da sua nonna, che a 92 anni riusciva ancora a preparare le portate in totale autonomia. Non gli ho fatto gli auguri, da un lato perché non volevo, dall’altro perché temevo di creargli problemi.
Però quando sono rientrata in camera non ho resistito: ho acceso il computer e mi sono collegata alla posta elettronica dell’ufficio. Ho scritto una lunga email per fargli capire ancora una volta che non me ne ero andata, che non ero nemmeno così arrabbiata come poteva pensare, che tutto sommato stavo bene e che avevo diversi progetti per il futuro, compreso quello di provare, un giorno, a cimentarmi con la scrittura. Gli ho detto che da circa una settimana stavo provando a disegnare con le matite che mi aveva regalato, che avevo fatto i ritratti di diversi amici e che stavo pensando di dedicare sempre più tempo a questa attività, magari la sera dopo il lavoro. L’ho salutato senza fargli domande, perché ero certa che non mi avrebbe mai risposto e che probabilmente non avrebbe nemmeno letto l’email, ma con mio grande stupore, due giorni dopo – forse si trattava di un regalo di Santo Stefano – mi è apparsa una sua notifica sullo schermo.
“Tu non sei umana. L’ho sempre pensato ma questa è l’ennesima conferma. Ti penso sempre e mi manchi tremendamente, grazie per questa lettera, ti rispondo domani con calma dono della vita. Ciao Bellina mia.”.

Ho pianto ininterrottamente per venti minuti, chiedendo alle amiche che erano con me in quel momento che cosa avessi fatto di male per meritarmi di vivere in quel modo. Posso dire che avrei preferito che non rispondesse e che sia riuscito a lasciarmi senza parole ancora una volta, proprio quando pensavo che la rottura fosse davvero definitiva.
“Sei tu che gli hai scritto…” mi ha detto Anna.
“Lo so, credevo che mi ignorasse.”
“Però non volevi che lo facesse.”
“A questo punto posso dirti che non ne sono così convinta. Non lo so Anny, mi sembra tutto così strano.”
“Aspettiamo domani per trarre conclusioni. Vediamo cosa ti dice.”.

Il giorno successivo, in aeroporto, ho controllato il telefono ogni 30 secondi.
Marco aveva deciso di unirsi al gruppo, era venuto a prendermi in Centrale ed eravamo andati a Malpensa insieme. Aveva anche chiesto al ragazzo seduto di fianco a me di mettersi al suo posto per starmi vicino. Avrei preferito che si rifiutasse di farlo: volevo stare sola, fantasticare sulle parole che mi avrebbe scritto Stefano, perché lo avrebbe fatto prima del decollo, ne ero sicura.

“Signorina, deve spegnere il telefono.”.
Non mi ero resa conto che l’aereo di stesse già muovendo.
Durante il volo, mentre Marco dormiva, ho parlato a lungo con la ragazza cubana alla mia destra, un po’ in italiano e un po’ in spagnolo. Mi ha raccontato delle difficoltà legata alla sua storia d’amore a distanza e ha ascoltato con attenzione la mia. Le ho parlato di un ragazzo tanto straordinario quanto imprevedibile, tanto forte quanto insicuro, tanto lontano quanto parte di me. Mi guardava con gli occhi lucidi quando le dicevo che avrei trovato la sua risposta all’arrivo, perché ci credevo così tanto che ne ero proprio convinta e cercavo in lei rassicurazioni. Mi fissava e annuiva.
Dopo una breve pausa, si è girata di nuovo verso di me e mi ha sussurrato all’orecchio alcune parole.
Lo bueno nunca acaba si hay algo que te lo recuerda.

Le cose belle non cessano mai di esistere finché hai qualcosa che te le ricordi. Non ho mai capito cosa volesse dirmi: era giusto che restassi aggrappata a quelle speranze? Non mi sarei mai liberata del passato? Avrei imparato un giorno ad accettare quello che mi era successo? Valeva lo stesso per lui?

Avrei trovato all’atterraggio la risposta che desideravo? Non le ho chiesto nulla e mi sono appoggiata al poggiatesta distendendo il più possibile le gambe.

