“Isabella, devi mangiare.” mi ha detto mia mamma sottovoce, per non farsi sentire dai miei fratelli.
“Non ho fame.”
“Sono mesi che non hai appetito, cosa vogliamo fare?”
“Non lo so. Usciamo a cena stasera?”
“Se può servire per farti tornare l’appetito, certo…decidi tu dove.”
“Avrei tanta voglia di sushi.”
“Sushi! Sushi!” ha urlato mio fratello, rientrando in casa dalla porta finestra.
“Va bene…oggi pomeriggio cosa fai?”
“Sto a casa.”
“Non ti va di fare un giro?”
“No, preferisco stare qui. Fa caldo fuori.”
“Non ti hanno mai spaventato queste temperature…” ha continuato a rimproverarmi mia mamma. “Certo, se non mangi…”
“Uff.”
“Ok, messaggio ricevuto. Ci vediamo più tardi.” mi ha detto, accarezzandomi la mano destra.

Dopo pochi minuti mi sono alzata dal divano, ho salutato i miei fratelli che stavano guardando la televisione e sono salita al primo piano. Le mura di quella casa erano per me così accoglienti che avevo deciso di fermarmi lì più a lungo del previsto, sfruttando tutti i giorni di ferie arretrati che avevo accumulato nel corso degli anni.
L’avevo abbandonata più volte, minacciandola sempre di non farvi ritorno, ma dovevo ammettere che Firenze era la mia città dell’anima e nessun posto riusciva a confortarmi allo stesso modo. Continuavo a svegliarmi più volte nel corso della notte e a vagabondare esausta per le vie della città, ma per lo meno ero riuscita a scrollarmi di dosso quella sensazione di angoscia che permeava ogni centimetro del mio corpo quando mi trovavo in ufficio e più in generale a Milano, dove sempre più spesso mi capitava di trovarmi in un luogo qualunque, anche insieme ad amici stretti, quando all’improvviso il cuore iniziava a battermi all’impazzata, mi cambiava il tono della voce, non riuscivo a seguire i discorsi e iniziavo a pensare che quello non poteva essere altro che un incubo, dal quale però non avevo idea di come si potesse uscire.

Era luglio inoltrato, Stefano era sparito del tutto, non sapevo nemmeno dove si trovasse, se fosse a Milano, a Genova o chissà in quale posto del mondo. Non si faceva sentire da più di tre settimane, non poteva nemmeno immaginare dove andassi in vacanza, né tantomeno come stessi in quel periodo.

Mi sono sdraiata sul letto cercando di farmi avvolgere dal calore della stanza in cui avevo passato più della metà della mia vita. Accanto a me c’era un quaderno su cui qualche ora prima avevo scarabocchiato una mappa del Messico. Avevo intenzione di completarla, così ho acceso il computer che avevo acquistato qualche settimana prima e che fino a quel momento era rimasto chiuso nella scatola e ho iniziato a cercare informazioni sui luoghi che amici e colleghi mi avevano consigliato di visitare. Dopo pochi minuti, il silenzio che regnava nella casa e il tepore dell’ambiente che mi circondava mi hanno fatto sprofondare in un sonno profondo. Mi sono addormentata con la matita in mano e il portatile sullo stomaco.

Quando mi sono svegliata, dopo qualche secondo di smarrimento, ho premuto un tasto per accendere il monitor e mi sono collegata a Skype. Stefano era uno dei pochi contatti online. Mi sono fatta coraggio e ho iniziato a scrivere qualche parola.
Poi ho cancellato tutto, mi sono disconnessa e ho aspettato che succedesse qualcosa.
Ma cosa ti aspetti? mi diceva una voce interiore. Mi aspettavo che si facesse sentire. Doveva succedere prima o poi.
Oppure poteva davvero sparire nel nulla per sempre? Ma se era l’unica cosa che gli avevo chiesto di non fare! Mi capitava di sentire sempre più spesso storie di ragazzi (ma anche ragazze) smaterializzati nel nulla da un giorno all’altro, ma non avevo mai creduto che mi potesse accadere la stessa cosa. Stefano mi amava, così tanto da aver paura di noi, così intensamente da aver subito una rivoluzione interiore, così incondizionatamente da voler tornare da me solo quando sarebbe potuto rimanere per sempre.
Questo era ciò che pensavo io, poi c’era la realtà, che era completamente diversa, anzi era una non-realtà, perché di fatto non esisteva, ma a me non importava: vivevo aspettando che tornasse, perché – ne ero certa – si stava preparando per passare la vita con me.

