cambiare marcia

La sera stessa – potrei dire, mio malgrado – ho ricevuto l’offerta dell’azienda. Ho sperato fino all’ultimo che non arrivasse, che avessero cambiato idea, che in fondo non ci fosse niente di vero nelle parole che avevo ascoltato in quel bar.
Invece era lì, nella mia casella e-mail, dove è rimasta in modalità da leggere per un po’, fino a quando mi sono convinta ad aprirla.

Speravo che temporeggiassero perché non ero pronta a fare delle valutazioni razionali, anche se forse la razionalità era solo una minima parte di ciò che mi serviva per prendere una decisione come quella, perché mi sembrava tutto completamente folle, ad accezione dell’aspetto economico, sul quale però non potevo fare grandi elucubrazioni: se avessi considerato solo quello, non avrei potuto dire di no. Era molto semplice. C’era però tutto il contesto: un lavoro diverso da quello che avevo sempre fatto, ma soprattutto, per lo meno nella parte iniziale, poco concreto.
Scrivere storie. Che razza di lavoro è? continuavo a chiedermi. Non avrei mai potuto lasciare la consulenza per qualcosa di simile, ma dovevo ammettere che la proposta mi incuriosiva parecchio, soprattutto in considerazione del fatto che avevo sempre sognato di essere pagata per scrivere. Ma sarebbe stata una pazzia.
E poi c’era la seconda parte di quella proposta, che più rileggevo più sembrava provenire da un pianeta diverso dal nostro. Direttore marketing. L’avevano scritto veramente? Che cosa avevo fatto per far loro credere che fossi la persona giusta per quel ruolo?
I colloqui erano stati strani, al punto che non ero stata in grado di trarre delle conclusioni. A chi mi chiedeva come fossero andati rispondevo che non ne avevo la più pallida idea, perché non mi ero mai trovata ad affrontare dei selezionatori così bizzarri e delle prove a così alto tasso di creatività per un lavoro che, sulla carta, di creativo aveva solo una minima parte.
Infine, gli Stati Uniti. Prima o poi mi sarei dovuta trasferire là ed ero certa che non sarei mai stata davvero pronta a farlo. Il pensiero di lasciare Milano, ma soprattutto l’equilibrio che stavo ritrovando e che partiva dalle piccole cose – il mio appartamento, il bar all’angolo, la fermata della metro verde, il motorino nei giorni di sole, le persone che incontravo ormai quasi quotidianamente mentre andavo in ufficio – destavano in me un immediato senso di malessere e quasi di odio nei confronti di quella realtà che era piombata nella mia vita all’improvviso per destabilizzarla. Dall’altro lato però, sapevo quanto una scossa fosse necessaria per cambiare marcia. Ed era esattamente ciò di cui avevo bisogno.

cambiare marciaMa non è semplice accogliere le novità. Passiamo intere giornate ad invocare un cambiamento, provando timidamente a muoverci in quella direzione, e poi quando l’universo si muove per agevolarci e darci gli strumenti necessari per completare l’opera, cosa facciamo? Ci blocchiamo, facciamo un passo indietro e rischiamo di buttare tutto all’aria.
Ero sempre stata così, del resto. Pronta a scattare sulla linea di partenza, ma priva di energie nel prosieguo della corsa. Piena di idee per inventare qualcosa di nuovo, ma incredibilmente annebbiata quando si trattava di continuare a camminare su quel percorso così diverso da quello in cui tutto era iniziato.

Ero convinta di avere almeno una settimana per decidere – del resto non mi avevano dato l’idea di avere fretta – ma dopo tre giorni, di fronte ad un loro messaggio, mi sono sentita messa all’angolo, nonostante non credo che fosse nelle loro intenzioni darmi un ultimatum. Mi ricordo che era venerdì sera quando, in preda all’ansia, ho promesso loro che mi sarei fatta viva il lunedì prima della pausa pranzo. E così è stato.

Ho risposto, in poche righe, che accettavo l’offerta, ma ad una condizione: non volevo essere pagata per la prima parte dell’attività. Volevo scrivere e basta, per passione, pur garantendo il massimo impegno e un approccio “da ufficio”.
E c’era dell’altro: non volevo lasciare il mio lavoro attuale. Non me la sentivo di farlo di punto in bianco per buttarmi in un’avventura così…pazza. Avevo proprio scritto pazza. Ho aggiunto che avrei capito un eventuale dietrofront da parte loro: se stavano cercando un candidato più audace e pronto a tutto, non ero io e avrei capito il loro disappunto.

Mi aspettavo di essere scartata anche in malo modo, invece abbiamo subito trovato un accordo e una proposta di calendario per le consegne che rispettasse i miei ritmi e le mie esigenze: per tre mesi avremmo messo online due racconti alla settimana, il mercoledì e la domenica. E così è stato, per anche per il semestre successivo.***

Ho continuato a lavorare con Marco e Camilla, che mi hanno chiesto più volte che cosa facessi davanti al computer durante la pausa pranzo – proprio io che non ne volevo mai sapere di mangiare al desk – o perché scappassi a casa quasi ogni giorno alle 18 in punto, riducendo al minimo le uscite e i weekend fuori porta. Avevo deciso di provarci e di metterci tutta me stessa, senza raccontare nulla a nessuno, se non a chi sapevo che mi avrebbe capita (un numero di persone che si contavano sulle dita di una mano). Non potevo accettare l’idea di avere detrattori in quel momento, perché io stessa non capivo esattamente cosa stessi facendo e di fronte a qualsiasi domanda o commento inappropriati avrei sicuramente tirato il freno a mano.

