Mi sono sdraiata sul divano senza nemmeno sfilarmi la borsa dalla spalla. Avevo il cellulare in mano già da qualche minuto perché stavo scrivendo a Marco che non lo avrei raggiunto e che doveva aspettare qualche ora per ascoltare il racconto di quella strana serata.
Prima di staccare del tutto le mie labbra dalle sue, avevo chiesto a Stefano di mandarmi un messaggio una volta arrivato a casa. L’avevo visto stanco e assente e avevo avuto l’impressione che quel bacio fosse un grido di aiuto. Volevo andare in suo soccorso perché era più semplice occuparmi di lui che di me stessa. Dopo più di un’ora, quando ero certa che fosse giunto a destinazione già da un po’, con le palpitazioni e una profonda sensazione di angoscia, ho deciso di scrivergli per prima.
Non gli ho detto che mi mancava, che non riuscivo a sopportare quella situazione, che non avevo quasi mai appetito, che non riuscivo a nemmeno a pensare che potesse essere ridotto in quello stato e non gli ho nemmeno rinfacciato tutta la sofferenza che aveva fatto prepotentemente entrare nella mia vita.
Non ho parlato di nulla di tutto questo, come sempre del resto, perché non volevo destare preoccupazioni o dargli una ragione in più per andarsene. Perché in fondo temevo che i miei lamenti lo spingessero ancora più lontano da me.
“Vedrai che andrà tutto bene.” ho iniziato a digitare. “Mi dispiace vederti così. Io sono sempre qui.”
“Grazie piccola.” mi ha risposto laconico, qualche secondo dopo l’invio del mio messaggio.

La mattina successiva sono entrata in ufficio con gli occhi talmente gonfi che non riuscivo a distinguere i numeri sui tasti dell’ascensore.
“Non ho chiuso occhio stanotte.” ho detto alla mia collega che mi chiedeva come fosse andata la serata.
“Quindi male.” ha dedotto lei.
“E’ stata una serata strana.”
“Ma come vi siete salutati?”
“Nel migliore dei modi. Con un gesto così bello e naturale che da quell’istante mi sto chiedendo quale sia la realtà, se sia il sogno che vivo quando siamo insieme o l’incubo dei momenti di silenzio.”
Magari è una via di mezzo.”
“Non è possibile.” ho commentato, aggiungendo dopo una breve pausa: “Dopo aver provato un sentimento così grande, non sarò più disposta ad accettarne uno di minore intensità. Non voglio condannarmi ad essere infelice.”
“Ti capisco…ma se arrivasse qualcun altro?”
Non può esistere niente di meglio.”
“Non puoi saperlo…”
“Credimi, è così.”
“Lascia perdere, non riuscirai mai a farla ragionare…” ha commentato Marco, che aveva sentito solo l’ultima parte del discorso.
Camilla si è allontanata per rispondere al telefono.
“Quando capirai che devi provocargli uno shock?” mi ha detto lui, quasi in tono di rimprovero.
“Non posso farlo. Non saprei neanche come farlo. Ma oltretutto, perché dovrei?”
“Perché ha bisogno di essere strattonato.”
“Ma se ieri mi ha baciata…”
“Appunto.”
“Hai ragione…non ha senso, lo so. Ieri era quasi irriconoscibile, era distrutto, non capisco cosa gli abbia fatto di male…”
“Di male proprio nulla, semmai gli hai fatto del bene. E’ l’effetto della felicità su chi non l’ha mai provata.”
“Anch’io ho provato la stessa cosa e ho capito che probabilmente non ero mai stata felice fino a quel momento…e che stavo sbagliando tutto.”
“Tu hai avuto il coraggio di cambiare. Lui no, per questo ora soffre.”
“Ma come può preferire quello stato di malessere? Quando siamo insieme è al settimo cielo, come può anche solo pensare di ritirarsi in una vita che non gli appartiene più?”
“Non so cosa dirti. E’ un codardo. Oppure non è innamorato come pensi.”
“Qui non si tratta di essere innamorati. Non parliamo di farfalle nello stomaco o delle cazzate che si leggono nei libri. Questo è un sentimento molto più profondo, una connessione a tutti i livelli, una complicità senza eguali…come dice sempre lui, è un rapporto divino…perché è evidente che ci sia qualcosa di innato che sfugge al nostro controllo.”
“Forse è proprio questo che lo spaventa.”
“Ma se è l’aspetto che più lo affascina!”
“Al di là di tutto è qualcosa che non puoi controllare. E per questo devi voltare pagina.”
“Ma se me ne vado, se ne andrà anche lui…inizierà a camminare in un’altra direzione.”
“Non lo sta già facendo?” mi ha chiesto Marco, senza troppi giri di parole.
“Sì, però quando ci sentiamo e riusciamo a vederci, capisco che non se n’è mai andato.”
“O magari se n’è già andato e decide di tornare da te solo in quel momento. Purtroppo Isa, non puoi sapere cosa abbia in mente.”
“Ma l’ho sempre capito! Se c’è un aspetto speciale del nostro rapporto è proprio la semplicità con cui ci siamo sempre compresi sotto ogni punto di vista. Perché adesso si nasconde da me?”
“Perché non ha il coraggio di dirti quello che pensa.”
“Ti assicuro che preferirei che fosse sincero. Se avesse deciso di tornare da lei, non gli farei mai pesare la scelta. E’ libero di prendere qualsiasi decisione, gliel’ho detto dall’inizio.”
“Ne sei sicura?”
“Sì.”
“Quindi se oggi venisse da te per dirti che si deve allontanare, tu saresti serena? Non ha il coraggio di parlarti anche perché è spaventato dalle tue possibili reazioni, credimi.”

Di fronte a quelle parole ho dovuto alzare una barriera. Erano arrivate dritte al cuore e avevo la sensazione che l’avessero stretto in una morsa.
“Non lo so. Non so che dirti.” ho risposto, tagliando corto. Ho guardato Marco negli occhi per implorarlo di chiudere il discorso.
“Stai tranquilla. Andrà tutto bene, ne sono certo.”.

Non sapevo quale fosse il senso preciso di quelle parole, forse perché non c’era. Erano le stesse che avevo scritto a Stefano qualche ora prima ed anche in quel caso mi ero chiesta perché le avessi scelte.

Non ero pronta a conoscere la verità, a voltargli le spalle, ad ammettere che lo stesse facendo lui.
Non ero neanche pronta a sentirmi dire che avesse scelto la sua vecchia vita. Non lo ero affatto, anche se dicevo il contrario, e credo che nemmeno lui lo fosse, nonostante tutti i suoi gesti lasciassero poco spazio ai dubbi.
Tranne uno, quel bacio, a cui sono restata aggrappata con tutte le mie forze, quel giorno e nel periodo di silenzio successivo, durato quasi un mese.

Un mese in cui ogni mattina ho faticato ad alzarmi dal letto. Potevano esserci il sole, la pioggia, la tempesta, cento arcobaleni, ma per me il cielo era sempre grigio. Mi occorrevano ore ed ore per addormentarmi e mi svegliavo più volte nel corso della notte. Andavo in ufficio esausta e solo il pensiero delle vacanze imminenti mi rasserenava, anche se non avevo organizzato nulla, perché vivevo in attesa di una svolta, del suo ritorno e di una serie di eventi che erano solo frutto della mia fantasia e che nascevano dal ricordo di quel bacio, ogni giorno sempre più lontano, sempre più doloroso, sempre più difficile da lasciare andare.