la svolta

Qualche giorno dopo ero tornata alla vita di sempre, anche se solo in apparenza.
La routine era sempre la stessa: sveglia alle 7:45, alle 9:00 in ufficio, pausa pranzo dalle 13:30 alle 14.30, serata a disposizione per…qualsiasi cosa.

A pensarci bene, non mi ero mai sentita così libera. Prima c’era Gabriele, in presenza del quale non riuscivo mai a ritagliare del tempo per me stessa, poi ci sono stati i mesi di confusione, con i loro alti e bassi, le riflessioni continue, i cambiamenti di umore e l’ansia che mi faceva compagnia durante il giorno e la notte, poi c’era Stefano e la coda del ciclone che si è portato con sé. Mi sono ritrovata e poi persa nuovamente, questa volta in un buco nero ancora più profondo, che non si può nemmeno chiamare tunnel perché la luce non si intravedeva nemmeno. Più passavano i giorni e più diventava buio, freddo e inquietante.

Sono rinata un po’ alla volta, passo dopo passo, prendendomi ogni giorno del tempo per me stessa. Per cercare di accettare ciò che mi era accaduto e cosa mi occorreva per stare meglio. Sono sopravvissuta per qualche mese in questa situazione, uscendo poco di casa, rifiutandomi di uscire con altri uomini, perché ero talmente delusa che temevo che il peggio non si fosse esaurito del tutto, ma che ce ne fosse ancora traccia da qualche parte. In effetti, non mi sbagliavo.

Avevo accettato di uscire solo con un ragazzo in quel periodo e per un motivo semplice: lo conoscevo da quasi dieci anni. Luca, qualche anno più di me, anche lui di Firenze ma trapiantato a Milano, bello, non potevo negarlo, educato, con un lavoro simile al mio. Ci eravamo incontrati per caso in prossimità di un semaforo, entrambi in sella ai nostri motorini. Mi ricordo che avevo suonato il clacson per richiamare la sua attenzione e lui mi aveva fatto cenno di accostare. Non ci vedevamo da almeno due anni e in poco più di cinque minuti ci eravamo aggiornati su tutto ciò che era accaduto in quel lasso di tempo. Anche lui era stato lasciato poco tempo prima. Io non ero stata lasciata, perché non mi ero nemmeno fidanzata, ero stata abbandonata, ecco, gliel’avevo detto così, senza troppi giri di parole e senza scendere nei dettagli. Ci eravamo salutati ripromettendoci di vederci per un aperitivo e così tre giorni dopo – non aveva perso tempo a chiedermi di uscire – eravamo su una terrazza con vista sui nuovi grattacieli di Porta Nuova e un mojito in mano.

Mi ero sempre sentita a mio agio con lui. Ma quella sera era successo qualcosa di strano.
Tu hai intenzione di vivere qui, o pensi di andare all’estero nei prossimi anni? No perché se ci dovessimo fidanzare, non è che poi prendi e vai via…
Certo che se facessimo dei figli, avrebbero sicuramente gli occhi chiari!
Sai tutti i miei amici si stanno sposando, molti hanno anche già figli, mi sta salendo un po’ l’ansia.

Ero talmente fragile che al primo impatto non ero riuscita a spiegarmi come dalla sua bocca potessero essere uscite quelle frasi. L’avevo capito nei giorni successivi. Era disperato.
Sono scappata a gambe levate, sia fisicamente quella sera, che virtualmente la mattina dopo, quando di fronte al suo “‘Giorno“, apparso sullo schermo del mio cellulare all’accensione, avevo provato un senso di nausea così forte che mi aveva costretta a stare a letto venti minuti più del solito con la testa nascosta sotto al cuscino.

In seguito a quell’episodio, non sono uscita con altri uomini.
Non l’ho fatto per più di un anno, durante il quale – lo devo ammettere – non ho avuto nemmeno grandi occasioni di incontri. Ed era esattamente ciò che mi serviva: un po’ di solitudine, nel senso positivo del termine.

Uscivo con le amiche, ogni tanto con i colleghi, tornavo spesso a Firenze e rimanevo ore ed ore in camera a sfogliare vecchi diari, album di fotografie e raccolte di disegni. Ogni tanto buttavo l’occhio sulle matite colorate che mi aveva regalato Stefano, che erano rimaste sempre chiuse, fino a quando ho deciso di portarle con me a Milano. Sono state loro a farmi compagnia durante le serate in cui decidevo di rimanere a casa. Realizzavo per lo più composizioni astratte. Giocavo con le forme geometriche, con i colori, sprecavo quantità infinite di fogli: ero sempre stata così, se non mi convinceva il primo tratto, dovevo ricominciare da capo, anche se avevo ancora un foglio intero a disposizione per rimediare. Non accettavo che il primo segno non fosse perfetto, perché da quello partiva tutto. Nell’arte, come nella vita. Non volevo più prendere decisioni sbagliate, anche se piccole e apparentemente insignificanti, perché sapevo che, un po’ alla volta, mi avrebbero portata dove non desideravo andare. Prima di andare a dormire, buttavo tutto nel cestino.

