limiti

Mi sono presa una pausa, ma non ho mai smesso di pensare a questo blog.
Vi spiego cosa è successo: una mattina mi sono svegliata, ho riletto l’ultimo post e mi sono resa conto della distanza quasi incolmabile che avevo creato tra la storia di Isabella e la mia vita reale.
Osservando lo schermo del computer capivo di essere arrivata ad un passaggio del racconto complicato, che non ero sicura di saper gestire ma che – soprattutto – non volevo gestire. Forse perchè mi sono trovata in una situazione simile e so bene quanto sia doloroso avere a che fare con una persona che, da un momento all’altro, comincia a scivolarti tra le dita. Mi calavo così tanto nei dialoghi dei due protagonisti che avevo quasi l’impressione di rivivere alcuni attimi del mio passato.
Poi però spegnevo tutto e tornavo alla mia quotidianità: un sogno.
Non riuscivo a trovare un equilibrio tra il malessere che cercavo di esprimere con la scrittura e il benessere che caratterizzava le mie giornate.

Da qualche parte ho letto che bisogna sempre mantenere le distanze da ciò che si scrive per poterlo fare con lucidità. Sarebbe quindi più “corretto” parlare di negatività in momenti particolamente positivi e viceversa.
Ma a me questo contrasto è sempre stato stretto e mi ha portata, lo scorso dicembre, di fronte ad un muro di concetti che non riuscivo a esprimere.

Però scrivere mi manca, tantissimo.
Quindi penso che il 2017 sarà l’anno in cui cercherò di superare i miei limiti e auguro a voi tutti di fare lo stesso.
Individuarli è già un traguardo, superarli richiede grandi sforzi ma dà le più grandi soddisfazioni.

Continuerò a raccontarvi la storia complicata di Isabella e Stefano e quando riporrò il computer sul comodino, cercherò di lasciarmi tutto alle spalle per vivere al meglio i giorni che mi separano dal mio matrimonio.
Spero di avervi al mio fianco in questo nuovo viaggio.

A presto ❤️‍
Benedetta

qualcosa in più

Ho tolto le scarpe e mi sono buttata sul letto, appoggiando sul pavimento la borsa, dopo aver cercato al suo interno il quaderno. Volevo rileggere ciò che avevo scritto poco prima, rivolgendomi a una terza persona, con il cuore in mano e attraverso le parole della parte di me più timorosa e fragile, ma capace di prendere coraggio riga dopo riga.

 

Qualcosa in più
Siamo cresciuti insieme e abbiamo condiviso semplicemente…tutto.
E lasciarlo è difficile. Tanto. Cercherò di spiegarti cosa sto provando.

In realtà a pensarci bene la mia prima crisi si è manifestata intorno ai vent’anni.
Dopo essere stati compagni di classe per tutto il liceo, le nostre strade scolastiche si sono divise. Ho vissuto il primo anno di università in modo completamente passivo. Frequentavo tutte le lezioni, chiacchieravo con i compagni, ma la mia vita era un’altra cosa. La mia vita è ed ed sempre stata quella strettamente legata a Gabriele e ai nostri amici in comune, fatta di serate a casa davanti a un film, di weekend a Viareggio, di cene dai suoi genitori.

Poi è successo all’improvviso. Ho iniziato a frequentare un corso di Design, una sera a settimana. E lì ho incontrato Stefano. Parlavamo poco, cercavo di evitarlo, abbassavo lo sguardo quando i miei occhi incrociavano i suoi.
Ma ogni volta tornavo a casa e avevo l’impressione di essere in una gabbia. Ricordo quanto questa sensazione mi avesse spaventata e l’esatto momento in cui mi sono affidata alla razionalità, al buon senso e alla paura di restare sola.
Pensavo che fosse una crisi passeggera, non ne ho parlato con nessuno, ingoiando i miei dubbi, certa che non si sarebbero più ripresentati.
Ma dopo qualche annoero punto e a capo. Perchè la vita è così: prima o poi ti ripresenta il conto da saldare.

L’ho incontrato nel corridoio dell’azienda in cui avevo appena iniziato a lavorare.
Senza rendermene conto, sono uscita di nuovo dal mio guscio, per la prima volta mi sentivo davvero apprezzata e stavo riscoprendo il piacere di essere corteggiata. Ero semplicemente più bella, dentro e fuori, quando non sentivo sulle spalle il macigno dell’abitudine e della normalità.
Cercavo in tutti i modi di reprimere il mio desiderio di evadere ma, allo stesso tempo, iniziavo a sentire il profumo del cambiamento e ad intravedere qualche scorcio di libertà e felicità autentiche.

