Ho riletto l’email tre volte, senza riuscire a staccare gli occhi dallo schermo. A dire il vero, temevo di avere tirato troppo la corda quel giorno, lasciando Stefano sotto casa in compagnia di tutte le mie paure. Invece era riuscito a colpirmi nel profondo un’altra volta, con parole che andavano dritte al cuore e che mi facevano subito dimenticare il gelo che se ne era impossessato fino a poco prima.

da-dove-sei-arrivataPrima di spegnere il computer, gli ho risposto per ringraziarlo di quel gesto inaspettato e che, di lì a poco, – ma questo non lo potevo ancora immaginare – avrebbe cambiato il mio futuro.
“Questa email è il regalo più bello del mondo.”
Tu sei il mio regalo più bello per la vita.
“Perchè lo chiami regalo?” mi ha chiesto dopo due o tre minuti, durante i quali, senza rendermene conto, ero di nuovo rimasta incollata con lo sguardo sulle sue parole.
“Non lo so…mi è venuto spontaneo definirlo così.”
“Bellina mia…ma da dove sei arrivata?”

Si trattava di una domanda che mi aveva rivolto più di una volta e a cui avevo sempre risposto con un sorriso, quando eravamo insieme, oppure digitando sulla tastiera dei puntini di sospensione.
Quel giorno, dopo una breve riflessione, sono riuscita a formulare un concetto che, seppur piuttosto indefinito, rendeva bene l’idea di come mi sentissi.
Da dove sono arrivata? Non lo so, sto ancora cercando di capire che cosa abbia fatto fino ad oggi, soprattutto negli ultimi anni. Ma una cosa è certa: ora so dove sto andando.

Ho spento il computer e l’ho riposto nella sua custodia. Mi sono guardata intorno, osservando i dettagli di una casa che non avevo mai sentito mia, ancora meno in quel momento.

Non avevo idea di dove si fosse diretto Gabriele ed ero sicura che non avrebbe risposto alle mie telefonate. Sapevo di essere arrivata ad un punto di svolta, anche se non capivo come dovessi comportarmi.
Ho portato una sedia della cucina sul balcone e mi sono seduta guardando la strada sottostante con un bicchiere di vino in mano.
Le paure avevano lasciato il posto ad un’energia che sentivo scorrere in tutto il corpo e che stava aspettando di muoversi in una direzione precisa.

Se qualcuno mi avesse chiesto che cosa stessi facendo, non avrei saputo rispondere. Nulla. Ero in attesa di qualcosa.
Sono stata nella stessa posizione fino alle due di notte.
“Sei bellissima.” mi ha scritto Stefano alle 2.03.
“Non mi puoi cercare a quest’ora!”
“Perchè? Sei lì da sola…”
“E tu come lo sai?”
“Sono sotto casa tua, ti osservo da un po’.”
“Ti denuncio per stalking!” gli ho scritto, mentre mi sporgevo per cercarlo.
“Destra…ancora più a destra…”. Mi ha dato indicazioni fino a quando abbiamo incrociato lo sguardo.
Ho portato il dito alla tempia mentre mimavo con le labbra un Sei pazzo.
“Posso salire?” mi ha chiesto con un sms.
“No.”
“Dai, Bellina…mi lasci qui?”
“C’è Gabriele. E’ tornato a casa in anticipo senza avvisarmi.”
“Veramente? Ma ora dov’è?”
“Non lo so, è uscito senza dire nulla.”
“Fammi salire.”
“Tu sei fuori di testa.” gli ho risposto. “Ma non riesci proprio a ragionare?”
“No.”

