la svolta

Qualche giorno dopo ero tornata alla vita di sempre, anche se solo in apparenza.
La routine era sempre la stessa: sveglia alle 7:45, alle 9:00 in ufficio, pausa pranzo dalle 13:30 alle 14.30, serata a disposizione per…qualsiasi cosa.

A pensarci bene, non mi ero mai sentita così libera. Prima c’era Gabriele, in presenza del quale non riuscivo mai a ritagliare del tempo per me stessa, poi ci sono stati i mesi di confusione, con i loro alti e bassi, le riflessioni continue, i cambiamenti di umore e l’ansia che mi faceva compagnia durante il giorno e la notte, poi c’era Stefano e la coda del ciclone che si è portato con sé. Mi sono ritrovata e poi persa nuovamente, questa volta in un buco nero ancora più profondo, che non si può nemmeno chiamare tunnel perché la luce non si intravedeva nemmeno. Più passavano i giorni e più diventava buio, freddo e inquietante.

Sono rinata un po’ alla volta, passo dopo passo, prendendomi ogni giorno del tempo per me stessa. Per cercare di accettare ciò che mi era accaduto e cosa mi occorreva per stare meglio. Sono sopravvissuta per qualche mese in questa situazione, uscendo poco di casa, rifiutandomi di uscire con altri uomini, perché ero talmente delusa che temevo che il peggio non si fosse esaurito del tutto, ma che ce ne fosse ancora traccia da qualche parte. In effetti, non mi sbagliavo.

Avevo accettato di uscire solo con un ragazzo in quel periodo e per un motivo semplice: lo conoscevo da quasi dieci anni. Luca, qualche anno più di me, anche lui di Firenze ma trapiantato a Milano, bello, non potevo negarlo, educato, con un lavoro simile al mio. Ci eravamo incontrati per caso in prossimità di un semaforo, entrambi in sella ai nostri motorini. Mi ricordo che avevo suonato il clacson per richiamare la sua attenzione e lui mi aveva fatto cenno di accostare. Non ci vedevamo da almeno due anni e in poco più di cinque minuti ci eravamo aggiornati su tutto ciò che era accaduto in quel lasso di tempo. Anche lui era stato lasciato poco tempo prima. Io non ero stata lasciata, perché non mi ero nemmeno fidanzata, ero stata abbandonata, ecco, gliel’avevo detto così, senza troppi giri di parole e senza scendere nei dettagli. Ci eravamo salutati ripromettendoci di vederci per un aperitivo e così tre giorni dopo – non aveva perso tempo a chiedermi di uscire – eravamo su una terrazza con vista sui nuovi grattacieli di Porta Nuova e un mojito in mano.

Mi ero sempre sentita a mio agio con lui. Ma quella sera era successo qualcosa di strano.
Tu hai intenzione di vivere qui, o pensi di andare all’estero nei prossimi anni? No perché se ci dovessimo fidanzare, non è che poi prendi e vai via…
Certo che se facessimo dei figli, avrebbero sicuramente gli occhi chiari!
Sai tutti i miei amici si stanno sposando, molti hanno anche già figli, mi sta salendo un po’ l’ansia.

Ero talmente fragile che al primo impatto non ero riuscita a spiegarmi come dalla sua bocca potessero essere uscite quelle frasi. L’avevo capito nei giorni successivi. Era disperato.
Sono scappata a gambe levate, sia fisicamente quella sera, che virtualmente la mattina dopo, quando di fronte al suo “‘Giorno“, apparso sullo schermo del mio cellulare all’accensione, avevo provato un senso di nausea così forte che mi aveva costretta a stare a letto venti minuti più del solito con la testa nascosta sotto al cuscino.

In seguito a quell’episodio, non sono uscita con altri uomini.
Non l’ho fatto per più di un anno, durante il quale – lo devo ammettere – non ho avuto nemmeno grandi occasioni di incontri. Ed era esattamente ciò che mi serviva: un po’ di solitudine, nel senso positivo del termine.