Ma avevo paura.
Di non poter vivere senza di lui.
Di perdere una parte di me stessa.
Di farlo soffrire immensamente. Di soffrire immensamente.
Di dover dare troppe giustificazioni per un sentimento che era solo mio e che io stessa faticavo ad accettare.
Di pentirmene e di pagarne le conseguenze.
Di perdere le amicizie in comune, il rapporto con sua sorella e con i suoi genitori, che con il passare degli anni erano diventati un po’ anche i miei.
Di dare un dispiacere alla mia famiglia.
Di essere subissata dai sensi di colpa, nonostante quella “colpa”, in fondo, non esisteva nemmeno. E sebbene, peraltro, a pensarci bene non ne avevo mai avuti, perchè ero troppo felice.
Di dover abbattere il castello che avevamo costruito negli anni e di dover abbandonare l’idea di un futuro pieno di certezze che ero sicura mi avrebbe regalato.
Di accettare il fatto che quel futuro si trasformasse in un enorme punto di domanda.

Con il passare del tempo mi sono resa conto che della storia con Gabriele amavo il contorno, la sua presenza, il suo esserci sempre e la serenità dei momenti che avevamo trascorso insieme. Era legata a lui da un sentimento che non era amore, ma qualcosa di più simile al possesso: lo volevo lasciare ma impazzivo all’idea di vederlo con un’altra; lo volevo vedere felice, ma non senza di me al suo fianco.

qualcosa-in-piuHo iniziato a convincermi che dovesse per forza esistere qualcosa in più e che se fossimo rimasti insieme i dubbi li avrei avuti per tutta la vita, perché si erano già ripresentati una volta e nessuno mi poteva garantire che non sarebbe successo di nuovo. E perchè non si può perdere la testa per una persona se si è già felici ed appagati nella propria relazione.

Ho pensato che si meritasse una persona migliore di quella che ero in quel momento per lui. O magari che un giorno potesse addirittura incontrare la donna perfetta, perchè se era successo a me, di trovare l’uomo perfetto, poteva succedere a chiunque altro.

Ho capito che portare avanti la nostra storia, a quelle condizioni, sarebbe stata una scelta forzata, più che una mia scelta.

Ero perfettamente consapevole di tutto ciò a cui avrei dovuto rinunciare ponendo fine a quella relazione ma ero anche certa che, con il passare degli anni, non mi sarei mai perdonata di aver fatto una non-scelta assecondando le mie paure e di non avere avuto il coraggio di seguire i miei istinti e desideri, pur non sapendo dove mi avrebbero portata.

Poi non è che la vita vada come tu te la immagini. Fa la sua strada. E tu la tua. E non sono la stessa strada. Così, io non è che volevo essere felice, questo no. Volevo salvarmi, ecco: salvarmi. Ma ho capito tardi da che parte bisognava andare: dalla parte dei desideri. Uno si aspetta che siano altre cose a salvare la gente: il dovere, l’onestà, essere buoni, essere giusti. No.
Sono i desideri che salvano. Sono l’unica cosa vera. Tu stai con loro, e ti salverai. Però troppo tardi l’ho capito. Se le dai tempo, alla vita, lei si rigira in un modo strano, inesorabile: e tu ti accorgi che a quel punto non puoi desiderare qualcosa senza farti del male. È lì che salta tutto, non c’è verso di scappare, più ti agiti più si ingarbuglia la rete, più ti ribelli più ti ferisci. Non se ne esce. Quando era troppo tardi, io ho iniziato a desiderare. Con tutta la forza che avevo. Mi sono fatto tanto di quel male che tu non te lo puoi nemmeno immaginare.
– Alessandro Baricco, Oceano mare

tarakè

[Premessa: da qualche giorno nel mio giardino sono spuntati moltissimi “soffioni” che mi hanno fatto pensare ad un testo che, come quello sui desideri, ho scritto circa quindici anni fa (è un tema di italiano). Ne riporto una parte qui sotto, virgolettata, inserendola nella storia che sto raccontando.]

“Allora, com’è andata a New York?” mi ha chiesto mia mamma mentre annaffiava le piante in giardino.
“Bene. E’ stato stupendo.”
“E il colloquio?”
“Anche.”
“Ti hanno già fatto sapere qualcosa?”
“No…non sono passate nemmeno 24 ore!”
“Con Gabriele hai risolto?”
“Per modo di dire…”
“Cioè?”
“Non si è mai fatto sentire. Gli ho scritto un messaggio al quale non ha risposto. L’ho chiamato due o tre volte, ma il suo telefono squillava a vuoto. Mi ha fatto passare delle ore infernali. Come sempre, del resto. Credo che fosse un modo per vendicarsi. Ma ieri quando sono tornata a casa mi sembrava tranquillo.”
“Non mi sembra un atteggiamento corretto nei tuoi confronti.”
“E’ fatto così.”
“Alla fine, lo giustifichi sempre…”
“Non lo sto giustificando.”
“Non so come tu possa vivere con una persona così.”
“Mamma!”
“Hai ragione, scusa. Sai che non mi permetto mai di interferire nel vostro rapporto. Ma tu non sei felice. Questo è palese. Concedimi di fartelo notare.”
“Ok, grazie per l’interessamento, apprezzo la tua sincerità.”.
Mi sono allontanata senza darle il tempo di rispondere, perché in quel momento non avevo nessuna voglia di affrontare quel discorso.