Stefano non si è più fatto vivo.
E forse questo è uno dei motivi per cui quel viaggio mi ha cambiata profondamente.

amare davvero

Ho appoggiato il sacchetto sul tavolo della cucina e dopo aver estratto tutto il contenuto dalla busta ho trovato, in un angolino, un biscotto della fortuna. Mi piaceva pensare che fosse finito lì per sbaglio. Mentre mangiavo lo osservavo, pensando a quale augurio potessi trovare al suo interno. Come spesso mi succedeva in quel periodo, in pochi istanti ero passata da un momento di euforia allo sconforto più totale. Pensavo di stare bene, ma il minuto successivo mi rendevo conto di avere ancora tanta strada da percorrere. Volevo un consiglio, o ancor meglio una predizione, qualcosa che mi facesse respirare: in quei frangenti mi sarei aggrappata a qualsiasi cosa pur di farlo, anche ad un pezzo di carta stampato da un macchinario in chissà quale posto del mondo.

Con queste premesse, ho estratto il foglietto pensando che contenesse la chiave per il mio futuro, trovandomi invece di fronte a quella che appariva piuttosto come una sentenza sul presente.

E’ preferibile l’aver amato e aver perduto l’amore, al non aver amato affatto. (Lord Tennyson)

Non potevo credere alle parole che avevo di fronte e istintivamente le ho allontanate dai miei occhi. Non aveva senso, non poteva esserci nulla di positivo nel perdere l’Amore. Mi bastava pensare al fatto che non avrei augurato a nessuno di vivere nello stato in cui mi trovavo quel giorno.

Ho sistemato i piatti nella lavastoviglie e mi sono lasciata cadere sul divano. Ho appoggiato il computer sulle gambe e mi sono tuffata nelle letture serali con le quali, quasi quotidianamente, cercavo le conferme di cui avevo bisogno. Avevo ormai scandagliato tutto il web alla ricerca di risposte alle domande “Perché gli uomini scappano?”, “Perché hanno paura di amare?”, “Cosa sono le fiamme gemelle?” e su quest’ultimo aspetto avevo letto una miriade di articoli e storie di chi, come me, era stato vittima di quella che, a detta di molti, era una grande fortuna, che a me appariva piuttosto come una condanna: l’aver incontrato una persona capace di distruggere tutte le tue certezze per crearne insieme a te di nuove, diverse, vostre, molto più autentiche, libere, tue. Per poi decidere di andarsene.

Ho riposto il portatile nella borsa e mi sono allungata verso il comodino per prendere i fogli dedicati alle mie pagine del mattino, nonostante fossero le nove di sera. Per la prima volta ho sentito il bisogno di scrivere non solo per sfogarmi o cercare di mettermi in contatto con Stefano, ma anche per parlare di futuro, cosa che fino ad allora non avevo mai avuto il coraggio di fare.

Sto riflettendo sulla mia esperienza e sull’impatto che l’avere amato davvero ha avuto sulla mia vita. Penso a questo sentimento e all’uomo per cui l’ho provato, che adesso non fa più parte della mia quotidianità.
E inaspettatamente sorrido, nonostante sia tuttora sommersa da ondate di sofferenza causate dal suo allontanamento.

Quando l’ho conosciuto, me lo ricordo come se fosse ieri, ero alla ricerca di qualcosa. Mai soddisfatta, spesso nervosa, infelice quanto basta per capire di dover cambiare qualcosa, ma non abbastanza per farlo davvero. Ad un certo punto è arrivato lui. Un ragazzo eccezionale, ammirato da tutti, quasi venerato per la sua intelligenza e simpatia. Mi faceva paura. Come reazione inconscia, per diversi mesi ho cercato di mantenere le distanze.

A dire il vero, non era l’uomo che immaginavo al mio fianco.

Eppure qualcosa dentro di me l’aveva riconosciuto subito, al primo sguardo, anche se non volevo ammetterlo. Il cuore non aveva mai battuto così alla vista di nessun altro, non ha mai smesso per tutta la durata della nostra storia e sono certa che ricomincerebbe a battere con la stessa intensità se le nostre strade si incrociassero di nuovo. Anche adesso, mentre scrivo, sento il battito che accelera.