Invece ho proseguito dritto, scalando una montagna di paure, nascondendomi dietro l’anonimato – che avevo imposto agli americani – e scoprendo, storia dopo storia, pubblicazione dopo pubblicazione, che quell’avventura sembrava fatta apposta per me e stava migliorando quasi tutti gli aspetti della mia vita. Uscivo meno, ma stavo sempre meglio. Dovevo fare parecchie rinunce per essere puntuale con le consegne, ma la qualità del tempo che mi rimaneva aumentava sempre di più.

Non sapevo dove quel progetto mi avrebbe condotta, ma in quel momento non aveva alcuna importanza. E forse era proprio questo il bello.


***Uscendo dalla storia, questi nove mesi sono stati quelli in cui pubblicavo i post con costanza, due giorni alla settimana, e che mi ha cambiato la vita ❤

chissà chi sei

“Good morning, Isabella!”
Non avevo idea di chi ci fosse dall’altra parte della cornetta, ma ho finto una certa sicurezza.
“Hi, good morning!”
“It’s Kathleen. Tutto bene?”

Kathleen. La ragazza dell’ufficio di New York con i capelli rossi e quegli occhi verdi che mi scrutavano nella mente.
“Ciao Kathleen!” ho risposto, indecisa sulla lingua da utilizzare.  Ho continuato dopo una breve pausa “Bene, grazie.”
Non ho fatto in tempo a chiedermi che cosa mai potesse volere da me in quel momento, perché me l’ha detto subito senza esitazioni, in un italiano quasi perfetto, che mi aveva accuratamente – e credo di proposito – tenuto nascosto durante i colloqui.
“Sono a Milano per lavoro e mi chiedevo se mi volessi fare compagnia per un caffè.”
“Certo, quando?”
“Sei in ufficio ora?”
“No, oggi entro più tardi. Sto lavorando da casa.”
In realtà stavo cercando di uscire di corsa dalla fermata della fermata della metropolitana per evitare che sentisse il rumore del treno in arrivo, ma non me la sono sentita di dire la verità.
“In pausa pranzo sei libera?”
Continuava ad omettere il motivo della richiesta di incontro, ma ho preferito non chiedere nulla.
“Sì, possiamo vederci tra le 13 e le 14 se per te va bene.”

Abbiamo optato per un caffè prima di rientrare al lavoro. Non sapevo davvero cosa aspettarmi, ma per evitare di fare voli pindarici, ho deciso di non pormi troppe domande.
Dopo circa dieci minuti ero in ufficio concentrata su una presentazione che doveva essere pronta nel giro di un paio di ore.
“Pensavo non ti palesassi. Puoi dirmelo quando vai a fare i colloqui…”
“Ciao Marco” ho risposto, alzando gli occhi al cielo. “A dire il vero ho semplicemente fatto tardi.”
“Non ci sarebbe niente di male.”
“Lo so, ma non ho fatto nessun colloquio. Piuttosto, vuoi vedere cosa sto facendo?”
“La guardo tutta alla fine. Mi fido.”
“Ok.”.

Stavo bene in quell’azienda, non potevo lamentarmi di nulla. Avevo un capo che mi lasciava massima libertà, dei colleghi (a dire il vero, amici) eccezionali sotto ogni punto di vista, un lavoro che nonostante tutto mi appassionava ancora dopo tanti anni. Ma sentivo sempre più spesso un impulso ad allontanarmi, così violento che a volte mi stupivo di quella irrefrenabile forza che mi voleva portare via da quel luogo familiare, che mi aveva vista crescere e supportata nei periodi più bui. Tra le sue mura mi sentivo protetta, forse troppo. E credo che fosse questo il motivo per cui volevo andarmene. Sentivo il vento del cambiamento che mi accarezzava la pelle quando uscivo e volevo farmi trasportare dal suo soffio, ma non ci riuscivo del tutto sapendo di dovermi di nuovo chiudere lì dentro il giorno dopo e quello dopo ancora. Ogni giorno le stanze mi apparivano più piccole e anguste, conoscevo ogni singolo dettaglio degli open space e di tutti gli spazi comuni, persino il lavoro, nonostante di per sé non fosse affatto ripetitivo, si era trasformato in una routine. Mi spaventava l’idea di andarmene ma sapevo che, prima o poi, avrei dovuto affrontare quel distacco, per il mio bene.

“È perfetta, non cambierei una virgola. Posso offrirti il pranzo?” mi ha chiesto Marco, dopo aver letto le trenta slide che avevo prodotto in poco più di due ore.
“Volevo mangiare una cosa al volo qui sotto. Magari domani?”
“Come vuoi…sempre più misteriosa!” mi ha risposto, senza nascondere un po’ di delusione.
“Non ti fare strane idee…” ho detto, senza aggiungere altro. Non me la sentivo nemmeno di mentire, non riuscivo proprio a farlo con lui.