Camminavo sul prato, cercando di non calpestare i fiori. C’erano margherite, violette, ranuncoli. Un papavero solitario. E poco più in là, una distesa infinita di soffioni. Erano spuntati quasi tutti in pochi giorni, nell’angolo più selvaggio del giardino e – come ogni anno – nessuno osava tagliarli, perché erano la passione di noi ragazzini.

Ne raccoglievamo uno a testa, ci sedevamo in cerchio, tutti concentrati sul desiderio che, di lì a poco, avremmo espresso. Mia nonna, qualche anno prima, ci aveva raccontato la leggenda dei piscialetti, come li chiamava lei, con quel termine che ci faceva sempre sorridere.
“Se con un solo soffio tutti i semi volano via il vostro desiderio si avvererà molto presto. Altrimenti, stabilite un periodo di tempo (giorni, settimane, mesi o anni) e contate quanti soffi vi occorrono per vedere tutti questi ombrellini volare via. Ecco, quella è l’attesa che vi separa dalla sua realizzazione.”.

“Adesso che siete cresciuti vi posso svelare un altro segreto sul soffione o meglio, sul suo nome scientifico.” ci ha detto quel giorno. “Isabella, tu che stai studiando greco, sai qual è il significato della parola tarassaco?”
“No, non ne ho idea…”
“Deriva da tarakè che significa scompiglio, turbamento, e da akos che significa rimedio, perché nel Medioevo si pensava che avesse delle proprietà medicinali.”
“E quindi perché questo fiore viene associato alle leggende sui desideri?”
“Prova a darti una risposta da sola.”

Ho riflettuto per qualche istante sul quel periodo così confuso, per certi versi un po’ noioso, pensavo di voler spazzare via tutto con un…soffio. Una folata di vento. Ma un soffio non bastava, perché i problemi e il malessere non si mandano via così, da spettatori, bisogna agire, allora ecco che in quel momento ho deciso di esprimere un desiderio. Quel desiderio sarebbe stato il rimedio al mio turbamento.

“Ho capito.” ho detto a mia nonna, che nel frattempo stava raccogliendo un po’ di margherite, per fare dei piccoli mazzetti.
“Ora puoi esprimerlo. Ma ricordati che si tratta di una leggenda. Se vuoi che si avveri, non basta aspettare.”
“Devo agire. Lo so.”.

Voglio trovare il coraggio di fare qualcosa di grande, ho pensato. Ho pensato che fosse troppo banale, anche un po’ infantile, forse. Chissà com’erano i desideri degli altri. Magari avevano le idee molto più chiare delle mie.
Mentre soffiavo, osservavo gli ombrellini che volavano via. Un soffio non è bastato a liberarli tutti. Allora ho stabilito un periodo di tempo. Mesi. Ho soffiato una, due, tre volte, alla sesta del soffione non c’erano più tracce, se non nell’aria.

Sei mesi dopo ho consegnato i documenti per frequentare il secondo anno di liceo classico all’estero.
La prima di tante esperienze che mi hanno cambiato la vita.
La prima di tante in cui ho dovuto tirare fuori il coraggio che non sai nemmeno di avere prima di affrontarle.
La prima di tante che sono state la mia salvezza, anche e – soprattutto – nei momenti più difficili.

tarakeSono tornata da mia mamma con un soffione in mano.
“Ti piacevano così tanto, da piccola.”
“Sì, è vero.”
“Sai qual è l’etimologia della parola tarassaco?”
“Sì, mamma, lo so. Me l’ha detto un po’ di anni fa la nonna. Mi sembra di vivere in un dizionario, a volte…”
“Beh, trovo che abbia un significato così affascinante…”.

Ho guardato quel batuffolo bianco, pensando a quale desiderio potessi esprimere quel giorno. Anche se non ero più una ragazzina. Anzi, proprio per il fatto che fossi ormai una donna, dovevo trovare un obiettivo e cercare di prendere in mano la mia vita, com’ero stata capace di fare a 16 anni.
Voglio superare questo incrocio, prendere una strada e lasciarmi il bivio alle spalle.

Ho soffiato una volta, ma non sono riuscita a far volare via tutti i semi. Non si sarebbe realizzato nell’immediato, ma lo sapevo, del resto. Dopo tre soffi sono rimasta con il solo stelo del soffione in mano.

