Con la giusta dose di incoscienza e impulsività con cui si prendono le decisioni guidate dal cuore, ho dato la mia disponibilità per il colloquio. Per non rischiare di cambiare idea all’improvviso, l’ho comunicato al mio capo ancora prima di entrare in ufficio, con un I’m in! che lasciava poco spazio alle interpretazioni. Ci sono.
Mi ha risposto inviandomi la prenotazione del volo. Sarei partita quattro giorni dopo e avrei passato poco più di 24 ore a New York. Nel corpo dell’email precisava che non avrei potuto saltare gli incontri del venerdì successivo, altrimenti mi avrebbe concesso di fermarmi un po’ più a lungo. E che non potevo posticipare il colloquio per nessun motivo. Insomma, non avevo scelta.

Continuavo a chiudere e a riaprire l’allegato. Non riuscivo a credere di averlo fatto davvero, di aver preso una decisione istintiva, in un momento così particolare. Evidentemente ero solo in grado di aggiungere follia alla follia. O forse dovevo sconvolgere la mia vita fino in fondo, per poi iniziare a metterla in ordine.

Ho inoltrato l’email a Gabriele, senza aggiungere commenti. Mi sono limitata ad un Ecco, vado mercoledì prossimo!, come per concludere il discorso della sera precedente, quando non si era mostrato di certo entusiasta, ma nemmeno totalmente contrario. E per una volta avevo deciso di imporre la mia volontà, cercando di non dare ascolto ai dubbi che mi facevano compagnia mentre cercavo di addormentarmi tra le sue braccia.

Ma quei dubbi erano più che legittimi. L’ho capito con il passare delle ore. Una, due, tre. Nessuna risposta. Quattro. Silenzio assoluto. Cinque.
“Se libera di fare quello che vuoi ma sappi che se decidi di salire su quell’aereo non entrerai più in casa. Sono disposto ad accollarmi tutto il mutuo.”.

Mi tremavano le mani mentre cercavo di darmi una spiegazione. Di trovare un senso in quelle parole, frutto di una mattinata di chissà quali riflessioni, quali ripensamenti, quali proiezioni. E se quello della sera prima fosse stato uno spiraglio di comprensione solo apparente? Probabilmente era così, perché lui aveva deciso subito che la libertà, quella di cui lui stesso parlava nel messaggio, in realtà per me non esisteva e a pensarci bene non era mai esistita. Gabriele veniva sempre prima di tutti, ma in particolare prima di me, dei miei desideri e delle scelte che potevano, in tutto o in parte, allontanarsi dai suoi preconcetti e dall’idea che si era costruito della vita. Quella che pensavo fosse la nostra vita, ma che in fondo era solo la sua, a cui io potevo semmai prendere parte rispettandone regole e condizioni.

Nello sgomento più totale, ho iniziato a digitare alcune parole, ma non riuscivo a finire nemmeno una frase. Cancellavo e riscrivevo, mentre il mio cuore batteva sempre più velocemente.
Gabry, ma dici sul serio? Ma certo che diceva sul serio.
Ma come puoi scrivermi un messaggio del genere? Nemmeno questo aveva senso. Ormai l’aveva fatto.
Ieri sera mi sembrava che fossi d’accordo… Corretto. Ma sapevo che non lo fosse pienamente.
Come puoi farmi questo? Fosse stata la prima volta…

Dopo vari tentativi andati a vuoto, ho pensato di utilizzare una domanda, una parola, sei lettere, che riassumevano alla perfezione tutti i miei pensieri.
Perché?
Di nuovo, nessuna risposta. Ho passato il pomeriggio in preda all’ansia, incapace di reagire ma allo stesso tempo di ignorare quello che stavo provando: un totale senso di disorientamento.
Il suo telefono squillava a vuoto.

Alle 6 in punto sono scappata dall’ufficio e ho iniziato a correre verso casa. Quando sono entrata lui non c’era. Non sono riuscita a cenare. Ero seduta sul divano, fissavo l’orologio di fronte a me, ascoltavo i rumori provenienti dalle finestre spalancate, che avevo aperto proprio per nascondere il silenzio assordante del mio appartamento.

Mi ero quasi convinta del fatto che quella sera non sarebbe tornato. Mi stavo per addormentare, sfinita dallo stress accumulato con il passare delle ore, quando ho sentito le porte dell’ascensore aprirsi. Pochi istanti dopo, è entrato in casa, scuro in viso, palesemente furioso e di nuovo io, che mi sentivo impotente di fronte a quell’atteggiamento, gli avrei solo voluto chiedere Perché?

Si muoveva da una stanza all’altra come se niente fosse, ignorandomi.
“Gabry, mi puoi dire qualcosa?”
“Penso di essere stato abbastanza chiaro, no?”
“Spiegami solo il perché di questa reazione.”
“Non ho intenzione di stare con una persona come te. Pronta a seguire i consigli del primo che passa e capace di mettere il lavoro davanti alla nostra relazione.”
“Ma Gabry, è un colloquio. Non ho nemmeno pensato alla possibilità di trasferirmi lì. Volevo solo farmi conoscere, sentire cosa propongono, capire se possa saltare fuori qualcosa di buono, come hai detto tu ieri. Mi conosci abbastanza bene direi…credi davvero che mi possa trasferire lì, così, su due piedi? In un primo momento avevo persino pensato di tenere tutto per me.”
“Non mi va nemmeno di ascoltarti.”
“Invece lo devi fare.”
“Sì sì, parla che ti ascolto…”
“Quanto mi fai incazzare!”
“Sapessi tu.”
“Ok, quindi? Mi stai dicendo che non posso andare?”
“Certo che puoi andare.”
“Gabry, ti prego…”
“Ti ho già detto come la penso, sei libera di fare quello che credi.”.