Alle 13:40 ero di fronte al bar in attesa di Kathleen. O meglio, in attesa di capire cosa mi stesse riservando il destino quel giorno di fine gennaio.

“Ti starai chiedendo cosa ci faccio qui…e soprattutto cosa ci facciamo qui insieme in questo momento.”
“In effetti…” le ho detto sorridendo, mentre il battito del mio cuore iniziava ad accelerare.
“Vado subito al dunque. Ci hai colpiti molto durante i colloqui, ma non per la posizione che avevamo bisogno di coprire. O meglio, anche per quella, ma non è questo il punto.”
Ero sempre più confusa, così ho deciso di non interromperla.
“Vorremmo chiederti di scrivere.”
“S-s-s-crivere?” ho ripetuto, incredula.

Erano partner grafici di una grande società di architetti. Che cosa volevano che scrivessi?
“Una storia. Come quella che si legge nei tuoi occhi.”
Non poteva essere seria.
“Ma…”
“Lo so, lo so.” ha anticipato le mie domande “vorremmo raccontare la città con il tuo filtro. Non ti devi preoccupare di nulla, solo di scrivere.”
“…” non sapevo cosa dire.
“Ah, stiamo parlando di New York, se non fosse chiaro!” ha continuato, con un certo entusiasmo.
“Ma…”

Mi sentivo estremamente stupida, ma non riuscivo ad essere felice fino in fondo. Ero spaventata.
“Non ti devi trasferire là. Almeno, non ora.”
“Ok, perché non credo che sarei in grado di farlo.”
“Capisco.”
“Grazie…c’è dell’altro? O posso iniziare ad angosciarmi?” le ho chiesto, con la massima sincerità.
“L’idea è quella di inserirti nel nostro team come direttore marketing, sempre che tu sia d’accordo, ti interessi e valuti positivamente la proposta. Ma vorremmo partire prima con una serie di racconti brevi, o una storia, che parlino della vita delle persone comuni. Di uomini e donne, di qualsiasi età e nazionalità, esattamente come quelle che camminano per le nostre vie ogni giorno. Ti chiederai che cosa c’entri tutto questo con ciò di cui ci occupiamo. È l’inizio di un progetto più ampio che ti illustreremo strada facendo, se deciderai di affiancarti a noi.”
Ho preso fiato prima di ammettere che non trovavo le parole per esprimere quello che stava succedendo nella mia testa.
“Bene, conservale per noi!” ha risposto lei, dandomi un ulteriore motivo di agitazione. “Scherzi a parte, seguirà un’offerta formale. Prenditi tutto il tempo che vuoi per pensarci.”.

chissa-chi-seiCi siamo salutate di fretta perché il mio tempo era scaduto e non volevo dare a Marco un altro motivo per pensare che stessi tramando qualcosa alle sue spalle.
Sono tornata in ufficio piena di sensazioni contrastanti. Da un lato l’entusiasmo, dall’altro addirittura la rabbia. Volevano portarmi via da lì. Mi ricordo che era questo il pensiero che sovrastava tutti gli altri. Quelle mura, che mi stavano strette, erano il mio nido sicuro, e c’era qualcuno, a seimila chilometri di distanza, che voleva che le abbandonassi.

Ho preso dal cassetto una cartolina che mi aveva regalato Camilla, che raffigurava una luna piena. Sosteneva che fosse di buon auspicio, per il raggiungimento di una completezza che mi augurava dal profondo del cuore.

Ho fatto qualche scarabocchio intorno con i materiali che avevo a disposizione (penne ed evidenziatori). Prima di rimetterla al suo posto, l’ho inclinata e nell’angolo in basso destra ho scritto Chissà chi sei, chissà chi sei… seguendo un flusso di coscienza che non riuscivo a fermare.

Più passava il tempo, più ero incredula, nervosa, sconvolta, ma anche profondamente attratta da tutto ciò che mi stava succedendo e convinta che dovesse avere un senso, anche se quel giorno di gennaio non riuscivo proprio a capire quale fosse.

quel giorno in cui

Il fatto di avere provato qualcosa per un altro uomo, nonostante si trattasse di un sentimento non ben identificato e oltretutto bloccato ancora prima che potesse tentare di sbocciare, mi aveva reso libera: poteva esserci qualcos’altro, me lo sentivo. Prima o poi l’avrei trovato, o magari lui avrebbe trovato me. E con lui non mi riferivo solo ad una persona, ma al mio posto nel mondo. Un microcosmo dal quale non avrei più sentito l’esigenza di scappare e che non mi avrebbe mai fatto sentire oppressa, come troppo spesso mi era capitato in passato.

