alle cose difficili

Non sono mai stata brava a gestire agende, diari e qualsiasi cosa necessiti di un aggiornamento costante. Non lo ero prima e non lo sono ora. Però in quei giorni sentivo così forte l’esigenza di scrivere che mentre mi trovavo ancora a Malpensa, poco prima dell’imbarco, ho acquistato un quaderno con i fogli a quadretti. Mi aveva colpito la copertina, su cui era rappresentato un palloncino rosso. Sapevo che durante la vacanza non sarei riuscita a scrivere le pagine del mattino e a dire il vero ho smesso del tutto di farlo, ma non ho perso l’abitudine di buttare su carta i miei pensieri, proprio come facevo con grande incostanza durante gli anni dell’università. Scrivevo nei pochi momenti in cui ero sola, principalmente mentre Giulia, la mia compagna di stanza dei primi due anni di corso, si faceva la doccia, ma capitava anche la sera prima di andare a letto o la mattina, quando mi svegliavo prima degli altri.
Si stava per concludere un anno meno movimentato del precedente, sicuramente più equilibrato, ma con un equilibrio spostato verso il basso. Ho sempre cercato di allontanarmi dalle persone e dalle situazioni capaci di trasportarmi sia sulle vette che negli abissi più profondi, ma forse sono queste le uniche in grado di cambiare un’esistenza intera. Del resto per me è stato così: se non avessi volato nei cieli più azzurri e nuotato nei mari più profondi, avrei continuato a condurre la vita di sempre.
Non ero soddisfatta di quell’equilibrio, ma non sapevo cosa fare per cambiarlo. Per tanti mesi ho avuto paura dell’ignoto, scegliendo di rimanere infelice, per non correre il rischio di rimettermi in gioco.

Qualcuno è attratto in modo quasi magnetico dai cambiamenti. Anch’io ero così: mi buttavo in qualsiasi attività senza alcun timore, cercavo sempre nuovi stimoli, cambiavo città, lavoro, corsi di studi con una facilità che lasciava quasi tutti i miei conoscenti senza parole. Non potevo fallire, perché sapevo che, in un modo o nell’altro, mi sarei adattata a tutto. Perché questo ero: un camaleonte. Una persona capace di mimetizzarsi ovunque, inconsapevole di quali fossero i suoi bisogni più profondi, o comunque poco propensa a dar loro ascolto.

Ora però li conoscevo e non potevo ignorarli. Sapevo anche mi avrebbero potuto condurre dove sognavo, se solo avessi avuto il coraggio di farmi prendere per mano da loro. Non dovevo più cambiare e snaturarmi per adeguarmi alle situazioni, ma dovevo cambiare e svelare al mondo me stessa per crearne di nuove.

Avevo di fronte un’infinità di alternative, ma sapevo che la strada che avevo deciso di percorrere sarebbe stata in salita. Ho chiuso l’anno con la sensazione che quello successivo sarebbe stato più duro, incerto e pieno di insidie. Allo scoccare della mezzanotte ho alzato gli occhi e con il bicchiere verso l’alto ho fatto un brindisi alle stelle, chiedendo loro di continuare a guidarmi su quel percorso, che nonostante tutto – dovevo andarne fiera – avevo scelto io.

“Buon anno Isa.”
“Buon anno Marco. Grazie di tutto.”
“Sei una persona speciale. Non tirarti indietro proprio ora.”
“Ci proverò.” gli ho risposto, guardando nella stessa direzione di qualche minuto prima, per cercare gli stessi puntini luminosi sopra di noi.

Mi ha rivolto uno sguardo diverso dal solito, più profondo, per certi versi più intimo, accogliente e carico di sentimenti, dal quale però, quasi d’istinto, ho cercato di proteggermi. Mi sono girata verso gli altri ragazzi del gruppo, che erano seduti intorno ad un tavolo a pochi metri di distanza da noi e ho sorriso a chi si è girato verso di me. Non so cosa abbiano pensato, so solo che dopo qualche minuto si sono allontanati ancora di più, forse per lasciarci soli.
“Ti meriti il meglio e lo avrai.” ha continuato Marco.
“Vedremo, la strada è ancora lunga.” gli ho risposto. Ho appoggiato i piedi sulla sedia e ho circondato le gambe con le braccia per chiudermi a riccio di fronte ad una conversazione che mi stava mettendo un po’ in imbarazzo ma che – più per correttezza nei confronti di una persona che mi era stata di grande aiuto in quegli anni – non mi sentivo di abbandonare.
“Cosa farai al ritorno?”
“Non lo so…non lo so Marco…”
“Non ci credo. Tu sai sempre cosa fare.”
“Ho tanti progetti, ma non so se sarò in grado di portarli avanti. Vorrei ricominciare a disegnare, trasferirmi al mare, vorrei semplicemente stare bene.”
“Scrivere.”
“Eh?”
“Vorresti scrivere.”
“Sì, anche, ma partiamo dalle cose più semplici.”
“Andare a vivere al mare sarebbe semplice, cambiando completamente vita?”
“Più semplice di scrivere.”
“Non dire idiozie, Isa. Sono tutte scuse.”
“Per me è così.”
“E’ la cosa che ti viene più naturale in assoluto.”
“Cosa, traslocare?”
“Basta, ci rinuncio!” ha detto in tono ironico, alzando il mojito per brindare. “Alle cose difficili.”
“Sperando che spariscano dalla mia vita!”
“…che ci portino dove desideriamo.”
“A piccole dosi, questo concedimelo. Non sono in grado di sostenere il peso di un altro ciclone.”

Quella parola è uscita dalla mia bocca in modo del tutto spontaneo e per qualche istante mi ha riportato da Stefano, ma per una volta mi sono sentita leggera, quasi sollevata, così ho deciso di brindare anche a lui, alla vita che aveva deciso di ricostruire dopo il nostro incontro e al modo in cui aveva cambiato per sempre la mia.