Pensavo che fosse solo un modo per sfogarmi, ma mi sbagliavo. Ogni volta, senza saperlo, mettevo sulla carta i pezzetti del mio cuore e cercavo di ricomporlo. Non ci riuscivo mai e per questo gli schizzi finivano sempre nella pattumiera. Guardavo quelle forme e non mi riconoscevo. Ma non si trattava di tentativi falliti: erano piccoli gesti che mi stavano portando sulla strada giusta.

la-svoltaUn pomeriggio, nel giardino della casa dei miei genitori, ho disegnato una figura femminile. L’ho rifatta più di venti volte. Mi sono allontanata dal foglio, ho cercato di cambiare angolazione, l’ho osservata per studiarla e per cercare di capire chi rappresentasse. Accanto ho appoggiato un quadrifoglio che mi aveva portato poco prima mia mamma.

È stato il primo disegno che ho conservato. L’ho fotografato e riguardato più volte durante il viaggio di ritorno verso Milano. Volevo chiedere a quella ragazzina chi fosse, perché da sola non riuscivo a capirlo, ma lei mi guardava in silenzio. Così ho deciso di chiamarla Isabella, come me, perché non conoscendola e non avendo idea di che carattere potesse avere, mi sembrava la cosa più sensata da fare. Pensavo che fosse un portafortuna, ma era molto di più. Fin dall’inizio ho capito che seguirla e prendersi cura di lei avrebbe cambiato la mia vita.

La sua storia – la mia storia, oggi posso dirlo – è nata così.
Un mese dopo ho incontrato Ryan.

Un po’ alla volta, il futuro mi ha fatto meno paura e il passato ha assunto infinite sfumature. Ci sono eventi che non ricordo, altri che fanno molto meno male, ci sono quelli che prima mi paralizzavano e ora mi danno un senso di sollievo, altri che mi tornano in mente e mi fanno sorridere.
C’è un momento a partire dal quale, quasi senza accorgermene, ho preso in mano la mia vita e tutto ha avuto un senso. Quel disegno e le scelte a cui mi ha messo di fronte negli anni successivi hanno dato il via al percorso tortuoso che mi ha portata dove sono ora: esattamente dove vorrei essere.

una favola che non inizia

A causa della pioggia improvvisa siamo rientrati al villaggio prima del previsto. Ryan e Thomas sono tornati al loro appartamento – avevano deciso di affittare una casa particular anche a Varadero, dove solitamente si soggiorna nei grandi alberghi – per finire di preparare le valigie.
“Passiamo di qui prima di andare in aeroporto.” Mi aveva detto dandomi un bacio sulla guancia. Suonava come una promessa e speravo con tutto il mio cuore che la mantenesse, ma più passavano i minuti più temevo di non rivederlo.

Pensavo che si rendesse conto che fosse tutto inutile.
Una fiorentina che vive a Milano cosa può spartire con un canadese che vive a Parigi?

Ci saremmo (forse) rivisti qualche volta in giro per l’Europa, senza prendere impegni seri: questo era il massimo a cui ritenevo di potere aspirare.

D’altro canto, in quella fase non riuscivo nemmeno ad immaginarmi in una situazione più impegnativa. Allontanavo chiunque cercasse di avvicinarsi a me dicendo “Sono pazza, non credo che tu voglia avere a che fare con la persona che sono in questo momento.”. E devo dire che nessuno insisteva più di tanto per approfondire la questione, né mi chiedeva cosa fosse successo. Li respingevo e loro se ne andavano, senza lasciare alcuna traccia.

Con Ryan era stato diverso. Insieme a lui mi ero sentita da subito al sicuro. Avevo capito di poter parlare liberamente, forse perché si trattava di una persona talmente lontana dal mio mondo che ritenevo potesse osservarmi davvero da estraneo. E poi era più grande di me. Scherzava come un ragazzino ma ragionava come un uomo. Ecco, credo che questo mi avesse colpita più di ogni altra cosa. Era superficiale e incredibilmente profondo allo stesso tempo.

È comparso all’improvviso dietro alle mie spalle, appoggiando un cd accanto al succo d’ananas che avevo ordinato qualche minuto prima.
“Grazie.” gli ho detto, cercandolo con lo sguardo. Ho girato subito la custodia per leggere i titoli dei brani.
“Mi prometti che li ascolti?”
“Certo…ma all’interno ci sono i testi delle canzoni?”
“No, li trovi sul sito che è indicato qui.” mi ha risposto, spostando dolcemente il mio dito di qualche millimetro. “Sono curioso di sapere quale ti colpisce di più.”.

