“Non ci sono a pranzo, ci vediamo tra un’oretta.”
“Ok Isa, a dopo. Dove vai?” mi ha chiesto il mio capo.
“Non so.”
“Secondo me ci stai nascondendo qualcosa…”
“Ma figurati! Ciao.”. Ho lasciato la scrivania ma sono rientrata nella stanza cinque minuti dopo.
“Già finito?”
“Avevo dimenticato questo…” gli ho risposto sventolando il badge.
“Sei proprio fusa eh.”
“Come al solito.”
Un po’ di più del solito, ho detto tra me e me.

Da quando avevo messo piede in ufficio quella mattina, avevo fatto il conto alla rovescia delle ore e dei minuti che mancavano al nostro incontro. Alle 13:00 in punto mi ero lasciata il cancello alle spalle. Stefano mi stava aspettando dall’altro lato della strada. Era girato di spalle. Mi sono avvicinata molto lentamente e gli ho toccato una spalla con la mano.

“Eccoti…Ciao Bella!”
“No, non ci siamo…nessuno mi può chiamare Bella, lo sai, tanto meno tu…Ora torno indietro e rifacciamo la scena.”

Ho fatto qualche passo indietro mentre lui mi guardava divertito. Poi con un salto mi sono riavvicinata.
“Ciao Bellina mia.”
“Ciao Ste.” gli ho sorriso e ho poi ho aggiunto “Hai portato i panini? Possiamo andare a mangiarli al parco.”
“Ok. Sì, sono qui.” mi ha risposto indicando il sacchetto che li conteneva.

Ci siamo seduti sull’unica panchina all’ombra. Come sempre durante i nostri ultimi incontri, c’era un po’ di imbarazzo a farci compagnia. Ma dopo qualche minuto, la tensione si è sciolta. E c’eravamo noi, seduti uno di fianco all’altra.

Guardavo davanti a me, fissando un punto indefinito sul prato.
“Oggi non ho voglia di fare nulla.” gli ho detto.
“Come mai?”
“Non lo so.”
Fai il lavoro dei tuoi sogni. Sei amata, stimata e gratificata…sei circondata da persone che vedono il sole ogni mattina. Dai loro questo privilegio. Io l’ho avuto e so cosa si prova.”
“Che parole stupende…Però Ste, faccio il lavoro che ho sempre detto di voler fare, quello che è giusto e coerente con il percorso che ho fatto, ma non riesco più a capire se sia il lavoro dei miei sogni.”.

Da quando avevo fatto spazio a Stefano nella mia quotidianità, avevo iniziato, senza quasi rendermene conto, a mettere tutto in discussione. Dal mio rapporto con Gabriele, a quello con la mia famiglia e con gli amici, alle scelte che avevo fatto fino a quel momento. Non c’era nulla che fosse escluso da questo processo. E non è un caso che, nel corso dei mesi successivi, abbia stravolto la mia vita sotto ogni singolo aspetto.

“Puoi sempre mollare tutto e venire negli Stati Uniti.”
“Non esageriamo…Però è chiaro che se la situazione dovesse rimanere così a lungo, mi farò delle domande.”
Ci faremo delle domande.” mi ha corretta lui. Poi ha aggiunto “Va beh, a quel punto…”
“Non credere che mi spaventi l’idea di fare una pazzia.”
“Non rispondo perché è meglio. Sarò là ad aspettarti, anche tutta la vita.“.

Che meraviglia, ho pensato. Nessuno mi aveva mai detto niente di simile. Ma a volte avevo l’impressione che si dimenticasse di essere sposato.
“Intanto tu prendi le tue decisioni con calma e vedrai che poi metteremo tutto a posto. Qualsiasi cosa voglia dire.” gli ho detto.
“Speriamo. Comunque ti capisco, perché sto vivendo la stessa situazione. Anch’io sono pieno di dubbi. Penso che quello che sto facendo sia giusto, ma c’è qualcosa che inspiegabilmente mi frena.”
“Forse è proprio questo il problema.”.

Ho fatto una pausa, perché stavo continuando a riflettere su ciò che avevo appena detto.
“Quale problema?” mi ha chiesto Stefano.
“Ho notato che nelle nostre conversazioni usiamo sempre la parola “giusto”. E’ giusto questo, è giusto quello…ma giusto cosa significa? E’ anche ciò che vogliamo davvero?“.
Questa volta è rimasto in silenzio lui.

“Comunque, mi avevi promesso che mi avresti portato il regalo.” gli ho detto, anche per cambiare discorso.
“Ce l’ho in macchina.”
“Uffa.”. Mi sono rannicchiata tenendo le gambe tra le braccia.
“Se metti quel broncio da bambina sono costretto ad andare a prenderlo.”
Ho cercato di tenere la stessa espressione ma ad un certo punto sono esplosa in una fragorosa risata.
“Anche se ridi così sono costretto ad andare a prenderlo.”.

