“Ricordati di portarmi queste scarpe, non ho più spazio. Le appoggio qui.” ho detto a Gabriele mentre mi sedevo sul trolley per cercare di chiuderlo. Non riuscivo a credere che si fosse davvero svegliato a quell’ora nonostante non dovesse partire con me. Prima volta in dieci anni di fidanzamento.
“Va bene. A che ora è il mio volo domani sera?”
“Mi sembra che sia alle 19 e qualcosa.”
“Ok. Dopo controllo sull’email di conferma.”
“Ci vediamo in albergo, non dovrei fare tardi.”
“E fu così che arrivò a mezzanotte.”
“No dai. Cerco di uscire presto, così ceniamo insieme.”
“Ora cerco un buon ristorante.”
“Ok. Ti scrivo prima di imbarcarmi. Guarda che credo sia arrivato il taxi.” mi ha detto, sporgendosi dalla finestra della cucina per vedere se si fosse fermato davanti al nostro ingresso.
“Taxi?”
“Sì, il taxi che hai chiamato.”
“Ah certo, il taxi che ho chiamato. Digli che arrivo.”
“Sì, aspetta che glielo urlo da qui…”
“Ahah! Scappo. Ti scrivo prima di imbarcarmi.” Mi sono allungata per dargli un bacio.
“Ok, a dopo.”

Avevo dormito bene e mi ero svegliata piena di energia, ma con la testa sulle nuvole, come se non fossi pienamente cosciente.

“Dove andiamo, signorina?”
“Lontano.”
“Se vuole la porto in aeroporto, dà lì può andare ovunque.”
“Andiamo a Linate.”
“E’ sicura?” mi ha chiesto  il tassista divertito.
“Sì, ma perché devo andare a Copenhagen per lavoro…”
“Ah ecco. Perfetto. Meno male che c’è qualcuno che ha voglia di scherzare la mattina.” ha replicato mettendo la prima.

Ho lasciato cadere il discorso. Nell’ultimo periodo avevo avuto talmente tanti sbalzi d’umore che mi sarei potuta trasformare in una persona orribile da un momento all’altro, facendolo subito ricredere.

Stavo guardando fuori dal finestrino, senza pensare a nulla in particolare. La mia mente viaggiava da sola, libera di spaziare dal film che avevo visto la sera precedente, alle signora che stava attraversando la strada con cagnolino al seguito, alle auto incolonnate al semaforo, alla presentazione per la riunione di fine mattina.

…la presentazione. Non l’avevo nemmeno finita, né tanto meno riletta. Quel pensiero mi ha subito riportato sulla terraferma.
Ho ricreato una scrivania all’interno dell’auto, posizionando il laptop sulle gambe, l’iPad da un lato e l’agenda per gli scarabocchi dall’altro. Il tassista mi ha sorriso, gli ho risposto alzando gli occhi al cielo ed esclamando “Benvenuto nella mia vita!”.

Ora mi concentro e finisco la presentazione, mi sono detta. Poi ho avuto la brillante idea di accendere il Blackberry.
“Isa, ti chiedo scusa per ieri, forse ti ho risposto con un tono un po’ brusco. So bene come ti senti in questo momento. Buon viaggio e pensami ogni tanto, anche se per stare meglio preferisci allentare un po’. Non mi abbandonare altrimenti mi rovini del tutto. Ci sentiamo quando torni a Milano perché ti vorrei chiedere un consiglio su un progetto che ho messo in piedi con alcuni miei compagni del MIT, così parliamo di studio/lavoro ed evitiamo di entrare sempre in discorsi complicati.”
“Volentieri! Non mi voglio de-sintonizzare comunque. E non ti devi scusare di nulla. Voglio che tu sia sempre spontaneo con me. Ma cosa ci fai sveglio a quest’ora?”
“Non riuscivo a dormire. Strano, vero? Sai di avere fatto un danno?
“E come?”
“Non penso tu abbia fatto nulla o forse sì, non è un danno irreparabile però c’è.”
“Come al solito dici tutto e il contrario di tutto.”
“Quella sei tu…”
“Ah già. Anche tu però. Ma quindi, cos’è esattamente un danno?”
“Il danno consiste nell’avere messo in ballo il mio cuore che non era mai stato colpito da qualcosa o qualcuno in modo così violento e costante, ma in fondo non mi dispiace e sto imparando anche a conoscermi meglio anche grazie a te. E smettila di rivolgerti a me in modo freddo, streghetta.”
“Ahah!”
“Ridi, ridi. Semplicemente in questo momento la tua testa è più forte del cuore nella lotta e lo sento, ma non è una critica. Non ti stresserò mai, ricordatelo. Non posso farlo, non voglio ed è controproducente. Ti segnalerò soltanto quando il cuore riavrà la meglio. Comunque ho sempre tutto più chiaro su di me, su di te sempre meno ma va bene così.”
“Che cosa hai chiaro su di te? Dimmelo! Io sono sempre più fuori di testa, oggi in particolare!”
“Non ci pensare ora. Divertiti e spacca tutto! A volte ho l’impressione che tu non ti renda conto delle opportunità che ti stanno dando in ufficio.”
Aveva ragione. Come sempre, del resto.

copenhagen-solo-andataNon avevo idea di dove fossimo, ma avevo deciso che mancasse poco all’arrivo a destinazione, così ho riposto tutti i miei device nelle apposite custodie. Avrei terminato il documento durante il volo.