Dieci giorni dopo gli ho mandato sulla chat di Facebook la mia top 3.
Ascoltavo la sua musica in macchina, mentre andavo in ufficio, ad un aperitivo, a cena con le amiche. Non l’ho mai fatto in compagnia di qualcuno, anche perché ho parlato di Ryan a poche persone. Le altre non avrebbero capito o avrebbero fatto troppe domande.

una-favola-che-non-iniziaAbbiamo continuato a chiacchierare per almeno mezz’ora, un tempo che volevo non finisse mai, perché precedeva quello dei saluti.
“Sai qual è il problema?” gli ho chiesto mentre ci stavamo confrontando sul nostro modo di vedere le relazioni. “Mi hanno sempre detto che ho la testa sulle nuvole perché sogno di vivere nelle favole. Ma favole vere, intendo. Una storia d’amore da togliere il fiato, un principe, un castello, un percorso lineare e semplice, ecco ho sempre sperato di trovare sulla mia strada proprio questo. Non intendo un castello vero e proprio, eh. Quella è una metafora. Ho sbagliato tanto e me ne sono resa conto tardi, quando ormai avevo ricorso troppo, sperato troppo, gettato via troppo. Poi è arrivato Stefano e credevo che quella fosse la favola che stavo aspettando. Lo credevo così tanto che mi ci sono buttata con tutta me stessa. Invece è stata solo una grande illusione. La vita non mi ha dato niente di tutto quello che sognavo. Mi sono ritrovata sola, con un lavoro che non amo, lontana dalla mia famiglia. E la verità è che non ho ancora capito cosa voglio fare da grande. E oggi penso che la vita sia proprio questo: una favola che a volte non inizia.” ho concluso amareggiata.
“Non so che dirti, forse non è ancora iniziata perché non è la tua storia. Forse devi smetterla di correre dietro a una vita idealizzata e iniziare a creare davvero la tua, anche se non è scintillante come quella che hai in mente. Per lo meno sarà frutto delle tue azioni e non solo delle tue aspettative.”.

Le sue parole mi rimbombano tutt’oggi nella mente.
Non gliel’ho mai detto, ma credo che avesse ragione e tuttora non capisco come uno sconosciuto – perché allora lo potevo definire tale – potesse essersi fatto un’idea così chiara di me.

“Allora ciao Isabella. Non sono sicuro di sapere cosa sia meglio dire in queste situazioni…” mi ha detto di fronte all’autobus che l’avrebbe portato a L’Avana.
“A chi lo dici. Grazie di tutto.” gli ho risposto, con gli occhi lucidi per un misto di sconforto ed emozione. “Chissà se ti ricorderai di me.”.
Ero convinta di non essere riuscita a lasciare un segno.
“Ti aspetto a Parigi.”
“Ryan, l’ho già sentita troppe volte questa frase, anche se la destinazione era diversa.”
“Quello è il tuo passato. Hai detto che l’hai lasciato andare, no?”
“Hai ragione. Scusa, non ti meriti una risposta del genere.”
“Non ti preoccupare, ti capisco.” mi ha detto accarezzandomi il viso. Si allontanato così, senza aggiungere altro.

Mi stava dicendo che situazioni in apparenza simili potevano avere sviluppi completamente diversi.
E di non lasciare che la paura mi impedisse di scoprirlo.
Ho deciso di provare a crederci, anche se avrei voluto che non fosse così maledettamente difficile.

non era come prima

I canadesi – così li chiamavano gli altri – avevano il volo per Vancouver alle dieci di sera, perciò potevano permettersi di restare in giro quasi tutto il giorno. Osservandoli, oltretutto, non mi sembrava che avessero grandi esigenze: giravano sempre con un piccolissimo zaino, che si passavano l’un altro e dal quale ogni tanto estraevano la crema solare o dei contanti. Non credo che contenesse altro, ad eccezione – ma questa era una mia supposizione – del tappo della Reflex. Avevamo deciso di andare in motoscafo a Cayo Guillermo, dove si trovava quella che Hemingway definiva “la spiaggia più bella di Cuba”. Qualcuno aveva preferito restare al villaggio, per rilassarsi un po’ prima della tappa successiva, che prevedeva diverse ore di macchina.

Eravamo partiti in cinque: io, Ryan, Thomas e altre due ragazze del gruppo, che a dire la verità non mi suscitavano grande simpatia, ma ero contenta che si fossero unite a noi. Se non altro, facevano numero: ci sono situazioni in cui questo ha una certa rilevanza.
Alle nove di mattina eravamo già arrivati a destinazione. Abbiamo appoggiato i piedi sulla sabbia, che mi sembrava ancora più fine e bianca di quella a cui ormai mi ero abituata. La luce era accecante, non c’era quasi nessuno oltre a noi, anche se vedevo un po’ di persone camminare sul sentiero che portava lì. Avevo passato tutto il viaggio a sonnecchiare e in quel momento desideravo un caffè più di ogni altra cosa. Ho guardato Ryan, che mi sembrava stesse pensando la stessa cosa. Senza dire nulla mi ha fatto un cenno con il capo, che significava Andiamo a fare due passi. Mi sono guardata intorno per capire cosa stessero facendo gli altri. Thomas osservava la costa con la macchina fotografica in mano, penso con l’intento di immortalare quella vista incredibile, mentre le ragazze si erano allontanate per cercare un posto dove stendere i teli. In realtà non le ho più viste fino a dieci minuti prima del ritorno al villaggio e non ho idea di come abbiano passato la giornata.

