La sera stessa – potrei dire, mio malgrado – ho ricevuto l’offerta dell’azienda. Ho sperato fino all’ultimo che non arrivasse, che avessero cambiato idea, che in fondo non ci fosse niente di vero nelle parole che avevo ascoltato in quel bar.
Invece era lì, nella mia casella e-mail, dove è rimasta in modalità da leggere per un po’, fino a quando mi sono convinta ad aprirla.

Speravo che temporeggiassero perché non ero pronta a fare delle valutazioni razionali, anche se forse la razionalità era solo una minima parte di ciò che mi serviva per prendere una decisione come quella, perché mi sembrava tutto completamente folle, ad accezione dell’aspetto economico, sul quale però non potevo fare grandi elucubrazioni: se avessi considerato solo quello, non avrei potuto dire di no. Era molto semplice. C’era però tutto il contesto: un lavoro diverso da quello che avevo sempre fatto, ma soprattutto, per lo meno nella parte iniziale, poco concreto.
Scrivere storie. Che razza di lavoro è? continuavo a chiedermi. Non avrei mai potuto lasciare la consulenza per qualcosa di simile, ma dovevo ammettere che la proposta mi incuriosiva parecchio, soprattutto in considerazione del fatto che avevo sempre sognato di essere pagata per scrivere. Ma sarebbe stata una pazzia.
E poi c’era la seconda parte di quella proposta, che più rileggevo più sembrava provenire da un pianeta diverso dal nostro. Direttore marketing. L’avevano scritto veramente? Che cosa avevo fatto per far loro credere che fossi la persona giusta per quel ruolo?
I colloqui erano stati strani, al punto che non ero stata in grado di trarre delle conclusioni. A chi mi chiedeva come fossero andati rispondevo che non ne avevo la più pallida idea, perché non mi ero mai trovata ad affrontare dei selezionatori così bizzarri e delle prove a così alto tasso di creatività per un lavoro che, sulla carta, di creativo aveva solo una minima parte.
Infine, gli Stati Uniti. Prima o poi mi sarei dovuta trasferire là ed ero certa che non sarei mai stata davvero pronta a farlo. Il pensiero di lasciare Milano, ma soprattutto l’equilibrio che stavo ritrovando e che partiva dalle piccole cose – il mio appartamento, il bar all’angolo, la fermata della metro verde, il motorino nei giorni di sole, le persone che incontravo ormai quasi quotidianamente mentre andavo in ufficio – destavano in me un immediato senso di malessere e quasi di odio nei confronti di quella realtà che era piombata nella mia vita all’improvviso per destabilizzarla. Dall’altro lato però, sapevo quanto una scossa fosse necessaria per cambiare marcia. Ed era esattamente ciò di cui avevo bisogno.

cambiare marciaMa non è semplice accogliere le novità. Passiamo intere giornate ad invocare un cambiamento, provando timidamente a muoverci in quella direzione, e poi quando l’universo si muove per agevolarci e darci gli strumenti necessari per completare l’opera, cosa facciamo? Ci blocchiamo, facciamo un passo indietro e rischiamo di buttare tutto all’aria.
Ero sempre stata così, del resto. Pronta a scattare sulla linea di partenza, ma priva di energie nel prosieguo della corsa. Piena di idee per inventare qualcosa di nuovo, ma incredibilmente annebbiata quando si trattava di continuare a camminare su quel percorso così diverso da quello in cui tutto era iniziato.

Ero convinta di avere almeno una settimana per decidere – del resto non mi avevano dato l’idea di avere fretta – ma dopo tre giorni, di fronte ad un loro messaggio, mi sono sentita messa all’angolo, nonostante non credo che fosse nelle loro intenzioni darmi un ultimatum. Mi ricordo che era venerdì sera quando, in preda all’ansia, ho promesso loro che mi sarei fatta viva il lunedì prima della pausa pranzo. E così è stato.

Ho risposto, in poche righe, che accettavo l’offerta, ma ad una condizione: non volevo essere pagata per la prima parte dell’attività. Volevo scrivere e basta, per passione, pur garantendo il massimo impegno e un approccio “da ufficio”.
E c’era dell’altro: non volevo lasciare il mio lavoro attuale. Non me la sentivo di farlo di punto in bianco per buttarmi in un’avventura così…pazza. Avevo proprio scritto pazza. Ho aggiunto che avrei capito un eventuale dietrofront da parte loro: se stavano cercando un candidato più audace e pronto a tutto, non ero io e avrei capito il loro disappunto.

Mi aspettavo di essere scartata anche in malo modo, invece abbiamo subito trovato un accordo e una proposta di calendario per le consegne che rispettasse i miei ritmi e le mie esigenze: per tre mesi avremmo messo online due racconti alla settimana, il mercoledì e la domenica. E così è stato, per anche per il semestre successivo.***

Ho continuato a lavorare con Marco e Camilla, che mi hanno chiesto più volte che cosa facessi davanti al computer durante la pausa pranzo – proprio io che non ne volevo mai sapere di mangiare al desk – o perché scappassi a casa quasi ogni giorno alle 18 in punto, riducendo al minimo le uscite e i weekend fuori porta. Avevo deciso di provarci e di metterci tutta me stessa, senza raccontare nulla a nessuno, se non a chi sapevo che mi avrebbe capita (un numero di persone che si contavano sulle dita di una mano). Non potevo accettare l’idea di avere detrattori in quel momento, perché io stessa non capivo esattamente cosa stessi facendo e di fronte a qualsiasi domanda o commento inappropriati avrei sicuramente tirato il freno a mano.

Invece ho proseguito dritto, scalando una montagna di paure, nascondendomi dietro l’anonimato – che avevo imposto agli americani – e scoprendo, storia dopo storia, pubblicazione dopo pubblicazione, che quell’avventura sembrava fatta apposta per me e stava migliorando quasi tutti gli aspetti della mia vita. Uscivo meno, ma stavo sempre meglio. Dovevo fare parecchie rinunce per essere puntuale con le consegne, ma la qualità del tempo che mi rimaneva aumentava sempre di più.

Non sapevo dove quel progetto mi avrebbe condotta, ma in quel momento non aveva alcuna importanza. E forse era proprio questo il bello.


***Uscendo dalla storia, questi nove mesi sono stati quelli in cui pubblicavo i post con costanza, due giorni alla settimana, e che mi ha cambiato la vita ❤