E con una domanda: tre mesi bastano per cambiare trent’anni?

ri-conoscersi

Si pregano i gentili passeggeri di…
La voce dello speaker faceva da sottofondo ai miei pensieri. Eravamo fermi a qualche chilometro dalla stazione di Bologna.
Di fronte a me, Gabriele stava sfogliando alcune riviste di medicina che gli avevano consegnato in ospedale, mentre io fingevo di essere concentrata su un libro. Volevo leggerne almeno un paio di capitoli, anche per distrarmi, ma dopo qualche minuto mi sono resa conto che il mio viso seguiva il percorso dei paragrafi, arrivando a chinarsi per leggere il fondo della pagina, ma la mia mente era rimasta alla prima riga. O forse nemmeno a quella. Si era persa prima di iniziare.

Ripensavo al pranzo con Stefano, dal quale non mi ero ancora ripresa del tutto. Il cuore continuava a battermi ad un ritmo accelerato, comprimendomi il petto. Stentavo a credere che tutto quello fosse possibile. Fino a quel momento, più di una volta, avevo cercato di convincere me stessa del fatto che ciò che stavamo vivendo fosse soltanto un prodotto della mia mente. Che era nato e stava crescendo perché si trattava di qualcosa di misterioso ma allo stesso tempo impossibile da portare avanti.
Ma sapevo che non era così. Non ero il tipo di persona attratta da quella tipologia di situazione proibitiva e quindi, agli occhi di qualcuno, affascinante. E ora dovevo anche fare i conti con le sensazioni fisiche. E quelle erano più reali che mai. Evidentemente, come tutto il resto.
Avevo promesso a Stefano che, prima o poi, avremmo passato ventiquattro ore insieme, al mare da lui. Ma considerando l’effetto che mi avevano fatto quei settantacinque minuti passati con le mie mani tra le sue, non ero certa di poter superare un giorno interno nei posti da sogno che mi descriveva ormai con una certa frequenza, con un tale trasporto che riusciva quasi a portarmi lì solo con le parole. Mi immaginavo le spiagge, i tramonti, i trekking tra i promontori, il bar “insignificante ma in una posizione magica con vista su tutto il golfo”…
Non ero mai stata in quei luoghi, ma avevo l’impressione di conoscerne già ogni minimo dettaglio, come se fossero anche casa mia. Mi emozionavo solo ascoltandone i racconti e non ne capivo nemmeno il motivo, che era più semplice di quanto immaginassi: erano il mio posto nel mondo, che cercavo da sempre e che stava solo aspettando di accogliermi, come punto di arrivo di un lungo viaggio, fatto di due tappe principali.

riconoscersi1 Riconoscersi
Quella che si stava rivelando davanti ai miei occhi, giorno dopo giorno, era una persona che fondamentalmente conoscevo già. Non so spiegare perché né come, ma non stavo vivendo un rapporto normale, nel quale, con il passare del tempo, si entra sempre più in confidenza e si scoprono particolari del carattere e della personalità di ognuno. Si dice sempre che non si possa mai conoscere davvero una persona. L’ho sempre pensato anch’io, prima di incontrare Stefano. Perché con lui era tutto diverso. Infatti non lo stavo conoscendo, ma riconoscendo. Era la persona che – senza saperlo – avevo sempre sognato, cercato, aspettato. Anzi, non la persona, ma l’uomo. Riflettevo sulla sua frase “…sei “semplicemente” come ho sempre immaginato la donna/persona perfetta.” e sulla domanda che gli avevo posto io: donna o persona? In quel momento non sapevo nemmeno perché gliel’avessi chiesto. Ora mi era chiaro. Perché “persona” era un concetto indefinito. In un certo senso, Gabriele era la persona perfetta: corretta-fedele-composta-tranquilla-coerente-onesta. Ma l’uomo perfetto…è un’altra storia. E Stefano era l’uomo perfetto per me. Si trattava principalmente di accettare l’idea che potesse davvero esistere.

1 Ri-conoscermi
E poi c’era la seconda tappa. Ri-conoscermi, con due significati.

Riconoscere me stessa.
Ah ma quindi questa sono io? Non è possibile, sto impazzendo. Erano la domanda e la risposta che si materializzavano nella mia mente quando, in compagnia di Stefano, mi comportavo in un modo per me nuovo, perché mi sentivo diversa. Libera. Perché ero senza freni e senza filtri. Spontanea, come si dovrebbe essere sempre, ma come non si è quasi mai.
Ma quella ragazza era così distante da quello che ero diventata con il passare degli anni e soprattutto nella mia relazione con Gabriele, che era per me quasi un’estranea. Anche se ne ero (già) innamorata. Avevo solo bisogno di un po’ di tempo per capirlo.