Abbiamo camminato fino a dove abbiamo potuto, affrontando gli argomenti più svariati. Ho scoperto che aveva una grande passione per la musica.
“Non prendermi in giro…sei davvero famoso?” gli ho chiesto, sedendomi sul bagnasciuga. Nessuno si spingeva fino a quel punto.
“Certo.” mi ha risposto.
“Non ci credo.”
“Mi sottovaluti.”
“Assolutamente no, è solo che…sento che mi stai prendendo in giro. È una sensazione…sai quelle cose a cui non sai dare una spiegazione?”
“Sì, lo so.” mi ha detto, sorridendo. “So cosa sono le sensazioni.” ha continuato. Sapevamo entrambi che non stava più facendo riferimento alla sua presunta fama mondiale.
“Quindi…lo sei o no?”
“Ti cambia qualcosa?”
“Assolutamente no…” gli ho detto, mentre mi sdraiavo sulla schiena. “Sono solo curiosa e vorrei capire…”
“Non lo sono. Facciamo dei tour in Canada, in locali particolari, solitamente piccoli, quando organizzano serate per gruppi che suonano musica simile alla nostra. Tutto qui, è solo una passione. Non ho uno stuolo di fan al seguito, non ti preoccupare.”
“Cretino…” gli ho detto.
Sono rimasta qualche secondo in silenzio, stupita del modo in cui mi ero rivolta a lui. “Non mi sembra una cosa di poco conto comunque. Mi fai ascoltare una canzone?”
“Non ce l’ho qui. Se vuoi prima di partire ti do un cd.”
Mi ero dimenticata della sua partenza imminente.
“E come lo ascolto un cd?”
“In che senso?”
non era come prima“I lettori cd sono superati, ormai non vengono neanche più installati nei computer. Lo metterò in macchina…”
“Addirittura?” mi ha chiesto, sinceramente sorpreso.
“Sei un po’ fuori dal mondo…ma posso sapere quanti anni hai? Alla fine ieri non me l’avete detto.”
“Trentotto. Quasi…Trentasette e tre quarti.”
“Ne dimostri di meno. Pensavo che avessi la mia età.”
“Che sarebbe?”
“Trenta, compiuti da poco.”
“Anche tu sembri più giovane. Quindi sono, in ogni caso, più vecchio di te.”

Mi ha guardata negli occhi e per la prima volta…
Per la prima volta dopo Stefano, ho sentito un click.

Non sapevo se essere contenta. Da un lato mi sembrava di tradirlo. Sì, tradirlo, per quanto assurdo possa sembrare. Mi consideravo sua e pensavo che le nostre vite si fossero semplicemente incrociate in un punto sbagliato delle loro evoluzioni. Avevo anche letto un articolo su questo tema pochi giorni prima: si intitolava il dramma di incontrare l’amore della tua vita nel momento sbagliato.
Inoltre, quel click mi aveva spaventata. Le mie storie precedenti mi portavano a pensare che non potessi fidarmi più di tanto di me stessa. Chi mi poteva dare la certezza che non stessi sbagliando tutto un’altra volta?
Dall’altro lato ero sollevata. Il mio cuore non aveva smesso di funzionare, di captare i segnali, di guidarmi verso il futuro. Perché – a quel punto ne ero certa – stavo andando proprio in quella direzione.

Durante il viaggio di ritorno ci siamo seduti uno accanto all’altra, ormai poco preoccupati del fatto che gli altri potessero notare ciò che era già più che palese. Il cielo era di un azzurro meno intenso e si era riempito di nuvole. Le giornate erano piuttosto corte e avevamo l’impressione che di lì a poco avrebbe iniziato a piovere. Abbiamo aperto due bottiglie di birra, gentilmente offerte dalla guida, finendole entrambe nel giro di pochi minuti. Poco dopo, Ryan ha iniziato a posizionare la sua controvento, aspettando che emettesse il fischio e ridendo a crepapelle ogni volta che ci riusciva. Lo guardavo, mi sentivo leggera e ridevo anch’io per rispondere ai suoi sorrisi sinceri. Ci siamo riparati sotto al suo giubbino impermeabile – che non capivo da dove fosse spuntato – e abbiamo continuato a parlare anche lì sotto.

Quando ci siamo riaffacciati per capire se avesse smesso di piovere, siamo stati accolti dall’arcobaleno più intenso che avessimo mai visto.
E ho pensato a quando fosse bello perdersi.
Anche se non era come prima.
Perché era diverso, strano, ma magari chissà, persino migliore.

tutto si rimette in moto

Sono tornata al villaggio, ho fatto colazione – o meglio, ho mangiato le poche cose che erano avanzate dal buffet, mentre i camerieri portavano in cucina le stoviglie sporche e i piatti vuoti – e sono corsa nella hall, dove ho trovato gli altri intenti a sfruttare i pochi minuti di connessione che ci venivano concessi ogni giorno. Avevamo passato più di una settimana con i cellulari irraggiungibili e devo ammettere che non era stato poi così male. Certo, il primo impatto è stato piuttosto drammatico, ma sono bastate 24/36 ore per abituarci al fatto che non potevamo usare Facebook, Instagram, le mappe di Google, ma soprattutto Whatsapp. I cellulari erano rimasti negli zaini spenti o in modalità aerea, qualcuno li utilizzava per fare foto, ma la batteria era quasi sempre carica e nessuno si lamentava di quel silenzio imposto. Del resto, sapevamo a cosa saremmo andati incontro già prima di partire. Cuba è così, o per lo meno lo era fino a qualche anno fa.

