La mattina successiva ho fatto colazione, mi sono vestita come se fosse un giorno qualunque e sono andata in bagno.
Di fronte allo specchio, riflettevo sulla notte che avevo trascorso rigirandomi nel letto così tante volte che ad un certo punto avevo deciso di spostarmi a dormire (si fa per dire) sul divano in soggiorno.

Mi sono concentrata per un attimo sulla collana di Stefano, che non avevo mai tolto dal giorno in cui l’avevo ricevuta. In realtà avevo fatto un piccolo cambiamento, mettendo il ciondolo con l’incisione su una catenina più lunga rispetto a quella che lui mi aveva regalato. Un gesto di per sé istintivo e poco significativo in quel momento, ma che avrei capito fino in fondo con il passare del tempo, perché il mio rapporto con quell’oggetto rifletteva esattamente ciò che stava succedendo dentro di me, in particolare nella mia testa. Quella mattina l’ho presa in mano, l’ho osservata per qualche secondo, per poi nasconderla sotto la camicia.

Non ho ricordi di cosa sia riuscita a concludere in quelle prime ore del giorno in ufficio. Probabilmente qualcosa di simile al nulla.

“Ste sono pronta, sto uscendo. Dove sei?”
“Sono fuori dal ristorante. Comincio ad entrare per capire se c’è posto.”
“Ok 5 minuti e ci sono.”.

Si è girato verso di me con il suo più bel sorriso, quello che ero abituata a vedere tutti i giorni fino a poco prima e che mi mancava così tanto che più di una volta, da quando era partito, ero stata sul punto di chiedergli di sentirci via Skype per guardarlo, perché mi infondeva tanta serenità e sicurezza. Ma ovviamente non gli avevo mai detto nulla di tutto questo.

il-bivio“Quale tavolo preferisci tra quei due?” mi ha chiesto, senza salutarmi, forse perché aveva fretta di sedersi vista la quantità di gente che stava aspettando in piedi o – più probabilmente – perché entrambi abbiamo avuto l’impressione che non fosse passato nemmeno un secondo dall’ultima volta in cui eravamo ci eravamo visti. Era ormai chiaro che ci fosse qualcosa che ci legava così tanto da annullare qualsiasi distanza fisica e temporale.
“Quello nell’angolo.”
“Ok. Ci mettiamo là.” ha detto rivolgendosi al cameriere.

Ci siamo seduti e, senza dire una parola, ci siamo guardati negli occhi per qualche istante.
Fino a quando mi sono nascosta dietro al menù.

“Che scema, dai sposta sta roba.” mi ha detto, mentre cercava di togliermi il foglio dalle mani.
“Mi vergogno. Parla, raccontami qualcosa.” gli ho risposto, fingendo di scegliere il piatto.
“Va bene”.

Ero già a conoscenza di quasi tutti gli aspetti della sua vita a Boston, ma per mettermi a mio agio ha iniziato un monologo su un corso del suo piano studi che gli interessava particolarmente, nel quale aveva incontrato il figlio dei proprietari di una delle più grandi aziende di smalti al mondo.

“Certo che la conosco” sono le uniche parole che sono riuscita a pronunciare dopo che mi ha chiesto se avessi mai sentito il nome di quella società.
“Si trovano anche qui in Italia i loro prodotti?”
“Sì, ma solo nei centri estetici.”.

Un po’ alla volta, mi è passato l’inspiegabile imbarazzo e sono riuscita ad ordinare un piatto di pasta riconsegnando il menù al cameriere.

“Eccoti, finalmente.”
“Ciao.” gli ho risposto con un sorriso timido, come se solo in quel momento avessi preso parte a quel pranzo.
“Quanto sei bella?”
“Non farmi imbarazzare di nuovo. Altrimenti me ne vado.” gli ho detto, scherzando.
“Guarda che stai facendo tutto da sola.”

L’ho fissato per qualche istante, dritto negli occhi, in un modo talmente intenso che ho avuto l’impressione di essere catapultata altrove. Non saprei dire dove, ma altrove. C’eravamo solo noi due, era un posto silenzioso, dove il tempo scorreva lentamente. A giudicare dalla sua reazione, anche lui aveva avuto una sensazione simile – confermata poco dopo a parole – perché ha iniziato a sudare all’improvviso.
“Hai un fazzoletto?”
“Non ho mai avuto un fazzoletto nella borsa in vita mia.”
“Ma come, tutte le donne ce l’hanno.”
“Appunto. Tutte tranne me.”
“Comunque assurdo.”
“Cosa?” gli ho chiesto.
“Guarda che effetto mi fai. Ti assicuro che non mi era mai capitato prima. E credimi, ne ho vissute di situazioni difficili e stressanti.”
“Vuole un fazzoletto?” gli ha chiesto il cameriere, che probabilmente avrà pensato che fossimo due pazzi.
“Sì, la ringrazio.”.
Lo conoscevo così bene che ero certa avrebbe preferito scomparire e a quel punto avevo io il compito di (ri)metterlo a suo agio, così ho iniziato a parlare del mio lavoro e di un po’ di novità che c’erano nell’aria, in particolare del trasferimento di una mia collega a New York.
“Mi sembra così strano che mandino lei.” ha commentato Stefano, che la conosceva meglio di me avendoci lavorato insieme su diversi progetti. “Non mi sembra proprio il tipo. Ma poi che fa, si trasferisce con tutta la famiglia?”
“Non ne ho idea.”
“Ok mi sono ripreso. Pazzesco quello che mi è successo. Se non fossi tu, avrei preferito scomparire.”
“Sì lo so.” ho risposto, sorridendo per aver sentito esattamente quelle parole.