Conoscermi di nuovo.
Ripartire da zero, mettendo in discussione, da un lato, decisioni, scelte, comportamenti, azioni e percorsi iniziati. O iniziati e mai finiti. O nemmeno iniziati. Dall’altro, le mie teorie sull’amore e sulle relazioni. Pensavo di dover lottare contro un destino avverso che mi metteva sulla strada un ostacolo dopo l’altro. Credevo che tutte le relazioni fossero complicate e che quello fosse il prezzo da pagare per avere un rapporto stabile. Che l’uomo perfetto fosse un’utopia e che quindi mi potevo ritenere abbastanza fortunata di avere incontrato una persona “perfetta”. Che vivevo nella paura di perdere alcune certezze, perché non ammettevo a me stessa di averla, quella paura. Che stabilità e emozioni non potessero convivere in un rapporto. Avevo scelto la stabilità, senza rendermi conto dell’errore che stavo commettendo. Perché non si deve mai rinunciare alle emozioni.
Questo aspetto della seconda tappa è molto più complicato di quanto possa sembrare ed è il motivo principale per cui spesso non ci si riesce a staccare dal suolo, pur sentendo il bisogno di spiccare il volo.

“Non mi sono ancora ripresa del tutto. Ci credi?”
“Certo che ti credo, ma vorrei capire cosa pensi e provi.”
“Quello che ti ho detto prima. E poi mi sembra di avere qualcosa che mi comprime il cuore.”
“Sul discorso di oggi pomeriggio non aggiungo altro.Ti aspetto. Anzi, aspetto le ventiquattro ore. Sul resto…cosa posso dire? Liberalo.”
“Cosa?”
“Il cuore.”
“E come si fa?”
“Lasciati andare, abbandonati.”
“Non l’ho fatto a pranzo?”
“Devi farlo sempre.”
“Tu almeno ti sei ricaricato?”
“Sì ma non mi basta mai.”.

A quel punto gli ho fatto la domanda che riassumeva i miei pensieri di quel tratto Bologna-Firenze.
“Dove sei stato finora?”
“Me lo chiedo anch’io. Ti stavo cercando. Mi stavo cercando“.

Siamo in arrivo alla Stazione di Firenze Santa Maria Novella.
Ho alzato gli occhi dal telefono che avevo nascosto tra le pagine del libro. Non avevo nemmeno notato che Gabriele fosse già in piedi, pronto per scendere. Mi sono preparata anch’io, affiancandomi a lui con la mia valigia.
Non mi rivolgeva la parola da più di due ore, precisamente dal momento in cui avevo ammesso di non avere ancora comprato i biglietti del treno, mentre eravamo in metropolitana venti minuti prima dalla partenza. Non aveva voluto sentire ragioni, soprattutto perchè quel weekend era programmato da mesi. Così ci siamo chiusi nel silenzio, rotto soltanto per fingere davanti alle nostre famiglie, riunite per la laurea di sua sorella, che fossimo “felici” come “sempre”.

in ogni posto del mondo

Mi sono presa quel venerdì di ferie con la scusa di dovere smaltire tutti i giorni che avevo accumulato nel corso degli anni. Da qualche parte dovevo pure cominciare. Così ne ho approfittato per passare qualche ora a casa da sola.

Dopo dieci ore di sonno profondo, mentre ero ancora a letto, riflettevo su tutte le attività che mi avrebbero potuta tenere occupata fino a sera: fare la spesa, riordinare, decidere come disporre i quadri che avevo ammassato in un angolo dello sgabuzzino durante il trasloco e che erano rimasti lì da allora. Non c’era nulla di me in quella casa e non era un caso che procrastinassi anche sulla loro disposizione nelle varie stanze. A dire il vero, più mi guardavo attorno, più mi rendevo conto di quanto si sentisse la mancanza del mio tocco creativo in ogni stanza. E’ così che si trattano gli appartamenti che non si sentono propri.

Mentre mi preparavo un caffè ho fissato per qualche istante il computer aziendale e ho deciso che no, quel giorno non l’avrei neanche acceso. E nemmeno il Blackberry. Li ho appoggiati entrambi sul tavolo in cucina e mi sono spostata sul divano con il mio telefono personale tra le mani.