L’isolamento si è interrotto quando siamo entrati nel villaggio di Varadero. Alla reception era possibile acquistare delle tessere con un codice univoco che ti permettevano di restare online per circa un’ora al giorno, che si trasformava in una decina di minuti perché la connessione non funzionava e si riuscivano a effettuare solo alcune operazioni base, con conseguente perdita di tempo e di pazienza – ad esempio, potevamo chattare ma non inviare foto e nemmeno capire cosa stesse succedendo nel mondo.

tutto si rimette in motoMi ricordo che quando ero scesa dall’aereo avevo subito cercato un Wi-Fi: era certa che l’aeroporto lo avesse. Non potevo immaginare che dovessi attendere sette giorni pieni per trovarne uno quasi funzionante, ma non posso neanche nascondere che provassi un certo piacere. Ero sicura che Stefano mi avesse scritto e speravo che si stesse preoccupando per me, che controllasse continuamente il telefono chiedendosi perché non fossi online da così tanto tempo e che non mi avesse mandato un solo messaggio, ma magari due, tre, quattro, o forse anche di più.
Invece tutto questo era successo solo nella mia mente, perché la realtà era ben diversa. Mi avevano scritto tante persone ma la sua chat era rimasta muta e non c’era traccia di lui nemmeno tra le email. Mi ero chiusa in me stessa per un giorno intero, rifiutandomi persino di uscire dalla stanza dell’albergo, nonostante tutti cercassero di farmi riflettere sul fatto che fosse perfettamente inutile e che mi stessi rovinando la vacanza.
Ma io sono fatta così, la delusione e l’ansia mi portano a chiudermi in me stessa, almeno per un po’. Almeno fino a quando non capisco che nella maggior parte dei casi sono frutto di aspettative infondate, o di un mio procedere troppo lento, o ancora di un periodo di smarrimento, che non significa non sapere dove andare, ma fermarsi ad osservare quello che non va, senza cercare di riempire il vuoto con qualcos’altro.

Fortunatamente era durato poche ore, perché quella volta avevo detto basta, ma basta davvero. Basta per sempre. Avevo deciso che non mi sarei più fatta viva e che non gli avrei più risposto, neanche se si fosse fatto sentire dopo dieci anni. Era troppo grande il dolore che aveva portato nella mia vita e troppo fitto il bosco in cui, di tanto in tanto, mi trovavo a vagabondare in cerca della luce che i suoi comportamenti avevano spento.
Tuttavia l’avevo voluto salutare dolcemente, cercando di non portare rancore, perché temevo che anche questo mi avrebbe fatto del male.
Gli avevo detto addio guardando il mare e pensando ai colori, al calore, al profumo dei fiori, al rumore delle onde, ai suoi capelli neri e a quel legame che non avrei mai immaginato si potesse rompere. Poi mi ero concentrata sul sole e in quei toni caldi vedevo il mio futuro. Volevo credere che fosse entrato nella mia vita per un motivo e non solo per sconvolgerla e farmi il cuore a pezzi. Che esistessero davvero i cicli, come avevo più volte provato sulla mia pelle: ad un punto così basso doveva necessariamente seguirne uno altrettanto alto. Del resto me lo meritavo solo per il fatto di essere sopravvissuta, giusto?

Mi sono serviti dodici mesi per capire che avevo ragione, ma non è stato semplice come immaginavo. Le cose non succedono per caso e non si superano nemmeno per caso.

C’è però sempre un punto di inizio e solo noi possiamo stabilirlo. Da quello, tutto si rimette in moto. Io ho disegnato una linea di partenza sulla sabbia proprio in quei giorni. L’ho fatto nel momento in cui ho pronunciato la parola addio, ma anche nell’istante in cui mi sono rivolta ai due ragazzi canadesi. L’ho fatto nuovamente quella sera, quando ho scritto a Ryan, in un impeto di coraggio misto a paura, consapevole del fatto che non fosse quella la soluzione ai miei problemi, ma che quel gesto potesse portarmi da qualche parte. Non avevo grandi pretese: mi bastava allontanarmi anche di pochi centimetri dalla foresta.

L’ho invitato al bar sulla spiaggia del nostro villaggio. È arrivato con Thomas, come immaginavo, ma accompagnato anche da un grande sorriso sulle labbra, che da solo mi aveva fatto capire che avessi fatto la scelta giusta.
Si sono seduti con noi intorno ad un tavolo rotondo e abbiamo bevuto almeno un paio di cocktail a testa, qualcuno forse uno in più.

Marco è stato il primo a salire in camera, seguito dagli altri che, un po’ alla volta, si sono dileguati in varie direzioni. Avevo notato che tra una coppia stava nascendo qualcosa. A dire il vero me ne ero accorta già dalle prime ore che avevamo passato insieme.
Thomas si è alzato per andare a sedersi al bancone del bar.
E così siamo rimasti solo noi. Mi sono chiesta più volte cosa ci facesse quel ragazzo così bizzarro davanti a me e perché riuscisse a farmi ridere in quel modo. Abbiamo continuato a chiacchierare sotto le stelle, fissando di tanto in tanto un punto sulla sabbia sotto ai nostri piedi, chiedendoci se tutto quello avesse un senso, se potesse finire ancora prima di prima di iniziare e se fosse già un errore. Perché si può ricominciare ma il passato non si cancella e il nostro pesava come un macigno.