Erano le 5:45 di mattina di un giovedì del mio mese preferito, giugno. Il cielo era blu, c’erano solo alcune nuvolette sparse qua e là. Mi sentivo proprio come loro: leggera. Per la prima volta dopo tanto tempo.
Mi ricordo ogni singolo particolare di quel giorno.
La tenerezza dello sguardo che mi ha rivolto il tassista mentre mi allungava la ricevuta.
Il viso del barista che mi ha preparato il caffè.
La voce dei dipendenti dell’aeroporto. La collana della persona che mi ha allungato la carta di imbarco.
I discorsi degli addetti al controllo dei bagagli a mano.
La concentrazione della signora seduta davanti a me al gate che, con la massima discrezione, ha iniziato a farmi un ritratto a matita sul suo blocco di fogli bianchi. Chissà cosa ha visto in me in quel momento.

Sicuramente più di quanto riuscissi a vedere io, che mai e poi mai avrei pensato di essere ad un passo dal mio punto di non ritorno.

Mentre aspettavo che le hostess annunciassero l’imbarco, ho preso dalla borsa gli auricolari. Non avevo voglia di ascoltare nulla in particolare, così ho cliccato su una generica playlist di cantautori italiani, che conteneva circa un migliaio di brani. Ho impostato la modalità shuffle e indossato le cuffie. Le canzoni si susseguivano una dopo l’altra, creando un flusso omogeneo, a cui non prestavo attenzione perché nel frattempo avevo iniziato a leggere il primo capitolo di un romanzo che mi aveva consigliato una collega qualche giorno prima.

All’improvviso, sono scoppiata a piangere.
Così, senza apparente motivo.
Io che non piangevo mai. Io che avevo sempre una spiegazione per tutto.

Sentivo le lacrime che scendevano sulle guance, non capivo cosa mi stesse succedendo, ma soprattutto non riuscivo a smettere.
Mi sono guardata intorno imbarazzata, chiedendomi cosa potessero pensare le persone che stavano assistendo a quella scena. Poi ho capito che me ne dovevo fregare. Degli altri, di tutti, di quello che stava succedendo là fuori.

Perché si era mosso qualcosa dentro di me.

La musica, che fino a quel momento era stata un sottofondo, è diventata protagonista di quel momento. Ho riconosciuto la voce di Ligabue. Non ho capito subito di quale canzone si trattasse, nonostante conoscessi a memoria tutti i suoi album. Anch’io, come Stefano, ero una sua grandissima fan.

Mi sono concentrata sul testo e…ho capito tutto.
Ero incredula, ma mi è bastato un attimo per realizzare che ci fosse un collegamento con quello che stava accadendo nella mia vita e con quel ragazzo che, inaspettatamente e contro ogni mia volontà, me la stava stravolgendo. E in quel momento, tra le lacrime, ho iniziato a sorridere. Quello che pensavo che fosse un pianto isterico era in realtà un pianto liberatorio.

Il titolo della canzone è Da adesso in poi e le parole esprimono tutto ciò che stava cercando di farmi capire il mio cuore in quel periodo.

Quando sono salita sull’aereo, ho capito che quello sarebbe stato un viaggio di sola andata.
Non perché sia rimasta a Copenhagen. Ma perché la persona che è tornata a Milano quattro giorni dopo non era la stessa che era partita quel giovedì mattina.

Da adesso in poi com’è che andrà
con te che hai detto “sono qua”
e davvero
sei qua fra noi
fra noi
me e lei
tu che hai davanti quel che hai
e comunque sia da adesso in poi
auguri
da me saprai
saprai
che vale la pena vivere
mi chiederai “sì, ma perché?”
so solo che ti dirò “vale la pena, vedrai”
da adesso in poi
da adesso in poi ti aspetto qua
che fretta che hai avuto già
aspetta
per te e per noi
per te
per noi
non so se sarò pronto mai
prova a esser pronto tu per noi
ascolto:
mi insegnerai
che puoi
che vale la pena vivere
ti chiederò “dimmi perché”
tu che non parli dirai
“vale la pena vedrai”
Da adesso in poi
Da adesso in poi ci proverò
a farti avere il meglio che ho
il peggio
lo troverai
da te
ma vale la pena vivere
mi chiederai “sì, ma perché?”
so solo che ti dirò
vale la pena vedrai
da adesso in poi
da adesso in poi