Non ero solita farlo, ma quel giorno ho iniziato, senza quasi accorgermene, a rileggere vecchie conversazioni. In tutti quegli anni non avevo mai cancellato nulla, così ho ritrovato messaggi che non ricordavo nemmeno di avere scritto.
C’erano quelli delle mie amiche di sempre, che sentivo ormai a singhiozzo e che non vedevo da mesi, perché non avevano un gran feeling con Gabriele. Sarei potuta uscire da sola insieme a loro, certo. Ma non lo facevo, per via della sua gelosia e del fatto che non approvasse le mie serate in solitaria.
Noi due dovevamo stare insieme, sempre. Però di fronte ad una (sua) offerta di lavoro tutto il resto passava in secondo piano. Era quello che stava succedendo in quel momento ed era quello che ritrovavo in moltissimi scambi di parole taglienti e sempre capaci di ferirmi, nonostante fosse passato tanto tempo.
“Pensaci bene, perché non avrai una seconda opportunità.”
“Sai sempre come tranquillizzarmi.”
“E tu sai sempre come deludermi.”
“Gabry non sono in grado di prendere una decisione al volo. E tu mi stai chiedendo questo. Fino a qualche mese fa non avrei mai pensato di trasferirmi così lontano. Credo che sia lecito avere qualche dubbio a riguardo.”
“Non dovresti averne, perché andremmo insieme. Lo faresti per noi.”
“E tu quindi stai accettando la proposta per noi? Non lo stai facendo per te stesso?”
“Sì, perché è una buona opportunità per entrambi.”
“Dovrei lasciare il lavoro, la famiglia, gli amici. Mollare tutto per cosa?”
“Per me.”
“Lo faccio da quando ci siamo conosciuti. Sarà sempre così? Non me la sento di vivere in questo modo. Ho bisogno di stabilità.”
“Fai come ti pare.”.

A distanza di cinque anni mi ero innervosita esattamente come quel giorno, forse perché non avevo mai imparato a convivere con quel suo costante tentativo di fuga e di allontanamento. La colpa in fondo era mia. Da quando avevamo iniziato a frequentarci, non facevo altro che corrergli dietro, mai incontro, perché lui tirava sempre dritto e non si voltava mai verso di me, certo che ci sarei sempre stata.
La verità è che non ci eravamo mai appartenuti e nessuno dei due sapeva cosa questo significasse. Eravamo fidanzati da una vita, ma appartenersi è diverso. E’ sentirsi vicini sempre, anche nella distanza o nel silenzio.

in-ogni-posto-del-mondo“Come stai? Sono in treno, sto andando a New York.”. Il messaggio di Stefano era arrivato come al solito con un tempismo perfetto.
“Ti allontani sempre di più.”
“In linea d’aria, di pochi chilometri.”
“Lo so, stavo scherzando. Ti sento molto vicino in realtà.”
Sono sempre accanto a te. In ogni posto del mondo.
“E’ la prima volta che ricevo un messaggio come questo, pensavo esistessero solo nei romanzi rosa…”
“Anch’io. E non li leggo nemmeno quei libri. Di certo non avrei mai immaginato che un giorno potesse essere composto dalle mie mani.”
“Come potevi immaginarlo, il ciclone non è prevedibile.”
“Già. E’ appena salita a bordo una ragazza…da dietro mi sembravi tu. Sono quasi svenuto e il mio compagno di università se n’è accorto e mi ha chiesto se stessi bene. Come mi hai ridotto? Comunque dimentica tutto ciò che ti ho scritto l’altro giorno. Riempimi di cuori…E dammi tutto l’amore che hai.”
“E cosa gli hai detto?”
“Niente, ho tergiversato…e ho cambiato discorso. Ma credo che abbia intuito qualcosa.”
“Tipo cosa?”
“Che ti adoro.”
“Cuore cuore cuore.”
“Ahah! Prima pensavo…quando vieni da me in Liguria?”
“Ci sono più probabilità che vada prima sulla luna.”
“Dopo l’estate?”
“Ste, ragiona.”
“Non ci riesco.”
“Ora nemmeno io.”. Ero di nuovo sommersa dalle emozioni.
“Sei mai stata a Boccadasse?”
“No…”
“Allora andiamo lì. E poi a San Rocco. E poi in un posto selvaggio che conosce solo chi è nato in quella zona.”
“I posti selvaggi sono la mia passione.”
“Ok amore mio, allora so dove portarti.”. Solo in quel momento avevo compreso appieno la sensazione che aveva provato quando gliel’avevo scritto io.
“Ora capisco.”. Non ho nemmeno dovuto specificare cosa.
“Però quanto è bello leggerlo?”
“Tanto. Forse troppo. Siamo fregati.”
“E’ vero. Ma questa è vita.”.

Ci siamo presi entrambi una pausa di qualche minuto, durante la quale mi sono alzata per andare a prendere un bicchiere d’acqua, per poi tornare sul divano rimettendomi nella stessa posizione in cui ero da…quanto? Non lo so.