Ci siamo salutati sfiorandoci la mano, con un appuntamento per la mattina successiva, che non mi ha fatto chiudere occhio tutta la notte.

da dove si riparte

“Eccoti. Ci stavamo preoccupando.” ho riconosciuto la voce di Marco prima di voltarmi verso di lui.
“Pur volendo, non potevo allontanarmi più di tanto.” gli ho risposto con un sorriso, indicando con una mano quella distesa azzurra infinita.
“Pensavamo di fare una gita sul catamarano, ti va?”
“Certo. Posso fare colazione?”
“Certo che no, cosa ti viene in mente?” mi ha risposto alzando gli occhi al cielo. “Isa, puoi prenderti tutto il tempo che vuoi.” ha continuato. “Possiamo anche farla nel pomeriggio, oppure domani, tra due giorni, una settimana.”
“Esagerato…tra una settimana sai dove saremo? Davanti a quel maledetto computer!”
“Grazie per avermelo ricordato.”
“In effetti mentre lo dicevo ho avuto la sensazione che quella fosse la vita di qualcun altro. Non pensiamoci.”
“Davvero…torno dagli altri.” ha tagliato corto Marco. “Ti aspettiamo.”
da dove si riparte“A tra poco.” gli ho risposto.
Ho continuato a camminare sulla riva nella direzione opposta a quella del nostro albergo, senza rendermi conto che mi trovavo già a qualche chilometro di distanza. Avevo raggiunto un’area selvaggia, dove l’uomo non si era ancora spinto a costruire strutture e a piantare ombrelloni. Mi sono seduta sulla sabbia e qualche istante dopo ho capito di non essere sola.

Qualche metro più in là, coperti in parte da un grande masso, c’erano due ragazzi. Quando mi sono voltata verso di loro, hanno entrambi alzato la mano per salutarmi. Sono certa che stessero parlando di me: probabilmente si stavano chiedendo cosa ci facessi lì.

“Posso farvi una domanda?”
“Certo.” mi ha risposto quello che sembrava più giovane, in un inglese perfetto, ma con una cadenza che non riuscivo a distinguere.
“Sapete se là…” mi sono alzata in piedi per spiegarmi meglio “…la spiaggia continua?”. Non riuscivo a capire se potessi continuare la mia passeggiata.

Qualche minuto dopo eravamo tutti e tre in piedi sul bagnasciuga.
“Sono italiana, sì. Di Firenze…la conoscete?”
“Ci siamo stati entrambi. Lui è un pilota, è stato dappertutto. Io ci sono passato l’anno scorso, durante un tour nel centro e sud Italia.”
“Viaggiate molto?”
“Cerchiamo di fare un viaggio insieme ogni anno, è una tradizione ormai ventennale. E poi ognuno si dedica ad altre mete.”
“Ventennale…complimenti! Sì, non sembra ma siamo abbastanza vecchi.”
“Non intendevo quello!”
“Quanti anni ci dai?”
“A te…” avevo deciso di stare al gioco, ma mi hanno subito interrotto.
“Fattene una ragione.” ha detto il “giovane” all’altro.
“Siamo coetanei. Abbiamo studiato insieme dall’asilo alle superiori. Stesso anno, stesso mese, solo pochi giorni di differenza.”
“Accidenti…beh, devo ammettere che tu…Ryan, giusto? Dimostri qualche anno in meno. A questo punto concedetemi di dirlo.”
“Siamo abituati, succede ogni volta.” ha detto lui toccandosi i capelli.

Non era bello, ma c’era qualcosa in lui che mi aveva attratto fin dall’inizio. Era ironico, ecco. Forse era questo.
“Succede ogni volta che trovate una ragazza sola in una spiaggia deserta e attaccate bottone?” gli ho chiesto, mentre entrambi ridevano.
“Fino a prova contraria l’hai fatto tu…interessante l’escamotage della spiaggia, lo riutilizzerò in futuro…” mi ha risposto.
“Era una domanda seria, alla quale non avete risposto!”
“Scusa, è stata colpa mia, mi sono distratto.”

Mi sono girata di scatto perché sapevo di avere il volto arrossato. Era da tanto che non mi sentivo corteggiata, al punto che non ricordavo nemmeno cosa si provasse.
“E quindi…di dove siete?” ho chiesto, per cambiare discorso.
“Siamo canadesi, di Vancouver. Ma lui vive a Dubai, perché lavora per Emirates, io a Parigi.”
“Emirates…che bello! E tu, di cosa ti occupi?”
“Sono un architetto. Tu invece?”
“Io…beh, al momento lavoro in una società di consulenza.”
“Dici al momento perché hai intenzione di cambiare?”, mi ha domandato Ryan. Ormai la conversazione era solo tra noi due.
“Ci sto pensando.”
“Per fare cosa?”
“A dire il vero, non lo so. Qualcosa di creativo, suppongo.”
“Tipo?”
“Vorrei scrivere. Credo. Ma non nel senso di diventare una scrittrice di romanzi. Vorrei guadagnarmi da vivere scrivendo, collaborando con diversi magazine e siti, poi certo, mi piacerebbe avere uno spazio tutto mio.”
“Fallo. Inizia da quello.”
“Voi volete restare qui o ci possiamo incamminare verso quella zona?” ho chiesto, indicando i villaggi che sembravano dei minuscoli puntini sulla costa. “Mi stanno aspettando.”.
“Pensavamo fossi sola.” ha risposto Thomas, dopo una decina di minuti di silenzio assoluto.
“No, siamo un piccolo gruppo di colleghi e amici.”.