Non sono sicura che possa esistere, per me, un uomo altrettanto stupendo. E forse oggi è questa la mia paura più grande e il motivo per cui volo spesso con la mente nei posti in cui so dove trovarlo, dove sento il suo calore, dove siamo noi e basta. Mi spaventa l’idea di dover rinunciare ad un sentimento così grande e di dover lasciare andare tutto ciò che abbiamo scoperto insieme. Perché è stata una rivelazione per entrambi.

Credo di essere stata molto fortunata solo per il fatto di averlo incontrato. Auguro a tutti di amare un uomo come ho amato lui e di essere amati in questo modo dalla persona che si ama. I sentimenti autentici sono il sale della vita, le danno un senso, fanno crescere e scoprire aspetti di noi stessi che altrimenti non conosceremmo mai. Senza legami profondi, forti e veri la nostra esistenza non è piena. Credo che questo fosse esattamente quello che cercavo in quegli anni. E ora so che avere amato davvero è stata la mia fortuna.

E chissà, forse anche la mia salvezza.

Sono riuscita a non rivolgermi a Stefano fino all’ultimo, ma la tentazione era troppo forte, così mi sono lasciata andare un’altra volta, con un peso in meno sul cuore, un po’ di leggerezza in più nella mente, ma allo stesso tempo un passato che continuavo a stringere tra le dita.

Sai cosa mi hanno detto l’altro giorno?
Che potresti essere entrato nella mia vita per prepararmi a qualcosa di più grande.
Non penso che sia possibile, lo dicevamo sempre, no? Può esistere qualcosa di più grande del nostro Amore? Non credo proprio. E allora cosa perché sei arrivato? Che cosa mi dovevi insegnare? O forse è questo il momento in cui dovrei imparare qualcosa?

Non riesco a colmare il vuoto che hai lasciato e credo che nessuno lo possa fare.
Ma ti sono comunque infinitamente grata perché mi hai permesso di cambiare. E se prima ero convinta di sapere dove stessi andando, con il passare del tempo ho capito che non ne avevo davvero idea. Che ne sarà di me? Non lo so, so solo che mi sento finalmente libera di decidere per la mia felicità, di credere che possa arrivare qualcosa di immenso mentre, in fondo al cuore, continuo a sperare che un giorno tu possa fare di nuovo capolino nella mia vita per riprenderti tutto quello che è tuo. Mi manchi.

spazio ai desideri

Mi succedeva una cosa strana: mi sentivo in colpa. Non volevo ammettere che stessi iniziando ad accettare il fatto che se ne fosse andato, perché temevo che Stefano – nonostante non ci sentissimo mai – se ne accorgesse. Capiva quando mi allontanavo da lui, me lo diceva sempre, ed ero certa che lo capisse anche in quel momento. Potevamo vivere nel silenzio ma i nostri sentimenti si intrecciavano, dialogavano liberi, non chiedevano a noi il permesso di continuare a crescere. Dovevo odiarlo e invece lo amavo sempre di più. O almeno così mi sembrava.

Ma poi, sarà amore questo? Sì, lo so, con la A maiuscola.
Questo spazio dovrebbe essere mio, invece te ne appropri ogni mattina. Almeno una pagina solo per me, me la lasci? O devi entrare in ogni mio pensiero?

Comunque ogni tanto penso che non lo sia. Sai cosa mi ha detto Camilla l’altro giorno? Che sono fissata. Che non è amore, ma un’immensa illusione che ho nella testa. Eppure eri lì…eravamo lì. Al ristorante, a casa tua. Eravamo insieme anche quando viaggiavo in treno da sola, o quando ci separavano più di quattromila chilometri di oceano. Ci sono dei ricordi che, piano piano, si stanno sbiadendo. Non mi ricordo più come eravamo vestiti, se fosse inverno o estate, nemmeno se piovesse o splendesse il sole, ma mi ricordo esattamente cosa provavo in quel momento. Vorrei tornare indietro solo per rivivere quelle emozioni.