“Martedì mi prendo la mano, anche contro la tua volontà.” mi ha scritto Stefano proprio mentre mi allungavo per recuperare il telefono che si era infilato tra due cuscini.
“Ancora con questa storia? Vedremo…”
“Ma secondo te avrò mai la possibilità di avere un minimo – ripeto minimo – contatto fisico con te?”
“Non lo so. Ma sai perché? Per me è l’unica cosa che manca. Prova a pensare a cosa ci siamo detti e scritti. Io certi discorsi con Gabriele, persona con cui convivo da otto anni, non li ho mai fatti. Certo, è un problema mio…ma del resto per me non è mai stato naturale parlare di certi argomenti con un uomo quindi tutto questo per me è nuovo.”
“E per me non lo è? Siamo nella stessa identica situazione. La pensiamo solo diversamente su un aspetto: provare per credere (io) vs evitare per non sbagliare (tu).”
“Non posso sconvolgere la mia vita in questo momento. Ed è quello che succederebbe se mi lasciassi andare completamente.”
“Ti capisco. Ma tanto prima o poi dovrai cedere quindi ci proverò sempre. Per me è semplicemente la trasmissione del sentimento più…come posso definirla…pulita possibile. E poi stiamo parlando di una mano. Mi devi fare proprio passare per un cretino e farti pregare? Comunque fai come vuoi, l’importante è che tu ci sia.”
“Grazie, vedo che mi dai proprio retta.”
“E’ vero, in questo caso non ti ascolto. Ti guido.”
“E dove mi porti?”
“Non lo so. Dappertutto.”.

Abbiamo continuato a dialogare per ore, durante le quali non mi sono mai alzata dal divano. Non sono andata al supermercato, non ho sistemato nulla in casa e non ho nemmeno appeso i quadri. Sono sempre rimasti nello sgabuzzino e non hanno mai colorato le pareti di quell’appartamento. Forse sapevo che, prima o poi, l’avrei lasciato.

Perché nella vita vediamo passare dei treni. Alcuni si fermano, altri si affiancano a noi più volte. In qualche caso decidiamo di prenderli, in altri no. Può capitare, a posteriori, di pentirci di essere saliti a bordo. Oppure di dovere ammettere di avere perso un’occasione…ma ce ne facciamo una ragione.
C’è però un treno speciale, il più importante, che non possiamo sapere se passerà di nuovo e per questo dobbiamo fare di tutto per salirci. Ma non sempre siamo pronti. È quello che porta in ogni posto del mondo. E non parlo di luoghi fisici, ma di luoghi dell’anima.

il potere delle parole

“Qui aggiungerei due righe per commentare il grafico, altrimenti è poco chiaro. Questa slide invece non mi convince. La eliminerei.”
“Vado?” mi ha chiesto Camilla.
“Vai vai. Cancella pure. Per il resto ci siamo, brava.”.

Era nel mio team da poche settimane, ma avevo capito immediatamente che quella ragazza sarebbe stata un aiuto prezioso per il progetto su cui stavo lavorando. Era competente, sveglia e piena di iniziativa, doti indispensabili per compensare la mia totale incapacità di concentrarmi di quel periodo. Di fatto, mi limitavo a supervisionare le sue attività, che oltretutto si auto-assegnava. Quando mi congratulavo con lei, per lo meno inizialmente, non ponevo mai l’attenzione su questi aspetti, perché facendolo avrei solamente sottolineato il fatto che fossi completamente inutile, ma non mi risparmiavo mai sui complimenti per i materiali che mi consegnava, sempre perfetti e puntuali.
E per di più era anche molto simpatica. Credo che capisse la mia situazione. Mentale, intendo. Quindi ci facevamo delle grandi risate di fronte alle mie dimenticanze e distrazioni. Una volta aveva provato a chiamarmi una, due, tre volte. Al terzo tentativo, vedendomi china sulla tastiera del computer, mi aveva scritto un’email: “Sei a due metri di distanza da me, ma non mi senti. Mi insegni come si fa? Intendo ad isolarmi in quel modo.”. Stavo chattando con Stefano da più di venti minuti. Mi ero ripromessa di scambiare solo un paio di messaggi dopo la pausa pranzo ma come al solito avevo avevo perso la cognizione del tempo. E dello spazio. Perché solo leggendo le parole di Camilla avevo realizzato di essere in ufficio.
Che fine aveva fatto la ragazza diligente, precisa e stakanovista che si aggirava tra i corridoi dell’azienda fino a poco prima? Non ne avevo idea, ma non mi interessava nemmeno capirlo. Perché in fondo adoravo perdermi in quel modo e in quel mondo.
Non le avevo raccontato nulla e lei non osava farmi domande, probabilmente anche per rispetto del mio ruolo. Nonostante fossimo coetanee, ero il suo capo. Quel giorno, poiché avevamo terminato una serie di attività con largo anticipo, stavamo facendo una pausa più lunga del solito, così ho deciso di provare ad aprirmi un po’ anche con lei.
“TI è mai capitato di incontrare una persona – un ragazzo, intendo – completamente diverso da tutti quelli che hai incontrato prima di lui?” le ho chiesto.
“Beh…credo di sì…ma da che punto di vista?”
“Tutti.”
“Tutti cosa?”
Tutti i punti di vista.
“Spiegati meglio.”
“Un ragazzo capace di trattarti esattamente come vuoi essere trattata, di farti provare le emozioni più belle e intense, di rivelartene ogni giorno di nuove, di disegnarti un sorriso sulle labbra ogni volta che pensi a lui, a voi, ai momenti che avete condiviso. Insomma una persona che ti faccia pensare che devi avere fatto davvero qualcosa di buono nella vita per averla incontrata.”
“Wow. Non ti facevo così romantica.”
“…Appunto. Anche capace di farti parlare attraverso il tuo cuore di pietra.”
“Non mi sembra che tu abbia il cuore di pietra.”
“Perché mi conosci da poco.”
“Vai avanti.”. Aveva capito che c’era qualcosa in più.
“Un ragazzo che, per qualche strano motivo, ti costringe a guardarti dentro. Che smuove delle montagne che non sapevi nemmeno di avere attorno. Che ti dà un senso di pace infinita mentre siete insieme e un senso di tormento interiore appena vi salutate. O meglio, appena tornate alle vostre vite…quelle reali, intendo.”
“Ma tipo…l’anima gemella?”
“In che senso?”
“Come in che senso?”
“Non ho mai capito bene cosa significhi. Sono quei concetti da film strappalacrime? Perché non si tratta solo di questo.”
“Ma no, infatti. Cerca il significato su Internet. Oppure prova a leggere Eat Pray Love. O un altro libro, di cui ora non ricordo il titolo. Te li porto entrambi domani.”
“Ho sicuramente una copia di Eat Pray Love a casa, non so dove sia finita durante il trasloco. Avevo letto qualche pagina un paio di anni fa, ma poi mi ero interrotta. Ci riproverò.”
“Comunque posso darti un consiglio?”
“Certo, dimmi.”
“Non fare cazzate.”. Mi sono voltata verso di lei di scatto perché non mi sarei mai aspettata un’espressione di quel tipo pronunciata da una ragazza che conoscevo da così poco tempo. Però ho apprezzato la sua sfacciataggine e le ho risposto assecondandola. Almeno così pensavo.
“Certo che non faccio cazzate. So a cosa ti riferisci. Il matrimonio e tutto il resto. Mi sposo, non ti preoccupare, non…”
“Sarebbe quella la cazzata.”. Mi ha interrotta quasi con noncuranza, mentre sfogliava una presentazione che qualcuno aveva dimenticato sul tavolo di fianco a noi. “Anzi, nemmeno. La cazzata sarebbe non abbandonarsi a tutto quello che mi hai appena detto. Quando parli con lui e di lui, ti illumini. Scusa la sincerità…ma pensaci.”.