Dopo pochi metri lo schieramento era già evidente. Io e Ryan a passo lento uno accanto all’altra. Thomas dietro di noi, con una grande Reflex in mano, intento a catturare la natura incredibile che ci circondava.

“Oltre a lavorare, che fai nella vita?” mi ha chiesto mettendosi le mani in tasca.
“Cerco di uscire da una situazione.” ho risposto, sorprendendomi per aver dato una risposta così intima ad uno sconosciuto.
“Brutta?”
“Troppo bella. E poi troppo brutta.”
“Questioni di cuore, ne deduco…” ha intuito. “Cosa è successo, se posso chiedere?”
Era passato tanto tempo dall’ultima volta in cui avevo raccontato ciò che era successo dall’inizio, ma non ci ho pensato due volte e nel giro di qualche minuto avevo riassunto l’ultimo anno e mezzo in un flusso abbastanza ordinato di pensieri.
“Diceva che ci saremmo sposati nel giro di sei mesi se avessimo risolto i nostri problemi. Io l’ho fatto, lui…credo di no.”
Ryan aveva ascoltato la mia storia con grande attenzione, interrompendomi solo qualche volta per farmi domande pertinenti, cosa che non mi aveva lasciato indifferente. Non aveva fatto commenti particolari, ma mi aveva chiesto se lo stessi ancora aspettando, mettendomi in grande difficoltà, nonostante fosse l’unica domanda sensata da rivolgermi.
“No…o meglio, non lo so, sono sincera. So che non lo devo fare, ma dentro di me forse sì, lo aspetto ancora, ma chissà per quanto sarà così, magari dovrò conviverci per il resto della mia vita. Non so cosa debba succedere perché questo filo che ci lega si rompa, spesso mi chiedo se sia tutto nella mia testa…Magari lui mi ha già dimenticata, del resto sarà tornato alla vita di sempre…”
“Quella che non aveva mai lasciato.”
“Esatto…”
“E in cui tu sei piombata come una meteora. No, non sta vivendo serenamente, credimi. Lo potrà fare in futuro, ma chissà tra quanto tempo. Lui per stare bene può solo dimenticarti, ma non succederà mai. Tu invece ti ricorderai sempre di lui, ma puoi disegnare la tua vita esattamente come l’hai sempre sognata.”
“Ma non so nemmeno da dove si riparte.”
“Scrivi.”
“Ma cosa?”
“Quello che ti passa per la testa.”
“Ma non vorrebbe mai leggerlo nessuno.”
“Devi scrivere per te stessa.”
“Quindi, su fogli di carta?”
“Dove ti pare.” mi ha risposto lui, con estrema semplicità.
“Penserai che sono pazza.”
“Nient’affatto. Cosa fai stasera?” mi ha chiesto, avendo capito che eravamo quasi giunti a destinazione.
“Niente, c’è poco da fare qui intorno. Staremo nel villaggio.”
“Ti passo a salutare.”
“Ecco…” ho cercato di frenare il suo entusiasmo. “Non so se è il caso.”, gli ho detto. Il mio pensiero era volato subito – e per certi versi inspiegabilmente – a Marco.
“Sei con qualcuno?”
Aveva capito tutto. “No, sono con i miei amici.”
“Sì, ma tra gli amici…”
“No, assolutamente no! Ti ho parlato di un’altra persona fino a poco fa, non c’è nessun altro nella mia vita.”
“Non insisto. Ti lascio il mio numero, fatti sentire tu se vuoi. Noi siamo qui fino a domani sera, poi torniamo in Canada.”
“Ma non vivevi a Parigi?”
“La prossima settimana sarò lì, mi sono preso qualche giorno di ferie in più per tornare a casa.”

Si è chinato sulla sabbia e ha iniziato a scrivere +33 45…era il suo numero di cellulare.
“Fai una foto.”
“Ma non ho il cellulare.”
“Vai a prenderlo prima che si cancelli. Non ho carta e penna, mi dispiace.”.

