resta qui

“Che fai stasera, Isa? Andiamo a fare un aperitivo?” mi ha chiesto il mio capo mentre aspettavo che il computer si riavviasse.
“Non posso…ho un impegno.”
“Dai, ci sono anche gli altri.” ha insistito.
“Sono fuori a cena.”
“Perfetto! Ci beviamo una birra prima. Suvvia, non farti pregare…”
“Marco, non è questo…voglio andare a casa a sistemarmi. Ma hai visto la mia faccia?”
“E’ sempre la stessa, da qualche mese a questa parte. Ed è il motivo per cui ti ho chiesto di uscire.”.

Ho fatto una smorfia girandomi verso il monitor.
“Questo computer va a rilento.”
“Isa, Isa…”
Marco non mollava la presa.
“Devo chiedere di sostituirlo.” ho continuato, fingendo di non aver sentito.
“Niente, non mi ascolti.”
“Ti ho già detto che non posso.”
“Come vuoi. Se dovessi cambiare idea, ci trovi in Brera.”
“Va bene.”
“Mi raccomando…” ha aggiunto, facendomi pensare che avesse un presentimento.
“Sì Marco, non ti preoccupare. Sto meglio di due mesi fa, me ne sono fatta una ragione.”
“Sicura?”
“Sì…più o meno…”
“Devi uscire con lui?”
“Già…sperando che non sparisca come al solito.”
“Finché gli permetti di farlo…”
“Non lo cerco più ormai.” gli ho detto, cercando di nascondere lo sconforto.
“Ma corri da lui ogni volta che ti scrive.”
“Cioè mai. Non è come prima, fidati.” ho commentato.
“Dove andate stasera?” mi ha chiesto, senza aggiungere altro.
“Non lo so.”
“Se non vi vedete, mi prometti che ci raggiungi?”
“Marco, ma perché non dovremmo vederci?”

“Hai ragione.” ho proseguito, senza aspettare la sua risposta. “Te lo prometto.”
“Sei sempre dell’idea di cercare una casa?” mi ha chiesto, cambiando discorso.
“Non ne troverò mai un’altra bella come quella.”
“Isaaa…Non ti scoraggiare. Ti do una mano volentieri.”

Quelle parole sono state una carezza sul mio viso. Non capivo perché fosse così gentile con me e cosa lo spingesse a starmi vicino con quella costanza e delicatezza.
Mi sentivo sola in quei giorni, così tanto che non riuscivo nemmeno a cercare un contatto con gli altri: sprofondavo sempre di più nella solitudine perché non mi volevo confrontare con chi mi ripeteva di girare le spalle a Stefano, di passare oltre e guardare avanti, con chi mi diceva che mi meritavo molto di più e chi mi prospettava un futuro eccezionale lontano da lui e dalle sue menzogne. Non volevo affrontare nemmeno uno di quei discorsi, perché erano intrisi di una verità mi terrorizzava.
Al contrario, Marco era una presenza dolce e confortante nelle mie giornate, al punto che – nelle rare occasioni in cui non era in sede – mi spaventava l’idea di andare in ufficio e non trovarlo. Per certi versi mi sentivo in debito con lui e mi chiedevo spesso se la vita mi avrebbe offerto più avanti la possibilità di ringraziarlo davvero, perché sapevo che prima o poi ne avrei sentito il bisogno.

Alle 18 Stefano non si era ancora fatto sentire, ma – una volta arrivata a casa – avevo comunque iniziato a prepararmi come se dovessimo effettivamente uscire a cena. Ero ormai abituata a ricevere i suoi messaggi dell’ultimo minuto, sia positivi che negativi, e non volevo aspettare un suo cenno di vita per decidere cosa indossare. Quella sera, oltretutto, ero certa che ci saremmo visti. Davanti allo specchio, mi sono fermata qualche istante a osservare i lineamenti del mio viso, un gesto che evitavo di fare da settimane, o forse addirittura da qualche mese. Non volevo vedere i segni della disperazione sul mio corpo.
Ho cercato di coprire le occhiaie con un fondotinta e altri campioni di trucchi di cui non conoscevo nemmeno l’utilità, ho infilato un abito nero semplice e un paio di sandali color cammello e dopo una ventina di minuti ero già all’uscio pronta per uscire di casa.

“Dove ci vediamo?” mi ha chiesto Stefano via sms proprio in quel momento.
“Ma come, non hai prenotato da nessuna parte?” gli ho chiesto, certa che capisse l’ironia della mia risposta.
“Questa volta no, Streghetta.”
“Andiamo in zona Isola, ti va una pizza?”
“Preferirei fare una cena più strutturata, a dire il vero…”
“Come preferisci. Ci vediamo comunque lì?”
“Dammi un indirizzo.”
“Ti mando la mia posizione appena arrivo, ok?”
“Non mi posso connettere su Whatsapp…poi ti spiego.”
“Non è necessario.” ho risposto lapidaria, stanca di avere a che fare con i suoi problemi indefiniti.
“Non ti arrabbiare. Non vedo l’ora di vederti…”
“Da quanto non ci vediamo?” gli ho chiesto, dando voce ad un pensiero quasi senza rendermene conto.
“Non ha importanza.”

Un’ora dopo lo osservavo mentre si trascinava, stravolto, verso di me, e mi sono chiesta come avessimo potuto fare a noi stessi una cosa del genere. Un anno prima eravamo talmente felici che avevamo perso il contatto con la realtà, con il lavoro, gli obblighi e i legami di una vita, un presente che ci stava ormai troppo stretto e che sembrava l’opposto di quello che avremmo desiderato per il nostro futuro. Cosa rimaneva di quegli attimi di pura gioia? Potevano davvero essere solo un lontano ricordo?
Non avrebbe alcun senso. Non può essere così. ripetevo tra me e me, mentre lo vedevo sempre più vicino al mio motorino.
Mi ha salutata con un bacio sulla fronte, volgendo poi lo sguardo sulle mie mani, che non osava toccare. Ho provato a farlo io, ma mi sono bloccata quando ho sentito la sua pelle fredda. Quelle non erano le sue dita, erano di un’altra persona, ma com’è possibile?, voglio scappare.
Per la prima volta non volevo avere a che fare con ciò che eravamo diventati.
Ma sapevo di non essere abbastanza forte per andarmene.