Si è alzato senza che io avessi il tempo di rispondere e pochi minuti dopo è tornato con un sacchetto in mano.
L’ha appoggiato di fianco a quello dei panini, che non avevamo pensato nemmeno per un secondo di mangiare. Il cibo era passato decisamente in secondo piano.
“Allora…sapevo che avresti preferito qualcosa dell’università. Mi ha sempre colpito la tua passione per i gadget delle aziende. Qui non c’è scritto MIT da nessuna parte, anche perché ho pensato che se ti avessi fatto un regalo di quel tipo lo avresti dovuto nascondere chissà dove. Quindi ti ho portato queste, si trovano solo negli Stati Uniti…”

a-proposito-di-sogniMi ha messo una scatola rettangolare tra le mani facendomi cenno con la testa di aprirla.
Morivo dalla curiosità ma allo stesso tempo ero un po’ intimorita. Era stato capace di regalarmi una collana con inciso il titolo di una delle mie canzoni italiane preferite quando non c’era assolutamente nulla tra di noi, cosa poteva avermi comprato questa volta?
In un certo senso speravo che fosse un oggetto banale. Dall’altra parte ero sicura che non lo fosse. Infatti, mi sono trovata davanti duecento matite. C’erano talmente tante tonalità e sfumature di colore che non sapevo dove guardare. Ne ho presa una in mano, ho fatto scorrere lo sguardo sulle altre e all’improvviso…ho capito tutto. Prima che lui parlasse, avevo già gli occhi pieni di lacrime.
“Ti prego, non posso vederti piangere. Sai perché te le ho regalate, vero? A proposito di sogni…
“Non so se ci riesco.” ho cercato di dire, mentre mi asciugavo le lacrime.
Promettimi che un giorno ricomincerai a disegnare. So che hai smesso anche se non ne conosco il motivo. E so anche che, in fondo, vorresti ricominciare.”
“Come fai a saperlo?”
“Ti osservavo mentre disegnavi durante le riunioni o quando parlavi al telefono. Non erano scarabocchi. O meglio, lo erano, ma non come quelli che fanno tutti. Quindi ho sempre pensato che nascondessi qualcosa.”

Quando ero piccola avevo sempre una matita in mano e passavo ore ed ore a disegnare. Facevo illustrazioni personalizzate che regalavo a tutti, anche a persone conosciute pochi minuti prima. Ad ognuno riservavo un soggetto diverso, frutto della mia fantasia e di quello che avevo intuito della loro personalità. Quando ho imparato a scrivere, quei foglietti colorati hanno iniziato ad ospitare anche parole, frasi e brevi pensieri.

Ho smesso di disegnare una prima volta, intorno ai dieci anni, quando ho perso la persona che per me rappresentava l’arte, l’ottimismo e l’allegria. In poche parole, quello che per me era il lato più bello della vita. Qualche anno dopo, mentre mi trovavo in vacanza al mare, ho comprato dei pennarelli e ho iniziato a colorare con la tecnica del puntinismo. L’ho fatto per un po’ di mesi.
Poi ho conosciuto Gabriele e mi sono fatta fagocitare da lui e dalle sue passioni. Non aveva mai mostrato interesse per il mio mondo a colori, che più volte, nel corso della nostra storia, aveva definito “una perdita di tempo”. E così, quando mi sono trovata a dovere affrontare un altro episodio molto doloroso, ho buttato nel cestino quei pennarelli e il blocco di fogli che usavo. Insieme ai miei sogni. Era il 31 gennaio 2010.

Non ne avevo mai parlato con nessuno. Alla domanda “Ma che fine ha fatto il tuo amore per l’arte?” avevo sempre risposto che avevo preso un’altra strada. Ma questa purtroppo – me ne sono resa conto con il passare del tempo – non era la strada dei desideri.

Ho raccontato tutto a Stefano, che mi guardava con gli occhi lucidi, incredulo per essere riuscito a colpirmi un’altra volta così nel profondo. Quando ho smesso di parlare, ho rivolto di nuovo gli occhi verso il prato, cercando di nuovo quel punto indefinito.
Te lo prometto.
“Vorrei dire qualcosa di intelligente.” ha detto lui. “Ma…sti cazzi. Mi ero fatto un’idea di quello che potesse essere successo, ma come al solito hai superato le aspettative. Sti cazzi…ah l’ho già detto, scusa.”
Siamo scoppiati entrambi a ridere, mentre i miei occhi continuavano a lacrimare.

In quel momento avrei voluto dire qualcosa di intelligente anch’io. Se potessi tornare indietro, probabilmente cercherei di spiegargli quanto sono speciali le persone che riescono a farti ridere e piangere contemporaneamente.