Quella sera in cui siamo usciti a cena…quando siamo andati nel ristorante con i cuscini giganti, hai presente? Non ho idea di come fossimo vestiti. Mentre mi preparavo ero agitata…Ecco, questo non mi interessa, posso anche dimenticarlo. Ma i tuoi occhi lucidi mentre ti davo consigli per la presentazione, o il cenno di intesa che mi hai rivolto mentre il cameriere ci consigliava cosa mangiare…mi rimarranno per sempre nel cuore. Chi se li scorda quelli…ma come potrei…

All’improvviso mi sono accorta di essere in ritardo. Non avevo finito di scrivere le mie tre pagine mattutine, perché mi ero persa tra le parole e i pensieri della prima, mettendoci più del necessario per completarla. Prima di riporre la penna ho aggiunto soltanto, a caratteri cubitali, Spazio ai desideri…, occupando quasi tutta la metà della seconda facciata. Ho bevuto il caffè in piedi davanti ai fornelli, fissando le piastrelle di fronte a me.

Alla fine l’avevo trovata, ristrutturata e arredata: vivevo nella casa dei miei sogni, un piccolo appartamento su due livelli a pochi passi da Sant’Ambrogio, con i muri bianchi, una finestra che arrivava fino al pavimento e la vista sul cortile interno, pieno di piante e fiori, che mi faceva pensare di non essere a Milano. L’avevo trovata grazie a Marco, che mi aveva aiutato nella ricerca come se dovesse acquistarla lui, mentre io continuavo a pensare all’occasione che avevo perso qualche mese prima e mi rammaricavo per non essermene fregata del parere di una persona che non aveva mostrato il minimo interesse a riguardo. La consideravo una prima conquista, una mia conquista, un punto di partenza di qualcosa che non riuscivo ancora a inquadrare, né tanto meno a definire. Quando aprivo la porta mi sentivo forte, perché ero riuscita a fare tutto senza di lui, cosa che ritenevo impossibile fino a poco tempo prima. Ogni tanto ero quasi dispiaciuta all’idea di uscire, volevo rimanere sul divano a leggere, o mettermi a disegnare, poi avrei voluto scrivere, ma sentivo di non essere pronta per farlo. E poi cosa avrei potuto raccontare? Mentre ero a Singapore con Gabriele, qualche anno prima, avevo iniziato una storia. Si intitolava “Era quel che mi aspettavo” e parlava di una relazione a distanza, delle difficoltà legate alla vita all’estero, di un amore finito e di due persone che continuavano il loro percorso come se tra di loro non ci fosse mai stato nulla. Non la rileggevo da allora, ma si trovava ancora in una cartella del mio computer che avevo chiamato “Libri” e che avrei voluto, un po’ alla volta, riempire con tanti racconti. Invece quel file era rimasto solo mentre la vita mi scorreva davanti agli occhi senza che me ne accorgessi.

“Penso che mi prenderò un anno sabbatico.” ho detto ad alta voce facendo cadere il silenzio nella stanza.
“No…cosa avete capito?” ho continuato. “Non nel vero senso della parola. Continuerò a lavorare, ma farò allo stesso tempo tutto ciò che mi passerà per la testa, senza pensarci due volte.”. I miei colleghi hanno tirato un sospiro di sollievo.
“Magari saranno due mesi e non un anno. O magari sarà tutta la vita.”. Mi guardavano come se fossi in preda ad un delirio inspiegabile.
“Sto dicendo cose senza senso?” ho chiesto a Camilla.
“No, anzi. Pensavo a quando è stata l’ultima volta in cui ho fatto qualcosa senza pensarci due volte.”
“Andrò a Cuba dopo Natale.”
“A vivere?” mi ha chiesto Marco sorridendo e alzando gli occhi al cielo.
“Sì, mi aiuti a trovare casa?” gli ho chiesto, stando al gioco. “No, vado con un gruppo di amici ed ex colleghi. Posso?”
“Fammi dare un’occhiata al calendario…” ha finto di aprire il file delle presenze ma subito dopo, senza aspettare che si caricasse, ha detto “Certo che puoi. Posso venire con te?”
Speravo che non si notasse quanto quella domanda mi avesse imbarazzato.

