“Good morning, Isabella!”
Non avevo idea di chi ci fosse dall’altra parte della cornetta, ma ho finto una certa sicurezza.
“Hi, good morning!”
“It’s Kathleen. Tutto bene?”

Kathleen. La ragazza dell’ufficio di New York con i capelli rossi e quegli occhi verdi che mi scrutavano nella mente.
“Ciao Kathleen!” ho risposto, indecisa sulla lingua da utilizzare.  Ho continuato dopo una breve pausa “Bene, grazie.”
Non ho fatto in tempo a chiedermi che cosa mai potesse volere da me in quel momento, perché me l’ha detto subito senza esitazioni, in un italiano quasi perfetto, che mi aveva accuratamente – e credo di proposito – tenuto nascosto durante i colloqui.
“Sono a Milano per lavoro e mi chiedevo se mi volessi fare compagnia per un caffè.”
“Certo, quando?”
“Sei in ufficio ora?”
“No, oggi entro più tardi. Sto lavorando da casa.”
In realtà stavo cercando di uscire di corsa dalla fermata della fermata della metropolitana per evitare che sentisse il rumore del treno in arrivo, ma non me la sono sentita di dire la verità.
“In pausa pranzo sei libera?”
Continuava ad omettere il motivo della richiesta di incontro, ma ho preferito non chiedere nulla.
“Sì, possiamo vederci tra le 13 e le 14 se per te va bene.”

Abbiamo optato per un caffè prima di rientrare al lavoro. Non sapevo davvero cosa aspettarmi, ma per evitare di fare voli pindarici, ho deciso di non pormi troppe domande.
Dopo circa dieci minuti ero in ufficio concentrata su una presentazione che doveva essere pronta nel giro di un paio di ore.
“Pensavo non ti palesassi. Puoi dirmelo quando vai a fare i colloqui…”
“Ciao Marco” ho risposto, alzando gli occhi al cielo. “A dire il vero ho semplicemente fatto tardi.”
“Non ci sarebbe niente di male.”
“Lo so, ma non ho fatto nessun colloquio. Piuttosto, vuoi vedere cosa sto facendo?”
“La guardo tutta alla fine. Mi fido.”
“Ok.”.

Stavo bene in quell’azienda, non potevo lamentarmi di nulla. Avevo un capo che mi lasciava massima libertà, dei colleghi (a dire il vero, amici) eccezionali sotto ogni punto di vista, un lavoro che nonostante tutto mi appassionava ancora dopo tanti anni. Ma sentivo sempre più spesso un impulso ad allontanarmi, così violento che a volte mi stupivo di quella irrefrenabile forza che mi voleva portare via da quel luogo familiare, che mi aveva vista crescere e supportata nei periodi più bui. Tra le sue mura mi sentivo protetta, forse troppo. E credo che fosse questo il motivo per cui volevo andarmene. Sentivo il vento del cambiamento che mi accarezzava la pelle quando uscivo e volevo farmi trasportare dal suo soffio, ma non ci riuscivo del tutto sapendo di dovermi di nuovo chiudere lì dentro il giorno dopo e quello dopo ancora. Ogni giorno le stanze mi apparivano più piccole e anguste, conoscevo ogni singolo dettaglio degli open space e di tutti gli spazi comuni, persino il lavoro, nonostante di per sé non fosse affatto ripetitivo, si era trasformato in una routine. Mi spaventava l’idea di andarmene ma sapevo che, prima o poi, avrei dovuto affrontare quel distacco, per il mio bene.

“È perfetta, non cambierei una virgola. Posso offrirti il pranzo?” mi ha chiesto Marco, dopo aver letto le trenta slide che avevo prodotto in poco più di due ore.
“Volevo mangiare una cosa al volo qui sotto. Magari domani?”
“Come vuoi…sempre più misteriosa!” mi ha risposto, senza nascondere un po’ di delusione.
“Non ti fare strane idee…” ho detto, senza aggiungere altro. Non me la sentivo nemmeno di mentire, non riuscivo proprio a farlo con lui.