Resta qui.” mi ha detto Stefano, leggendomi nel pensiero.
E così ho capito che non potevo essere altrove. In un attimo, grazie a due parole, siamo rientrati in sintonia e – senza aggiungere altro – abbiamo voltato l’angolo e iniziato a camminare senza una meta precisa.
Ci siamo seduti al ristorante alle 23 passate, ma solo perché non riuscivamo più a resistere alla fame e al caldo, altrimenti avremmo potuto continuare a vagare per quella zona di Milano che ci faceva sognare ad occhi aperti.
A differenza del solito, abbiamo scambiato pochissime parole. Stefano, stranamente, non mi aveva inondato di informazioni sul suo lavoro. Non sapevo nemmeno che cosa stesse facendo di preciso in quel periodo.
“Ah…mi sono comprata un portatile…quello di cui avevamo parlato tempo fa.” avevo detto ad un certo punto, interrompendo un momento di silenzio.
“Ma come…? E perché non mi hai detto niente?”
“Non ci sentiamo mai…ti sembra normale che ti scriva una cosa di questo tipo?”
“Voglio sapere tutto. Bellina, per me non è cambiato nulla, non so più come dirtelo…”
“Non ti preoccupare.” ho cercato di tranquillizzarlo. “Comunque non ho ancora iniziato ad usarlo. L’ho solo tirato fuori dalla scatola.”

Volevo scrivere.
Non sapevo quando e se mi sarei mai sentita davvero pronta per farlo, ma una voce dentro di me mi sussurrava una cosa ben precisa: scrivere mi avrebbe salvata. ***

“E cosa ci farai?”
“Vorrei scrivere.”
“Scrivere…dolce Bellina…e cosa scriverai?”
“Non ne ho idea. Non ci ho mai pensato. Vorrei semplicemente scrivere…qualcosa. O per lo meno provarci.”
“Potrò leggere quello che scriverai?”
“Non so…”
“Così mi fai soffrire.” ha detto, abbassando gli occhi sul piatto che il cameriere gli aveva appena messo davanti.

Credo che il mio cuore avesse avvertito il pericolo e stesse tentando di proteggermi. Era lui, infatti, che mi sussurrava di non dire nulla. Proprio lui che mi aveva sempre spronato a lasciarmi andare, adesso mi consigliava di tenere qualcosa per me. Per la prima volta avevo deciso di non aprirmi completamente a Stefano e di non raccontargli cosa avessi in mente di fare, indubbiamente anche perché non avevo le idee chiare, ma c’era dell’altro. C’era innanzitutto il bisogno di ripartire da qualcosa, di ritagliarmi uno spazio per ritrovare me stessa, perché ero arrivata al punto da non capire più chi fossi e perché la vita mi aveva condotta fin lì, facendomi percorrere una via tortuosa, alla fine della quale non avevo trovato – almeno fino a quel giorno – ciò che mi aspettavo.
Volevo una ricompensa, pensavo di essere stata già abbastanza coraggiosa e di essere per certi versi “arrivata”. Non avrei mai pensato che potesse essere arrivata ad un nuovo punto di partenza.

“Ste, non voglio parlarne. Non so cosa farò, al momento non ne ho davvero idea. Se ci vorrai essere, ti coinvolgerò in tutto, come ho sempre fatto. Ma per ora non me la sento.”
“Chiaro. Senti Streghetta, ti devo dire una cosa.”.

Ho ingoiato il boccone senza masticarlo.
“Cosa? Sono abbastanza fragile, cerca di dirmelo nel modo più dolce possibile. E’ incinta?” gli ho chiesto senza troppi giri di parole.
“No…assolutamente no.”
“E allora cosa succede?”
“Uno dei miei migliori amici non sta bene. Perdo sempre le persone a cui sono più legato.”
“Mi dispiace.”
“Non mi do pace.”.

Ho fatto un respiro profondo e, pur consapevole del fatto che stessi per intraprendere un discorso complicato, ho deciso di provare a parlargli con la massima sincerità.
“Ste capisco il dolore, ma ho l’impressione che tu stia vivendo tutto molto peggio di come lo potresti vivere. Così non fai altro che attrarre altra negatività…penserai che io sia pazza, ma è così. Devi iniziare a risalire e se te lo dico io, che sto ancora sprofondando nell’abisso, credimi, non hai alternative. Hai toccato il fondo e non puoi permetterti di continuare a scavare.”
“Fosse facile.”
“Non ho detto che lo sia, ma lo devi a te stesso. Guardati, non sembri più tu.”
“Sta succedendo di nuovo, capisci?”
“In che senso? Spiegati meglio.”
“Mia sorella…e poi lui…”.

Mi sono tornate in mente le sue parole di qualche mese prima, quel discorso confuso che non aveva voluto approfondire e che probabilmente nascondeva un dolore che non aveva voglia di raccontare a nessuno, nemmeno a me.
“Non posso accettare l’idea di perdere le persone che amo.”
“Credo che sia così per tutti. La vita non è sempre giusta.”
“Ho paura di perdere anche te.”
“Ed è per questo che ti allontani?”
“No…cioè…no, non mi allontano affatto.”
“Ste…”.

In quel momento, guardandolo negli occhi, ho capito che non si trattava solo di me. Aveva il terrore di perdermi, certo, ma c’era dell’altro.
Non voleva perdere Laura. Non riusciva nemmeno a pensare ad una vita senza di lei ed ero sempre più convinta del fatto che non si fossero mai davvero allontanati.

Quando abbiamo finito di cenare ci siamo diretti verso l’ingresso della metropolitana a pochi metri dal ristorante.
E lì mi ha spiazzata di nuovo.
Mi ha preso il viso tra le mani per baciarmi con una passione che credevo fosse svanita del nulla. Mi sono fatta trascinare dall’emozione del momento, senza oppormi, rispondendo con ancora maggiore passione.
Non riuscivo a staccarmi di dosso l’estasi di quel momento che però, passo dopo passo e in modo del tutto inaspettato, mentre Stefano entrava nel tunnel e diventava sempre più piccolo, si stava trasformando in una sensazione diversa, spiacevole, sconosciuta. Qualcosa che confermava la necessità di cambiare direzione, anche se tutto il mio corpo mi diceva di andare verso di lui.
Ma il cuore iniziava a ribellarsi sempre di più e così ho deciso di seguire i suoi consigli, ancora una volta. Era arrivato il momento di ripartire da qualcosa. E quasi inconsciamente sono ripartita dalla persona dalla quale avevo sempre cercato di nascondermi.
Da me.