Ci siamo salutati. Li ho osservati mentre si allontanavano. Mi sono guardata intorno e mi sembrava tutto più luminoso. L’acqua era ancora più blu, la sabbia quasi bianca, le palme di un verde scintillante, vedevo il sole riflesso dappertutto. Sono corsa in camera a prendere il telefono e ho salvato il suo numero nella rubrica. Poi ho passato il piede sopra la scritta, cancellandone ogni traccia.

cosa succede se

“Ripensandoci, il mare non sarebbe una buona soluzione. Anzi, mi allontanerebbe dalla soluzione.” ho ripreso il discorso, pochi minuti dopo la mezzanotte.
“Se cerchi una soluzione, significa che pensi di avere un problema.” ha commentato Marco.
“Ne ho ben più di uno.”
“Non sono d’accordo.”
“Sono stufa.”
“Di cosa?”
“Di chi sparisce.”
“Pensavo fossi passata oltre.”
“Ma come posso farlo con una persona che mi risponde come se non fosse successo niente e promette di scrivermi il giorno dopo?”
“Ok, hai un problema Isa.”
“Sarebbe?”
“Devi lasciarlo perdere. Vai avanti per la tua strada, senza pensare a lui.”
“Lo sto facendo…Ho comprato una casa, sono appena stata a New York per fare un corso, ci sto provando davvero, credimi. Ma lui è sempre lì.”
Mi sono guardata intorno per cercare di capire dove fossero tutti gli altri e dopo aver individuato le loro sagome sulla riva del mare, ho continuato. “Una casa, ripeto…io che sognavo di andare a vivere con lui, che mi vedevo già sotto lo stesso tetto insieme ai nostri figli…”
“Capita a tutti di prendere un abbaglio.”
“Non è così Marco, lo sai.”
“Perché non provi a chiederglielo?”
“A chiedergli cosa?”
“Perché l’ha fatto.”
“Lo so già. Ha paura.”
“Chiediglielo lo stesso.”
“Se lo faccio, si allontanerà ancora di più.”
“Vedi, anche tu hai paura.”
“No! Cioè sì, ho paura, lo ammetto, ma ho già fatto le mie scelte, ora tocca a lui. Non posso mettergli fretta.”
“Ti ricordi quando mi hai parlato di lui la prima volta? A maggio dell’anno scorso. più di un anno e mezzo fa. Non credi che abbia avuto abbastanza tempo?”
“Evidentemente no, se si comporta in questo modo.”
“Hai mai pensato che questa possa essere già la situazione definitiva?”
“No, Marco, no. Non può essere.” ho detto con la voce rotta dall’angoscia.
“Magari per lui lo è.”.

cosa-succede-seCosa succede se non torna? mi sono chiesta qualche ora dopo, mentre rientravo in camera alle prime luci dell’alba.
Cosa succede se finisce così?
Cosa succede se ha già deciso?
Cosa succede se si dimentica di me?
Cosa succede se non riesco a cambiare il corso degli eventi?
Cosa succede se questo è già il futuro? Se non posso aspettarmi nient’altro da Stefano? E se non si farà sentire mai più?

Sopravvivrò a tutto questo? ho domandato infine ad alta voce, sperando di ricevere un segnale.
Il silenzio è diventato ancora più assordante. Mi sono addormentata con la sua collana tra le dita, stringendola il più possibile, per sentirlo vicino ancora per una notte e per farmi accompagnare con dolcezza nel nuovo anno, che non riuscivo proprio ad immaginare cosa avrebbe potuto portarmi in dote, anche perché non sapevo cosa augurare a me stessa per i mesi a venire.

Quella notte l’ho sognato. Sorvolavamo una grande città con i palazzi alti, che sembravano brillare di luce propria. Non sapevo dove fossimo, mi guardavo intorno per cercare di capire dove stessimo andando, ero spaventata ed emozionata allo stesso tempo, così tanto che non riuscivo a concentrarmi su ciò che c’era sotto di noi. Poi, un po’ alla volta, ho iniziato a distinguere alcuni dettagli.
C’era il nostro ufficio.
C’erano alcuni amici che passeggiavano.
C’era il nostro primo pranzo insieme. C’eravamo noi due, mano nella mano, in quella via che avevamo percorso tutte quelle volte.
C’era il suo mare, il nostro abbraccio alla fine di una camminata, c’erano una luce calda, un tavolo in mezzo al nulla, un campo di fiori, un motorino che faceva lo slalom tra le auto. C’era anche un palazzo di vetro, quello in cui avevo fatto il colloquio un anno prima. C’era la Statua della Libertà, ma c’erano soprattutto posti che sarebbero stati per tutti insignificanti, ma che per noi erano tutto. Il nostro mondo, la nostra storia.

Mi sono girata verso Stefano, che ha annuito senza dire nulla, con le lacrime agli occhi.
Abbiamo continuato il nostro viaggio ancora per un po’, sotto di noi era sempre più buio, ormai non riuscivo a riconoscere quasi nulla, la luce si era sposata verso il cielo e quando me ne sono accorta, accanto a me non c’era più nessuno.

La mattina successiva, al risveglio, mi sono infilata il primo costume che ho trovato. Poco dopo ero sulla riva del mare, con i piedi bagnati dalle onde che si affacciavano timidamente alla riva, i capelli ancora scompigliati dal sonno e da un leggero venticello che sembrava volermi accarezzare il viso. Ho percorso almeno tre chilometri sulla sabbia bianchissima, che a quell’ora sembrava ancora più candida dei giorni precedenti, mentre vedevo il sole che faceva capolino dall’acqua sulla linea dell’orizzonte.

“Addio.” ho detto a bassa voce.
Ho posato delicatamente la collana nel mare e l’ho osservata mentre veniva inghiottita dall’acqua e dalla sabbia.

Me la sono immaginata mentre riaffiorava, ancora più lucente, in un posto nuovo.