Quella mattina avevo deciso di andare in ufficio con i mezzi. Volevo continuare un esercizio che avevo iniziato la sera precedente prima di addormentarmi con la penna e il quaderno con il palloncino rosso tra le mani, da cui non mi separavo quasi mai. Stavo cercando di mettere nero su bianco la consapevolezza che sentivo di avere in quel momento, risultato dei traguardi raggiunti negli ultimi due anni. Sentivo che tra me e il passato c’era ormai un certo distacco e questo mi permetteva di osservarlo da un punto di vista diverso: quello da cui stava nascendo la mia nuova vita.
Nonostante mi sentissi addosso gli occhi di tutti, dopo aver trovato un posto per sedermi, mi sono lasciata cullare dalla metro e ho riletto ciò che avevo scritto il giorno prima.

Ho capito
cosa significa amare veramente una persona
cosa ho sbagliato nelle mie precedenti relazioni
che ce la faccio anche da sola
che amo fare le fotografie
che ora ho una casa che adoro
che ora sono sola, ma che sono IO
che il futuro sconosciuto davanti a me fa un po’ paura
ma allo stesso tempo mi affascina
che amare davvero può voler dire lasciare andare (ma non dimenticare)
che ho preso le decisioni giuste per me
che l’amore può crescere anche con la distanza e nel silenzio più assoluto, ma quello era vero amore?
che il lavoro attuale non mi rende felice
e che quindi è arrivato il momento di cambiare
che devo accettare di non aver il pieno controllo delle situazioni
e che forse è proprio questo che rende la vita speciale
che il possesso è tutto ciò che di più distante ci sia da un sentimento autentico
che il mio posto nel mondo non l’ho ancora trovato e quindi devo continuare a cercarlo

Sono ripartita come se non mi fossi mai interrotta.

…che ho dei sogni che fino a poco fa non riuscivo nemmeno a definire
ma adesso li vedo chiaramente
e devo lottare per realizzarli
anche se fanno paura perché sono grandi
che vorrei girare il mondo in lungo e in largo
che un grande amore fa tanta paura
che non posso vivere con rimpianti
che le persone più forti sono anche le più fragili
perché sanno cos’è la sofferenza
e sanno che certe cicatrici non andranno mai via
ma nonostante questo sanno anche che si più superare tutto
che la felicità è una scelta da fare ogni giorno
che quando qualcosa ti ferisce i mezzi per superare il dolore sono dentro di te
insieme a tutti i desideri, le passioni e i sentimenti più veri
che la vita è imprevedibile
e così anche le persone
che le promesse non servono a nulla
contano i fatti
che ho tanto amore da dare
tanta paura di innamorarmi
ma fino a poco fa era più grande la paura di non innamorarmi più
che l’intimità non è solo fisica
che la complicità è l’aspetto più speciale di un rapporto
e che è rara, ma non così tanto
che mi hai fatto soffrire
ma è talmente grande l’impatto che hai avuto sulla mia vita
che non potrò mai fartene una colpa
….ecco, questo te lo prometto di nuovo…
che ho sperato a lungo di trovarti sotto l’ufficio
e mi sono illusa più che mai: ogni sera tornavo a casa distrutta
te lo immagini? Così, per mesi e mesi
fino a quando mi sono chiesta ma ne vale davvero la pena?
e la risposta è stata no
no
no
no
no
ma sai quanti no sono stati necessari prima di capirlo davvero?
Sai quanti pianti, quante sbronze, spesso in solitaria, quante notti passate a vagabondare per la città in cerca di risposte,
quanti volti felici che avrei voluto prendere a schiaffi,
quanti sogni ricorrenti,
ma ora tutto questo non c’è più. Ora sei il passato.
Ti penso, certo, come potrei non farlo,
ma senza ossessione, senza chiedermi perché, senza sperare, senza convincermi che un giorno…tu…
senza niente di tutto questo.

Ho capito
che non mi interessa sapere se mi pensi, perché anche se mi pensassi, non cambierebbe nulla.

quel-giorno-in-cuiHo alzato gli occhi e mi sono immediatamente resa conto di essermi persa tra le righe.
Nel frattempo, eravamo arrivati al capolinea. Sono rimasta seduta senza scompormi in attesa che la metro ripartisse nella direzione opposta, ho mandato un messaggio a Marco dicendogli che sarei arrivata in ritardo e mi sono buttata di nuovo nella scrittura, che si era trasformata – contro la mia volontà – in uno sfogo. Ogni tanto mi capitava. Mi sembrava di parlare con lui, pur non avendolo di fronte. Era l’unico modo che conoscevo per esternare dei pensieri che nascondevo anche a me stessa e che probabilmente, alla lunga, mi avrebbero solo fatto del male. Mi chiedevo perché non mi succedesse la stessa cosa pensando a Gabriele, ma credo che in quel caso ci fosse ben poco da dire. Era tutto chiaro da parecchio tempo, probabilmente molto prima che ci lasciassimo.

Ho capito
che arriverà quel giorno
in cui non mi farò più domande.
Ma sai che ti dico? Forse è già arrivato.