***E così è nato questo blog ❤

sospesi

Sto rileggendo le parole che ti ho scritto l’anno scorso per questa occasione, quando non potevo in alcun modo immaginare cosa avremmo vissuto in questi trecentosessantacinque giorni e forse per la prima volta capisco di non avere alcun rimpianto. E’ una sensazione meravigliosa, una di quelle che non puoi comprendere davvero fino al momento in cui la vita ti mette nelle condizioni di provarla. Da oggi so che non avere rimpianti significa rispondere ad una domanda precisa: se potessi tornare indietro, faresti di nuovo tutto ciò che hai fatto?
Sì. Tutto. Con le stesse tempistiche, nelle stesse modalità. Non farei nulla diversamente e sai perché? Ho fatto tutto con il cuore.
Credo che il segreto sia proprio questo: per non avere rimpianti si deve dare la precedenza al cuore. 
Questo non vuol dire che sia felice, forse non lo sarò mai finchè saremo sospesi nell’aria, in questo limbo tra inferno e paradiso: ora che sono stata sia nell’uno che nell’altro so esattamente quanto possa essere luminosa la vetta e quanto buio l’abisso. Chissà se un giorno tutto questo avrà un senso.
Certo, preferirei sentirti ogni minuto della giornata, come abbiamo sempre fatto, e non una volta alla settimana. Svegliarmi con te accanto e non in un letto troppo grande per una persona sola. Ricominciare a fantasticare sul nostro futuro e camminare insieme nella direzione che abbiamo sempre sognato. Ma nonostante questo – e pur sapendo di dover vivere questo momento – rifarei tutto. Vorrei poter tornare indietro nel tempo per riscrivere ogni messaggio, ripetere ogni parola, scegliere di nuovo di provarci, prendermi ancora una volta il rischio di sbagliare. Vorrei che anche tu potessi trovare la formula per vivere sempre così, libero e senza rimpianti, spensierato e ottimista, coraggioso e consapevole dei tuoi limiti, delle tue paure e dell’importanza di provare a superarli.
A me quest’anno è servito per capire che il mio Da adesso in poi non è solo una canzone, non può essere solo un episodio di una giornata qualunque di giugno, un pianto improvviso di fronte a parole che ti toccano il cuore. E’ molto di più. E’ il punto di partenza di un percorso che mi ha insegnato a vivere. E di questo ti sarò per sempre grata.

Tanti auguri Ste,
la tua Bellina

“Le tue parole sono sempre quelle più toccanti…grazie piccola mia. Io non so se sarò mai davvero felice. Me lo sono chiesto spesso ultimamente, sai? Forse non lo sarò mai del tutto.”
“Quanto ottimismo…” gli ho scritto dopo aver provato invano ad elaborare una risposta più sensata.
“Mi sento uno schifo.”
“Ma anche oggi? Dai, è il tuo compleanno!”
“Mi chiedo come tu possa essere ancora qui.”
“Viva? Quello me lo chiedo sempre anch’io. Scherzi a parte, ma come puoi dire una cosa del genere. Ste, smettila, stai diventando pesante. Leggerezza, ricordi? Ne parlavamo sempre all’inizio, mi sembra di capire che tu l’abbia persa per strada…”
“Quando ci vediamo?” mi ha chiesto dopo una pausa di più di mezz’ora.
“Ci sono sempre, lo sai. Dimmi tu.”
“Domani?”
“Ok.”
“Verso le 18.30?”
“Va bene.”
“Ah, no, aspetta, ora che ci penso ho una riunione che finirà sicuramente tardi. Usciamo a cena?”
“Come vuoi, va benissimo.”. Lo assecondavo in tutto senza nemmeno rendermene conto.
“Stupendo. Stupenda, tu…”
“Ste…”
“Dimmi.”
“Che fai stasera? Se non vuoi rispondere non importa.”
“Nulla, sono a casa.”
“Perchè non ci vediamo allora?”
“Perchè…beh…”
“Ok, ho capito. Non ti preoccupare.”
“Non è come pensi. Sono qui da…”
“TI prego, preferisco non sapere nulla. E’ già complicato così. Cerca di non darmi buca domani. Io non ti scrivo, aspetto che sia tu a darmi conferma, ok?”
“Non ci sarà bisogno di conferma.”
“Cerco di crederci.”
“Bellina, non ti fidi più di me, vero?”
“Purtroppo mi fido, anche se forse non dovrei. Ricordati sempre che credo a tutto ciò che mi dici. Se dovessi scoprire che mi stai prendendo in giro, io…” ho inviato il messaggio senza concludere la frase.
“Non lo farò mai.”
“Ok…mi raccomando. Non sopporterei il dolore.”
“Stasera vado ad una festa. Sono costretto a farlo…”
“Ecco, appunto.”
“Cosa? Prima non mi hai permesso di dirtelo.”
“Mi hai scritto che eri a casa.”
“Te lo stavo scrivendo, ma tu…”
“Tu cosa?”
“Tu non mi credi quando ti dico che sto male.”
“Ma cosa c’entra ora?” gli ho chiesto, sfinita da quel discorso che sembrava non avere nè capo nè coda.
“Non trovo un senso in quello che faccio. Vorrei chiudermi nella mia stanza e passarci intere giornate, senza vedere nessuno. Esco per non impazzire, mi faccio trascinare da un evento all’altro per prendere un po’ di ossigeno, ecco…ti stavo scrivendo questo prima, quando mi hai fermato. Laura non è qui. Ti riferivi a questo, vero?”
Nonostante fossi nella confusione più totale, ho tirato un sospiro di sollievo.
“Ste, tu sei libero di fare ciò che desideri e non devi renderne conto a me. Ricordatelo sempre.”
“Ti ho già fatto buttare nel cestino un biglietto per Boston, non ci dormo la notte…”
“Ne abbiamo già parlato, non importa, sai come la penso. Ci saranno altre occasioni, se lo vorrai…”
“Eppure sognavo di venirti incontro all’aeroporto, di portarti in giro per la città, di farti respirare l’aria del college.”
“A proposito di non avere rimpianti…”
“Tu sei molto più di me.”
“Anche se ora che ci penso un rimpianto ce l’ho.” gli ho scritto. “La casa. Quel loft, se potessi tornare indietro lo comprerei ad occhi chiusi.”
“E’ colpa mia.”