Alle 13:40 ero di fronte al bar in attesa di Kathleen. O meglio, in attesa di capire cosa mi stesse riservando il destino quel giorno di fine gennaio.

“Ti starai chiedendo cosa ci faccio qui…e soprattutto cosa ci facciamo qui insieme in questo momento.”
“In effetti…” le ho detto sorridendo, mentre il battito del mio cuore iniziava ad accelerare.
“Vado subito al dunque. Ci hai colpiti molto durante i colloqui, ma non per la posizione che avevamo bisogno di coprire. O meglio, anche per quella, ma non è questo il punto.”
Ero sempre più confusa, così ho deciso di non interromperla.
“Vorremmo chiederti di scrivere.”
“S-s-s-crivere?” ho ripetuto, incredula.

Erano partner grafici di una grande società di architetti. Che cosa volevano che scrivessi?
“Una storia. Come quella che si legge nei tuoi occhi.”
Non poteva essere seria.
“Ma…”
“Lo so, lo so.” ha anticipato le mie domande “vorremmo raccontare la città con il tuo filtro. Non ti devi preoccupare di nulla, solo di scrivere.”
“…” non sapevo cosa dire.
“Ah, stiamo parlando di New York, se non fosse chiaro!” ha continuato, con un certo entusiasmo.
“Ma…”

Mi sentivo estremamente stupida, ma non riuscivo ad essere felice fino in fondo. Ero spaventata.
“Non ti devi trasferire là. Almeno, non ora.”
“Ok, perché non credo che sarei in grado di farlo.”
“Capisco.”
“Grazie…c’è dell’altro? O posso iniziare ad angosciarmi?” le ho chiesto, con la massima sincerità.
“L’idea è quella di inserirti nel nostro team come direttore marketing, sempre che tu sia d’accordo, ti interessi e valuti positivamente la proposta. Ma vorremmo partire prima con una serie di racconti brevi, o una storia, che parlino della vita delle persone comuni. Di uomini e donne, di qualsiasi età e nazionalità, esattamente come quelle che camminano per le nostre vie ogni giorno. Ti chiederai che cosa c’entri tutto questo con ciò di cui ci occupiamo. È l’inizio di un progetto più ampio che ti illustreremo strada facendo, se deciderai di affiancarti a noi.”
Ho preso fiato prima di ammettere che non trovavo le parole per esprimere quello che stava succedendo nella mia testa.
“Bene, conservale per noi!” ha risposto lei, dandomi un ulteriore motivo di agitazione. “Scherzi a parte, seguirà un’offerta formale. Prenditi tutto il tempo che vuoi per pensarci.”.

chissa-chi-seiCi siamo salutate di fretta perché il mio tempo era scaduto e non volevo dare a Marco un altro motivo per pensare che stessi tramando qualcosa alle sue spalle.
Sono tornata in ufficio piena di sensazioni contrastanti. Da un lato l’entusiasmo, dall’altro addirittura la rabbia. Volevano portarmi via da lì. Mi ricordo che era questo il pensiero che sovrastava tutti gli altri. Quelle mura, che mi stavano strette, erano il mio nido sicuro, e c’era qualcuno, a seimila chilometri di distanza, che voleva che le abbandonassi.

Ho preso dal cassetto una cartolina che mi aveva regalato Camilla, che raffigurava una luna piena. Sosteneva che fosse di buon auspicio, per il raggiungimento di una completezza che mi augurava dal profondo del cuore.

Ho fatto qualche scarabocchio intorno con i materiali che avevo a disposizione (penne ed evidenziatori). Prima di rimetterla al suo posto, l’ho inclinata e nell’angolo in basso destra ho scritto Chissà chi sei, chissà chi sei… seguendo un flusso di coscienza che non riuscivo a fermare.

Più passava il tempo, più ero incredula, nervosa, sconvolta, ma anche profondamente attratta da tutto ciò che mi stava succedendo e convinta che dovesse avere un senso, anche se quel giorno di gennaio non riuscivo proprio a capire quale fosse.