Uscivo con le amiche, ogni tanto con i colleghi, tornavo spesso a Firenze e rimanevo ore ed ore in camera a sfogliare vecchi diari, album di fotografie e raccolte di disegni. Ogni tanto buttavo l’occhio sulle matite colorate che mi aveva regalato Stefano, che erano rimaste sempre chiuse, fino a quando ho deciso di portarle con me a Milano. Sono state loro a farmi compagnia durante le serate in cui decidevo di rimanere a casa. Realizzavo per lo più composizioni astratte. Giocavo con le forme geometriche, con i colori, sprecavo quantità infinite di fogli: ero sempre stata così, se non mi convinceva il primo tratto, dovevo ricominciare da capo, anche se avevo ancora un foglio intero a disposizione per rimediare. Non accettavo che il primo segno non fosse perfetto, perché da quello partiva tutto. Nell’arte, come nella vita. Non volevo più prendere decisioni sbagliate, anche se piccole e apparentemente insignificanti, perché sapevo che, un po’ alla volta, mi avrebbero portata dove non desideravo andare. Prima di andare a dormire, buttavo tutto nel cestino.

Pensavo che fosse solo un modo per sfogarmi, ma mi sbagliavo. Ogni volta, senza saperlo, mettevo sulla carta i pezzetti del mio cuore e cercavo di ricomporlo. Non ci riuscivo mai e per questo gli schizzi finivano sempre nella pattumiera. Guardavo quelle forme e non mi riconoscevo. Ma non si trattava di tentativi falliti: erano piccoli gesti che mi stavano portando sulla strada giusta.

la-svoltaUn pomeriggio, nel giardino della casa dei miei genitori, ho disegnato una figura femminile. L’ho rifatta più di venti volte. Mi sono allontanata dal foglio, ho cercato di cambiare angolazione, l’ho osservata per studiarla e per cercare di capire chi rappresentasse. Accanto ho appoggiato un quadrifoglio che mi aveva portato poco prima mia mamma.

È stato il primo disegno che ho conservato. L’ho fotografato e riguardato più volte durante il viaggio di ritorno verso Milano. Volevo chiedere a quella ragazzina chi fosse, perché da sola non riuscivo a capirlo, ma lei mi guardava in silenzio. Così ho deciso di chiamarla Isabella, come me, perché non conoscendola e non avendo idea di che carattere potesse avere, mi sembrava la cosa più sensata da fare. Pensavo che fosse un portafortuna, ma era molto di più. Fin dall’inizio ho capito che seguirla e prendersi cura di lei avrebbe cambiato la mia vita.

La sua storia – la mia storia, oggi posso dirlo – è nata così.
Un mese dopo ho incontrato Ryan.

Un po’ alla volta, il futuro mi ha fatto meno paura e il passato ha assunto infinite sfumature. Ci sono eventi che non ricordo, altri che fanno molto meno male, ci sono quelli che prima mi paralizzavano e ora mi danno un senso di sollievo, altri che mi tornano in mente e mi fanno sorridere.
C’è un momento a partire dal quale, quasi senza accorgermene, ho preso in mano la mia vita e tutto ha avuto un senso. Quel disegno e le scelte a cui mi ha messo di fronte negli anni successivi hanno dato il via al percorso tortuoso che mi ha portata dove sono ora: esattamente dove vorrei essere.

una favola che non inizia

A causa della pioggia improvvisa siamo rientrati al villaggio prima del previsto. Ryan e Thomas sono tornati al loro appartamento – avevano deciso di affittare una casa particular anche a Varadero, dove solitamente si soggiorna nei grandi alberghi – per finire di preparare le valigie.
“Passiamo di qui prima di andare in aeroporto.” Mi aveva detto dandomi un bacio sulla guancia. Suonava come una promessa e speravo con tutto il mio cuore che la mantenesse, ma più passavano i minuti più temevo di non rivederlo.

Pensavo che si rendesse conto che fosse tutto inutile.
Una fiorentina che vive a Milano cosa può spartire con un canadese che vive a Parigi?

Ci saremmo (forse) rivisti qualche volta in giro per l’Europa, senza prendere impegni seri: questo era il massimo a cui ritenevo di potere aspirare.

D’altro canto, in quella fase non riuscivo nemmeno ad immaginarmi in una situazione più impegnativa. Allontanavo chiunque cercasse di avvicinarsi a me dicendo “Sono pazza, non credo che tu voglia avere a che fare con la persona che sono in questo momento.”. E devo dire che nessuno insisteva più di tanto per approfondire la questione, né mi chiedeva cosa fosse successo. Li respingevo e loro se ne andavano, senza lasciare alcuna traccia.