Ho chiuso il quaderno nell’istante in cui il mio telefono ha iniziato a squillare.
“Pronto?”
L’istante che mi ha cambiato la vita.

vuoto o spazio

L’incontro con Ryan, così come altri piccoli segnali di quel periodo, mi avevano portata a vedere tutto sotto una luce diversa: quello che aveva lasciato Stefano non era più un grande vuoto, ma spazio. Spazio da riempire. Ciò che prima appariva come un buco nero scavato nel terreno, mi sembrava ora un piccolo appartamento con i muri bianchi, completamente ristrutturato ma ancora da arredare. Potevo prendermi tutto il tempo che desiderassi per farlo: non c’era fretta, sapevo che non l’avrei abitato a breve, ma volevo farlo a mia immagine e somiglianza. Nel frattempo mi immaginavo mentre ballavo al centro della sala con un bicchiere di vino in mano, oppure seduta in modo scomposto su un divano color verde petrolio. Senza dover rendere conto a nessuno.

vuoto-o-spazioStavo decisamente meglio. Non pensavo di poter provare di nuovo qualcosa per qualcuno. Non più. Credevo di essermi giocata tutto, di aver fatto un all-in sconsiderato e che in qualche modo per questo motivo la vita non mi avrebbe più dato altre possibilità. Avevo trent’anni. Già trenta o solo trenta? Mi sentivo grande e piccola allo stesso tempo, forte e fragile, determinata e piena di dubbi. Vivevo spesso momenti grande slancio in cui mi convincevo che la libertà che avevo conquistato – prima di tutto, mentale – mi potesse portare ovunque.

Ci saremmo visti a Parigi. Avevo promesso a Ryan che mi sarei organizzata per andarlo a trovare. Mi aveva persino detto che non si sarebbe offeso se avessi prenotato un albergo solo per me, leggendomi nel pensiero: non volevo vincoli, mi spaventava l’idea di legarmi a lui, anche solo di cenare nella sua cucina.

Lo consideravo un amico, o comunque un essere umano strano, con cui inspiegabilmente sia la mia testa che il mio corpo erano in sintonia, nonostante non fosse quello a cui aspiravo in quel momento. Non volevo rapporti a distanza, di nessun tipo. Ma avevo deciso di mantenere la promessa e così, due settimane dopo, ero di fronte al citofono del suo palazzo, intenta a comprendere quale fosse la combinazione di tasti corretta per informarlo del mio arrivo e chiedergli di scendere. Non sapeva che mi trovassi a Parigi perché non gli avevo anticipato nulla. Per un attimo avevo pensato che fosse un modo per farmi del male – lo troverò con la sua fidanzata di cui non mi ha mai parlato…magari è partito per il weekend…preferirà uscire con i suoi amici – erano solo alcune delle situazioni che mi ero dipinta nella mente per essere pronta a tutto, eventualmente anche a girare per la città da sola.

Stavo cercando nelle nostre conversazioni su Facebook qualche indizio per capire quale fosse il numero del suo appartamento – ricordavo che mi avesse detto qualcosa in proposito – quando mi sono imbattuta in un messaggio di Stefano di più di un anno prima, che per qualche istante mi ha portata molto lontano da lì. Non ricordavo di averlo ricevuto, nonostante conoscessi ormai a memoria quasi tutti i nostri dialoghi, e leggerlo mi ha catapultata in una dimensione in cui non sapevo come muovermi. Avevo rielaborato tutto e non ero pronta a doverlo fare ancora una volta. Neanche per poche righe.

Senza rendermene conto, ho fatto qualche passo indietro e mi sono seduta sulla panchina del cortile. Di fronte a me alcuni bambini stavano giocando a ping pong con una pallina da tennis e quello che mi sembrava un nonno stava convincendo suo nipote a non mangiare la margherita che aveva raccolto.

Con la testa tra le mani, mi sono chiesta cosa stessi facendo, perché fossi lì e se lo volessi davvero. Avevo seguito l’istinto, di questo ero certa. Ma c’era dell’altro? Perché era bastato così poco per farmi cadere di nuovo? Forse mi serviva altro tempo per dimenticare tutto. Forse non volevo dimenticare, non sarebbe stato possibile, sapevo solo che non volevo vivere momenti come quello. Seguire l’istinto non significa muoversi senza una logica, ma fidarsi delle proprie sensazioni per andare incontro a qualcosa. E quel giorno non riuscivo a capire cosa mi guidasse, perché i segnali non bastavano, quella “storia” non mi aveva mai convinta del tutto, Parigi non era mai stata la città dei miei sogni, quell’arrivo in incognito non era da me, così come non lo era la volontà di mantenere una promessa a tutti i costi. Non ero pronta a percorrere quella strada, perché non la sentivo abbastanza mia.

Ryan era un bravo ragazzo, con il quale indubbiamente condividevo un legame speciale, ma più passava il tempo più mi rendevo conto che di legami speciali – sia con uomini che con donne – ne stavo costruendo tanti. Avevo reagito al dolore aprendo il mio cuore a chi sapevo che non lo avrebbe maltrattato, rischiando di farmi ancora più male. L’amore che stava facendo capolino dentro di me aveva curato la maggior parte delle ferite, rendendomi di giorno in giorno più forte. E questo di per sé era un miracolo, ancora più del fatto di aver incontrato in modo del tutto casuale una persona che mi aveva permesso di capire che non era tutto finito. Che avrei avuto la possibilità di sentire ancora i brividi a fior di pelle. Perché se avevo provato qualcosa per Ryan, sarebbe potuto accadere di nuovo con qualcun altro. Se non mi sentivo completamente a mio agio in quella situazione, era perché avrei dovuto aspettare quella giusta.