E’ colpa mia perchè ho aspettato troppo te. mi ha detto una flebile voce interiore, a cui ho deciso di non dare ascolto.

“Ma cosa c’entri tu? Ho sbagliato e basta. Certe occasioni vanno colte al volo.”
“Mi manchi Streghetta.”
“Anche tu.”
“Non vedo l’ora di vederti.”
“A chi lo dici…”
“Allora a domani.”
“A domani pazzerello mio.”
“Tuo…solo tuo.”

Solo mio.
E quindi perchè scappi?

forte più del tempo

“Va bene.” gli ho risposto sospirando.
“Davvero?”
“Ste, non chiedermelo di nuovo perchè potrei cambiare idea.”
“Andiamocene di qui.”
“Ma siamo appena arrivati.”
“Vieni con me.”
Mi ha teso la mano guardando nella direzione in cui pensava di portarmi.
“Ti ricordo che siamo arrivati qui con il mio motorino…” gli ho detto, indicandolo.
“Hai ragione! Me ne ero completamente dimenticato. Vado a prenderlo, aspettami qui.”
“Le chiavi, Ste…”
“Sì, vero…grazie…scusa Bellina, sono così stanco…”
“Forse è meglio che torni a casa.”
“No, ti prego, vieni da me.”.

Ho annuito senza proferire parola, quasi incapace di reagire di fronte a quel misto di disperazione e abbandono che mi trasmetteva. Aveva i capelli arruffati, i vestiti stropicciati, persino le mani erano secche e poco curate. Ho provato un grande senso di tenerezza nei suoi confronti e sono rimasta in silenzio, fino a quando mi sono accorta che stava partendo senza avere tolto la catena.
“Ste! La catena! Fermo!” ho urlato.
Troppo tardi. La vedevo già attorcigliata alla ruota posteriore e il suono metallico che aveva emesso nell’impatto non lasciava molto spazio all’immaginazione.
“Che disastro…sono un cretino…ferma, non ti sporcare…” mi ha detto, impedendomi di avvicinarmi al suolo.
“Cosa sarà mai, lascia che ti aiuti…”
Mi sono accovacciata vicino a lui e dopo più di venti minuti siamo riusciti a sistemare tutto e partire.
“Stringimi. Altrimenti voli via.” mi ha detto mentre eravamo fermi al semaforo.
“Mi sto tenendo qui dietro.”
“Stringiti a me.”
Gli ho messo le mani sui fianchi, cercando di far combaciare il più possibile il mio corpo con il suo.

Perchè più ti allontani più mi chiedi di tenerti stretto?” gli ho chiesto, guardandolo negli occhi dallo specchietto.
Ha accelerato all’improvviso, aggredendo l’asfalto, percorrendo una strada che non conoscevo e che non sapevo dove ci avrebbe portati. Avevo l’impressione che non stessimo andando nella direzione di casa sua, ma era troppo buio per riuscire anche solo a capire dove ci trovassimo.
Pensavo che non volesse rispondere alla mia domanda e più passavano i minuti più mi pentivo di avergliela fatta.

“Hai capito dove siamo?” mi ha chiesto mentre si toglieva il casco.
“Ora sì…” gli ho risposto con gli occhi lucidi per la gioia.
“Lo so che meriti molto più di questo. E lo avrai. Ma volevo tornare qui, dove è iniziato tutto, anzi dove tutto doveva iniziare molto prima.”
“Cerchiamo di non ripetere lo stesso errore.”
“Ti stavo per dire la stessa cosa, Bellina.”
Abbiamo passeggiato per più di un’ora tra i palazzi dell’università, ripetendo gli aneddoti che avevano segnato quell’anno che poteva rappresentare una svolta per entrambi e che invece era solo stato una parentesi aperta e chiusa delle nostre vite.
“Pensa se avessi intrapreso quel percorso…”
“Quale dei due?” gli ho chiesto, sorridendo.
“Mi riferivo a quello lavorativo, Streghetta…”
“Preferivo l’altro…”
“Lo so, ma da quel punto di vista non ho alcun dubbio. Abbiamo commesso un errore, lo sappiamo bene entrambi, ma la vita è strana.”
“Complicata.”
“Sì, forse è il termine più appropriato.”.

In quel momento mi sono resa conto di quanta strada avessi fatto da quel corso di Design. Non ci avevo mai pensato davvero. Erano cambiate tante cose, mi sembrava di avere rivoluzionato la mia vita e non potevo immaginare che in realtà il cambiamento fosse appena cominciato. Non sapevo che le mie azioni di quel periodo avrebbero messo in moto una serie di eventi che avrebbero cambiato per sempre il corso della mia esistenza e dei miei piani per il futuro.
Non avrei mai potuto immaginare di dovere affrontare un’altra separazione, un nuovo lavoro, un trasferimento, un cambio di prospettive così profondo da risultare quasi inverosimile e per certi versi…magico.

E poi ho pensato al fatto che, nonostante tutto – gli anni passati, le nostre vite parallele, due strade che sembravano non potersi più incrociare, le occasioni perse e quel modo di giustificarsi, quasi vigliacco, quel costante ripetersi che doveva andare proprio così – ecco nonostante questo, noi due eravamo ancora lì, mano nella mano, sempre più convinti di essere legati da un filo, forte più del tempo, forte più di tutto.

“Cosa c’è Bellina?”
“Niente.”
“Perché hai gli occhi lucidi?”
“Perché soffro.”
“Ti prego, non farmi questo.” mi ha detto, distogliendo lo sguardo da me.
“Non posso nascondermi. Scusa.”
“Hai ragione, lo so, sono uno stupido. Mi dispiace, ma io sono qui, vedi? Immaginami sempre così, accanto a te.”
“E’ difficile.”
“Lo so, ma sto attraversando il peggior periodo della mia vita e tu non ti meriti di esserne parte.”
“Avevi detto che avremmo condiviso tutto.”
“Tu meriti solo il meglio.”
“Sei tu il meglio per me.”
“Non è così…mi sento uno schifo. Un fallito. Persino brutto. Sono confuso e distrutto. Ma tu sei la luce.”
“E cosa dovrei fare? Tu cosa faresti al posto mio?”

 

Non ho mai ottenuto la risposta a questa domanda.
Ho provato a stringerlo a me ancora per un po’, fino a quando ho capito che rincorrere una persona che scappa non fa altro che aumentare il dolore già provocato dalla fuga.