Ci siamo guardati da lontano, senza sapere esattamente dove i nostri occhi si potessero incontrare, ma certi che lo stessero facendo.
“Non ci riesco.
Qualche mese fa ti avrei rapita per portarti da qualche parte e scoprire cosa fosse tutto questo.
Negli ultimi mesi ho provato sensazioni così forti che, in più di un’occasione, sarei voluto scappare.
Temevo che l’oceano ci avrebbe separato per sempre e più di una volta sono tornato in Italia solo per vedere te…anche se per poche ore.
Ho pensato di mollare tutto per starti vicino e viverti.
Hai monopolizzato i miei pensieri e ne sei diventata subito la protagonista, occupando un posto che non era mai stato di nessuno.
A volte non mi rendo conto di quando mi accosto al marciapiede e rimango lì per decine di minuti, solo perchè sto scrivendo a te e non riesco a smettere.
La prima volta in cui abbiamo fatto l’amore, mi sono chiesto che cosa avessi fatto fino a quel giorno…e ho capito che non avrei mai potuto rinunciare a una cosa così grande.
Quella mattina in cui ti sei avvicinata all’armadio completamente nuda, per decidere cosa indossare…ti avrei chiesto di sposarmi.
Ora rispondimi…come posso ragionare?”

Mentre leggevo il fiume di parole di Stefano, non mi ero accorta che Gabriele era entrato in casa. Il rumore delle chiavi nella serratura e quello dei suoi passi erano stati coperti dalle note delle canzoni che avevo accuratamente selezionato prima di spostarmi sul balcone. Ho avvertito la sua presenza solo quando ormai si trovava a pochi metri da me, facendomi sussultare. Mi sono alzata di scatto, visibilmente agitata, mentre cercavo di infilare il telefono in una tasca…che non c’era, dato che indossavo un vestito estivo.
“Dammelo.”
“Che cosa?”
“Il Blackberry.”

Prima ancora che potessi rispondere, mi sono trovata Gabriele ad un centimetro di distanza da me. Avevo nascosto il cellulare dietro la schiena, stringendolo con due mani, mentre sentivo il battito del mio cuore rimbombare nel petto.
“Cos’hai da nascondere?”
“Niente.”
“Allora dammelo, no?”
“No, non te lo do. Allontanati!” ho urlato, indietreggiando il più possibile.

Gabriele insisteva e mi spingeva con sempre maggiore violenza contro il muro.
Non sapendo come uscire da quella situazione e consapevole del rischio che stavo correndo, ho lanciato il telefono nel prato di fronte al nostro palazzo.
Senza dire una parola, si è fiondato verso la porta, lasciandola spalancata. E’ salito sull’ascensore, che era rimasto al nostro piano, mentre io scendevo di corsa dalle scale.
Quando sono arrivata al pianterreno, ho avuto subito la certezza che non l’avesse trovato.
L’avevo seguito con l’idea di cercare quello che sarebbe rimasto di un Blackberry dopo un volo di otto piani, ma appena sono arrivata nel punto in cui pensavo che fosse caduto, mi sono fermata.
Del mio cellulare non c’era traccia. Solo più tardi, in un momento di maggiore lucidità, ho capito che Stefano mi aveva salvata. Ero certa che avesse assistito alla scena e che lo avesse recuperato lui.

“Gabry, non c’è, torniamo su.” ripetevo, singhiozzando.
Non mi ascoltava nè tanto meno mi rispondeva, ma dopo circa mezzora, esausto, è rientrato nell’appartamento. Abbiamo dormito nello stesso letto anche quella notte. Sono riuscita ad addormentarmi alle sei di mattina e quando mi sono svegliata, un paio di ore più tardi, Gabriele non c’era, ma sapevo che presto ci saremmo confrontati ed ero pronta ad aspettarmi il peggio. Non potevo immaginare fino a che punto si potesse spingere.

Nel frattempo, però, avevo maturato una certezza.
Stefano mi aveva accompagnata passo dopo passo fino a lì e per la prima volta sentivo dentro di me la forza di svoltare, abbandonandomi ad un futuro nuovo, che non riuscivo ancora ad immaginare ma che, ne ero sicura, avrei disegnato con le mie mani.