Mi sono connessa di nuovo su Skype, ho aperto la finestra della sua chat e dopo una decina di minuti, mentre fissavo lo schermo, ho visto l’icona accanto al suo nome passare da verde a grigia. Se n’era andato senza scrivermi e questo bastava per farmi sentire ancora una volta infinitamente piccola di fronte a quella situazione che non capivo e non riuscivo ad accettare.

Le giornate trascorrevano lentamente, in apparenza tutte nelle stesso modo, anche se qualche segnale di ripresa c’era, nonostante non me ne accorgessi.
Avevo deciso di iscrivermi ad un corso semestrale di fotografia, che si teneva tutti i giovedì sera da metà ottobre a fine marzo e che speravo potesse dare un inquadramento teorico ad un inclinazione artistica che volevo sviluppare.
Inoltre, stavo già pensando a qualche viaggio da organizzare al rientro dalle ferie.
Dopo mesi passati a camminare con lo sguardo rivolto al passato, finalmente mi ero sbloccata e avevo iniziato a pianificare qualcosa.
In questo contesto, avevo anche deciso di partire per una meta lontana, con alcune persone – colleghi e amici dei colleghi – che conoscevo a malapena e forse proprio questo mi aveva spinto ad unirmi a loro. Sapevano poco di me e questo significava non avere la necessità di parlare di ciò che mi era successo sebbene poi, nel corso della vacanza, la mia storia sia stata il principale tema di discussione. Notavo però, in quelle calde serate messicane, che iniziavo a trattarla esattamente in quel modo, cioè come una storia, di cui qualche giorno prima di partire avevamo scritto un altro folle capitolo.

Durante la serata “sushi in famiglia”, probabilmente spinta dall’affetto e dal senso di protezione che percepivo a tavola, avevo scritto un messaggio a Stefano.
Come stai?
Non avevo voluto aggiungere altro, perché ero certa che non avrebbe risposto a quesiti più articolati e perché, in tutta onestà, non sapevo nemmeno quale domanda scegliere tra l’infinità di pensieri che convivevano nella mia testa.
Mi ha risposto dopo qualche minuto, spiazzandomi più del solito.

Ciao Bellina, non è passato giorno in cui mi sono svegliato senza pensare a te e nel quale ho cercato di capire cosa stessi facendo o di immaginarmi dove fossi. Io purtroppo sto attraversando un momento di crisi profonda, direi quasi esistenziale. Purtroppo mi sono reso conto di essere tanto forte sotto determinati punti di vista  e immensamente debole e fragile quando si toccano determinati temi. Non sono sparito – anche se capisco che tre settimane di silenzio possano far credere questo – sono “solo” confuso, distrutto, angosciato e non volevo (seppure tu mi abbia detto di fregarmene) coinvolgerti in questa situazione. Ho perso la mia stabilità e sto cercando di riordinare le idee nel marasma della mia vita. Sto facendo tante valutazioni, ho continui ripensamenti e ribaltamenti di fronte e questo per me – che sono sempre andato dritto come un treno – è un problema immenso. Ho paura di tutto, anche del fatto stesso di avere paura. Tu come stai? Cosa mi racconti? Mi sei mancata tanto e so che stai cercando di allontanarti da me, lo sento…ti adoro.

Abbiamo deciso di vederci.
Così, nel giro di dodici ore e due giorni prima della partenza per il Messico, mi sono ritrovata a bordo di un vagone pieno di speranze, diretto a tutta velocità verso Milano, convinta che il peggio fosse passato, inconsapevole che quello che stavo per scrivere era l’ultimo capitolo di una storia che volevo non finisse mai.