E così, un po’ alla volta, per cercare di alleviare quella sofferenza dilaniante, ho iniziato a mollare la presa.

sentirlo dentro

“Dormi da me?” mi ha chiesto, spostandomi i capelli dal viso.
L’ho guardato senza rispondere per cercare di scrutare tra i suoi pensieri.
“Sei sicuro?”
“Ma che domanda è? Certo che lo sono…”
“Non ho nulla con me…”
“Non ti serve niente.”
“Almeno i trucchi per domani…non posso andare in ufficio in queste condizioni…” gli ho detto, guardandomi nello specchietto del motorino.
“Devi proprio andarci?”
“Ma dove?”
“In ufficio.”
“Ste, dai…parliamo seriamente.”
“Prenditi un giorno di malattia.”
“Non posso.”
“Bellina…”
Un brivido mi ha attraversato la schiena. Con gli occhi chiusi e la testa appoggiata alla sua spalla, mi sono chiesta più volte cosa stesse succedendo. Mi domandavo se fosse cambiato, se non lo riconoscessi più, se fosse normale dover subire quell’altalena di emozioni. Ero passata dall’angoscia alla serenità, dal freddo al calore più avvolgente, dal silenzio ad un fiume di parole e rassicurazioni che nemmeno gli avevo chiesto, di cui però avevo un disperato bisogno.
Lo riconoscevo in quei gesti, nei nostri momenti di intimità, nello sguardo perso con cui cercava di trasmettermi un sentimento che era tutt’altro che sbiadito.
Ma il tempo scorreva e dovevo ammettere a me stessa che Stefano non stesse più camminando di fianco a me. Non lo stava facendo neanche nella mia direzione. Stava vagando da solo senza meta e il suo peregrinare qualche volta lo riportava al mio fianco. Erano incontri sempre più fugaci, sfuggenti, sconvolgenti, che mi ricordavano quasi con violenza quanto fosse immenso il nostro sentimento e quanto fosse doloroso doverne fare a meno. E soprattutto dover fare i conti con me stessa.
La sua incostanza mi faceva riflettere più del dovuto.
Per prima cosa, come spesso succede, mi colpevolizzavo. Pensavo di non essere abbastanza, di non fare abbastanza, di non dimostrare abbastanza. Mi sembrava il ragionamento più sensato, ma mi sbagliavo. Prima di tutto perché era un ragionamento. Bastava che ascoltassi il mio cuore per capire che non fosse mia la colpa di quel suo vagabondare.
Ero, facevo e dimostravo fin troppo. Più di quanto fosse necessario, più di quanto lui si aspettasse. E questo credo che gli facesse perdere la testa.
Mi domandavo inoltre e con sempre maggiore insistenza se lo conoscessi davvero.
E più in generale, se fosse veramente possibile conoscere e capire nel profondo un’altra persona, al punto da considerarla quasi un’estensione di noi stessi e della consapevolezza che abbiamo delle nostre azioni. C’erano momenti (giorni, settimane…) in cui Stefano appariva cambiato, annebbiato, confuso e infelice. Credevo di sapere esattamente cosa gli servisse per stare bene. Io! Gli servivo io. Ma era davvero così? Come potevo averne la certezza?
E se ci fosse dell’altro? mi chiedevo.
Qualcosa che sfuggisse dalla mia capacità di capire la sua vera natura.
Qualcosa che chissà, magari non capiva nemmeno lui.
Qualcosa che un giorno avrebbe separato le nostre vite.
Perché la verità era che sapevo che sarebbe successo. Me lo sentivo dentro, ma non mi davo ascolto.

Non capivo i suoi comportamenti, ma a pensarci bene neanche i miei. Pur non condividendole, restavo in balia delle sue scelte.
Mi sembrava di non conoscerlo più e di non conoscere nemmeno me stessa.
Invece di proseguire sulla mia strada, per un po’ di tempo l’ho accompagnato nei suoi viaggi senza meta.

E così ci siamo persi tutti e due.

sorvoliamo

Quando ho premuto il tasto Invio sono stata pervasa da una sensazione positiva, quasi di liberazione. Dopo settimane passate a tenermi dentro tutto ciò che mi passava per la testa, mi sembrava di essermi finalmente svuotata. Anche dopo averla mandata, ho riletto l’email così tante volte che l’ho quasi imparata a memoria. Non avrei potuto scrivere niente di meglio, ne ero convinta, ed ero certa che grazie a quelle parole stessi dando a Stefano tutto lo spazio che gli occorreva per prendere le sue decisioni in totale libertà.
E’ passato tanto tempo da quel giorno e oggi, mentre scrivo, mi chiedo se fosse realmente così. Non era piuttosto un tentativo disperato di restare aggrappata a lui? C’è modo e modo di cercare di tenere vicino a sè una persona. Con Stefano cercavo di comportarmi come se nulla fosse. Nascondevo il mio dolore, lo mettevo sempre davanti ai miei bisogni e alle mie paure, gli concedevo di comportarsi come se non esistessi: non mi doveva rendere conto di nulla, non volevo giustificazioni o chiarimenti, almeno fino a quando il peso di quell’allontanamento ormai palese mi schiacciava completamente. Solo in quel momento lanciavo un grido d’aiuto. Quell’email lo era. Dicevo che avrei fatto di tutto per aiutarlo ed era davvero ciò che desideravo, ma c’era dell’altro.
C’era la paura di morire dal dolore.
Un dolore che si impossessava di me più volte al giorno, che mi toglieva il respiro, che mi faceva scoppiare a piangere nei momenti meno opportuni, spesso in mezzo agli altri. Perché se quando ero sola riuscivo a distorcere la realtà e a rinchiudermi nella bolla delle mie fantasie e speranze, quando ero in compagnia venivo messa di fronte alla verità più dura.
Cosa ti avevo detto?
Mandalo a quel paese.
Non avevo dubbi. 
Gli uomini sono tutti uguali.
Non lascerà mai la moglie.
Ti ha presa in giro.
Chissà quante storie parallele sta portando avanti.
Come fai a fidarti di uno che tradisce?
Più passa il tempo, più diminuiscono le probabilità che decida di cambiare vita.
Ero inondata da queste esternazioni, che spesso uscivano dalla bocca di persone che volevano davvero aiutarmi, senza sapere che, così facendo, rendevano il mio dolore ancora più insopportabile e i miei timori ancora più grandi. Non tutti hanno la capacità di relazionarsi con un cuore che sta cercando di tenere insieme i propri pezzi. Forse se li avessi ascoltati mi sarei risparmiata mesi e mesi di sofferenza.
Ma sono tuttora convinta che ci sia un tempo per tutto e a me ne serviva ancora.
Dopotutto la nostra storia non aveva invertito completamente il suo percorso e i nostri incontri ne erano la testimonianza.
Faceva dei giri strani, si fermava e poi ripartiva, con la stessa intensità di sempre e il bisogno – che avevamo entrambi – di attingere alla sua fonte di energia.