Conoscevo bene quella situazione e sapevo che non esistevano vie di uscita. Potevo solo assecondarlo. Ma in questo caso, forse, nemmeno.
“Sai cosa ti dico? Che solo il fatto che tu abbia pensato di accettare mi dovrebbe fare riflettere.”
“Sei il solito esagerato!” gli ho urlato in faccia.
“E’ inutile che alzi la voce. Domani fai le valigie ed esci da questa casa.”
“Che cosa? Prima di tutto l’appartamento è di entrambi. E poi no…ma cosa stai dicendo? Puoi provare a ragionare almeno per un attimo?”
“E’ meglio che non lo faccia, fidati.”.

Mi stava esplodendo la testa, non riuscivo a smettere di piangere, singhiozzavo e dalla mia bocca uscivano solo parole rotte dalla disperazione.

“Non posso andare a fare il colloquio, devo chiedere di cancellare la prenotazione, se decido di farlo Gabriele mi sbatte fuori di casa.” ho scritto a Simona.
“Isa è profondamente ingiusto. Non fare questo errore, ti prego.”.
Le avevo raccontato tutto dall’inizio, sapeva quanti dubbi avessi ma allo stesso tempo quanto ci tenessi a salire su quel volo.
Qual è l’ultima volta che hai fatto qualcosa per te stessa?
“Beh, in questo periodo non posso di certo parlare…”
“Lascia stare Stefano. Intendo qualcosa per te e basta.”
“Non saprei.”
“Sali su quell’aereo.”.

“Ok Gabry, non vado.”. Non le avevo dato ascolto. Stavo commettendo un grave errore e ne ero pienamente cosciente, ma non potevo accettare l’idea di distruggere la nostra relazione per un colloquio.
Funziona così. Ad un certo punto ti convinci di essere dalla parte del torto, perché un lavoro ce l’hai, non ti entusiasma ma sai che chiunque pagherebbe per essere al tuo posto, quindi forse lui ha ragione, sono solo dei colpi di testa…
“Non cambia nulla.”
“Per favore, almeno ascoltami…”
“Dimmi.”
“Se deve finire per questo motivo, non ci vado. Ma vorrei che tu ci pensassi davvero e soprattutto che ti fidassi di me. Non ho mai messo davanti nulla a noi, perché dovrei farlo proprio adesso?”
“Me lo chiedo anch’io.”

im-inPerché forse, per la prima volta, stavo davvero aprendo gli occhi. Nonostante non riuscissi ad imporre completamente la mia volontà, in quei momenti mi ricordavo di averla, una volontà. E per certi versi questo mi permetteva di fare un passo in avanti, anche se quasi impercettibile.

Nessuno, ad eccezione della sua famiglia, stava dalla sua parte. Con un’opera di convincimento che mi è costata giorni di discussioni e delusioni, sono riuscita a portarlo dalla mia. Non potevo avere la certezza che mi avrebbe aperto la porta al ritorno, ma avevo deciso di fidarmi e di partire.

Per due giorni ho preso le distanze da Stefano, che nel frattempo mi aveva mandato il suo, di biglietto. Quel Boston-New York di giovedì mattina. Ma a quel punto non ero più sicura di nulla, nemmeno di voler vedere lui.

Mancavano poco più di due giorni alla partenza. Abbiamo iniziato a chiacchierare durante una riunione. Ero strana, lui se ne è accorto e continuava a chiedermi cosa mi stesse succedendo.
“Ste, ho passato quarantotto ore infernali, non sono sicura di voler partire per il colloquio ma alla fine lo farò, non so se sia giusto o sbagliato e non mi importa, però la situazione con Gabriele è molto delicata e sinceramente non so se sia il caso…”
“Di vederci, immagino.” mi ha interrotta.
“Sì.”
“Sai cosa ti dico?”
No, ti prego, non ti ci mettere anche tu. gli avrei voluto dire. Tu che sei sempre così comprensivo, tu che mi capisci sempre, tu che…
“Sei troppo pazza per i miei gusti, Isa. Non mi piacciono le persone che cambiano spesso idea sui sentimenti e tu lo fai in continuazione. Sai bene cosa provo per te e puoi immaginare quanto questo mi faccia stare male.”.

Avrei voluto ribattere, dimostrandogli l’insensatezza del suo discorso, perché i sentimenti non cambiano, magari si trasformano, si evolvono, e comunque non era quello il caso. Ma era partito in quinta anche lui. Mi aveva rinfacciato il fatto di essersi momentaneamente staccato dalla moglie, proprio lei che c’era sempre stata, messa in un angolo ingiustamente per “colpa” mia, che di contro non ero in grado di essere costante e sincera con me stessa. Mi parlava e non lo riconoscevo, perché non era LUI.

Qualche ora dopo mi è arrivata una lunga lettera d’Amore. E di scuse.
Quel giorno, però, avrei dovuto iniziare ad aprire gli occhi su un altro aspetto della vita: i miei desideri non passavano nemmeno da lui. E, prima o poi, avrei dovuto trovare la forza di realizzarli da sola. Solo a quel punto avrei potuto esclamare, davvero, I’m in!.