“Isa, ti posso dire una cosa su cui ho riflettuto?”
“Che fai mi chiedi il permesso? Certo che puoi…”
“Ora capirai. Non sapevo se fosse il caso di parlartene perché temo che sia un po’ presto. Ma ci provo. Ti confesso che ho pensato tanto a noi e a questa situazione e se dovessi darne una definizione, ti direi che mi sento di fronte ad un bivio.”
“No aspetta Ste, possiamo parlare di qualcos’altro?”
“Vedi? Ok, non ti preoccupare. Allora ti racconto una cosa divertente che mi è successa ieri…”

Mentre parlava pensavo al discorso che avevo interrotto e non riuscivo a focalizzarmi su quello che mi stava dicendo.
Dopo qualche minuto gli ho dato una risposta pressoché insignificante, perché volevo saperne di più. Del bivio.
“Dai, finisci il discorso di prima.”
“Ai suoi ordini. Come ti dicevo, pensando al mio rapporto con te, mi viene in mente un bivio. Vado dritto al dunque. Da un lato c’è il rapporto di amicizia, che non è una normale amicizia, siamo d’accordo, è qualcosa di più profondo che però rimane in quella definizione. Dall’altro c’è…indovina cosa?
“Dillo tu.” L’avrei interrotto di nuovo, ma non volevo sembrare troppo infantile.
“Qualcosa di più simile all’amore.”
“Ok. Ma quindi com’è finita la storia di ieri?”
“Ahah! Sei unica.” poi ha aggiunto, vedendomi davvero in difficoltà “E’ finita nell’unico modo possibile. Gli ho lasciato il curriculum dicendogli di richiamarmi tra una decina di giorni.”. Avevo cambiato discorso un’altra volta.

Senza ragionare su quella frase, gli ho poi chiesto di spiegarmi meglio il concetto della seconda strada. Quella dell’amore.
“Te lo dico sinceramente, per me la nostra è una bellissima amicizia, ma i punti di contatto con l’altro concetto – non lo nomino altrimenti cambi argomento – ci sono, non possiamo negarlo. Ci sentiamo in continuazione, parliamo di tutto, anche di aspetti molto personali della nostra vita, spingendoci fino all’infanzia e a tanti particolari di cui io personalmente non ho mai parlato con nessuno.”
“Lo so, nemmeno io.”
“E poi c’è tutto il resto, a partire dalle montagne russe…Questo cosa significa secondo te?”
“Boh.”

Ci siamo guardati per un attimo e siamo scoppiati a ridere entrambi.
“Ho capito, non posso contare sulla tua collaborazione.” mi ha detto.
Ho fatto segno di “no” con la testa, perché nel frattempo stavo pensando ad una cosa. A quanto fossi felice.

“Hai capito quanto mi fermo a Milano?”
“No…me l’hai detto?”
“Sì, ma ho notato che eri sovrappensiero. Dieci giorni. Ci rivediamo, vero?”
“Certo.”

Non ero riuscita a mangiare nemmeno una forchettata di pasta. Mi si era chiuso lo stomaco nel momento in cui mi ero seduta a quel tavolo.
“Non le è piaciuta?” mi ha chiesto il cameriere, portando via il piatto.
“Sono sicura che fosse buonissima. Ma per colpa sua mi è passato l’appetito.” gli ho risposto, indicando Stefano che intanto ci guardava divertito.
“Stiamo parlando di una donna che non ha fazzoletti in borsa…faccia lei…”.

Qualche ora più tardi ripensavo a quel pranzo e…sorridevo. Per le battute di Stefano, il suo coraggio nell’affrontare certi discorsi, la mia incapacità di prenderne parte e di ascoltarli fino in fondo. Ho preso in mano il telefono e gli ho inviato un messaggio.
“Non riesco davvero a spiegarmi cosa mi sia successo oggi: in parte te l’ho già detto, il succo è che mi sconvolgo troppo a sentirti parlare, credo di doverti prendere a piccole dosi! Per quello cambiavo argomento in continuazione! Infatti la stessa cosa mi succede quando ricevo le tue email, nella maggior parte dei casi non riesco nemmeno a leggerle in un colpo solo fino in fondo. Quindi sto benissimo e mi sento in pace con il mondo come mai nella vita ma sei davvero un ciclone.”.
Non ho fatto nessun riferimento al discorso del bivio, perché io avevo deciso che per noi esisteva solo la strada dell’amicizia.