“Sono qui sotto.”
Ho coperto il telefono con il blocco degli appunti e mi sono appoggiata allo schienale della sedia per cercare di nascondere il mio evidente stato confusionale. Qualche minuto dopo sono sgattaiolata in bagno per cercare di sistemarmi. Non sapevo ancora cosa avesse in mente Stefano, se fosse davvero fuori dal palazzo del mio ufficio, se avesse tempo per andare a fare due passi, se quel messaggio fosse indirizzato proprio a me o se me l’avesse inviato per errore…non pensavo a nulla di tutto questo, ma solo a rendermi presentabile per ogni evenienza.
Dopo circa mezz’ora – e le giustificazioni più assurde con i miei colleghi, che però avevano capito tutto – ero in un bar davanti ad una bottiglia di Corona. Lui era di fronte a me, con le mani tra i capelli, lo sguardo perso nel vuoto e gli occhi segnati da una stanchezza profonda.
“Come stai?” mi ha chiesto, fissando un punto indefinito alla mia sinistra.
“Bene…” ho mentito, per non infierire sulla sua palesemente compromessa instabilità emotiva. “Tu piuttosto?”
Sorvoliamo…”
“Dai, Ste…mi avevi chiesto di aiutarti. Sono qui per farlo…hai letto la mia email?”
“Sì…”
“Perché non mi hai risposto?”
“Mi sono bloccato. Tu sei troppo per me.”
“Ti sto restituendo ciò che mi hai dato quando ho avuto bisogno di te, tutto qui. Senza strategie o secondi fini.”
“Lo so, sono molto fortunato.”
“Siamo. Lo siamo entrambi.”
“Comunque…provo a raccontarti cosa sta succedendo nella mia pazza vita…il lavoro…”
Finiva sempre per parlare di quello. Negli ultimi tempi era l’unico argomento che riusciva davvero ad affrontare e iniziavo a pensare che fosse un modo per evitare di parlare di altro. Lasciavo che raccontasse tutto per filo e per segno, con la tristezza di chi non si sente più coinvolto in prima persona nei progetti e sa di essere solo un interlocutore passivo.

“Questo è quanto.” ha concluso dopo un monologo di una decina di minuti.
“Bello, dai. Sono contenta.”
“E’ l’unico aspetto positivo della mia vita.”
“Esagerato…”
“E’ la verità.” mi ha risposto, prendendomi la mano sinistra, che ho prontamente ritratto.
“Bellina, non farmi questo. Che c’è? Ti prego…”
Ho alzato gli occhi al cielo senza dire una parola.
“Quando fai così…sai cosa ti farei…”
“Perché non ti fai sentire?” gli ho chiesto con uno slancio di audacia.
“Perché non ci capisco più nulla. Non dormo mai, riesco ad addormentarmi solo all’alba quando mi posso permettere al massimo due o tre ore di sonno. Non faccio altro che lavorare, credimi.”
“L’hai sempre fatto, Ste…”
“Ora di più. Molto di più.”
“Non è sano vivere in questo modo. Ma non provi mai il desiderio di vedermi o anche solo di sentirmi?”
“Bellina, ti penso in ogni istante. Per me non è cambiato nulla.”
“Ma capisci che quello che dici non ha senso? Se è tutto come prima, perché non ci possiamo sentire come abbiamo sempre fatto? Non capisco cosa sia cambiato.”
“Sono un disastro.”
“Non sto dicendo questo…”
“…E tu sei stupenda.”
“Non è vero…”
“Piccolina…che fai stasera?”
“Non lo so, niente di che…”
Vorrei stare con te, avrei voluto rispondere, ma era troppo grande la paura di un suo rifiuto.
“Io devo andare ad un festa, ma non ho proprio voglia…”
“Compleanno?”
“Sì. Ti va se ci vediamo più tardi?”
“Certo…”
“Ti scrivo quando riesco a liberarmi, va bene?”
“Perfetto. Non sparire, Ste…”
“Mi vuoi bene?”
“Non ti rispondo nemmeno.” gli ho detto, scuotendo la testa.
Era una domanda che non sopportavo, ma cercavo sempre di mascherare il mio disappunto con un sorriso.

Ci siamo allontanati guardandoci negli occhi fino a quando la vista ce l’ha concesso, voltandoci solo quando abbiamo iniziato a vedere i contorni delle nostre figure sfumati.
Non avevo voglia di tornare a casa, così mi sono accordata con un gruppo di amiche per uscire a cena.
“Con Stefano come va?” mi hanno chiesto prima ancora che il cameriere ci portasse il menu.
“E’ un po’ strano…lavora e basta…”
“Vi vedete spesso?”
“No…l’ho visto poco fa però…e dovremmo uscire più tardi.”
“E com’era?”
“Stanco. All’inizio mi sembra sempre strano…poi un po’ alla volta si lascia andare…ed è sempre lui. Come se non fosse cambiato nulla.”
“E tu ti sciogli.”
“Sì.” le ho risposto, con gli occhi pieni d’amore.
“Mettilo alle strette.”
“Non ci riesco, è più forte di me.” ho ammesso, mentre controllavo il telefono per capire se mi avesse scritto.

Dopo circa due ore e mezza il cameriere ci ha portato il conto, proprio nel momento in cui l’ansia si stava impossessando nuovamente di me. Non avendo ricevuto cenni di vita da Stefano, mi sono avviata verso l’ufficio per recuperare il motorino. Il locale della festa non era distante, così ho deciso di aspettare lì: mi sono seduta senza togliere il cavalletto in attesa di capire in che direzione andare.

Proprio quando stavo per andarmene, con i denti che battevano più per la disperazione che per il freddo di quella notte, ho ricevuto un suo messaggio.
“Ciao Streghetta, mi sono liberato adesso, ma sarai già a casa…”
“A dire il vero, no…”
“Dove sei?”
“Con un’amica vicino all’ufficio.” gli ho risposto, mentendo per non fargli capire che lo stavo aspettando da sola da più di un’ora.
“Mi raggiungi?”