Non gli ho mai raccontato nulla di quel viaggio. Ho girato da sola per Parigi per quarantotto ore e quando sono atterrata a Linate ho trovato un suo messaggio. Era tornato in Canada per un problema famigliare. Niente di – troppo – serio, almeno questo mi aveva fatto credere, ma si sarebbe trattenuto lì per un po’. Non mi ha detto fino a quando, né io gliel’ho chiesto, nemmeno nei mesi successivi, fino a quando un giorno ha rotto il silenzio chiedendomi se lo volessi raggiungere in un viaggio in Turchia che stava organizzando per metà giugno. Gli ho detto di sì, che si poteva fare, dopotutto sapevo che mi sarei divertita, ma erano i primi di marzo e giugno mi sembrava incredibilmente lontano per come stavo vivendo le mie giornate in quella fase della vita. Ho deciso che avrei prenotato sotto data.

Non l’ho mai fatto perché in due mesi è cambiato tutto, di nuovo, ma questa volta davvero per sempre.
A cominciare dal lavoro, che già a partire dalla settimana dopo il weekend parigino, ha subito una prima scossa, portandomi lontano da Milano.

Non ho più visto Ryan, che così è rimasto il ragazzo conosciuto a Cuba e incontrato al gate 11 dell’aeroporto di Francoforte, ma anche quello che mi ha lasciato con una certezza che solo qualche mese prima mi sembrava pura follia: mi sarei potuta innamorare di nuovo.

colpo di scena

La mia assistente aveva sbagliato a comprarmi il volo, così in un gelido martedì di gennaio – per me, il mese più lungo e faticoso dell’anno – mi sono ritrovata a dover raggiungere Copenhagen facendo scalo a Francoforte. Sette ore di viaggio anziché due, tre aeroporti immersi nella nebbia, partenza da casa alle 5:00 di mattina, il tutto condito dalla mia avversione per le trasferte di lavoro.

Quando sono arrivata a Malpensa non ero ancora del tutto cosciente. Fortunatamente avevo preparato la valigia la sera precedente, prima di buttarmi esanime sotto al piumone. Mi sono preparata in venti minuti, giusto il tempo di farmi una doccia veloce e indossare il tailleur che avevo appeso alla maniglia della porta.

Ho dormito sia in taxi che durante la prima tratta, per lo meno fino a quando la hostess mi ha dato dei leggeri colpi sull’avambraccio dopo aver notato che non accennavo a svegliarmi, mentre quasi tutti i passeggeri avevano già lasciato i loro posti liberi. Ho preso lo zaino da sotto il sedile e mi sono avviata all’uscita salutandola con la mano libera. Sapevo che avrei dovuto attendere un po’ prima di imbarcarmi per Copenhagen, ma ho deciso di andare direttamente al gate: era talmente presto che la sola idea di girare per il duty free ed essere avvolta da profumi e aromi di ogni tipo mi dava un senso di nausea fortissimo.

colpo-di-scena-isabellastoriesTemendo di addormentarmi di nuovo, mi sono seduta proprio davanti all’uscita prevista per il mio volo. Qualcuno mi sveglierà prima dell’imbarco, ho pensato. Ho allungato i piedi sulla valigia e chiuso gli occhi. Per qualche istante ho provato a concentrarmi sulle riunioni a cui avrei dovuto prendere parte di lì a poche ore, ma non riuscivo a pensare al lavoro. Nella mia testa, in quel periodo, c’erano solo i ricordi di Cuba. Ma la cosa più bella, quasi liberatoria, erano i pensieri che mi proiettavano al futuro. Dopo un anno passato a vivisezionare il mio vissuto, con la mente intrappolata in tutto ciò che era, era stato, non sarebbe successo, non avrei voluto vivere, finalmente avevo iniziato a chiedermi che cosa mi sarebbe piaciuto che accadesse. Mi sentivo diversa, di nuovo in grado di sognare. Una prova di questo erano i momenti, sempre più frequenti, che passavo a divagare con la mente e a immaginarmi un futuro quasi improbabile. L’incertezza non mi spaventava più come prima, a patto che vivessi le giornate con intensità. Era questa la promessa che avevo fatto a me stessa: riempire lo spazio che gli eventi avevano creato nella mia vita con tutto ciò che mi facesse stare bene e non con il lavoro, come avevo sempre fatto. Poteva essere un disegno, una birra ghiacciata sul balcone di casa, la stessa canzone in loop per due ore, una passeggiata senza meta, una serata in compagnia di un libro, una cena sul divano. L’importante era che non fosse lavoro o qualsiasi cosa che mi facesse rifiatare senza però aggiungere valore alla mia vita.

Le voci dei viaggiatori accanto a me facevano da sottofondo ai miei pensieri, insieme agli annunci dei voli in partenza, che si susseguivano uno dopo l’altro senza sosta.