“Sei diventata bordeaux.” mi ha detto Camilla poco dopo, davanti alla macchinetta del caffè.
“Ho sentito una vampata di calore in tutto il corpo. Dai, ma puoi chiedermi una cosa del genere davanti a tutto l’ufficio? Non ci posso pensare.”
“Sei sicura che non ci sia dell’altro?”
“Cioè?”
“Dai, Isa…”
“Assolutamente no, credimi. Mi sono confidata con te per quasi due anni, all’inizio senza nemmeno conoscerti, non mi farei nessun problema a dirtelo o a fartelo capire.”
“Lo sai che verrà, vero?”
“Ma non aveva prenotato per Siviglia?”
“Non ancora.”
“Vieni anche tu, ti prego.”
“Non posso. Ma che problema c’è? Siete in tanti!”
“Sì, ma lui è il mio capo!”
“Ma smettila, sai bene che non è solo un capo.”
“Aspetta, voglio subito toglierti ogni dubbio. Non provo niente per lui e la gerarchia non c’entra nulla. Sai bene chi c’è nella mia testa e sfortunatamente anche da un’altra parte. Non voglio che inizino a circolare queste voci, lo sai come va a finire poi…”
“No, come?”
“Senti, ti ricordo che sono ancora il tuo superiore.” le ho detto cercando di rimanere seria. “Quindi è come dico io.”
Nessuna delle due è riuscita a trattenere la risata e ci siamo lasciate andare senza finire il discorso.

Quando sono tornata a casa ho ritrovato i fogli e la penna nella stessa posizione in cui li avevo lasciati la mattina.

Spazio ai desideri…
Da qualche parte avevo letto di un esercizio di origine antica utile per realizzare i propri sogni e per conoscersi nel profondo. Non mi ricordavo nulla del contesto in cui ne fossi venuta a conoscenza né se ci fossero delle regole precise da seguire, ma ero certa che dovessi scrivere su un quaderno 150 desideri, anche di difficile realizzazione. Così, un po’ per gioco, ho iniziato ad elencare i primi che mi venivano in mente.

1. Voglio comprare una casa ✔ Ok l’ho già realizzato ma 150 sono troppi, non riuscirò mai a scriverli tutti e poi ci sono ancora alcune cose da sistemare, quindi posso tenerlo qui nell’attesa di fare la lista completa.
2. Voglio fare un viaggio (Cuba)
3. Voglio trovare una persona con cui passare il resto della mia vita
4. Voglio studiare il portoghese
5. Voglio andare in Brasile
6. Voglio capire cosa voglio fare da grande
7. Voglio disegnare
8. Voglio studiare anche qualcos’altro. Non so cosa però.
9. Voglio trasferirmi al mare
10. Voglio, un giorno qualunque, fermarmi e capire di stare bene.

Potrò cominciare da questi dieci, o ne devo proprio scrivere 150? Ok ho capito, domani continuo. Chissà se mi servirà a qualcosa.

Ho chiuso il quaderno e stringendolo al petto mi sono avvicinata alla porta per aspettare il fattorino che mi avrebbe consegnato la cena.


Questo post nasce da un ritrovamento: ieri mattina stavo mettendo a posto un cassetto e ho trovato un quaderno che avevo comprato proprio per fare questo esercizio.
È la tecnica dei 101 desideri di Igor Sibaldi.
L’avevo iniziata circa sette mesi fa e poi – come spesso succede – mi ero completamente dimenticata di andare avanti. Ieri con mio grande stupore mi sono resa conto di aver realizzato almeno il 30% dei desideri che avevo scritto.
Non so cosa significhi tutto questo. Non so se sia la legge dell’attrazione, o qualcos’altro, non ne ho la più pallida idea e non lo voglio nemmeno sapere. Sono però certa che alcune cose non succedano per caso e che focalizzarsi su un obiettivo, un sogno, o qualsiasi cosa ci assomigli, anche solo ammettendo di averli, può davvero cambiare la nostra vita, come è successo a me. ❤️