Calpestando la mia dignità senza nemmeno rendermene conto, ho acceso il motorino ancora prima di formulare una risposta.
Dopo qualche minuto eravamo insieme su una panchina di Corso Como.

A sognare. Baciarci. Credere in un futuro meraviglioso. Passarci le mani tra i capelli. Fissarci negli occhi per trasmetterci la forza di quel sentimento che continuava a legarci in modo indissolubile.
A farci trasportare dall’entusiasmo incontenibile di quei momenti, che cancellavano tutti i nostri dubbi.

Almeno fino al successivo momento di silenzio…

a te che hai paura

Quella sera sono rimasta a lungo a letto con gli occhi sbarrati. Non riuscivo a prendere sonno, continuavo a pensare alle parole di Stefano e confesso di essere arrivata a chiedermi ma chi me l’ha fatto fare? la prima di tante volte. Lo sapevo, lo sapevo. Non mi dovevo fidare di lui. La verità è che non ci si deve fidare di nessuno.
Passavo da ragionamenti di questo tipo a momenti in cui tornavo in me, pensavo a noi e alle emozioni positive che, nonostante tutto, avevo vissuto anche quel pomeriggio. Ci eravamo stretti in uno di quegli abbracci che ti restano addosso anche dopo ore, che non sai se significano “comunque vada, resteremo uniti per sempre” o se invece rappresentano un tentativo per cercare di tenere insieme i frammenti di qualcosa che si è già rotto.

Nei giorni successivi, Stefano si è chiuso nuovamente nel silenzio. Ho cercato di resistere il più possibile, ma le domande nella mia testa si moltiplicavano ad ogni ora che passava, fino a quando ho capito che non sarei stata in grado di resistere un minuto di più. Invece di fare una telefonata o inviare un messaggio, gesti che sarebbero stati guidati dall’impulsività, ho deciso di provare a scrivere un’email, che ero certa non sarebbe stata breve.

Ho pensato tanto a tutte le cose che ci siamo detti domenica e ti volevo scrivere due righe (si fa per dire) perchè, anche se è vero che è sempre più bello parlare di persona (soprattutto abbracciati), è anche vero che scrivendo a mente fredda si riescono a raccogliere meglio le idee.

In realtà ti vorrei rispondere di nuovo alla domanda che mi hai fatto “Perchè dopo così tanto tempo siamo ancora in questa situazione?” L’altro giorno la mia risposta è stata “Per paura.” ed è quello che ti ripeterei oggi, ma volevo spiegarmi meglio. Se ci pensi è sempre stata la paura che ci ha allontanati anche se per pochi giorni e che ha inesorabilmente allungato i tempi, qualche volta per nostro volere, altre contro la nostra volontà. La prima volta in cui mi hai detto “Ciao amore mio”, cercando di allontanarti da me, l’hai fatto perchè pensavi di correre troppo, perchè probabilmente credevi che io non provassi gli stessi sentimenti e perché, in generale, quello che stava succedendo era qualcosa di incontrollabile e inspiegabile che spaventava entrambi. Poi c’è stato un giorno in cui siamo proprio arrivati ad un litigio, causato dalla tua paura di perdere me e tutto quello che, in quel momento e forse per la prima volta nella vita, ti faceva stare bene. Mi hai dato della “pazza” e forse ora ti rendi conto del fatto che fossi semplicemente nella situazione in cui sei tu adesso: volevo uscirne subito ma non sapevo come fare e paradossalmente nonostante fossi proprio tu la “causa” di tutto quel tormento avevo bisogno solo di te per superarlo. I miei mal di testa erano la paura di accettare quello che stava succedendo. Temevo di soffrire e di entrare in un rapporto che si capiva da subito che fosse fuori dal comune. Non volevo permettere a una persona così speciale di entrare nella mia vita perchè temevo che un giorno ti avrei perso.

Domenica hai usato la parola paura molte volte e forse non te ne sei nemmeno reso conto. Purtroppo questa è la parte negativa del Ciclone. Non capisco come sia potuto accadere tutto questo a due persone come noi perchè penso che prima di incontrarci non ci fosse nulla che ci spaventasse…tu avevi mai avuto paura di qualcosa? Non credo proprio e io nemmeno! Ma è così e non ci possiamo fare nulla…io mi sono spaventata subito ed è solo per questo che sono riuscita a sbloccare prima la situazione, perchè il blocco che avevo non mi permetteva di vivermi il nostro meraviglioso rapporto. Quando sei riuscito ad abbattere il mio muro mi sono sentita davvero indifesa, ma sai perchè ti ho permesso di farlo? Perchè mi fido di te in un modo che non riesco a spiegare a parole e ti assicuro che non mi sarei mai lasciata andare con nessun altro. Ed è stato difficile anche accettare il fatto di fidarmi così tanto di te…Insomma potrei andare avanti all’infinito a parlare delle paure che abbiamo o abbiamo avuto in questi mesi e che come vedi non sono limitate al nostro rapporto ma toccano mille aspetti delle nostre vite, del nostro passato, delle nostre famiglie…mi viene da pensare che sia un passo necessario di questo percorso…e purtroppo i tempi si allungano perché ci sono dei giorni che passano avvolti nella confusione più totale, altri in cui semplicemente si sopravvive senza riuscire a fare nulla e altri in cui si prende atto del fatto che in effetti qualcosa stia cambiando.

Avevamo entrambi sottovalutato il fatto che questa storia avesse sconvolto così profondamente anche te. Sembrava che tu ne stessi vivendo solo il lato positivo e che poi potessi risolvere tutto con uno schiocco di vita, ma non è così e da un lato sono contenta (non del fatto che tu ora stia soffrendo…se potessi tornerei in quella situazione al posto tuo) ma perchè essendoci passata so che se avrai la forza e la volontà di superare questo momento ti sentirai poi una persona nuova…sarai sempre tu, ma molto più forte di prima.

Credo che non riuscirò mai a comprendere i motivi di questo silenzio, ma vorrei comunque provare a dirti un po’ di cose.