“Isabel!” ad un tratto mi è sembrato che qualcuno avesse pronunciato un nome simile al mio, ma non ne ero sicura.
“Isabel!” ha ripetuto di nuovo, questa volta molto più da vicino.
Non ho potuto fare altro che aprire gli occhi. Solo lui mi chiamava in quel modo.
“Ryan?”
“Signore e signori, colpo di scena!” ha detto guardandosi intorno con il sorriso stampato sul volto, quasi incredulo.
Lo ero anch’io, infatti non riuscivo a parlare.
“Sono appena atterrato da Copenhagen.”
“Q-q-quindi sei uscito da lì?” gli ho chiesto, indicando il tubo che mi avrebbe portata all’interno dell’aereo.
“Esatto.”
“Sto per prendere proprio quel volo.”
“L’ho immaginato appena ti ho vista.”
“Pazzesco.” ho risposto in italiano, certa che avrebbe capito che si trattava di un’esclamazione di stupore. “La mia vita è proprio strana ultimamente.” ho continuato in inglese.
“In senso positivo, spero.”
“Sì. Non sempre a dire il vero, ma in questo caso sì.” ho risposto.
“Vuol dire che sei sulla strada giusta.” ha detto distrattamente.

Non poteva immaginare che quelle parole per me avessero un significato molto più profondo. Mi hanno fatto pensare alla collana di Stefano, cullata dalle onde del mare o approdata su chissà quale spiaggia, alle matite che avevo iniziato ad usare con regolarità, a quel modo di vivere leggero, che non mi era mai appartenuto, o che forse in realtà mi era sempre appartenuto, tanto lo sentivo mio.

“Può darsi.”
“Birra?”
Erano le 9:30 di mattina.
“Magari un cappuccino…”
“Hai ragione, è colpa del fuso orario. E poi volevo brindare a questo incontro inaspettato. Ma lo possiamo fare comunque, con il cappuccino…”
“Ma quando sei partito dal Canada?”
“Ieri mattina. Cioè pomeriggio. O forse sera, non saprei…” mi ha risposto confuso.
“E ora vai a Parigi?”

Abbiamo iniziato a chiacchierare come se niente fosse, come se ci fossimo visti la sera prima.
Come se non fosse passato un giorno da quella carezza alla fermata dell’autobus.
Come se non aspettassimo altro.
Come se la vita avesse deciso di farci una sorpresa così grande che doveva necessariamente avere un significato profondo.

Nel mio caso era semplice: ero ancora troppo scossa per pensare ad un futuro insieme a lui, anche nella forma di un’amicizia, ma quell’incontro e tutte le sensazioni che ha portato con sé mi hanno fatto capire che non ero più immobile, che ci sarebbero state altre emozioni, che potevo continuare a credere in qualcosa e che sì, esistono legami unici, innati, basati su una confidenza con radici sconosciute.
Quella mattina ho capito che ne esistono tanti, di diverse forme. Esattamente ciò di cui avevo bisogno.

la svolta

Qualche giorno dopo ero tornata alla vita di sempre, anche se solo in apparenza.
La routine era sempre la stessa: sveglia alle 7:45, alle 9:00 in ufficio, pausa pranzo dalle 13:30 alle 14.30, serata a disposizione per…qualsiasi cosa.

A pensarci bene, non mi ero mai sentita così libera. Prima c’era Gabriele, in presenza del quale non riuscivo mai a ritagliare del tempo per me stessa, poi ci sono stati i mesi di confusione, con i loro alti e bassi, le riflessioni continue, i cambiamenti di umore e l’ansia che mi faceva compagnia durante il giorno e la notte, poi c’era Stefano e la coda del ciclone che si è portato con sé. Mi sono ritrovata e poi persa nuovamente, questa volta in un buco nero ancora più profondo, che non si può nemmeno chiamare tunnel perché la luce non si intravedeva nemmeno. Più passavano i giorni e più diventava buio, freddo e inquietante.

Sono rinata un po’ alla volta, passo dopo passo, prendendomi ogni giorno del tempo per me stessa. Per cercare di accettare ciò che mi era accaduto e cosa mi occorreva per stare meglio. Sono sopravvissuta per qualche mese in questa situazione, uscendo poco di casa, rifiutandomi di uscire con altri uomini, perché ero talmente delusa che temevo che il peggio non si fosse esaurito del tutto, ma che ce ne fosse ancora traccia da qualche parte. In effetti, non mi sbagliavo.

Avevo accettato di uscire solo con un ragazzo in quel periodo e per un motivo semplice: lo conoscevo da quasi dieci anni. Luca, qualche anno più di me, anche lui di Firenze ma trapiantato a Milano, bello, non potevo negarlo, educato, con un lavoro simile al mio. Ci eravamo incontrati per caso in prossimità di un semaforo, entrambi in sella ai nostri motorini. Mi ricordo che avevo suonato il clacson per richiamare la sua attenzione e lui mi aveva fatto cenno di accostare. Non ci vedevamo da almeno due anni e in poco più di cinque minuti ci eravamo aggiornati su tutto ciò che era accaduto in quel lasso di tempo. Anche lui era stato lasciato poco tempo prima. Io non ero stata lasciata, perché non mi ero nemmeno fidanzata, ero stata abbandonata, ecco, gliel’avevo detto così, senza troppi giri di parole e senza scendere nei dettagli. Ci eravamo salutati ripromettendoci di vederci per un aperitivo e così tre giorni dopo – non aveva perso tempo a chiedermi di uscire – eravamo su una terrazza con vista sui nuovi grattacieli di Porta Nuova e un mojito in mano.

