“Va bene.” gli ho risposto sospirando.
“Davvero?”
“Ste, non chiedermelo di nuovo perchè potrei cambiare idea.”
“Andiamocene di qui.”
“Ma siamo appena arrivati.”
“Vieni con me.”
Mi ha teso la mano guardando nella direzione in cui pensava di portarmi.
“Ti ricordo che siamo arrivati qui con il mio motorino…” gli ho detto, indicandolo.
“Hai ragione! Me ne ero completamente dimenticato. Vado a prenderlo, aspettami qui.”
“Le chiavi, Ste…”
“Sì, vero…grazie…scusa Bellina, sono così stanco…”
“Forse è meglio che torni a casa.”
“No, ti prego, vieni da me.”.

Ho annuito senza proferire parola, quasi incapace di reagire di fronte a quel misto di disperazione e abbandono che mi trasmetteva. Aveva i capelli arruffati, i vestiti stropicciati, persino le mani erano secche e poco curate. Ho provato un grande senso di tenerezza nei suoi confronti e sono rimasta in silenzio, fino a quando mi sono accorta che stava partendo senza avere tolto la catena.
“Ste! La catena! Fermo!” ho urlato.
Troppo tardi. La vedevo già attorcigliata alla ruota posteriore e il suono metallico che aveva emesso nell’impatto non lasciava molto spazio all’immaginazione.
“Che disastro…sono un cretino…ferma, non ti sporcare…” mi ha detto, impedendomi di avvicinarmi al suolo.
“Cosa sarà mai, lascia che ti aiuti…”
Mi sono accovacciata vicino a lui e dopo più di venti minuti siamo riusciti a sistemare tutto e partire.
“Stringimi. Altrimenti voli via.” mi ha detto mentre eravamo fermi al semaforo.
“Mi sto tenendo qui dietro.”
“Stringiti a me.”
Gli ho messo le mani sui fianchi, cercando di far combaciare il più possibile il mio corpo con il suo.

Perchè più ti allontani più mi chiedi di tenerti stretto?” gli ho chiesto, guardandolo negli occhi dallo specchietto.
Ha accelerato all’improvviso, aggredendo l’asfalto, percorrendo una strada che non conoscevo e che non sapevo dove ci avrebbe portati. Avevo l’impressione che non stessimo andando nella direzione di casa sua, ma era troppo buio per riuscire anche solo a capire dove ci trovassimo.
Pensavo che non volesse rispondere alla mia domanda e più passavano i minuti più mi pentivo di avergliela fatta.

“Hai capito dove siamo?” mi ha chiesto mentre si toglieva il casco.
“Ora sì…” gli ho risposto con gli occhi lucidi per la gioia.
“Lo so che meriti molto più di questo. E lo avrai. Ma volevo tornare qui, dove è iniziato tutto, anzi dove tutto doveva iniziare molto prima.”
“Cerchiamo di non ripetere lo stesso errore.”
“Ti stavo per dire la stessa cosa, Bellina.”
Abbiamo passeggiato per più di un’ora tra i palazzi dell’università, ripetendo gli aneddoti che avevano segnato quell’anno che poteva rappresentare una svolta per entrambi e che invece era solo stato una parentesi aperta e chiusa delle nostre vite.
“Pensa se avessi intrapreso quel percorso…”
“Quale dei due?” gli ho chiesto, sorridendo.
“Mi riferivo a quello lavorativo, Streghetta…”
“Preferivo l’altro…”
“Lo so, ma da quel punto di vista non ho alcun dubbio. Abbiamo commesso un errore, lo sappiamo bene entrambi, ma la vita è strana.”
“Complicata.”
“Sì, forse è il termine più appropriato.”.

In quel momento mi sono resa conto di quanta strada avessi fatto da quel corso di Design. Non ci avevo mai pensato davvero. Erano cambiate tante cose, mi sembrava di avere rivoluzionato la mia vita e non potevo immaginare che in realtà il cambiamento fosse appena cominciato. Non sapevo che le mie azioni di quel periodo avrebbero messo in moto una serie di eventi che avrebbero cambiato per sempre il corso della mia esistenza e dei miei piani per il futuro.
Non avrei mai potuto immaginare di dovere affrontare un’altra separazione, un nuovo lavoro, un trasferimento, un cambio di prospettive così profondo da risultare quasi inverosimile e per certi versi…magico.

E poi ho pensato al fatto che, nonostante tutto – gli anni passati, le nostre vite parallele, due strade che sembravano non potersi più incrociare, le occasioni perse e quel modo di giustificarsi, quasi vigliacco, quel costante ripetersi che doveva andare proprio così – ecco nonostante questo, noi due eravamo ancora lì, mano nella mano, sempre più convinti di essere legati da un filo, forte più del tempo, forte più di tutto.

“Cosa c’è Bellina?”
“Niente.”
“Perché hai gli occhi lucidi?”
“Perché soffro.”
“Ti prego, non farmi questo.” mi ha detto, distogliendo lo sguardo da me.
“Non posso nascondermi. Scusa.”
“Hai ragione, lo so, sono uno stupido. Mi dispiace, ma io sono qui, vedi? Immaginami sempre così, accanto a te.”
“E’ difficile.”
“Lo so, ma sto attraversando il peggior periodo della mia vita e tu non ti meriti di esserne parte.”
“Avevi detto che avremmo condiviso tutto.”
“Tu meriti solo il meglio.”
“Sei tu il meglio per me.”
“Non è così…mi sento uno schifo. Un fallito. Persino brutto. Sono confuso e distrutto. Ma tu sei la luce.”
“E cosa dovrei fare? Tu cosa faresti al posto mio?”

 

Non ho mai ottenuto la risposta a questa domanda.
Ho provato a stringerlo a me ancora per un po’, fino a quando ho capito che rincorrere una persona che scappa non fa altro che aumentare il dolore già provocato dalla fuga.

E così, un po’ alla volta, per cercare di alleviare quella sofferenza dilaniante, ho iniziato a mollare la presa.