Non ti devi preoccupare se i tuoi comportamenti attuali non rispecchiano quello che provi per me perché non ho nessun dubbio su di noi e per me tutto quello che ci siamo detti è per sempre. Sappiamo entrambi che non si sia trattato di perdere la testa per una persona (o meglio, probabilmente anche di quello ma non solo): non è stato un momento di follia in cui siamo impazziti perché il sentimento non fa altro che crescere e quando diciamo che proviamo tutto è proprio così e questo non cambierà mai. Quindi ricordati sempre che so bene cosa stai passando perché, in generale, ti capisco perfettamente e inoltre ci sono passata anch’io. Anche nel mio caso quello che facevo e dicevo non rispecchiava ciò che provavo per te e che ti avrei voluto dimostrare. Però sai che sono uscita da quella situazione solo grazie a te, alla tua pazienza e all’amore immenso che mi hai dimostrato e infatti quando l’altro giorno mi hai pregata di aiutarti mi hai riempito il cuore di gioia perché so di poterti dare tanto in questo momento e vorrei che ti lasciassi davvero andare senza farti problemi e soprattutto senza paura di farmi soffrire. In un rapporto normale tutto questo non avrebbe senso (non puoi chiedere aiuto ad una persona così coinvolta e che comunque può cercare di portarti dalla sua parte) ma ti assicuro che io penso solo al tuo benessere perché voglio che tu esca al più presto da questo momento e – a parte qualche momento di sofferenza che è normale che ci sia – riesco benissimo ad esserci e a farti parlare senza aspettative e obiettivi personali. Non so come sia possibile ma è così anche se nel frattempo il nostro rapporto è andato avanti sotto tanti aspetti e quindi in apparenza può sembrare più difficile affrontare certe situazioni. Ma se non lo faccio è come se mi tirassi indietro da una missione che mi ha affidato la vita, non so se mi spiego.

Inoltre ti volevo dire di preoccuparti del tempo che passa solo se questo è un problema per te (e mi è sembrato di capire che lo sia) ma come ti ho detto più volte io non ho fretta e voglio solo che tu esca da questa situazione nel modo migliore per te. Anche se sembra che in questi mesi non sia successo nulla perché di fatto la situazione non è cambiata sono successe tante cose dentro di te ed lì sono stati fatti passi avanti anche se nella pratica non hai ancora risolto nulla. Come ti ho detto il tempo è passato anche (forse soprattutto) per colpa mia perché per una serie di motivi – principalmente legati al fatto che mi ero convinta che mi stessi abbandonando – per un po’ di settimane non sono riuscita ad essere quello che tu sei stato per me l’anno scorso, chiudendomi a mia volta nel silenzio invece di ascoltarti e farti domande.

Non sai quante volte ti avrei voluto far parlare, ci vedevamo, non ci riuscivo e tornavo a casa con una sensazione strana come se fossi io la persona bloccata tra noi due. Spero che questo momento difficile per me sia ormai alle spalle e come in tutti gli altri casi solo oggi ne capisco l’utilità: mi ha permesso di capire che non posso non amarti incondizionatamente perchè se non lo faccio combatto me stessa e quello che provo nel profondo per te. Il prezzo da pagare anche solo per provare ad uscire da questo rapporto è davvero troppo alto.

Ti volevo anche fare ragionare su un altro aspetto. Mi hai detto che che vai nel panico quando mi devi dire che sei con Laura perché pensi che io soffra, ma ne sei proprio convinto? Io credo che la paura non sia solo legata al problema di dirlo a me, o comunque solo in minima parte, ma al fatto che non riesci più a gestire la situazione per tanti motivi. Ti ricordi che prima, quando eravate insieme, speravi comunque di incontrarmi in giro? Adesso saresti felice di vedermi mentre sei con lei? Prova a non dirmi più niente e vedrai che le cose cambieranno poco, nel senso che comunque il malessere non se ne andrà. Devi risolvere il problema di fondo e non pensare ai timori che ti assalgono in superficie.

Ricordati sempre che capisco davvero tutto di te e per questo accetto i tuoi comportamenti e ti sarò sempre vicina, se lo vorrai, in qualunque modo e ruolo ma adesso devi sforzarti di dirmi tutto, anche ciò che pensi mi possa fare stare male, altrimenti non riuscirai mai a superare questo momento e continuerai a scappare da te stesso e quindi anche ad allontanarti da me. Perché so che non vorresti mai leggere queste parole ma è quello che sta succedendo anche se so che è così solo in apparenza mentre dentro di noi i sentimenti e il rapporto sono sempre gli stessi.

In sintesi devi fare tutto ciò che ti senti, senza calcoli e strategie. E’ vero che ho un lato molto fragile e questo a te non riesco a nasconderlo ma non ti devi preoccupare per me adesso.

Prova a pensare a quando non ti volevo dare la mano o un bacio per paura che poi per qualche motivo mi dovessi tirare indietro e tu mi dicevi “non ho 13 anni se ci saranno problemi me li gestirò da solo”. Secondo te non avevo voglia di farlo? Se non ti avessi ascoltato non ci sarebbero state le cose più belle e mi riferisco a mille momenti ma soprattutto alle notti con te che indipendentemente da come andranno le cose tra di noi per me sono state così emozionanti che le terrò sempre nel cuore come un tesoro nascosto.

Quando ci vedevamo per me eri la luce in fondo al tunnel e volevo che quei momenti non finissero mai perchè da un lato stavo bene come forse non ero mai stata nella vita e dall’altro sapevo che quando te ne saresti andato sarebbe ricominciato il tormento.

So che te l’ho detto mille volte e che fai fatica a capire il concetto perché io stessa l’ho capito tardi ma il fine di tutto questo non è la scelta tra due persone. Quella al massimo è la conseguenza. Ma è come se uno pensasse di azzeccare il risultato di un’equazione senza seguire tutti i passaggi per risolverla.

Le risposte a tutti i tuoi dubbi e a tutte le tue domande sono già dentro di te. Credimi è così. Devi solo fare spazio per farle uscire.

Ti lascio con questa frase che per me è la sintesi di quello che rappresenti adesso e che rappresenterai per sempre per la mia vita qualunque cosa accada.
“Niente ti prepara per il momento in cui incontrerai la persona capace di cambiarti la vita. Non parlo di incontrare qualcuno, innamorarsi e decidere di mettere su famiglia con tutto quello che ne deriva. Parlo dell’incontro con una persona in grado di alterare, profondamente, il modo in cui vedi la vita e di indirizzarti su un percorso del tutto inaspettato.”
(Edward Canfor-Dumas)

Con tutto l’Amore del mondo e con la speranza di poter continuare a scrivere questa storia stupenda,

La tua Bellina