Con Ryan era stato diverso. Insieme a lui mi ero sentita da subito al sicuro. Avevo capito di poter parlare liberamente, forse perché si trattava di una persona talmente lontana dal mio mondo che ritenevo potesse osservarmi davvero da estraneo. E poi era più grande di me. Scherzava come un ragazzino ma ragionava come un uomo. Ecco, credo che questo mi avesse colpita più di ogni altra cosa. Era superficiale e incredibilmente profondo allo stesso tempo.

È comparso all’improvviso dietro alle mie spalle, appoggiando un cd accanto al succo d’ananas che avevo ordinato qualche minuto prima.
“Grazie.” gli ho detto, cercandolo con lo sguardo. Ho girato subito la custodia per leggere i titoli dei brani.
“Mi prometti che li ascolti?”
“Certo…ma all’interno ci sono i testi delle canzoni?”
“No, li trovi sul sito che è indicato qui.” mi ha risposto, spostando dolcemente il mio dito di qualche millimetro. “Sono curioso di sapere quale ti colpisce di più.”.

Dieci giorni dopo gli ho mandato sulla chat di Facebook la mia top 3.
Ascoltavo la sua musica in macchina, mentre andavo in ufficio, ad un aperitivo, a cena con le amiche. Non l’ho mai fatto in compagnia di qualcuno, anche perché ho parlato di Ryan a poche persone. Le altre non avrebbero capito o avrebbero fatto troppe domande.

una-favola-che-non-iniziaAbbiamo continuato a chiacchierare per almeno mezz’ora, un tempo che volevo non finisse mai, perché precedeva quello dei saluti.
“Sai qual è il problema?” gli ho chiesto mentre ci stavamo confrontando sul nostro modo di vedere le relazioni. “Mi hanno sempre detto che ho la testa sulle nuvole perché sogno di vivere nelle favole. Ma favole vere, intendo. Una storia d’amore da togliere il fiato, un principe, un castello, un percorso lineare e semplice, ecco ho sempre sperato di trovare sulla mia strada proprio questo. Non intendo un castello vero e proprio, eh. Quella è una metafora. Ho sbagliato tanto e me ne sono resa conto tardi, quando ormai avevo ricorso troppo, sperato troppo, gettato via troppo. Poi è arrivato Stefano e credevo che quella fosse la favola che stavo aspettando. Lo credevo così tanto che mi ci sono buttata con tutta me stessa. Invece è stata solo una grande illusione. La vita non mi ha dato niente di tutto quello che sognavo. Mi sono ritrovata sola, con un lavoro che non amo, lontana dalla mia famiglia. E la verità è che non ho ancora capito cosa voglio fare da grande. E oggi penso che la vita sia proprio questo: una favola che a volte non inizia.” ho concluso amareggiata.
“Non so che dirti, forse non è ancora iniziata perché non è la tua storia. Forse devi smetterla di correre dietro a una vita idealizzata e iniziare a creare davvero la tua, anche se non è scintillante come quella che hai in mente. Per lo meno sarà frutto delle tue azioni e non solo delle tue aspettative.”.

Le sue parole mi rimbombano tutt’oggi nella mente.
Non gliel’ho mai detto, ma credo che avesse ragione e tuttora non capisco come uno sconosciuto – perché allora lo potevo definire tale – potesse essersi fatto un’idea così chiara di me.

“Allora ciao Isabella. Non sono sicuro di sapere cosa sia meglio dire in queste situazioni…” mi ha detto di fronte all’autobus che l’avrebbe portato a L’Avana.
“A chi lo dici. Grazie di tutto.” gli ho risposto, con gli occhi lucidi per un misto di sconforto ed emozione. “Chissà se ti ricorderai di me.”.
Ero convinta di non essere riuscita a lasciare un segno.
“Ti aspetto a Parigi.”
“Ryan, l’ho già sentita troppe volte questa frase, anche se la destinazione era diversa.”
“Quello è il tuo passato. Hai detto che l’hai lasciato andare, no?”
“Hai ragione. Scusa, non ti meriti una risposta del genere.”
“Non ti preoccupare, ti capisco.” mi ha detto accarezzandomi il viso. Si allontanato così, senza aggiungere altro.

Mi stava dicendo che situazioni in apparenza simili potevano avere sviluppi completamente diversi.
E di non lasciare che la paura mi impedisse di scoprirlo.
Ho deciso di provare a crederci, anche se avrei voluto che non fosse così maledettamente difficile.