il-potere-delle-paroleQuella conversazione mi aveva scossa nel profondo al punto che, con la scusa di dover fare una telefonata, ero quasi fuggita. Nonostante ciò, appena sono tornata alla scrivania, ho iniziato a cercare informazioni sul concetto di anima gemella, a me totalmente sconosciuto. La mia testa era un groviglio di pensieri sconnessi e quello era forse un modo per cercare di riordinarli.

Che cosa cercavo?
Certezze, che non stessi impazzendo.
Conferme, che non fosse tutto frutto della mia immaginazione.
Spunti di riflessione, per capirci e per capirmi un po’ di più.
In effetti, nelle mie letture, ho trovato questo e molto altro.
In generale avevo capito che dove non arrivavo – o dove non volevo arrivare – io, arrivavano le parole degli altri. Questa è stata la più grande conquista di quei giorni. Ammettere a me stessa che da sola non ce l’avrei fatta o che magari sì, ci sarei riuscita, come sempre del resto, ma che allo stesso tempo, ripensando al “Non fare cazzate.” di Camilla, al “Perché aspettare?” dell’altra collega, al “Non so cosa tu stia facendo, ma qualsiasi cosa sia, continua a farla.” di mio fratello, non potevo più sottovalutare il potere delle parole e quanto queste mi spingessero in avanti, non sapevo in quale direzione, ma adesso lo so: in quella della verità, che forse era ciò a cui inconsciamente volevo andare incontro. Perché quando le conversazioni vanno oltre il pettegolezzo, alla ricerca di conforto e confronto, quello che otteniamo è qualcosa in più di un semplice sfogo. E’ l’accettazione del cambiamento e la scoperta del suo significato.
Dovevo quindi aprirmi e lasciare loro spazio. Alle parole di Stefano, ma anche a quelle libri, dei film, a quelle delle coincidenze, che sembravano sempre più spesso segnali, degli amici, di chiunque incrociasse la mia strada portando quello che ogni volta era un consiglio, una domanda, una rassicurazione o un messaggio. O un secchio d’acqua gelata in faccia, come quella mattina. Solo così avrei potuto trasformare quella nuvola di dubbi e interrogativi in qualcosa che fosse più simile ad un percorso, che – a mia totale insaputa – mi avrebbe condotta sulla mia strada, che è quella su cui sto provando a camminare oggi.