Mi ero sempre sentita a mio agio con lui. Ma quella sera era successo qualcosa di strano.
Tu hai intenzione di vivere qui, o pensi di andare all’estero nei prossimi anni? No perché se ci dovessimo fidanzare, non è che poi prendi e vai via…
Certo che se facessimo dei figli, avrebbero sicuramente gli occhi chiari!
Sai tutti i miei amici si stanno sposando, molti hanno anche già figli, mi sta salendo un po’ l’ansia.

Ero talmente fragile che al primo impatto non ero riuscita a spiegarmi come dalla sua bocca potessero essere uscite quelle frasi. L’avevo capito nei giorni successivi. Era disperato.
Sono scappata a gambe levate, sia fisicamente quella sera, che virtualmente la mattina dopo, quando di fronte al suo “‘Giorno“, apparso sullo schermo del mio cellulare all’accensione, avevo provato un senso di nausea così forte che mi aveva costretta a stare a letto venti minuti più del solito con la testa nascosta sotto al cuscino.

In seguito a quell’episodio, non sono uscita con altri uomini.
Non l’ho fatto per più di un anno, durante il quale – lo devo ammettere – non ho avuto nemmeno grandi occasioni di incontri. Ed era esattamente ciò che mi serviva: un po’ di solitudine, nel senso positivo del termine.

Uscivo con le amiche, ogni tanto con i colleghi, tornavo spesso a Firenze e rimanevo ore ed ore in camera a sfogliare vecchi diari, album di fotografie e raccolte di disegni. Ogni tanto buttavo l’occhio sulle matite colorate che mi aveva regalato Stefano, che erano rimaste sempre chiuse, fino a quando ho deciso di portarle con me a Milano. Sono state loro a farmi compagnia durante le serate in cui decidevo di rimanere a casa. Realizzavo per lo più composizioni astratte. Giocavo con le forme geometriche, con i colori, sprecavo quantità infinite di fogli: ero sempre stata così, se non mi convinceva il primo tratto, dovevo ricominciare da capo, anche se avevo ancora un foglio intero a disposizione per rimediare. Non accettavo che il primo segno non fosse perfetto, perché da quello partiva tutto. Nell’arte, come nella vita. Non volevo più prendere decisioni sbagliate, anche se piccole e apparentemente insignificanti, perché sapevo che, un po’ alla volta, mi avrebbero portata dove non desideravo andare. Prima di andare a dormire, buttavo tutto nel cestino.

Pensavo che fosse solo un modo per sfogarmi, ma mi sbagliavo. Ogni volta, senza saperlo, mettevo sulla carta i pezzetti del mio cuore e cercavo di ricomporlo. Non ci riuscivo mai e per questo gli schizzi finivano sempre nella pattumiera. Guardavo quelle forme e non mi riconoscevo. Ma non si trattava di tentativi falliti: erano piccoli gesti che mi stavano portando sulla strada giusta.

la-svoltaUn pomeriggio, nel giardino della casa dei miei genitori, ho disegnato una figura femminile. L’ho rifatta più di venti volte. Mi sono allontanata dal foglio, ho cercato di cambiare angolazione, l’ho osservata per studiarla e per cercare di capire chi rappresentasse. Accanto ho appoggiato un quadrifoglio che mi aveva portato poco prima mia mamma.

È stato il primo disegno che ho conservato. L’ho fotografato e riguardato più volte durante il viaggio di ritorno verso Milano. Volevo chiedere a quella ragazzina chi fosse, perché da sola non riuscivo a capirlo, ma lei mi guardava in silenzio. Così ho deciso di chiamarla Isabella, come me, perché non conoscendola e non avendo idea di che carattere potesse avere, mi sembrava la cosa più sensata da fare. Pensavo che fosse un portafortuna, ma era molto di più. Fin dall’inizio ho capito che seguirla e prendersi cura di lei avrebbe cambiato la mia vita.

La sua storia – la mia storia, oggi posso dirlo – è nata così.
Un mese dopo ho incontrato Ryan.

Un po’ alla volta, il futuro mi ha fatto meno paura e il passato ha assunto infinite sfumature. Ci sono eventi che non ricordo, altri che fanno molto meno male, ci sono quelli che prima mi paralizzavano e ora mi danno un senso di sollievo, altri che mi tornano in mente e mi fanno sorridere.
C’è un momento a partire dal quale, quasi senza accorgermene, ho preso in mano la mia vita e tutto ha avuto un senso. Quel disegno e le scelte a cui mi ha messo di fronte negli anni successivi hanno dato il via al percorso tortuoso che mi ha portata dove sono ora: esattamente dove vorrei essere.